giovedì 20 agosto 2026

Dice ancora Gianfranco...


Aggiunge Gianfranco Raimondo ai suoi racconti che, in proposito del concorso di bellezza "Lady Italia", qui citato qualche mese fa, il medesimo era organizzato da un signore che aveva lo studio in una traversa della centralissima Via Manzoni a Milano e che aveva eletto Alassio a sede della maggior parte delle finali della sua manifestazione, ma non quella, come già visto del 1965. Va da sé che la concorrente ventimigliese di quest'ultima edizione, la ragazza dal costume traforato di una certa fotografia con tanto di didascalia del quotidiano "l'Unità", non poteva non avere partecipato ad altre similari gare di carattere locale, di quelle presentate da Gianfranco: i due diventarono amici ed ebbero occasioni per rivedersi sporadicamente nel tempo a venire.
Sul Bar Irene Gianfranco sostiene che a metà anni Settanta il gestore organizzava pure attività complementari: come la festa hawaiana su una spiaggia di Latte, alla quale si presentarono, per via di un tam-tam davvero straordinario, avventori direttamente da Torino.
Molto prima, ai tempi della sua terza media, relegato nell'ultimo banco, dove non era molto visibile dalla cattedra vista la sua non eccelsa statura, Gianfranco si era dato da fare per scrivere un giornalino umoristico, ricopiato talora a mano - così come a mano era stato composto - dai compagni per velocizzarne la diffusione: si chiamava "L'Anacleto", dal nome di un personaggio creato da Franco Parenti per una trasmissione radiofonica di successo, "Anacleto gasista irrequieto", ed il nostro, con spavalderia da adolescente, metteva alla berlina non solo fatti scolatici, bensì anche quelli cittadini.
 

Ventimiglia (IM): a margine di una partita del torneo di calcio alla foce del fiume Roia del 1951. Foto: Mariani

Più o meno in quel periodo Gianfranco si diede d'impegno anche per la riuscita a Ventimiglia dei primi tornei di calcio amatoriale nel campetto alla foce del Roia, spiazzo approntato in fretta e furia da alcuni suoi amici dietro autorizzazione (oggi non più ammissibile, come già sottolineato in questo blog) del sindaco: oggi specifica tra l'altro che "iniziò quasi in sordina ma dopo le prime edizioni furono costruite tribune e steccati; le curve sud e nord erano sulla passeggiata gremita di gente urlante e divertita e i ragazzi protagonisti sul campo furono per anni i beniamini dei ventimigliesi e dei numerosi turisti che avevano imparato a conoscere e ad apprezzare il torneo".
Molto pittoresca, poi, è la rievocazione che Gianfranco compie in proposito dei vecchi luna park nella piazza antistante il Municipio di Ventimiglia: "se si voleva provare l'ebbrezza della velocità si andava sulle montagne russe o ottovolante, ma quello che mi affascinava era il 'muro della morte', una parete cilindrica sulla quale sfrecciavano coraggiosi motociclisti percorrendo più volte la circonferenza...".
Dice ancora Gianfranco...

