giovedì 16 aprile 2026

Petardi da nebbia ed altre storie


Capitava ancora a metà anni Sessanta che i figli di ferrovieri del personale viaggiante con base nella stazione di Ventimiglia potessero guardare con un certo stupore curiosi oggetti, mostrati loro dai padri, simili a grosse scatole di lucido da scarpe, senza etichette, ma con l'aggiunta ai lati di voluminose - in proporzione - linguette: si trattava dei cosiddetti petardi da nebbia, necessari, quando applicati, per fare intendere con i loro scoppi ai macchinisti di quelli in arrivo, in genere dietro, che non molto visibile, data la foschia, c'era un treno fermo sui binari.
Va subito svelato l'arcano per cui ne fossero dotati per ragioni di servizio quei capitreno e quei conduttori: la risposta è che sino a quel periodo quei lavoratori erano spesso impegnati anche sino a Milano, - passati gli Appennini la bruma era un fattore normale -, in genere sui rapidi - gli antesignani degli odierni Intercity - ma ancor più sui convogli merci, rispetto ai quali si è tramandato - per fermate impreviste in una qualche tratta scoperta in mezzo alla caligine - l'uso specifico di quegli ordigni in scala ridotta.
Succede ora che diversi blog trattino l'argomento anche con dovizia di fotografie, sottolineando, da un lato, che quegli utensili erano nell'equipaggiamento dei casellanti e di altri addetti stanziali per essere collocati in opera quando non visibili per le richiamate circostanze atmosferiche gli appositi segnali, quindi non cogliendo in pieno che i treni per varie cause potevano fermarsi, come tuttora possono, anche lontano da punti attrezzati, e, dall'altro, che in ferrovia con nuovo regolamento e con nuova strumentazione di avvisi si smise di ricorrere ai petardi da nebbia, già "mezzo di segnalamento a mano", intorno al 1995.
Il vecchio sistema riguardava anche la neve e "altra perturbazione atmosferica che riduca la visibilità dei segnali" e sarebbe noioso entrare nei dettagli della sua operatività, cioé dei collocamenti in opera, ma rimane il fatto che, se prorogato, forse qualche successivo incidente, di cui si è letto sui giornali, si sarebbe potuto evitare. 

Uno scorcio di Roverino, Frazione del comune di Ventimiglia (IM)

Luca Giovannetti è ritornato nei giorni scorsi sugli esordi del web in provincia di Imperia, non solo rievocando la ditta di cui era socio con sede prima a Ventimiglia e poi a Sanremo, ma soprattutto sottolineando le sfide economiche affrontate e vinte, tra le quali le spese telefoniche per le quali risultarono avvantaggiate altre grosse imprese. Gli faceva eco Angelo Pallanca rammentando altri pionieri di quelle esperienze. In ogni caso, tornava in ballo la solita fotografia dello stand di quegli avventurosi ad un'esposizione commerciale a Roverino di Ventimiglia. 


"54" del collettivo Wu Ming riporta tante notizie e tante curiosità d'epoca, anche relative alla Costa Azzurra, come per la rievocazione di retroscena della realizzazione del noto film "Caccia al ladro" (di Alfred Hitchcock, con attori protagonisti Cary Grant e Grace Kelly), ma è soprattutto un plastico afflato storico. Quasi come in "Asce di guerra", in cui i Wu Ming l'anima ce l'hanno messa sul serio: l'avevano già fatto in "Q", quando questo bravo gruppo si chiamava Luther Blisset. Poi, chissà, in altri libri per manifestare la loro ansia di protesta sociale si sono un po' troppo limitati al "nozionismo" o così sembra. 

Una formazione del "Grande Torino"

Sul calcio d'antan: Nordhal che buttava fuori la palla, che era già praticamente in rete, perché si accorgeva che il difensore che lo voleva falciare si era fatto male, per cui lo volle soccorrere; mitici calciatori degli anni '20 e '30 (non c'erano le sostituzioni) che continuavano a giocare con la testa fasciata; l'epopea del Grande Torino; la Grande Ungheria; la disponibilità - già accennata in questo blog - ai più larghi contatti sociali di Kopa, Fontaine e Puskás. 

