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mercoledì 29 luglio 2026

Storie un po' così

Ventimiglia (IM): Via Dante

Mario rammenta che conobbe Carlo quando abitava in Via Dante a Ventimiglia e che in qualche modo si teneva in contatto con lui anche dopo il suo trasferimento del 1967 a Parma: aiutava anche il fatto dei frequenti ritorni di Carlo in visite nella città di confine. Si delinea così una comunanza di giochi, comuni frequentazioni ed amicizie, di passione per il calcio, sport in cui Mario, che attesta del resto le buone prestazioni a livello giovanile da difensore di Carlo, è stato un buon elemento, noto e stimato in ambito locale.
L'argomento "Via Dante", che qualcuno chiama ancora Via Regina, ritorna spesso per svariati motivi su queste pagine, come per la vecchia scuola media. Per gli anni più vicini al secondo dopoguerra, quelli nei quali abitava là anche lui, ne scrive spesso Gianfranco Raimondo. Dalla sua ampia aneddotica si può isolare un esempio che appartiene alla serie degli "stranomi", citando "Tapapussi", un personaggio del passato che nel resoconto di Gianfranco appare a dire poco un tipo bizzarro, ma di cui sarebbe curioso sapere come sia finito nel novero dei nomignoli elencati da Arturo Viale, molto più attento alle zone di levante di Ventimiglia, in una parte del suo "Punti Cardinali. Da capo Mortola a capo Sant'Ampelio" (Edizioni Zem, 2022): prima o poi l'arcano sarà svelato. 

Ventimiglia (IM): Vico Arene, una delle traverse di Via Dante

Da un po' di tempo non si raccolgono più voci circa gli intendimenti di alcuni ex abitanti di Via Regina e dintorni di procedere alla redazione di un libro imperniato su quello che si può definire un vero e proprio rione: erano state recuperate in proposito diverse fotografie d'epoca, che erano anche circolate in ambiente non poi tanto ristretto, così da suscitare la doverosa attenzione che meritano immagini rievocative soprattutto di angoli alquanto cambiati. 

Ventimiglia (IM): Via Turati

La stessa situazione concerne all'incirca l'ex Bar Irene di Via Turati, sempre a Ventimiglia.
Anche in questo caso conversazioni, trafiletti, messaggi di mailing list, riconducono spesso a quell'esperienza, anche questa sovente qui menzionata.
A voler approfondire il tema, si dovrebbe ricorrere una volta di più alla grande memoria di Gianfranco Raimondo, che ha osservato tutta la vita di quell'esercizio pubblico: se ne potrà sempre fare ricorso, ma intanto, a mo' di celia, occorre aggiungere che Gianfranco non si ricorda della procace cameriera rimasta, invece, nelle reminiscenze di Carlo di Parma.
Sono tanti i fatti singolari legati a quel bar, anche dopo il suo trasferimento dalla prima angusta sede, posta davanti ad un cinema ed alla Camera del Lavoro, ad una nuova, di fronte ma un po' in diagonale, sotto i portici.
Vedere film e frequentare la Cgil rappresentò di sicuro un forte volano di attrazione di clientela, ma altri imponderabili fattori entrarono in campo per garantirne il successo.
Nelle sporadiche rievocazioni si alternano - ad usare un eufemismo - varia umanità, compresi - come qualcuno ha di recente ripetuto - tanti "fricchettoni", e persone impegnate non solo sul terreno politico e sociale, ma anche culturale.
A titolo indicativo sarà d'uopo ricorrere alla figura di Francesco Biamonti. Si è qui già rimarcato che nel suo romanzo d'esordio "L'angelo di Avrigue" - come ha colto con acume Gianfranco Raimondo - viene ampiamente rievocato il Bar Irene con il suo microcosmo sociale: singolare coincidenza tra uno scrittore che, prima di trasfigurarla anche poeticamente, si calava bene nella realtà, ed un locale teatro pure di tanti episodi di colore.
E sarà qui da aggiungere che almeno un lettore, notato quel riferimento letterario al Bar Irene, si è affrettato a rileggere "L'angelo di Avrigue" per rivisitare una temperie che ben aveva vissuto.
Anche per il Bar Irene si è sentito dire di quando in quando che si sarebbe potuto scrivere una storia, sinora, tuttavia, restata al palo.
Ci sono, dunque, ancora diversi capitoli aperti su Via Regina e sul vecchio Bar Irene.
Adriano Maini 

