Sembra opportuno fare qualche parola anche sulla vecchia scuola media di Ventimiglia, quella precedente alla riforma del 1962, quella che comportava tante ore di latino e coesistente con l'avviamento, quella che aveva ancora sede nella palazzina della Croce Rossa di Via Dante.
Ci si limita a qualche titolo indicativo dell'ultimo periodo: ad andare più indietro ci si dovrebbe confrontare con certi arguti racconti di Gianfranco Raimondo, il quale sul tema ha scritto di gite scolastiche ai suoi tempi ancora più modeste rispetto a quelle dei primi anni Sessanta.
A differenza delle primarie e delle superiori, su Facebook - salvo errore - si contano sulle dita di una mano fotografie pertinenti allo scopo. Fa la parte del leone - come spesso, si potrebbe aggiungere - Arturo Viale, che nei suoi scritti rievoca anche la presenza in quell'edificio di una cappella, di cui ben pochi allievi si sono mai accorti. In un caso, si possono notare alcuni compagni e compagne di classe in una quasi immancabile posa nei Giardini Pubblici. In un altro, a prescindere dalla presenza di una futura suora e di altri visi noti in città, sorride un chitarrista ed un poeta dialettale in fieri, che un po' dopo sarebbe stato abbastanza assiduo in quel di Nervia.
È d'uopo sottolineare che in quella scuola media venivano bocciati anche i figli dei notabili, tra i quali alcuni adolescenti che in seguito avrebbero intrapreso carriere professionali di tutto rispetto.
Gli studenti, recandosi a lezione, passavano davanti ad alcune belle ville, ormai scomparse, in Via Roma, così come capitava a chi arrivava da Nervia.
C'erano ancora tante campagne a levante, ma anche subito a ponente della scuola: queste ultime viste e riviste quando, scortati da un bidello, a turno le scolaresche si recavano nella palestra della ex GIL per le lezioni di educazione fisica; qualche persona tramanda oggi di frutta proibita, raccolta lungo il percorso, ma forse si tratta di piccole leggende scaturite dalla nostalgia. Un ortaggio - o un frutto - è tornato alla memoria da poco ad un compagno di scuola delle superiori della vittima di allora, che si ritrovò imbrattata di poltiglia rossastra la bella, nuova giacca azzurra: presente all'evento, ma non attivo, il "cronista" ripensava ad un pomodoro maturo (qualcuno se l'era per caso portato da casa?), mentre il destinatario di quel lancio si ricordava (ma poteva essere una fantasia) di un caco colto nelle vicinanze, in ogni caso una piccola monelleria che, quasi per paradosso, lo indusse a provare simpatia per l'autore in occasione di successivi incontri da adulti, forieri sempre di ormai spensierate rievocazioni del lontano episodio.
In quella vecchia scuola media e in quegli anni era preside una donna, molto colta ed amante dei gatti (che accudiva presso la sua abitazione di Nervia), alla quale Gianfranco Raimondo attribuisce - per quello da lui riscontrato nel suo percorso di più di un decennio prima - "un cipiglio da condottiera", ma anche "molta umanità".
Là insegnarono una professoressa, che al Liceo Classico di Sanremo era stata in classe con Italo Calvino; tre professori che furono in seguito dei presidi; un parroco molto popolare, abbastanza tollerante nell'ora di religione con le polemiche politiche di un ragazzino di Nervia.
Si potrebbe continuare con la galleria di figure umane, ma ci si può limitare a rievocare ancora una bella signorina, impiegata di segreteria, soggetta all'ammirazione di tutti i frequentatori maschi - grandi e minori - del plesso; un docente grande e grosso come un armadio; un signore, che agli studenti appariva anziano e che con il suo carrettino al momento della ricreazione si presentava al cancello non per dire gelati, ma pizzette e focaccine. La ricreazione (con eccezioni con il brutto tempo) si faceva in cortile e fu occasione di tante amicizie e conoscenze tra i maschietti delle varie classi. Le femmine dovevano rimanere in aula. Le classi erano miste, ma per ogni anno scolastico c'erano almeno una sezione femminile ed una sezione maschile: quest'ultima, ad esempio, vide in cicli diversi chini sui banchi Arturo Viale ed il ragazzo alla quale piaceva indicare le Alpi Marittime.