Bordighera (IM): un vicolo in Arziglia

Il partigiano Martino Blancardi (Martinetto) chiedeva in prestito, ma di fatto, spalleggiato dalla madre della ragazza, sequestrava la bicicletta ad una amica ventenne di Arziglia di Bordighera perché serviva a Salvatore Marchesi, fratello del grande latinista Concetto Marchesi, che era dedito a tenere i contatti tra il CLN di Sanremo e i patrioti di Bordighera e di Vallecrosia: il mezzo non rientrò più alla proprietaria, ma vi è da pensare che fosse stato ben presto sequestrato dai tedeschi.

Adriano Maini

sabato 11 aprile 2026

C'era una volta la scuola comunista di Frattocchie

Istituto di studi comunisti, Frattocchie (1960): i nuovi edifici. Cartolina. Fonte: Andrea Pozzetta, Op. cit. infra

Scriveva - nel quadro di più ampie e spesse considerazioni politiche e sociali - nei giorni scorsi su Facebook un pensionato di Sarzana, il quale ha visssuto importanti esperienze professionali, che la sua pregressa esperienza - di tutta evidenza di fine anni Sessanta - di militanza nella Federazione giovanile comunista fu "coronata da un ciclo di formazione politica alla scuola di partito di Frattocchie a Roma con docenti del calibro di Antonio Pesenti, Luciano Gruppi ed Emilio Sereni".
Sottolineava il sanremese Rodolfo Amadeo nel suo "Dalla Pigna di Sanremo al mondo dei lavoratori", edito qualche anno fa, che "nel 1971 vado alle Frattocchie a Roma [ad un ciclo di lezioni successivo a quello menzionato qui più avanti]. La scuola di partito è stata dura nonostante l'impegno. C'è stato un momento in cui nemmeno dormivo per stare dietro a tutto quello che spiegavano nei corsi e a quello che cercavo di studiare e leggere in più. A me la scuola è servita molto politicamente". A quella data il quasi quarantenne Amadeo da operaio emigrato in Svizzera aveva maturato anche notevole pratica di lotte sindacali per forza di cose più difficili che in Italia ed era consigliere comunale nella città dei fiori. Rispetto al suo denso curriculum si deve ancora rimarcare a titolo indicativo che fu funzionario del Partito Comunista Italiano in Germania, in provincia di Imperia (alla fine degli anni Settanta), in Canadà, in Francia ed in Belgio; e che da pensionato tra le diverse azioni intraprese collaborò con l'Associazione Ballon Rouge di Aubagne.
Dalla robusta tesi di dottorato - oltrettutto ricca di un nutrito apparato fotografico - di Andrea Pozzetta, "«Tutto il partito è una scuola». Le scuole di partito del Pci e la formazione dei quadri (1945-1981)" (Università degli Studi di Pavia, Anno accademico 2015-2016), si evince che in quel periodo Frattocchie, dopo la chiusura di quello di Bologna, era l'unico Istituto di Studi Comunisti; che il direttore era Giuseppe Dama di Verona, ex partigiano, affiancato dall'insegnante Aida Tiso, anch’essa veneta, anch'essa ex partigiana, autrice di diversi libri sulla questione femminile; che altri docenti furono, ad esempio, Lucio Villari, Paolo Alatri, Paolo Spriano, Franco Ferri, Filippo Frassati, Edoardo Perna, Sergio Flamini, Aniello Coppola, Franco Calamandrei; e che dall'estate del 1972 divennero operative altre tre scuole, per prima Faggeto Lario, sul lago di Como, nella quale fecero esperienze alcuni imperiesi.
Capitava - così come ad altri allievi prima e dopo - ai partecipanti al primo corso lungo di Frattocchie del 1971, su cui talora si sono già fatti stringati accenni di prospettiva di costume su questo blog, di partecipare a quelle che per comodità si possono definire attività integrative didattiche compiute in esterno. Tra queste si può annoverare una serie di conferenze di dirigenti comunisti, tenute in una sala pubblica del centro di Roma. In un'occasione si vide, poco prima dell'inizio dei lavori, proprio all'ingresso, Pietro Ingrao conversare amabilmente con un funzionario di partito di Modena, un po' più anziano dei suoi compagni di studi, con il quale aveva condotto qualche anno prima una campagna elettorale in Sicilia. Una situazione pressoché analoga occorse a Giorgio Amendola che, prima di recarsi al palco, salutava tutti gli astanti con il suo tipico tono di voce molto simile ad un borbottio. Essendo, poi, l'età media quella di ragazze e di ragazzi, tutti gli spettatori dei due casi sentirono di avere, se non imparato qualcosa, quantomeno visto passare un po' di storia.
Si possono mutuare dal documento di Andrea Pozzetta ancora queste frasi: "Ben presto la scuola centrale viene trasferita [alla fine degli anni Quaranta] in una sede più consona a un istituto di tipo residenziale. Il partito, infatti, ha appositamente acquistato un elegante villino, villa Grismayer, immerso in un’ampia tenuta sui Colli Albani, a venti chilometri dalla capitale. È qui, a Frattocchie, in località Due Santi, una frazione del comune di Marino disposta lungo la via Appia Nuova, che il Pci decide di stabilire il suo centro superiore di istruzione: una scelta che appare fin da subito curiosa, se si considera che la villa si ritrova pressoché attorniata da conventi, seminari, istituti cattolici; proprio alla sommità del colle su cui sorge la scuola hanno sede alcune delle ville papali di Castel Gandolfo". Quando la "tenuta" (il cui assetto iniziale di parco e villa storica era stato implementato non fosse altro della palazzina delle aule, dei dormitori, della cucina, della lavanderia e degli spazi di ricreazione), tuttavia, venne messa in vendita dal partito erede del PCI, articoli di giornale misero in evidenza che quella proprietà era stata, invece, donata da un ricco svizzero. E questo per la cronaca.