martedì 23 giugno 2026

Quella vecchia scuola media di Ventimiglia


Sembra opportuno fare qualche parola anche sulla vecchia scuola media di Ventimiglia, quella precedente alla riforma del 1962, quella che comportava tante ore di latino e coesistente con l'avviamento, quella che aveva ancora sede nella palazzina della Croce Rossa di Via Dante.
Ci si limita a qualche titolo indicativo dell'ultimo periodo: ad andare più indietro ci si dovrebbe confrontare con certi arguti racconti di Gianfranco Raimondo, il quale sul tema ha scritto di gite scolastiche ai suoi tempi ancora più modeste rispetto a quelle dei primi anni Sessanta.
A differenza delle primarie e delle superiori, su Facebook - salvo errore - si contano sulle dita di una mano fotografie pertinenti allo scopo. Fa la parte del leone - come spesso, si potrebbe aggiungere - Arturo Viale, che nei suoi scritti rievoca anche la presenza in quell'edificio di una cappella, di cui ben pochi allievi si sono mai accorti. In un caso, si possono notare alcuni compagni e compagne di classe in una quasi immancabile posa nei Giardini Pubblici. In un altro, a prescindere dalla presenza di una futura suora e di altri visi noti in città, sorride un chitarrista ed un poeta dialettale in fieri, che un po' dopo sarebbe stato abbastanza assiduo in quel di Nervia. In quello di Arturo Viale, si può osservare la sua classe in due distinte "edizioni".
È d'uopo sottolineare che in quella scuola media venivano bocciati anche i figli dei notabili, tra i quali alcuni adolescenti che in seguito avrebbero intrapreso carriere professionali di tutto rispetto.
Gli studenti, recandosi a lezione, passavano davanti ad alcune belle ville, ormai scomparse, in Via Roma, così come capitava a chi arrivava da Nervia.
C'erano ancora tante campagne a levante, ma anche subito a ponente della scuola: queste ultime viste e riviste quando, scortati da un bidello, a turno le scolaresche si recavano nella palestra della ex GIL per le lezioni di educazione fisica; qualche persona tramanda oggi di frutta proibita, raccolta lungo il percorso, ma forse si tratta di piccole leggende scaturite dalla nostalgia. Un ortaggio - o un frutto - è tornato alla memoria da poco ad un compagno di scuola delle superiori della vittima di allora, che si ritrovò imbrattata di poltiglia rossastra la bella, nuova giacca azzurra: presente all'evento, ma non attivo, il "memorialista per caso" ripensava ad un pomodoro maturo (qualcuno se l'era per caso portato da casa?), mentre il destinatario di quel lancio si ricordava (ma poteva essere una fantasia) di un caco colto nelle vicinanze, in ogni caso una piccola monelleria che, quasi per paradosso, lo indusse a provare simpatia per l'autore in occasione di successivi incontri da adulti, forieri sempre di ormai spensierate rievocazioni del lontano episodio.
In quella vecchia scuola media e in quegli anni era preside una donna, molto colta ed amante dei gatti (che accudiva presso la sua abitazione di Nervia), alla quale Gianfranco Raimondo attribuisce - per quello da lui riscontrato nel suo percorso di più di un decennio prima - "un cipiglio da condottiera", ma anche "molta umanità". 
Là insegnarono una professoressa, che al Liceo Classico di Sanremo era stata in classe con Italo Calvino; tre professori che furono in seguito dei presidi; un parroco molto popolare, abbastanza tollerante nell'ora di religione con le polemiche politiche di un ragazzino di Nervia.
Si potrebbe continuare con la galleria di figure umane, ma ci si può limitare a rievocare ancora una bella signorina, impiegata di segreteria, soggetta all'ammirazione di tutti i frequentatori maschi - grandi e minori - del plesso; un docente grande e grosso come un armadio; un signore, che agli studenti appariva anziano e che con il suo carrettino al momento della ricreazione si presentava al cancello non per dire gelati, ma pizzette e focaccine. La ricreazione (con eccezioni con il brutto tempo) si faceva in cortile e fu occasione di tante amicizie e conoscenze tra i maschietti delle varie classi. Le femmine dovevano rimanere in aula. Le classi erano miste, ma per ogni anno scolastico c'erano almeno una sezione femminile ed una sezione maschile: quest'ultima, ad esempio, vide in cicli diversi chini sui banchi Arturo Viale ed il ragazzo al quale dal mare piaceva  indicare agli amici le Alpi Marittime.