Adriano Maini 

venerdì 14 agosto 2026

C'era una volta il MOAC

Sanremo (IM): il nuovo Palafiori di Corso Garibaldi

Sanremo (IM): parcheggio all'esterno di un MOAC in Valle Armea

Sino a qualche anno fa più o meno in questi giorni apriva a Sanremo il MOAC, rassegna dell'artigianato, ma a tutti gli effetti un variopinto mercato, forse come tale già autorizzato dai primi atti amministrativi in proposito.
Annunciato sin quasi alle ultime edizioni da intriganti manifesti e locandine presenti in tutta la provincia, l'evento attirava moltitudini di visitatori-clienti, comprese tante persone con la puzza sotto il naso.
Per decenni ospitato nel vecchio Palafiori di Corso Garibaldi, poi nella struttura analoga di Valle Armea, il MOAC si caratterizzava altresì in ogni sede per il tremendo caldo canicolare che faceva soffrire ai partecipanti: un fenomeno forse più patito dagli espositori meno scafati che dai potenziali acquirenti.
Sarebbe noioso affrontare il tema delle autorizzazioni e delle competenze comunali in materia - del resto materia astrusa - ma sarà sufficiente rimarcare che per un periodo molto lungo il MOAC fu organizzato da una ditta, il cui titolare, il signor Covatta, sapeva in effetti attirare artigiani e commercianti singolari da tutta Italia, realizzare iniziative di spettacolo di contorno (si potrebbe qui celiare, se non difetta la memoria, ancora una volta sui concorsi di bellezza) e a anticipare a selezionati invitati, tra i quali non mancavano i politici di turno, i contenuti della fiera con speciali appuntamenti, di solito cene all'aperto, in un caso un ricco buffet su una motonave, di solito adibita per la gioia dei passeggeri alla ricerca dell'avvistamento di mammiferi marini (Whale watching, insomma, ma qui sopra oggi non usa), sul tragitto Sanremo-Montecarlo e ritorno.
I personaggi appena citati tornavano quasi tutti per le successive inaugurazioni, le quali, però, attiravano in particolare vere folle di semplici curiosi, a creare anche tanta allegra confusione: non tutti seguivano la processione ufficiale che si snodava tra gli stand, molti dei quali non ancora pronti del tutto, con disappunto del patron, ma in ogni caso la scena era sul serio da vedere. Non sempre il sindaco di turno era presente al taglio del nastro, delegando per lo più alla bisogna l'assessore competente. La stessa cosa capitava per il Vescovo di Ventimiglia, ma se ne può ricordare uno che a metà anni Novanta indugiava tanto tra i banchi, dispensando sorrisi a destra e a sinistra e rallentando una sfilata che alcuni partecipanti non vedevano l'ora che finisse.
A cura di un'associazione di categoria si fecero al MOAC anche i primi esperimenti circa il web, inizialmente con simulazioni da computer, ma presto con vere connessioni, indotte da una nuova ditta non lontana da Corso Garibaldi.
Si fecero logicamente tante fotografie al MOAC, amatoriali e professionali. Una via di mezzo erano quelle di Alfredo Moreschi, consegnate agli archivi della sua associazione, tuttora non presenti sul sito dal nome di questa famiglia di illustri e capaci artigiani. Senonché, proprio alla chiusura dell'edizione 2019 del MOAC  - l'ultima - ci fu un grande tributo all'attività di Alfredo Moreschi.