Istituto di studi comunisti, Frattocchie (1969): la vecchia villa. Cartolina. Fonte: Andrea Pozzetta, Op. cit. 

Del resto la materia concernente l'Istituto di formazione centrale del Partito Comunista (chiuso nel 1993) è molto vasta, sul piano della serietà, ma anche su quello delle cose curiose. Sembra ad esempio di ricordare per trasmissione orale che - sensazione da lui non ripresa nel suo libro - anche Amadeo avesse avvertito in quel nobile edificio un'atmosfera non tanto da collegio militare, quanto da convitto religioso. 
La tentazione è di continuare sporadicamente su questo argomento seguendo quest'ultimo taglio.

Adriano Maini

martedì 7 aprile 2026

Passata anche Pasquetta...



Alla fine non si resiste alla tentazione di scrivere qualcosa su Domenica delle Palme e su picnic di Pasquetta. Nonostante il fatto che siano argomenti alquanto abusati. E nonostante il fatto che in merito ci siano un po' in tutte le famiglie discreti numeri di fotografie d'epoca.
 

Fonte: Arturo Viale

La pubblicazione da parte di Arturo Viale di un'immagine del 1910 che ritrae i nonni paterni insieme ad altre tre signore o signorine mentre esibiscono i tradizionali "parmureli" o similari simboli della ben nota ricorrenza ha bloccato per giorni la detta velleità. Ma pensare ad una giovane di Via Lagazzi di Bordighera - la nonna di Arturo, Caterina Gaggero, futura autrice dell'importante "Diario di guerra 1943-1945" che andava - o era già andata - sposa a Ventimiglia del nonno Arturo Viale - sì, omonimo del nipote - per poi abitare per decenni in zona Ville, ha destato più di una ricerca.
 


Ed almeno un esito di discreto rilievo lo ha prodotto: la fotografia di una bambina di tre-quattro anni, il cui padre era internato militare della Germania nazista in un lager in Polonia, in Via Febo a Bordighera con in mano il suo bravo "parmurelo" sul finire della seconda guerra mondiale, testimonianza dell'ostinato desiderio di andare avanti dei suoi familiari.
Viene da scherzare sulle ricorrenti polemiche tra Sanremo e Bordighera sull'invio dei "parmureli" in Vaticano, un'usanza che discende dal privilegio - quello di inviare oltre Tevere i vegetali occorrenti per celebrare la Domenica delle Palme - accordato a capitan Bresca, sanremasco, come ringraziamento per il famoso consiglio dato per issare l'obelisco di Piazza San Pietro (vicenda che ogni tanto qualcuno, interpretando forse a modo suo antichi documenti, mette anche in dubbio): l'uomo di mare ed i suoi discendenti, tuttavia,  si sarebbero a lungo riforniti solo di palme di Bordighera e non di Sanremo. C'è un articolo su "Famiglia Cristiana", che compie un ampio excursus storico sulla faccenda  e tecnico - per secoli la fornitura consistette in foglie di palme essicate, che venivano intrecciate nella città eterna -, ma vola alto sulla disputa, che invece pare alimentata da altre fonti giornalistiche, tese a mettere in maggiore evidenza la primogenitura di Bordighera, aspetto che è il vero oggetto della contesa. Si potrebbe, poi, ironizzare sul fatto che nel ponente ligure per la Domenica delle Palme non si notano più davanti alle chiese fotografi professionisti attrezzati anche con agnelli vivi e gigantesche finte uova di Pasqua da usare quali elementi aggiunti dei loro lavori.
 

