venerdì 12 aprile 2019

Al Valentino


Del Valentino - almeno: ho sempre rammentato che si era da quelle parti - a Torino ho solo questa fotografia. Che risale ai primi di agosto del 1968. Fatta in occasione di un viaggio in auto-stop che mi portò sino in Svizzera. Anche perché in quel caso eravamo quattro amici, di quel giro prima o poi potrei scrivere qualcosa.

Nella mente mi affiora più caro il ricordo di un'altra presenza in quel parco, soprattutto, se rammento bene, al castello. Era il novembre del 1960. Andammo a Torino per vedere una partita di calcio di serie A, per me la seconda in assoluto, partita su cui non aggiungo nulla, pure perché non ritrovo alcuni specifici scatti realizzati da mio padre. Era con noi un giovanotto che negli anni si confermò un caro amico, purtroppo ormai scomparso.

E questo mi pare un primo segno dei tempi che sono passati. E cambiati.

Altri si imperniano sul fatto che ci recammo al Valentino, dove sussisteva un apposito ufficio, per consentire al nostro compagno di usufruire di uno sconto per i biglietti del treno. Di cui non c'era bisogno per me, figlio di ferroviere, né, tantomeno, per mio padre. Ho sempre pensato che quell'agevolazione fosse legata alla celebrazione del Primo Centenario dell'Unità d'Italia, Italia '61, insomma. Anche perché ho ancora ben presente di avere visto con ammirazione la monorotaia, su cui, io bambino di quasi undici anni, avrei fatto volentieri un bel giretto. Del quale forse si dovette fare a meno non solo per correre allo stadio, ma anche perché quella struttura, rimasta poi in pratica effimera, non era ancora in funzione. Di sicuro ero attento ai grandi eventi della storia, come quell'anniversario ufficiale. Oggi mi rimane il dubbio che la riduzione di prezzo praticata al nostro simpatico sodale fosse connessa al Salone dell'Automobile, al quale non ero, invero, molto interessato...




martedì 2 aprile 2019

Collasgarba






Collasgarba, piccola collina a Nervia di Ventimiglia (IM). Con qualche frangia nel territorio Comunale di Camporosso. Ben visibile e riconoscibile in varie parti della zona. Ma non sono questi aspetti che mi preme sottolineare. Nè accennare alla sua lunga, intrigante storia. Preferisco affidarmi all'onda di sparsi ricordi. Indotti ancora l'altro giorno da una conversazione con amici. Quando ho scoperto una volta di più che anche chi ci ha abitato a lungo non ne conosce le interessanti vicende di anteguerra. 

Fonte: Ezio Corte di Perinaldo (IM)
Quando colà prosperava una bella azienda floricola. Demolita dai bombardamenti aerei, come gran parte delle aree intorno.

Fonte: Silvia Ardoino di Ventimiglia (IM)


Certo per me le memorie sono più intense, perché presso quella ditta lavorò mio nonno. E mio padre, che abitava lassù con la famiglia, sottolineava spesso con orgoglio che nell'ufficio di quel vivaio aveva imparato a scrivere a macchina. A dire il vero ripeteva sovente anche altri aneddoti, legati a quella esperienza. Aneddoti su cui mi riservo di tornare. Per molti anni, da bambino sino a diventare maggiorenne, ho abitato anch'io ai piedi di quella modesta altura. 




Da adolescente mi era sufficiente attraversare una sovrastante campagna di amici per ritrovarmi subito nella vera Collasgarba. Mi pento tuttavia di non averla percorsa abbastanza. Così non ho potuto mai vedere quella scomparsa apertura che ne diede il nome dialettale: Collasgarba = collina forata. Mi rimangono impressi nella mente tante piccole gite in piccole compagnie dedite a giochi di esplorazione. Ma nella "casa bianca" distrutta dalle bombe non siamo mai entrati. Solo nella recente occasione già citata ho scoperto che qualche nostro coetaneo la definiva "dimora degli spiriti". Per me era e rimane il sito scomparso dove faceva la sua bella figura un carrubo, che offriva i baccelli più buoni che abbia mai assaggiato. Ed anche su questo aspetto in molti sono d'accordo con me. Poi, certo, intorno al 1960 qualche amico ha anche abitato a Collasgarba. La prima ripresa di edilizia fu con un villaggio turistico. Oggi quella collina sopporta sin troppe costruzioni...