Adriano Maini 

lunedì 10 agosto 2026

Savona Parco Doria

Savona: la stazione ferroviaria. Foto: Eleonora Maini

Capita sul gruppo Facebook "Savona scomparsa" di vedere fotografie della vecchia stazione ferroviaria "Savona Letimbro", che sorgeva in pieno centro urbano: vicino a quel sito c'è oggi il Palazzo della Provincia, dove rimane qualche traccia che ricorda in qualche modo il vecchio fascio di binari.
A tutti gli anni Sessanta - e forse anche un po' oltre - i ferrovieri di Ventimiglia avevano poche occasioni di servizio a Savona, fatte salve le circostanze di cui si dirà più avanti.
Un po' prima del periodo citato arrivavano nel ponente ligure di confine con la Francia anche da Savona novità, in genere portate proprio dai ferrovieri, novità da grandi città, quali almeno un grande magazzino, privo ancora di reparto alimentare, sui cui scaffali apparivano prodotti singolari e curiosi: due esempi tra i tanti erano le penne biro ed i quaderni scolastici dalle copertine multicolori. Ma anche negozi di abbigliamento maschile dai prezzi molto convenienti.
Sul piano del costume si può ancora registrare che sul finire degli anni Cinquanta giocarono nell'altra squadra di calcio di Savona, la Veloce, due giovanotti di Bordighera: va da sé che per loro l'arrivo ed il ritorno da casa - e tante trasferte con la loro compagine - passavano per la Stazione di Savona Letimbro.
Tornando ai ferrovieri di Ventimiglia, va specificato che a loro toccava sovente di lavorare sui treni merci composti nel Parco Doria di Savona, proprio là dove da tempo è stata trasferita la nuova stazione passeggeri. Per arrivare a quei convogli, i ferrovieri si incamminavano a piedi sulla massicciata dalla Letimbro per un discreto tragitto. D'inverno, pur essendo rotti per mestiere alle intemperie, sentivano freddo, più freddo che in altri punti della linea Ventimiglia-Genova a loro abituale. Era una prestazione che si cercava di evitare. Fioccavano a tutto andare bestemmie ricamate sulle iniziali del nome del loro luogo di destinazione.
Su "Savona scomparsa" questi aspetti non sono ancora emersi. In compensazione - strana - si è accennato di recente ad una casa per macchinisti, ribattezzata all'epoca in modo pesante con l'allusione alle lunghe assenze da casa di quegli operatori. Sembra quasi una nemesi storica per quanto qui si aggiunge, ma ad andare giù sul greve circa i passeggeri - come qui già riportato - dei treni "Avevina" erano stati, invero, gli uomini del personale viaggiante di Ventimiglia: in effetti, per come si tramandano le cose, un umorismo sovente da caserma era molto diffuso tra i ferrovieri di tutta la Liguria.
Andrebbe sottolineato, ma con altra penna, che Savona e provincia hanno alle spalle una storia ricca ed articolata, che hanno dato un contributo essenziale all'epopea della Resistenza e che hanno affrontato con esemplari fermezza e dignità le terribili prove dei sanguinosi attentati terroristici neofascisti del 1974.

Adriano Maini

giovedì 6 agosto 2026

Divagazioni sul vino Rossese di Curli

Perinaldo (IM): non lontano da Località Curli

Un ferroviere di Nervia, a Ventimiglia, verso la fine degli anni Sessanta, un po' prima di trasferirsi nel centro urbano con la famiglia, andava a sviluppare una certa dimestichezza con un nuovo residente, Ginetto, originario di Soldano, probabilmente perché l'uomo era il cognato di un suo vecchio amico, da sempre abitante in quella zona.
Le conversazioni tra i due erano varie ed articolate, simpatiche e briose al punto da interessare anche i figli del capotreno, quasi sempre condotte davanti a bicchieri di vino, di Barbera e non di Rossese, il tipico vino locale, che era il fiore all'occhiello del magazzino all'ingrosso che nel cortile dall'altra parte dell'imbocco della strada provinciale di vallata il nuovo arrivato intanto aveva aperto.
Nello scambio di notizie tra i due affabulatori non prevaleva tuttavia l'interesse per il prezioso e tipico prodotto - e connesse lavorazioni - delle vigne di Soldano, ma il rilievo dato ad abitanti di quel paese, colleghi del padrone di casa, uno dei quali in particolare in grande intimità ed uso a passare di persona al rientro dal lavoro a comunicare, se del caso, i cambiamenti nei turni di servizio.
A guardare bene, però, il Rossese di Ginetto non era di Soldano, ma di Località Curli di Perinaldo, nella quale ancora oggi si coltiva un tipo di uva da cui si produce un vino a suo tempo molto elogiato da Luigi "Gino" Veronelli e da Mario Soldati e curata da nuovi appassionati, che godono ancora di quella fama acquisita. L'intervento dei due famosi esperti era avvenuto quando il conduttore del fondo era Emilio Croesi, comunista e storico sindaco di Perinaldo: si asserisce in proposito che Veronelli e Soldati si fossero avventurati da quelle parti sulla base di qualche segnalazione, ma che, appena incontrato il vinicoltore ricercato, fossero costretti ad aspettare ed assistere alle particolari procedure di purificazione del mosto, imperniate sul passaggio tra strati sovrapposti di saggina del nuovo prodotto. Ed il buon nome del Rossese di Curli, quel Rossese di Curli, rimane tuttora garantito tra i veri intenditori, come attestato da vari articoli presenti sul web.
A Curli, quantomeno in quel lontano periodo, avevano campagne altri abitanti di Soldano, che per accedere ai loro poderi potevano utilizzare solo una faticosa mulattiera in salita.
La famiglia di Ginetto aveva anche gestito a Curli, prima di Emilio Croesi, la campagna di un certo "colonnello" non ben identificato, che aveva dimora nella vicina Suseneo, Frazione del comune di Perinaldo, ma un episodio curioso riconduce ad un loro lavorante ed a un loro mulo molto robusto, in grado di portare molti pesanti sacchi - ciascuno di 130 chili - di uva appena raccolta. Capitava una volta che, non volendo lasciare incustoditi di notte alcuni sacchi, di cui prima del buio ormai incombente non si era potuto caricare l'animale, si incaricassero dell'ultimo sforzo il bracciante e Ginetto: solo che il primo, arrivato in fondo alla discesa, risaliva e faceva in tempo a prendersi cura per una buona metà del tragitto anche del fardello del suo datore di lavoro.
Nei paesi sono questi i generi di narrazione che si tramandano con particolare attenzione. 