Madonna delle Virtù. 1954. Foto Mariani?


Su Pasquetta, invero, si potrebbero dire ancora meno parole. In tanti rammentano ancora gli anni gloriosi degli appuntamenti al tradizionale - ancora oggi, ma solo per i riti religiosi celebrati nell'omonimo Santuario - sito della Madonna delle Virtù di Ventimiglia. Qualcuno per Bordighera può rimarcare le diffuse scampagnate nel declivio più o meno sotto la Torre dei Mostaccini. Più sporadiche erano le presenze nella pineta a ponente di Via Coggiola. Ma da Bordighera diverse persone si recavano pure, non fosse altro per ritrovarsi colà con parenti ed amici, alla Madonna delle Virtù, dove forse agivano anche fotografi ufficiali. 
Si trattava sempre di discrete camminate a piedi. In un tempo in cui non si era ancora sviluppata la motorizzazione di massa c'erano al massimo tappe di avvicinamento fatte sui mezzi pubblici.
Ancora. Vecchie giornate di Pasquetta in riva al mare (ma queste sono sempre di attualità); altre, più estemporanee, qui già menzionate; l'allegra brigata che frequentava il casone di Località Castiglione di Camporosso - va da sé - anche in tale festività.
In ogni caso c'è sempre qualcosa che si dimentica...

Adriano Maini
 

martedì 24 marzo 2026

Un distinto passeggero scese dal treno di Parigi



In una bella mattina di primavera inoltrata a Cannes durante lo svolgimento del noto Festival del Cinema, più o meno poco prima della metà degli anni Sessanta, un valente fotografo free lance di Ventimiglia pensò bene di ricorrere all'utilizzo di un motoscafo per andare a recuperare da uno yacht ancorato discretamente al largo una giovane attrice straniera, la cui sorella era già famosa per avere interpretato film italiani, in quanto era stato incaricato di un preciso servizio. 
È questo uno dei tanti racconti di Gianfranco Raimondo, la cui memoria è una miniera inesauribile di fatti e di aneddoti a largo raggio, dunque non solo riferiti alla riviera francese e a quella del ponente ligure.
Quella che precede è, tuttavia, una sintesi di quanto accaduto quella volta, perché ora preme di più tentare di delineare per sommi capi quanti spunti riguardanti la nazione transalpina Gianfranco potrebbe approfondire.
Si aggiunge, pertanto, in ordine sparso, che l'imbarcazione richiamata era di un viveur d'antan; che la ragazza, così sottratta alle insidie di alcova, consentì al fotografo un buon lavoro; che questo tecnico dell'immagine aveva avuto i suoi momenti di celebrità, come quando operò in Congo al momento dell'indipendenza di questo paese; che Gianfranco, il quale, da buon amico, lo aveva accompagnato per tutta la vicenda, aveva dovuto per cavarsi d'impaccio improvvisare ben più di qualcosa una volta che era stato scambiato per un emissario della casa di produzione che attendeva a Roma per le riprese di una nuova pellicola la fanciulla in questione.
Si possono fare altri esempi attinenti le esperienze, suscettibili di ulteriori sviluppi narrativi, di Gianfranco con Francia e Costa Azzurra.
Un futuro direttore di Radio Montecarlo che affiancava in lingua francese Gianfranco per l'illustrazione al pubblico dell'edizione 1961 della Battaglia di Fiori di Ventimiglia.
Lo scherzo giocato un primo aprile nella stazione ferroviaria di Ventimiglia da Gianfranco e due amici - uno dei quali qui già citato - consistente nel far credere che fosse in arrivo da Parigi un importante personaggio: la messinscena di penne e taccuini, di macchina fotografica e di parole sussurrate ad arte andò man mano radunando una discreta folla, compresi altri fotografi, ma gli artefici della sceneggiata non pagarono fio perché furono fortunati nell'incrociare e nell'importunare con una finta intervista un distinto passeggero, che senza capire nulla salì al volo su di un taxi, impedendo così ai tanti curiosi lo smascheramento del tiro architettato dai quei birboni.
Radio Montecarlo che trasmise in diretta almeno un'edizione di uno dei concorsi musicali di Gianfranco.
La grande amicizia di Gianfranco con André Vanco, impiegato di Radio Montecarlo e sindaco comunista di Beausoleil dal 1977 al 1986, amicizia - come già accennato su questo blog -, anche foriera di comuni collaborazioni ad eventi culturali.
Persistendo a salire di qualità nelle rievocazioni, si potrebbe dettagliare la frequentazione di Gianfranco con Francesco Biamonti, le cui affabulazioni raramente prescindevano da artisti, poeti, letterati e pensatori francesi, ma qui occorre, concludendo, virare decisamente fuori tema, ricordando che forse Gianfranco è l'unica persona che abbia identificato il vecchio Bar Irene di Ventimiglia come uno dei luoghi topici del romanzo "L'angelo di Avrigue" di Biamonti.

