lunedì 18 febbraio 2019

Peynet a Bordighera e dintorni

Un vignetta di Peynet, in concorso per una ormai lontana edizione del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (IM) - Fonte: saloneumorismo.com
Per l'ultimo San Valentino, pochi giorni fa, una libreria di Bordighera (IM), dove abito, ha esposto in vetrina una vignetta molto grande di Peynet, incorniciata con eleganza, quasi un quadro, ma forse si tratta davvero di un dipinto. In ogni caso non sono entrato per osservare da vicino e sincerarmene.

Un vignetta di Peynet, in concorso per una ormai lontana edizione del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (IM) - Fonte: saloneumorismo.com
Mi è tornata in mente la prima volta che ho visto dal vero un disegno originale del creatore dei famosi fidanzatini. 

Un vignetta di Peynet, in concorso per una ormai lontana edizione del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (IM) - Fonte: saloneumorismo.com
Mi era capitato in un pubblico esercizio del centro della città delle palme, dove spesso lo zio materno, in quegli anni 1966 e 1967, dopo essere stati a vedere un film, mi portava, quasi sempre a fare una seconda cena di mezzanotte a base di succulente cozze, di sicuro ad ascoltare la conversazione di una sorta di gioventù dorata dell'epoca, ma in effetti composta da persone serie e simpatiche. 

Un vignetta di Peynet, in concorso per una ormai lontana edizione del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (IM) - Fonte: saloneumorismo.com
Non ho più visto in quel locale quell'oggetto delle mie intenzioni. Forse la famiglia dei titolari ha preferito tenerselo in casa.

Fonte: Sito del Comune di Bordighera
In effetti Peynet - ma questo lo sapevo, soprattutto dalla lettura dei giornali - era assiduo del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera. Vinse, in effetti, la Palma d'Oro del 1952. Che per un motivo o per un altro neanche da ragazzo sono mai riuscito a visitare. Anche se in quei tempi ero particolarmente entusiasta proprio di Peynet. Solo un giro veloce una volta, da adulto, ma il discorso porterebbe troppo lontano...

Un vignetta di Peynet, in concorso per una ormai lontana edizione del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (IM) - Fonte: saloneumorismo.com
Anni dopo nella cantina di un conoscente a Dolceacqua (IM), in Val Nervia, potei ammirare, con mio grande stupore, un altro disegno di questo artista, in tal caso magistralmente realizzato sulla semplice intonacatura in calce di una parete del locale in cui mi trovavo! Il mio anfitrione mi disse che Peynet aveva ben apprezzato il suo vino, tipico della zona, il buon "Rossese di Dolceacqua", per l'appunto, un'eccellenza, che allora non aveva ancora ricevuto le attuali denominazioni di qualità.

Un vignetta di Peynet, in concorso per una ormai lontana edizione del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (IM) - Fonte: saloneumorismo.com
Trovo una volta di più molto simpatico Peynet!



lunedì 11 febbraio 2019

Spiccioli di Monaco


Quando a cavallo degli anni '60 si andava a casa del cugino della nonna a Cap d'Ail si arrivava in treno da Ventimiglia a Montecarlo nella vecchia stazione. Così facemmo anche quella volta che vedemmo giocare Kopa.

La zia con alcune colleghe e la titolare di "Bettina"
Lavorava nel maglificio di "Bettina", signora già vedova, se rammento bene, di un Agha Kan, la zia più giovane. Fu per me una grande festa potermi recare un pomeriggio nel Principato da solo, sempre in treno, munito di una carta di identità che attestava gli appena compiuti miei quattordici anni, limite per gli spostamenti autonomi all'estero. Fatto un breve giro d'attesa, con la zia ed una sua collega, prima di rimpatriare, ebbi la gradita sorpresa di potermi deliziare con pasticcini alla panna, di cui al tempo ero ben goloso!

Poco tempo dopo in gita scolastica feci la mia prima visita al Museo Oceanografico, che, quando tornai per pochi anni ad abitare a Ventimiglia, in certe giornate limpide mi sembrava, abbarbicato com'é sul piccolo promontorio, di toccare con mano dal terrazzo e dove mi recai più volte con i miei figli.