Adriano Maini 

martedì 1 luglio 2025

Anche un isolotto artificiale quasi alla foce del Nervia








Il torrente Nervia scorre verso la foce tra gli alberi sfiorando in tangente sulla sponda orografica di destra Via Gradisca, nella zona di Ventimiglia che prende il nome da questo corso d'acqua, ma risulta visibile in pratica solo attraverso una griglia che sbarra il fondo - lato, dunque, di levante - di questa stradina. Tanti, tanti anni addietro, nonostante fosse già passata anche da quelle parti - novembre 1966 - una disastrosa piena, che meriterebbe un capitolo a parte, in quel punto era stato realizzato un notevole accumulo di terra e di ghiaia, accesso per uno sterrato, che diventava presto nulla di più di un sentiero, che terminava su una spiaggia pressoché selvaggia, nelle cui adiacenze in direzione Francia spiccava in pratica solo il deposito - ormai dismesso - dei locomotori delle Ferrovie, un'area oggi ristrutturata a spazio pubblico.
Qualcuno parla addirittura di una sorta di isolotto realizzato al centro del corso d'acqua, da molte persone utilizzato per il lavaggio delle proprie automobili.
Nelle sue cronache telefonate da Parma se ne ricordava Carlo, che millantava lontani arrivi in loco - più probabili, tuttavia, dal lato mare - a bordo dell'autovettura dello zio acquisito, il bravo panettiere ben conosciuto in città per approdare a gustosi picnic all'aperto o, più spesso, a pranzi nel primo ristorante costruito sulla riva, un altro edificio dalla proprietà e della storia controverse. 
 




Opinabili o meno che siano le date e gli assetti di quel punto di territorio, erano incontrovertibili i riversamenti provenienti dal distributore di benzina non poi così lontano, quello, alla data attuale chiuso, dove, quando ancora non era stata realizzata l'Autostrada dei Fiori, si fermarono per fare rifornimenti di benzina tante celebrità, soprattutto calciatori. Era di là da venire la protezione - non si quanto efficace - data al corso d'acqua verso la foce dalla denominazione ufficiale "Oasi del Nervia" e dai connessi approntamenti.



Via Gradisca, ancora, piccolo rione di case anche di ferrovieri: non c'é più sulla scarpata della ferrovia l'alto traliccio, oggetto nei primi anni Sessanta di spericolate arrampicate di Piero e di altri avventurosi adolescenti.



Non doveva passare molto tempo prima che l'assetto dell'adiacente - a ponente - regione mutasse radicalmente, soprattutto con l'edificazione di palazzoni che hanno pure elettrizzato a lungo la vita amministrativa di Ventimiglia.

Adriano Maini

sabato 3 maggio 2025

Di Bagnabraghe, di altre spiagge, di altri scogli

La spiaggia di Bagnabraghe, situata nella parte di levante di Bordighera, è stata a lungo il sito preferito dai pescatori del posto.
La denominazione è tutto un programma e si spiega, invero, da sola.
Anche di là partirono gozzi a remi e barche a motore per viaggi via mare verso la Costa Azzurra di ebrei stranieri in fuga dall'Italia a causa delle leggi antisemite del regime fascista.
 



Un bravo imprenditore edile racconta di tanto in tanto di quando da ragazzino fece l'apprendista (il "bocia") pescatore dell’unico equipaggio della città delle palme accettato come tale alla svolta degli anni Cinquanta a Marina San Giuseppe di Ventimiglia: forse salpando di là arrivavano a zone più ricche di prede, guidati da professionisti che ne sapevano più di loro.