Adriano Maini

mercoledì 18 marzo 2026

Ancora spie, letterarie e non


Si torna a parlare di spie nella recensione di un vecchio libro oggi in ristampa, "Le porte di Ferro" di Stefano Terra, edizioni GammaRò. Lo fa Vittorio Giacopini nell'ultimo numero de "il venerdì di Repubblica" in un articolo intitolato "Stefano Terra e le spy-story che piacevano a Elsa Morante (occhiello "Ritrovamenti), sostenendo che "Terra è uno dei grandi dimenticati della letteratura italiana" e, per quanto riguarda il romanzo (ambientato nel 1946), concludendo che "mette in scena un caleidoscopico vortice di intrighi, cospirazioni e grandi avventure che commuove, avvince, suscita meraviglia e tiene davvero col fiato sospeso".


E viene allora da ripensare a "La partita fantasma" (Leucotea, 2025) di Fulvio Damele, cui qui si è già fatto cenno, perché anche a questo lavoro andrebbero applicate intriganti considerazioni del genere di quelle riferite sopra. Ad onor del vero molti commenti apparsi in queste settimane sui social media hanno in merito raggiunto lo scopo, anche superando in entusiasmo il già citato recensore. Qui resta, pertanto, da ribadire che le scorribande dei protagonisti (menzioni approssimate per difetto) per quasi tutta l'Italia e per altre parti di Svizzera, Gran Bretagna e Francia non solo durante il secondo conflitto mondiale trovano una logica di partenza nella collocazione di diverse vicende in una Sanremo di altri tempi tutta ovattata da un fascino d'epoca.
 


Il che fa pure venire in mente il recente "Controbuio. Vivere e morire al casinò di Sanremo" di Orso Tosco (ubagupress, ottobre 2025), dove non appaiono veri e propri spioni, ma risulta una trama fitta di colpi di scena, anche - non fosse altro che per le mosse di diversi tosti attori - da commedia all'italiana, una trama che dipinge tanta cronaca nera - e politica - della città dei fiori di anni più recenti, compresi questi nostri.
 



Un articolo di lunedì 16 marzo 2026, dedicato a "Il Forca"

Non si può, poi, non dire due parole su "Il Forca. Storia di una spia italiana" di Antonio Tabasso e di Aristide Tabasso (CSA Editrice, 2025), non fosse altro per il fatto che, causa un pregresso minimale riferimento - contenuto in un blog collegato a questo - al personaggio di questo altro libro, che si chiamava Aristide Tabasso - un vero personaggio, non di fantasia -, si è intessuta una discreta corrispondenza con l'omonimo nipote Aristide Tabasso.
Si deve sottolineare che i nipoti Tabasso hanno anche proceduto all'aggiornamento di quanto aveva scritto sul nonno loro padre Franco in "Su onda 31 Roma non risponde", ma la loro operazione raggiunge livelli inesplorati: in effetti, una presentazione della loro fatica inizia con queste parole "narra la storia vera di un Agente Segreto Italiano, "Il Forca", al secolo Aristide Tabasso, con al centro le vicende che vanno dall'epopea coloniale italiana, attraversano la seconda Guerra Mondiale, per giungere all'Italia repubblicana fino alla sua dipartita". Qui forse è sufficiente rimarcare del nonno le attività di contrasto nel 1932 a spie sovietiche tra Taranto, Torino e Milano in qualità di addetto al controspionaggio, la prigionia durata undici mesi nelle carceri naziste, "il Comando del Battaglione Mobile di Polizia Partigiana a Verona dopo la Liberazione" - aspetto che ha fatto sorgere il citato scambio di email -, "il mancato Golpe del '47, la pre-Gladio ed il Bipolarismo dei Servizi Segreti Italiani". E risulta inevitabile trascurare la questione del "misterioso" carteggio Churchill-Mussolini consegnato dal "nostro" ad Umberto II di Savoia, perché non così di rilievo alla luce di quanto esposto sopra.