Rivedo ora la zia che ci aspettava, noi (con me nonna, mamma, sorellina) di ritorno da Genova dall'altra zia per la comunione del cuginetto, in stazione a Bordighera e che, nello stato d'animo che si può ben immaginare, ci annunciava di avere poche ore prima assistito da vicino come spettatrice alla tragica fine di Lorenzo Bandini in quel Gran Premio automobilistico dell'infausto (anche per noi!) 1967.


Almeno una volta, diretto a Nizza (altro discorso!), incuriosito dal rumore dei motori, sbucato dall'autostrada, che all'epoca terminava da quelle parti, mi sono fermato in La Turbie nella soprastante Grande Corniche per sbirciare qualche minuto di prove di un'altra edizione di quel cimento.



Sì, alla sera tra gli anni '70 e quelli '80 talora andavamo in auto a Montecarlo per fare subito dietro-front, noi giovani progressisti, solo per provare a sentirci in ambiente socialmente "ostile".

Nel 1984 per le elezioni europee sono sceso e risalito da un'altra stazione ferroviaria ancora, non quella attuale, per fare propaganda con una giovane donna, emigrante in Belgio, candidata, tra i tanti frontalieri della zona che rientravano dal lavoro: ci sono persone che mi ricordano ancora attivo in quel frangente!


Con i figli sono stato spesso, con grande gioia per il loro genuino divertimento, in periodo natalizio al grandioso Luna Park posizionato davanti al vecchio porto.

Mi soddisfa nel ricordo avere visto alcuni scioperi, questi sì compiuti in ambiente decisamente ostico, dell'Union des Syndicats de Monaco, diretta dall'indimenticabile Charles Soccal.

Non ritrovo, invece, fotografie di alcune mie presenze per motivi professionali ad un Salone Agro-alimentare di Fontvieille.



Da più di un decennio, invero, non metto più piede nel Principato, tanto meno alla Rocca...



mercoledì 6 febbraio 2019

Gli odori



Qualche anno fa, una volta letto l’articolo molto bello, che riporto qui di seguito, non avevo resistito, visto che sono di quella zona, alla tentazione di dire, su un mio blog che a quel tempo non era solo di fotografie come adesso, la mia. Ed oggi mi appresto a riprodurre sia quei bei pensieri che le mie considerazioni di allora. Ancora un aspetto: la località qui richiamata é, con certi suoi dintorni, Bevera, frazione di Ventimiglia (IM), nell’estremo ponente di Liguria.
 
Era così, mezzo secolo fa, la campagna intorno a casa, con la linea ferroviaria dismessa, che prima della guerra collegava la riviera con la Val Roja e Cuneo, dove ho vissuto i primi anni della mia infanzia. Era il nostro territorio di gioco, quando non esistevano la televisione, i videogiochi, i monopattini e avevamo a disposizione quei lunghi pomeriggi estivi, assolati cieli alti e striduli dal frinire assordante delle cicale che vegliavano su di noi appollaiate sui rami dei ciliegi.
Oltre alle cicale non si sentiva altro, forse ogni tanto il latrato di un cane. Né aerei, né automobili, né motopompe, né motozappe. Il lavoro in campagna si svolgeva a mano e in silenzio. La terra si arava e dissodava col magaglio, l’erba falciata con la “serra” a schiena curva, lavoro da donne, il verderame alle viti veniva irrorato con una pompa di stagno, fissata sulle spalle e azionata dalla mano dell’uomo. Anche la gente allora era più silenziosa. Poche chiacchiere e a bassa voce. Strano come nella mia infanzia non abbia mai udito urlare nessuno. Anche i gesti erano misurati, dalla stanchezza che non concedeva sprechi.
Per noi bambini c’era la terra, l’acqua, il cielo, le piante, gli animali selvatici, gli odori e la ferrovia abbandonata, col cancello che chiudeva il passaggio a livello ancora cigolante sui cardini che spingevano con tutta la forza delle nostre braccia per poi saltarci sopra appena presa la rincorsa.
Gli odori. Lungo la massicciata cresceva rigogliosa una pianta infestante dal fusto poco più grande di un pollice con le foglie lanceolate, non ricordo il suo nome, ma l’ho sempre visto prosperare sui bordi delle ferrovie. Ne spezzavamo i rami più teneri per costruirci la capanna, il nostro rifugio segreto, imbrattandoci le mani del lattice bianco e appiccicoso che sgorgava dalle ferite della pianta e ci impregnava di un odore forte e nauseante che non ho mai dimenticato.
Oggi la ferrovia è stata ripristinata, ma la casa e la campagna non ci sono più.