Adriano Maini

mercoledì 29 luglio 2026

Storie un po' così

Ventimiglia (IM): Via Dante

Mario rammenta che conobbe Carlo quando abitava in Via Dante a Ventimiglia e che in qualche modo si teneva in contatto con lui anche dopo il suo trasferimento del 1967 a Parma: aiutava anche il fatto dei frequenti ritorni di Carlo in visite nella città di confine. Si delinea così una comunanza di giochi, comuni frequentazioni ed amicizie, di passione per il calcio, sport in cui Mario, che attesta del resto le buone prestazioni a livello giovanile da difensore di Carlo, è stato un buon elemento, noto e stimato in ambito locale.
L'argomento "Via Dante", che qualcuno chiama ancora Via Regina, ritorna spesso per svariati motivi su queste pagine, come per la vecchia scuola media. Per gli anni più vicini al secondo dopoguerra, quelli nei quali abitava là anche lui, ne scrive spesso Gianfranco Raimondo. Dalla sua ampia aneddotica si può isolare un esempio che appartiene alla serie degli "stranomi", citando "Tapapussi", un personaggio del passato che nel resoconto di Gianfranco appare a dire poco un tipo bizzarro, ma di cui sarebbe curioso sapere come sia finito nel novero dei nomignoli elencati da Arturo Viale, molto più attento alle zone di levante di Ventimiglia, in una parte del suo "Punti Cardinali. Da capo Mortola a capo Sant'Ampelio" (Edizioni Zem, 2022): prima o poi l'arcano sarà svelato. 

Ventimiglia (IM): Vico Arene, una delle traverse di Via Dante

Da un po' di tempo non si raccolgono più voci circa gli intendimenti di alcuni ex abitanti di Via Regina e dintorni di procedere alla redazione di un libro imperniato su quello che si può definire un vero e proprio rione: erano state recuperate in proposito diverse fotografie d'epoca, che erano anche circolate in ambiente non poi tanto ristretto, così da suscitare la doverosa attenzione che meritano immagini rievocative soprattutto di angoli alquanto cambiati. 