Non si sfugge, infine, alla tentazione di aggiungere che documenti degli Archivi di Stato, afferenti procedimenti di epurazione del secondo dopoguerra, potrebbero fare continuare il discorso. Come per la "donna velata", Maria Zucco, che causò con le sue delazioni in provincia di Imperia la morte di tanti, troppo partigiani. Ma anche per diversi altri imputati davanti alle Cas per fatti inerenti il ponente ligure.

Adriano Maini 

venerdì 13 marzo 2026

Alla vigilia di Italia '61


C'è un gruppo su Facebook che, come dice il nome, Esposizione  Italia '61, vale a dire la Esposizione Internazionale del 1961 a Torino, si occupa assiduamente di quella rassegna, pubblicando notizie e soprattutto intriganti fotografie. Per chi fosse interessato a saperne di più quello è proprio lo spazio web adatto. Emergono tanti risvolti inediti o dimenticati.
Italia '61, la denominazione che più semplicemente a lungo è stata usata, era connessa al Centenario dell'Unità d'Italia, del resto celebrata in quel periodo in tante forme: nelle scuole con il donare a scolari e a studenti libri e librettini sul Risorgimento, aspetto questo più largamente tuttora ricordato.
E, tanto per divagare, tornano in mente altre connesse singolari vicende, come ad esempio che domenica 6 novembre 1960 tre persone di Nervia di Ventimiglia videro in modo curioso una parte dei cantieri o di quanto già realizzato a Torino per Italia '61. Si trattava di un baldo giovanotto sui trent'anni, di un ferroviere non ancora quarantenne e del figlio di quest'ultimo, ormai quasi undicenne: erano saliti in treno nella città subalpina (passando da Savona, perché la linea Ventimiglia-Cuneo non era ancora stata ricostruita) per assistere alla partita di calcio Juventus-Milan in programma allo Stadio Comunale, oggi, dopo adeguata ristrutturazione, Stadio Olimpico Grande Torino. 
Senonché, per consentire a chi non aveva diritto ai biglietti gratuiti - e per ironia della sorte forse era già addetto di una compagnia privata di pulitori, fattore che, comunque, non lo abilitava al privilegio - di usufruire dello sconto previsto in occasione del contemporaneo Salone dell'Automobile, il gruppetto si fece un bel giro nella metropoli per conseguire lo scopo. Ammirarono, pertanto, stupiti la monorotaia sopraelevata o un congruo tratto della medesima, infrastruttura che, al pari di altre costruzioni connesse ad Italia '61, venne abbastanza presto demolita, lasciando qua e là tracce di sé, puntualmente sottolineate dal menzionato gruppo di Facebook.
Per recarsi al Valentino o per portarsi in seguito all'arena del football i "nostri" quasi di sicuro usufruirono di un tram. A questo punto, la trama, però si ingarbuglia. Ancora di recente nel famoso borgo medievale ricostruito - stando ad internet - viene ubicato l'ufficio che consente agevolazioni sui biglietti del treno in occasione della sempiterna rassegna automobilistica, ma, a differenza di qualche anno fa, nulla più si dice di quanto fungibile in merito nel lontano 1960. Per cui adesso sorge qualche dubbio su quale tipo di facilitazione si fosse allora trattato. Ma i tre al Valentino c'erano stati e videro anche nei dintorni altre innovative costruzioni legate alla mostra.
Infine i "nervini" approdarono allo stadio. Ed anche sull'incontro cui assistettero ci sarebbero da sottolineare alcune singolarità, del resto evidenziate in diversi punti del web. Se ne estrapolano solo alcune. Nella Juventus esordiva Bruno Mora, grande ala destra, dalla carriera poi compromessa da un grave infortunio, che nella stagione successiva sarebbe passato proprio al Milan, in un discusso scambio con il difensore Salvadore. Fu la partita in cui Gianni Rivera segnò il suo primo goal con la maglia rossonera. Fu l'ultimo anno della carriera di Boniperti. E la partita finì 4-3 a favore del Milan, vincitore in trasferta, ma il campionato fu appannaggio della Juventus.
Correda questo articoletto di costume una fotografia scattata dal citato ferroviere, relativa all'ingresso in campo delle squadre, già pubblicata ed unica, per il momento, rinvenibile in archivio di una serie di almeno tre che erano state fatte. Sul retro del cartoncino il bambino aveva annotato per iscritto a memoria le due formazioni, saltando un po' lo schema classico della numerazione degli schieramenti da uno a undici: un rapido attuale riscontro certifica che non ci furono, però, errori di sorta.