Una ligure

Mi ha colpito il testo in questione, perché nel luogo descritto passavo talora anch’io all’epoca: tutto corrisponde! Aggiungo il fascino per me bambino dei segnali ferroviari (antiquati) abbandonati, le spiegazioni di mio padre su alberi (“L’acacia é pericolosa! Tua bisnonna per la puntura di una spina d’acacia nel piede ha dovuto subire l’amputazione dell’arto!”) e su piante, le discese al fiume per bere in foglie verdi e fresche l’acqua sgorgante da polle litoranee. Qualche anno più tardi si andava da quelle parti a tirare quattro calci al pallone: la zona era ancora perfettamente fascinosa e si andava e tornava rasente il corso del Roia per sentirci in piena natura.

Il bel racconto allegato mi restituisce intatta la meraviglia che quei siti in me suscitavano ancor prima della gentile autrice. Solo non ricordo come facesse mio padre a portare sulla canna di una bici da bersagliere me e mio fratello (sì che eravamo piccolini!) sino a bere dalle allora pulitissime acque del Roia!

Nella foto qui pubblicata appaio nell’aprile del 1955 a Bevera, per lappunto,in occasione di una delle nostre gite in bicicletta, qui citate. In lontananza, un segnale - indistinto, certo! - dell’allora in disuso, non ancora ripristinata dalle rovine della seconda guerra mondiale, linea ferroviaria Ventimiglia-Breil-Tenda-Cuneo.


domenica 3 febbraio 2019

E la civetta volò via

 
Non ho trovato nelle foto dei campanili del blogger*** quella del mio adorato campanile triangolare.
La mancanza del quarto lato (il quale normalmente è la regola, ma non sempre) secondo la malizia di miei amici milanesi é dovuta alla proverbiale tirchieria ligure.
Spero che lui, il povero campanile orfano di croce e banderuola, con le campane che un legno mangiato dai tarli non è più riuscito a sostenere e che ora giacciono abbandonate, non si senta ancora più triste.
Abbandonato alla sua solitudine anche da una civetta che era ospite fino a qualche anno fa.
 
Questo é un significativo pensiero di Gridellino, di cui invito a leggere qui, a cominciare da questo post, altre liriche considerazioni.
E di riflessioni ne vengono tante a me, trascinato dal flusso di ricordi relativi a siti circostanti e a quella strada provinciale, tante volte frequentata, di Val Nervia, che rasenta in quel punto l'Oratorio dei Bianchi di Camporosso (IM), qui sopra raffigurato.
Ci tornerò sopra, magari, altre volte, per non collidere con l'efficace immagine realizzata da Gridellino.


lunedì 28 gennaio 2019

La “Mamma dei Legionari”!

Aubagne  - Fonte: Wikipedia
A raccontare questa cosa mi sono deciso (finalmente!) a saltare i preamboli. In altre occasioni non l’ho fatto. Mi limito a dire che quella volta, nel 1983, ad Aubagne, vicina a Marsiglia, ero stato per una riunione con emigrati italiani del posto e che il Sindaco e gli assessori mi avevano regalato la “bambolina” di cui cercherò di parlare in una prossima occasione.

Senonché, finito il mio vero e programmato impegno, mi ritrovai a bere una volta (come si suol dire) nel bar della “Mamma dei Legionari”!

Sì, la cosa non mi parve, e non mi pare tuttora, solo pittoresca, come me la descrivevano i miei amici di quella sera. Cercherò di rendere al meglio il concatenarsi di fattori, ma non é facile: descrivere non é come trovarsi dal vivo in quelle scene una dietro l’altra.

Intanto, non sapevo che a Aubagne ci fosse la Legione Straniera. Mi sembra che anche oggi ci sia la sede del comando generale, dove avvengono gli arruolamenti; e non farò deviazioni dal racconto principale riferendo nei dettagli come, ironia del caso, poco tempo dopo qualche giovane di mia conoscenza (non metto aggettivi di sorta!) si arruolasse tra quei mercenari. Il vero fatto perturbante per me era trovarmi vicino ad uno dei simboli più spietati delle repressioni coloniali: sì, il film “Beau Geste” con Gary Cooper da ragazzino mi era anche piaciuto, ma la storia documenta una realtà diversa di soprusi e di crudeltà.