Sarà pur vero che per uno strano fenomeno fisico sul mare o vicino ad una spiaggia le voci si trasmettono molto lontano ed in modo chiaro, ma un pescatore dilettante - in verità, provetto forse più di tanti professionisti - riusciva dal largo a farsi sentire con un poderoso fischio dai familiari in casa in Via Dante di Ventimiglia: con modulazioni in codici decifrabili solo dai suoi cari.
Del resto, se non era in mare, dove aveva insegnato a tante persone un po' dei suoi segreti, quell'ex ferroviere era una presenza costante, quasi un punto di riferimento per chi passava, su quella spiaggia prossima alla sua abitazione, tutto intento a rigovernare quanto attinente alla sua profonda passione.
Il figlio maschio, per nulla seguace del padre, ha amato il mare in modo diverso, al punto da rievocare oggi con toni lirici "meravigliose domeniche passate su quegli scogli chiamati 'le moese' per catturare le zigurelle, pesciottini coloratissimi e rimediare ustioni clamorose".
 
Adriano Maini

mercoledì 27 novembre 2024

Quei pomodori erano davvero deliziosi

Ventimiglia (IM): la Chiesa di San Michele

Di sicuro al primo anno di quella IV Ginnasio uno degli allievi abitava ancora a Ventimiglia Alta.
Nei pomeriggi di studio leggero poteva capitare che qualche compagno di classe lo andasse a trovare. Uscendo da quella casa, prossima alla Chiesa di San Michele, per fare qualche passo, si incontrava a volte Pietro Tartamella, sempre indaffarato, con il quale la breve conversazione concessa era già allora intrigante.
 
Ventimiglia (IM): Via Due Camini

Ventimiglia (IM): da sinistra Ventimiglia Alta, Castel d'Appio, crinale del Colle Magliocca; in primo piano, uno scorcio del centro urbano

Si procedeva talora per la soprastante Via Due Camini, il cui bar-trattoria fu meta piacevole per diverse generazioni di intemelii: quei ragazzotti sapevano soprattutto apprezzare i suoi formidabili panini imbottiti.
 
Ventimiglia (IM): l'area delle qui citate escursioni vista in lontananza dai "Frati Maristi"

In qualche occasione si proseguiva più in alto, landa del Colle Magliocca quasi dimenticata dal traffico.
Si registrò discreto stupore incrociando il loro ex insegnante di religione delle Medie, parroco da quelle parti, seguito da alcuni chierichetti: segno inconfondibile che si trattava della benedizione pasquale delle case.
 