Ventimiglia (IM): Via Turati

La stessa situazione concerne all'incirca l'ex Bar Irene di Via Turati, sempre a Ventimiglia.
Anche in questo caso conversazioni, trafiletti, messaggi di mailing list, riconducono spesso a quell'esperienza, anche questa sovente qui menzionata.
A voler approfondire il tema, si dovrebbe ricorrere una volta di più alla grande memoria di Gianfranco Raimondo, che ha osservato tutta la vita di quell'esercizio pubblico: se ne potrà sempre fare ricorso, ma intanto, a mo' di celia, occorre aggiungere che Gianfranco non si ricorda della procace cameriera rimasta, invece, nelle reminiscenze di Carlo di Parma.
Sono tanti i fatti singolari legati a quel bar, anche dopo il suo trasferimento dalla prima angusta sede, posta davanti ad un cinema ed alla Camera del Lavoro, ad una nuova, di fronte ma un po' in diagonale, sotto i portici.
Vedere film e frequentare la Cgil rappresentò di sicuro un forte volano di attrazione di clientela, ma altri imponderabili fattori entrarono in campo per garantirne il successo.
Nelle sporadiche rievocazioni si alternano - ad usare un eufemismo - varia umanità, compresi - come qualcuno ha di recente ripetuto - tanti "fricchettoni", e persone impegnate non solo sul terreno politico e sociale, ma anche culturale.
A titolo indicativo sarà d'uopo ricorrere alla figura di Francesco Biamonti. Si è qui già rimarcato che nel suo romanzo d'esordio "L'angelo di Avrigue" - come ha colto con acume Gianfranco Raimondo - viene ampiamente rievocato il Bar Irene con il suo microcosmo sociale: singolare coincidenza tra uno scrittore che, prima di trasfigurarla anche poeticamente, si calava bene nella realtà, ed un locale teatro pure di tanti episodi di colore.
E sarà qui da aggiungere che almeno un lettore, notato quel riferimento letterario al Bar Irene, si è affrettato a rileggere "L'angelo di Avrigue" per rivisitare una temperie che ben aveva vissuto.
Anche per il Bar Irene si è sentito dire di quando in quando che si sarebbe potuto scrivere una storia, sinora, tuttavia, restata al palo.
Ci sono, dunque, ancora diversi capitoli aperti su Via Regina e sul vecchio Bar Irene.
Adriano Maini 