A seguire mi si accennò quella sera ad una matrona, che mi limiterò a definire di forme e fattezze esuberanti e di non tenera età. Si trattava della padrona dell’esercizio, che si era meritata l'appellativo di mamma dei legionari, perché il suo locale era il ritrovo preferito da quei presunti militari, che in lei trovavano attenzione, calore umano e parole di conforto.

Non c’era molta gente, a parte noi tre, forse perché, essendo già un po’ tardi, la ritirata in caserma era già suonata; forse per questo motivo i miei accompagnatori non trovarono di meglio che invitare tanto personaggio al nostro tavolo, come se fosse un rituale folcloristico cui io dovessi assistere per forza. E la signora venne e mi pare dicesse le solite parole di circostanza sull’Italia e quanti italiani erano stati ed erano nella Legione e così via.

Poi ebbe come un lampo, si allontanò un attimo, sempre accompagnata dai sorrisi sardonici (che non l’avevano mai abbandonata!) dei miei anfitrioni, per tornarsene trionfante per esibire soprattutto a me (i miei amici lì, é chiaro, se non erano di casa, poco ci mancava: se per “spiare” o per divertirsi invero amaramente guardando le miserie del mondo, non lo so!) una copia di una rivista popolare italiana che l’aveva “immortalata” con almeno tre pagine, corredate di varie fotografie, in quanto consolatrice di quei... poveri giovani abbandonati che sono i legionari: la “Mamma dei Legionari”, insomma!


domenica 27 gennaio 2019

Sometimes I wonder why I spend

La Villa Le Petit Rocher
Fonte: Wikimedia Commons
Il 13 settembre 2010 si svolsero a Bordighera (IM) i funerali del partigiano Renzo Biancheri (Rensu u Longu), che aveva fatto parte durante la Resistenza dei “Partigiani del Mare” o “Gruppo Sbarchi Vallecrosia”. Giuseppe “Mac” Fiorucci aveva nell’occasione mandato ad una mailing-list locale una testimonianza della persona defunta, raccolta per una pubblicazione che all’epoca non conoscevo ancora, benché fossi stato in precedenza messo al corrente della sua preparazione.

Come feci allora con l’approvazione dell’estensore della raccolta, riporto qui di seguito (ma adesso in forma parziale) il testo richiamato.
La mia storia nella Resistenza è legata a filo doppio con Renzo Rossi.
Nell’agosto del  1944 mi aggregai al gruppo partigiano di Girò [Pietro Gerolamo Marcenaro, “Gireu”], che operava nella zona di Negi [Frazione di Perinaldo (IM)], dove godevamo anche dell’appoggio di Umberto Sequi a Vallebona e di Giuseppe Bisso a Seborga; tutti e due membri del CLN di Bordighera. Negi era il punto di contatto tra le varie formazioni partigiane che operavano nella zona: Cekoff [Mario Alborno di Bordighera (IM)], Gino Napolitano ecc. 
Facevo da staffetta tra Negi e Vallebona.

In settembre insieme a Renzo Rossi partecipai all’incontro con Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo, in quel momento comandante della V^ Brigata , da dicembre 1944 comandante della II^ Divisione Garibaldi “Felice Cascione”]. Ci accompagnò Confino, maresciallo dei Carabinieri che aveva aderito alla Resistenza. Vittò investì formalmente Renzo Rossi del compito di organizzare, per la nostra zona, il SIM (Servizio Informazioni Militare) e i SAP (Squadre d’Assalto Partigiane), e io fui nominato suo agente e collaboratore.

In novembre mi aggregai al battaglione di Gino Napolitano a Vignai, ma dopo alcune operazioni di collegamento tra Vallebona e il comando di Vignai, il comando mi richiamò ad operare nel Gruppo Sbarchi.

Nell’estate, i servizi segreti americani avevano inviato sulla costa una rete di informatori, capeggiati da Gino Punzi. Dovendosi recare in Francia, per passare le linee, Gino si avvalse della collaborazione di un passeur, che però era passato dalla parte dei tedeschi e durante il viaggio lo uccise. Il comandante tedesco si infuriò perché avrebbe voluto catturare vivo il Gino. Sul suo cadavere furono rinvenuti dei documenti, dai quali i tedeschi vennero a conoscenza che sarebbero stati inviati altri agenti e telegrafisti alleati.