Ventimiglia (IM): uno scorcio di Castel d'Appio

Ventimiglia (IM): Castel d'Appio guarda a ponente la Piana di Latte

Per fortuna nella seguente circostanza almeno un'automobile passava. Tre dei nostri personaggi si erano addentrati tra le rovine di Castel d'Appio, a quel tempo fruibili dal pubblico, punto panoramico di grande rilievo. Si erano appena seduti - e non solo per contemplare la maestosa cisterna del maniero, ormai vuota - quando una sventagliata di pallini di un fucile da caccia, il cui detentore aveva di tutta evidenza sparato senza una minima attenzione e di cui - anche per quello che seguì - non si seppe mai nulla, una sventagliata che, passando quasi sulle loro teste, indusse uno di loro, subito imitato dagli amici, a ridiscendere a precipizio il pendio di levante della collina: mise, però, un piede in fallo sino a procurarsi una frattura, più o meno lieve, come venne dopo constatato, ma, incrociando più o meno subito una vecchia e scalcinata auto "Giardinetta", il gentile conducente - una persona discretamente anziana agli occhi dei tre gitanti - caricava tutti tra ceste, ciuffi d'erba - forse destinati a suoi conigli - ed attrezzi vari per fare assistere il sinistrato all'ospedale di Nervia. Qualche ora dopo ai due compagni illesi spettava l'arduo compito di tentare di tranquillizzare la madre affannata, il cui figliolo era proprio destinato in gioventù ad incidenti vari, tanto è vero che l'anno seguente, quello in cui Gimondi aveva vinto il Tour de France, recatosi in spiaggia a Nervia, in prossimità della foce dell'omonimo torrente, con uno dei protagonisti delle trascorsa disavventura e con altri giovani più o meno coetanei, tra cui uno studente che era già passato a quel Liceo Classico, si tuffava subito in acqua, procurandosi una discreta ferita al petto - e, per fortuna, solo in quella parte del corpo! -, causata da un palo di ferro con la sommità sfrangiata, seminascosto dal leggero moto ondoso e posizionato in tal guisa per la discreta avanzata del mare (o corrispondente retrocessione dell'arenile!), dunque, non più utilizzabile dai pescatori, ma non ancora rimosso: non aveva dato modo con la sua precipitazione di essere avvisato, per cui gli spettò una volta di più di ricorrere - questa a volta a piedi, acclarata la vicinanza - alle prestazioni del nosocomio di zona.
Abitava prossimo al mare, quasi a Nervia, un altro allievo di quella classe, rimasto solo due o tre anni da queste parti, afflitto da quella epilessia che, manifestatasi una prima volta in aula con lo spavento dei compagni ignari, portò a creare ulteriore complicità nei suoi confronti: chi andava a trovarlo in quella villetta di due appartamenti su altrettanti piani non poteva non restare inebriato dall'odore di salsedine che colà si respirava, specie in inverno, stagione di burrasche.

Ventimiglia (IM): la spiaggia a Nervia, vicino alla foce del torrente

Ventimiglia (IM): uno scorcio della spiaggia di Nervia

Ventimiglia (IM): ancora la zona mare di Nervia


Accadeva anche che nella campagna ben curata di una delle ville storiche della Piana di Latte, due compagni di quella classe di Ginnasio passassero una giornata estiva, scorrazzando in bicicletta, ma con grande attenzione, lungo gli stretti passaggi tra le partizioni del grande orto coltivato con buona professione dallo zio di uno dei due, o facendo gran bagni di mare, che sbatte tuttora lungo il muro di recinzione meridionale di quel complesso, di sicuro oggi non più affittato ad un solerte contadino: i pomodori di quel campo erano, invero, deliziosi!
 
Ventimiglia (IM): in primo piano Punta Mortola e la Piana di Latte


La classe - una classe mista, è doveroso rammentarlo, tanto è vero che rispetto ai fatti della cronaca seguente si può estrapolare che una protagonista, ormai emigrata fuori Liguria, ebbe proprio da poco a confidare ad amici rivisti quasi per caso che fu tormentata per tutto quel tempo dai pizzicori procurati dal costume di lana! - la classe quasi al completo si ritrovò alla Pineta di Mortola a festeggiare la conclusione del loro Ginnasio. In tanti, specie sul posto, oggi lamentano che la successiva recinzione dei Giardini Hanbury abbia inibito la fruibilità di un posto incantevole sul mare, forse, per paradosso, in quel punto deturpandolo: passare liberamente dai bagni agli scogli, alle rocce, a brevi spiazzi sassosi, alla macchia mediterranea, quasi sempre all'ombra di quegli alberi superbi era una entusiasmante esperienza. 
 
Ventimiglia (IM): subito a ponente della Pineta di Mortola

Quel giorno, tra nuotate, merendine, frizzi e lazzi, nonché per alcuni, nonostante tutto, le prime scottature, fu praticamente scandito dalle note di "(I Can't Get No) Satisfaction" dei Rolling Stones, il cui disco appena uscito girava a tutto spiano in apposito apparecchio portatile. Con gran invidia di tutti, uno di quei turisti per caso annunciava che pochi giorni dopo sarebbe andato al concerto dei Beatles a Genova: si tratta della stessa persona che aveva girato un filmino di quella scampagnata, aspetto che è riemerso solo di recente, ma di cui non si ha ancora una versione digitalizzata visibile al meglio per tutti.
Adriano Maini

lunedì 5 agosto 2024

Quella casa in pietra che non c'è più!