venerdì 17 luglio 2026

Fotografie made in USA

La passeggiata tra Bordighera e Vallecrosia al Mare

Ventenne comunista nei primi anni Cinquanta, il nostro personaggio partecipava con entusiasmo alle gite organizzate dal giovane prete di Camporosso, il quale era figlio del vecchio casellante ferroviario di Nervia: e qui varie vicende si incrociano, ma non è facile darne conto. Restando al primo punto, c'è da aggiungere che aveva conservato con cura diverse fotografie di gruppo fatte da quel religioso, ma non gli fu possibile trovarne una dove apparisse il futuro parroco di altre località della zona, cosa che avrebbe fatto contento un suo interlocutore. 
Il quadro delle conoscenze del nostro personaggio era ben presto destinato ad allargarsi in modo considerevole. Conservò sempre i rapporti con tanti compaesani, in modo particolare con chi con lui aveva sia condiviso - più banalmente - la visita di leva militare, sia - aspetto per lui decisamente più importante - la fede politica.
Un cruccio lo attanagliò sempre: non essere riuscito a convincere i fratelli partigiani Rondelli a rimanere con lui, allora tredicenne, in collina dove avevano girovagato alcuni giorni insieme alla ricerca di frutta ed ortaggi da mettere sotto i denti in quel periodo di grande penuria. Egli sapeva che avevano con sé un fucile che intendevano consegnare al più presto ai garibaldini: discesi a Dolceacqua, nonostante la sua premonizione da adolescente, fu proprio il possesso di quell'arma che sigillò definitivamente la triste sorte dei due ragazzi.
Serbava ammirata memoria di alcuni dirigenti comunisti del passato, in particolare di Libero Alborno, floricoltore come lui ma a Latte di Ventimiglia: Libero Alborno, membro del CLN della città di confine, dove fu anche per diversi anni capogruppo dell'opposizione ed infine anche assessore, dal 1956 alla data della sua prematura morte.
Il nostro personaggio conosceva tutti anche a Latte, ma non era questa la sua zona prediletta di frequentazioni.
La gestione di una campagna prossima a Selvadolce di Bordighera lo mise in contatto anche con notabili locali, di cui in seguito avrebbe saputo nelle sue affabulazioni dipingere sapidi ritratti.
In effetti, era molto appagante sentirlo rievocare aneddoti, vicende umane e situazioni, accaduti negli anni.
Ormai pensionato, impiegava molta parte del suo tempo libero in quasi tutte le stagioni in lunghe passeggiate - anzi, vere e proprie veloci camminate con fermate improvvise a suo insindacabile giudizio per conversare con qualcuno a sua scelta - lungo la strada a mare da Vallecrosia al Mare, all'altezza del Torrione, alla chiesa di Sant'Ampelio di Bordighera e ritorno. Così facendo accrebbe ancora il numero delle sue relazioni sociali; beninteso, sempre in base a sue improvvisazioni. Poteva discutere con giovani e vecchi, con donne e maschi, con abitanti del posto e quelli delle seconde case e così via. Lungo il percorso aveva stabilito un suo privilegiato punto di ristoro in un determinato stabilimento balneare aperto sempre - come tutti, del resto - almeno nella funzione di bar.
Per attingere alla sua memoria quasi prodigiosa occorreva, pertanto, accompagnarlo nelle sue escursioni, ma se ne ricavavano singolari chicche. E c'era chi, più prosaicamente, gli chiedeva consigli utili in campagna, soprattutto per la cura degli ulivi, altro aspetto in cui era ben ferrato.
In ogni caso, riusciva a mettere in contatto tra di loro molte delle sue conoscenze incontrate nelle sue pellegrinazioni, anzi, anche a contribuire indirettamente a creare delle nuove e vere amicizie. 
Guardava ormai con distacco la politica in quanto tale, ma affrontava i temi contemporanei con il cipiglio dell'uomo qualunque, corrucciato e perplesso. E forse per via di questa nuova propensione poteva parlare con un certo entusiasmo di un suo abbastanza recente viaggio fatto negli Stati Uniti d'America, durante il quale aveva scattato centinaia di fotografie - molte delle quali improntate ad un certo realismo sociale, si presume, invero, casuale - fotografie che mostrava - sempre scegliendo accuratamente gli interlocutori - con un discreto orgoglio sulla fotocamera compatta che di tanto in tanto si portava dietro.
Glissava quando gli si chiedeva di Luciano, il torinese dalla inconfondibile cantilena, e di Alberto, Alberto il sardo di Ventimiglia, entrambi molto presenti, invece a Latte nelle compagnie del posto. Uno dei due o tutti e due insieme lo avevano convinto a metà anni Ottanta a mettere a disposizione per un pranzo collettivo del Primo Maggio di un bel numero di invitati la sua dimora di campagna vicina ad un torrente di Val Nervia. La magione era capiente, nel camino scoppiettavano vari ceppi, il tavolo di ottimo legno lucidato accoglieva tutti: i cuochi ed i principali fornitori - bontà loro - erano i birboni, architetti dell'improvvisata. Parafrasando poi la canzone d'anteguerra, "la verdura era nell'orto", ma a quel punto era un di più. Trascurando di citare alcune significative presenze, si deve concludere che fu una giornata soddisfacente per tutti, in primo luogo per il padrone di casa, all'epoca ancora più aperto a socializzare che in seguito. 
Ci fu una replica di questo particolare convivio del Primo Maggio solo l'anno dopo, perché poi si perse, per motivi dimenticati, quella che sulla carta poteva aspirare a diventare una consolidata tradizione.
Rimane il dubbio che il nostro personaggio avesse avuto qualche sentore delle garbate prese in giro che alle spalle in quel di Latte gli riservavano Luciano ed Alberto, in particolare il primo, in proposito dei giudizi ingenui che una volta ad una cena espresse circa l'ex marito della sua nuova compagna.