Adriano Maini 

lunedì 9 marzo 2026

Nebbia a Milano

Milano: la banca (nel tempo ha cambiato nome) di Largo Zandonai 

Appare nei giorni scorsi sulla pagina culturale di un importante quotidiano la recensione con parole entusiaste - un pezzo di bravura barocca - di una nuova edizione di "Nebbia al Giambellino" di Giovanni Testori, romanzo scritto tra il 1955 e il 1956, ma pubblicato postumo nel 1995. Da una breve ricerca emergono in proposito valutazioni molto positive di altri critici letterari.
Risulta in questo contesto che il libro in questione è un noir, modulato su una sorta di ricalco de "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni, in ogni caso definito da più voci molto attuale.
Già si sapeva dell'afflato religioso di Testori, ma qui - senza nulla togliere al suo generale ampio impegno sociale - si sottolinea che si apprezza di più il contributo da lui dato con suoi racconti tratti da "Il ponte della Ghisolfa" alla sceneggiatura di "Rocco e i suoi fratelli", film lucido e realistico diretto da Luchino Visconti.
Fatta questa premessa, diventa irresistibile procedere con impertinenza a sciorinare temi collegati e divagazioni varie.
Il Giambellino, intanto. Un quartiere di Milano storicamente dalla nomea malfamata, come evocata in particolare da una delle prime canzoni di Giorgio Gaber. Arrivando in automobile dall'autostrada per recarsi verso la zona Sempione - (vecchia) Fiera lo si può attraversare, ma di sicuro lo si sfiora. L'articolo qui citato per primo è corredato da una fotografia dove appare un tratto di strada dove ha appena avuto luogo un mercato ambulante rionale: una scena che da quelle parti probabilmente si ripete ancora oggi, ma che indubbiamente anni fa rimaneva nella memoria di un guidatore, anche alquanto distraendolo.
Le storie criminali. Quando uscivano i giornali della sera, i lettori della metropoli lombarda venivano a poche ore dagli episodi di cronaca nera debitamente informati sui medesimi. Così accadeva per le inchieste del celebre commissario Nardone, per cui, ad esempio, in tanti potevano andare a cena soddisfatti una volta constatato l'arresto della banda di Via Osoppo operato sotto la direzione di colui che venne definito il Maigret italiano. Questi sono riferimenti agli anni Cinquanta, durante i quali la stessa tempestività di informazioni forse veniva pure assicurata dai notiziari radiofonici, rigorosamente targati RAI. Una signora, abitante a Niguarda vicino alla piscina Scarioni, attraverso l'etere il 25 settembre 1967 seppe subito della tragica catena di avvenimenti successivi alla sanguinosa rapina effettuata dalla recidiva banda Cavallero presso il Banco di Napoli in Largo Zandonai (angolo Via Panzini): appreso anche della morte di uno studente di 17 anni, rimase, dubitando del peggio, in tremenda ansia sino al ritorno del figlio e di un nipote, coetanei del giovane ucciso, che quel giorno erano andati a spasso in centro città.
La nebbia. Si sostiene che adesso di nebbia a Milano se ne veda proprio poca. Aveva un suo fascino quando avvolgeva (avvolge) il Duomo. Ma la nebbia può anche essere metafora di misteri, misteri che non mancano neppure nella storia più recente di Milano.

Adriano Maini