Sino a pochi anni si presentava in Bordighera, in Via Genova - una traversa di Via Pasteur - una casa in pietra che aveva una sua dignità. Voci di popolo dicono che il proprietario avrebbe voluta mantenerla nello stato vigente. Senonché l'amministrazione comunale - con gli adempimenti del caso (si suppone!) - procedette alla demolizione del vetusto edificio per realizzare un marciapiedi. Opera molto utile, quest'ultima. Si dà il caso, però, che esisteva già dietro lo spiazzo risultante dall'abbattimento un comodo passaggio pedonale. Forse si è pensato che quest'ultimo da un lato fosse meglio lasciarlo in uso agli abitanti del piccolo rione e che dall'altro risultasse impopolare costringere i passanti a compiere, ancorché indicata da acconcia segnaletica, un piccolo aggiramento dell'ostacolo che constasse di qualche decina di metri...

Adriano Maini 

giovedì 8 febbraio 2024

Sciamavano numerosissime le lucciole




C'è un pino marittimo a Bordighera, ultracentenario, che poteva essere una delle perle di un progetto di valorizzazione dell'alberatura storica della Via Romana (comprensiva di un tratto anche in Vallecrosia), progetto di cui non si è saputo più nulla.
L'albero in questione, oggi forse non molto distinguibile per la successiva crescita lì vicino di qualche suo simile, si trova pressoché all'incrocio - una rotonda - della richiamata arteria con la strada per Vallebona, ma un tempo fiancheggiava i pilastri del cancello d'ingresso alla sovrastatante, ormai scomparsa, Villa Cappella, pilastri ancora visibili alla svolta degli anni Sessanta.
A fianco di quel pino veniva eretto a quel tempo - un po' prima, un po' dopo - il capannone dove si poneva mano per la Battaglia di Fiori di Ventimiglia al carro della compagnia "I Galli del Villaggio", destinata a vincere molti concorsi, ma anche a vedere qualche sua opera squalificata perchè - a termini di regolamento - troppo grande.
Accorrevano in quei casi ad aiutare per infilzare con spilloni i garofani destinati a dare colore ai carri ragazzini della limitrofa - a ponente - regione Cabane (in una carta del Touring Club degli anni Venti del secolo scorso Regione Luco), ma anche del complesso Gallinai, posto al lato di nord-est della zona, destinato in oggi ad essere assorbito in un'operazione edilizia ventilata da tempo, complesso meritevole per la sua pregressa storia di considerazioni a parte.
Dirigevano le operazioni adulti, alcuni di grande esperienza, anche di Vallecrosia, anche un affabile geometra di Ventimiglia, disegnatore delle figure dei carri.


Tra questi chi - come testimonia una vecchia fotografia - si era fatto le ossa da giovane con una compagine, che aveva forse agito in un'unica occasione, ma pur sempre operante nelle vicinanze.
Difficile sapere se in quegli operosi momenti qualcuno ricordasse che Villa Cappella, requisita dal regime fascista ad una vedova inglese, era pur stata durante la guerra sede di un reparto di SS tedesche, ma degli eventi bellici almeno un episodio uno di quegli attivisti si sarebbe ricordato tanti anni dopo, quello riguardante l'apparecchio da caccia statunitense che, colpito dalla contraerea, si era abbattuto nella non lontana collina dei Mostaccini.


Sciamavano numerosissime le lucciole nel lato - di levante - di Via Romana adiacente l'orto giardino di Villa Pendice per la gioia dei già citati ragazzini dei Gallinai e di altri loro amici, tutti impegnati a giocare a nascondino. Nei ricordi di tanti sembra che questo accadesse dopo la Battaglia di Fiori e le infiorate delle ringhiere del ponte Bigarella (scomparso per la copertura vastissima del torrente Borghetto) per la processione dedicata a Sant'Antonio da Padova, quindi a giugno inoltrato.
Di solito, ieri come oggi, i voli di quegli insetti luccicanti sono tipici del mese di maggio, peculiarità ben nota a chi andava ad alloggiare per breve lasso ai Gallinai partendo da Nervia di Ventimiglia dove altrimenti avrebbe apprezzato lo stesso spettacolo, anche se forse più modesto di entità.

Adriano Maini