I tedeschi predisposero una trappola e quando arrivò il telegrafista “Eros” lo catturarono ferendolo. Si avvalsero di lui per trasmettere falsi messaggi al comando alleato di Nizza.

Con questi falsi messaggi fu richiesto l’invio di un’altra missione: la missione “Leo”…

Oggi posso, dunque, sottolineare al meglio che si tratta del racconto di Renzo Biancheri (Rensu u Longu), raccolto da Giuseppe “Mac” Fiorucci per il suo “Gruppo Sbarchi Vallecrosia” < ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Comune di Vallecrosia (IM), Provincia di Imperia, Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM) >.
Alla mia richiesta di autorizzazione a pubblicare sul mio blog l’emozionante scritto di cui sopra, Fiorucci rispose mandandomi un altro “articolo”.
Questo, di Renato Dorgia, “Plancia”, sempre per “Gruppo Sbarchi Vallecrosia”:
La base alleata in Francia era a Saint Jean Cap Ferrat, nella baia di Villafranca, nella Villa Le Petit Rocher [ma la Villa risulta in effetti nel comune di Beaulieu-sur-Mer]. Da Vallecrosia si partiva, naturalmente di notte, e si raggiungeva il porto di Montecarlo, facilmente individuabile perché l’unico illuminato. All’ingresso del porto, una vedetta intimava l’alt e accompagnava il natante all’approdo sotto stretta sorveglianza. Qui l’equipaggio forniva alle sentinelle alleate del porto di Monaco solo un numero di telefono o di codice e il nome dell’ufficiale dell’Intelligence Service. In meno di un’ora erano presi in consegna dai servizi segreti alleati.

Anche io fui condotto a Montecarlo, con Renzo Rossi, Girò e Renzo Biancheri, già allora sordo come una campana. Per me era la prima volta, mentre per gli altri si trattava dell’ennesima traversata.

Fummo accolti dal capitano Lamb, che ci condusse a Le Petit Rocher. Ci diede qualche istruzione, tra le quali ricordo che, alla mia richiesta di una qualche sorta di documento, ci disse che a eventuali controlli dovevamo solo rispondere che eravamo maltesi e di riferire il suo nome, Cap. Lamb con il numero di riconoscimento.

Mettendo mano al portafoglio, Lamb cominciò a distribuire una banconota da 500 franchi. La sua intenzione era di consegnarne una per ognuno di noi, ma Renzo Rossi, intascata la prima banconota ringraziò dicendo che 500 franchi bastavano per tutti.

Il capitano, sorpreso, ci fissò negli occhi uno per uno e domandò:

“Ma voi siete proprio Italiani?”.

Scoppiò poi a ridere, ma, per un attimo, vidi nel suo sguardo il sospetto che fossimo sabotatori. Renzo Biancheri chiese di poter usare il telefono, compose il numero e ottenuta la comunicazione tra lo stupore generale iniziò a cantare Polvere di Stelle [Stardust].

Renzo era sordo e come tutti i duri d’orecchio cantava bene.

Sussurrava la melodia d’amore di “Polvere di Stelle”, alle orecchie di una interlocutrice, evidentemente conosciuta in qualche precedente missione e con la quale di certo non scambiava lunghe conversazioni:

Sometimes I wonder why I spend
The lonely night dreaming of a song

In seguito, forse memore del fatto che nei nostri pregressi incontri gli parlavo dell’opportunità di pubblicare sul Web i suoi materiali di ricerca, Fiorucci mi inviò, a mia piena disposizione, documenti e scritti, sia pubblicati (ma, ripeto, allora, per mia disattenzione, non lo sapevo ancora) su “Gruppo Sbarchi Vallecrosia”, sia, per come mi risulta, inediti.

Per il momento aggiungo solo che in quel settembre 2010 una nipote di Renzo Biancheri mi ringraziò via email per il mio pensiero, che la citazione della morte di [il capitano] Gino Punzi ha suscitato in seguito molta interessante corrispondenza, che, purtroppo, il 19 marzo 2012 Fiorucci ci ha lasciati.

Vedrò più avanti di approfondire alcuni di questi temi.