Adriano Maini
Ci si limita a qualche titolo indicativo dell'ultimo periodo: ad andare più indietro ci si dovrebbe confrontare con certi arguti racconti di Gianfranco Raimondo, il quale sul tema ha scritto di gite scolastiche ai suoi tempi ancora più modeste rispetto a quelle dei primi anni Sessanta.
A differenza delle primarie e delle superiori, su Facebook - salvo errore - si contano sulle dita di una mano fotografie pertinenti allo scopo. Fa la parte del leone - come spesso, si potrebbe aggiungere - Arturo Viale, che nei suoi scritti rievoca anche la presenza in quell'edificio di una cappella, di cui ben pochi allievi si sono mai accorti. In un caso, si possono notare alcuni compagni e compagne di classe in una quasi immancabile posa nei Giardini Pubblici. In un altro, a prescindere dalla presenza di una futura suora e di altri visi noti in città, sorride un chitarrista ed un poeta dialettale in fieri, che un po' dopo sarebbe stato abbastanza assiduo in quel di Nervia.
È d'uopo sottolineare che in quella scuola media venivano bocciati anche i figli dei notabili, tra i quali alcuni adolescenti che in seguito avrebbero intrapreso carriere professionali di tutto rispetto.
Gli studenti, recandosi a lezione, passavano davanti ad alcune belle ville, ormai scomparse, in Via Roma, così come capitava a chi arrivava da Nervia.
C'erano ancora tante campagne a levante, ma anche subito a ponente della scuola: queste ultime viste e riviste quando, scortati da un bidello, a turno le scolaresche si recavano nella palestra della ex GIL per le lezioni di educazione fisica; qualche persona tramanda oggi di frutta proibita, raccolta lungo il percorso, ma forse si tratta di piccole leggende scaturite dalla nostalgia. Un ortaggio - o un frutto - è tornato alla memoria da poco ad un compagno di scuola delle superiori della vittima di allora, che si ritrovò imbrattata di poltiglia rossastra la bella, nuova giacca azzurra: presente all'evento, ma non attivo, il "cronista" ripensava ad un pomodoro maturo (qualcuno se l'era per caso portato da casa?), mentre il destinatario di quel lancio si ricordava (ma poteva essere una fantasia) di un caco colto nelle vicinanze, in ogni caso una piccola monelleria che, quasi per paradosso, lo indusse a provare simpatia per l'autore in occasione di successivi incontri da adulti, forieri sempre di ormai spensierate rievocazioni del lontano episodio.
In quella vecchia scuola media e in quegli anni era preside una donna, molto colta ed amante dei gatti (che accudiva presso la sua abitazione di Nervia), alla quale Gianfranco Raimondo attribuisce - per quello da lui riscontrato nel suo percorso di più di un decennio prima - "un cipiglio da condottiera", ma anche "molta umanità".
Là insegnarono una professoressa, che al Liceo Classico di Sanremo era stata in classe con Italo Calvino; tre professori che furono in seguito dei presidi; un parroco molto popolare, abbastanza tollerante nell'ora di religione con le polemiche politiche di un ragazzino di Nervia.
Si potrebbe continuare con la galleria di figure umane, ma ci si può limitare a rievocare ancora una bella signorina, impiegata di segreteria, soggetta all'ammirazione di tutti i frequentatori maschi - grandi e minori - del plesso; un docente grande e grosso come un armadio; un signore, che agli studenti appariva anziano e che con il suo carrettino al momento della ricreazione si presentava al cancello non per dire gelati, ma pizzette e focaccine. La ricreazione (con eccezioni con il brutto tempo) si faceva in cortile e fu occasione di tante amicizie e conoscenze tra i maschietti delle varie classi. Le femmine dovevano rimanere in aula. Le classi erano miste, ma per ogni anno scolastico c'erano almeno una sezione femminile ed una sezione maschile: quest'ultima, ad esempio, vide in cicli diversi chini sui banchi Arturo Viale ed il ragazzo alla quale piaceva indicare le Alpi Marittime.
Adriano Maini