Adriano Maini

domenica 12 luglio 2026

Rileggendo vecchi post...

Ventimiglia (IM): il Municipio

L'intenzione di rievocare qui l'esperienza di "Radio Squadra" a Ventimiglia nel marzo 1959, una trasmissione che coinvolse decine di scolari delle elementari, prese le mosse anni fa dalla lettura occasionale del testo della canzone in dialetto di Ventimiglia "Legenda ventemigliusa" (Leggenda ventimigliese), pubblicato con traduzione a fianco da una signora della città di confine su di un blog non ligure, che intende tuttora valorizzare la cultura popolare italiana. Lo spunto per addentrarsi in quella particolare "Radio Squadra" derivava dal vago ricordo di quella melodia intonata in coro nell'occasione dai bambini partecipanti. Ci volle del tempo per definire meglio su queste colonne quell'evento, che non si è mai prestato a particolari rievocazioni da parte di altre pubblicazioni locali.
Ha evitato in proposito il rischio di fare pensare a qualche parto della fantasia la abbastanza recente pubblicazione su Facebook da parte di terze persone di qualche loro fotografia, soprattutto una che ha immortalato davanti al Municipio tutto il gruppo coinvolto, compresi maestre e maestri che avevano accompagnato gli scolari dai rispettivi plessi.

Il passaggio del Rex davanti alla Riviera dei Fiori è tema che affiora tuttora di tanto in tanto. Qualche abitante fortunato del posto vi era anche salito a bordo come passeggero. Un pregresso racconto di memorie in proposito di ragazzini, i quali assistettero entusiasti a diversi passaggi di quel transatlantico davanti alla costa della Riviera dei Fiori, aveva suscitato il commento di chi era ancora in contatto con il nipote del comandante di quella superba nave in occasione delle prime traversate. Ed il dono da parte di Alfredo Moreschi di una fotografia del Rex fatta da suo padre Gianni.

Fonte: Archivio Moreschi

Moreschi ha consentito, poi, di far rivivere, con immagini inedite per gli stessi organizzatori, i momenti salienti di un'importante manifestazione sindacale avvenuta a Ventimiglia il 19 novembre 1969. Questo grazie al fatto che Moreschi ed altri amici erano in quel periodo impegnati a livello amatoriale in una sorta di ricerca sul campo di carattere neorealista.

Alfredo Moreschi ha, altresì, permesso di documentare la presenza a Sanremo in più occasioni di Ferenc Puskàs, il grande asso ungherese del calcio. E della partita Sanremese-Honved (4-7) del 2 gennaio 1957, un'amichevole giocata nella città dei fiori, alla quale, però, Puskàs fece da spettatore: era il periodo in cui i giocatori, soprattutto, della squadra magiara, non rientrati in patria dopo i tragici fatti del novenbre 1956, stavano ancora meditando sul loro avvenire (qualcuno ritornò poi a casa) o, se avevano già fatto la scelta di militare in un club spagnolo, come era per Puskàs, dovevano attendere lo scioglimento di taluni nodi burocratici. Anche se tuttora non se ne scrive nei libri dedicati a Bordighera, nei quali magari si indugia su altri fatti di carattere privato là vissuti da Puskàs, si può sottolineare che altre persone attestano di quando Puskàs si allenava con i ragazzi della "Giovane Bordighera".


Non tutti i lettori hanno apprezzato i fumetti degli anni '50. Chi perché leggeva e conosceva solo giornalini quali il "Corriere dei Piccoli", chi per deliberata scelta personale. In ogni caso, per quelle strisce si è trattato di un singolare fatto di costume.

Su Collasgarba, collina di levante di Ventimiglia (e in parte di Camporosso) e la sua storia più recente in pratica si raccolgono, purtroppo, solo dei pettegolezzi.

Rileggendo, appunto, vecchi post...

Adriano Maini