sabato 23 marzo 2019

Qualcosa su Nizza


Mi piace talora ricordare Nizza nel seguente modo.
Che per andare a Grasse nel settembre del 1955 abbiamo per forza di cose fatto tappa nel capoluogo del dipartimento delle Alpi-Marittime.
Che non posso non associare la mia prima visita a Nizza Vecchia all'assaggio nella vicina Piazza Garibaldi della caratteristica farinata locale, la socca.
Che nelle tante scorribande, di cui dovrei dire a parte, di sabato pomeriggio del 1966 e del 1967 in Costa Azzurra con G., orgoglioso della sua nuova automobile e della sua passione per le canzoni di Jimi Hendrix, i cui dischi nei viaggi mi faceva ascoltare a manetta non so più con quale mezzo, non ci siamo mai fermati a Nizza.
Che qualche anno fa mi è stato confermato che, in occasione di quella gita sociale a Grasse (di nuovo!) del 1970, con il bus ci eravamo fermati anche vicino al vecchio Mercato dei Fiori di Nizza, che, quindi, era ancora là, proprio quello dove Cary Grant in una scena memorabile di "Caccia al ladro" cade su di una profusione di vegetali dai tanti colori.
Che nella campagna elettorale per la difesa della legge sul divorzio, condotta tra gli italiani della Costa Azzurra, avevo imparato a conoscere tanti nomi di zone di Nizza, talora molto caratteristici, come Magnan, Terron, La Madonnette.
Che anni dopo ancora, recandomi spesso a Nizza per motivi professionali diversi da quelli della mia gioventù, dalle finestre di un ufficio, che per breve tempo potei considerare anche mio, contemplavo attento gli edifici più caratteristici di Nizza Vecchia, mentre spesso avevo appena parcheggiato  accanto allo spazio dello scomparso Mercato dei Fiori.
Che anche in queste appena citate occasioni avevo fatto tante nuove conoscenze, di italiani e non, tutte giocoforza perse.
Che mi rammento ancora con quale voce suadente ed emozionata E., un altro amico purtroppo già scomparso, da me sollecitato a parlarmi di Nizza - e mi parlò di tante cose -, mi intonasse le prime strofe di "Nissa la Bella" o, forse, più correttamente "Niça la bèla"...

Quando giocava Kopa



Nel 1960, credo, ci recammo io, papà, fratellino e zio materno a vedere una partita Monaco-Reims nel vicino Principato, nel vecchio stadio a dimensione quasi familiare. 

Eravamo vicini ad una linea laterale prossima ad una porta, ma un gruppo di spettatori sulla nostra sinistra era ancora più affacciato di noi sul rettangolo (come si suol dire) di gioco. Anzi, ad un certo momento, si consentì agli stessi di avanzare ancora, sino a portarsi a ridosso del portiere: in questo movimento rivedo ancora la fulminea mossa di una signora a riprendersi trafelata il fiaschetto di vino scordato indietro per potersi poi finire beata il suo bel picnic nella nuova agognata posizione.
Finita la partita, dobbiamo avere indugiato un po’ da qualche parte, perché altrimenti non mi spiego la scena seguente. 

Su due sedie malandate, davanti ad un baretto qualsiasi (come oggi a Montecarlo non ce ne sono più), lo zio riconobbe per primo un calciatore, io un attimo dopo il secondo. Si trattava rispettivamente di Kopa, migliore giocatore europeo del 1958, e di Fontaine, tuttora recordman con 13 reti (1958, in Svezia) di un singolo mondiale, quella volta con una gamba ingessata (e, quindi, non era sceso in campo, ma aveva accompagnato la squadra) come avevo già letto in uno dei miei prediletti giornalini dell’epoca: entrambi del Reims e nazionali (i galletti) di Francia, il primo oriundo polacco, il secondo a suo tempo esordiente in Marocco. Si avviò un’amabile conversazione tra adulti, di cui ora io ricordo solo i continui complimenti fatti anche in spagnolo (aveva appena finito di militare nel Real Madrid), rivolti da Kopa al mio fratellino.

Altri tempi!


venerdì 22 marzo 2019

Cartoline antiquarie del mare della Croazia


Chissà se è stata la mia pubblicazione di questa cartolina di Parenzo spedita nel 1901, o di una similare, a suscitare il simpatico invio di immagine antiquarie relative alla Croazia da parte del signor Andrzej Philips con un messaggio del sei gennaio scorso sulla mia pagina "Collasgarba" di Facebook, di cui mi sono accorto solo ieri?

Fonte: Andrzej Philips
In ogni caso le faccio vedere con questo articoletto.

Fonte: Andrzej Philips
Le cartoline del signor Andrzej Philips sono a colori. Le mie, no. Non credo si tratti di un problema.


Fonte: Andrzej Philips
Certo non è la prima volta che mi capita un simpatico scambio di fotografie.
Anzi, spero vivamente che succeda ancora.


lunedì 18 marzo 2019

Andando ad Aubagne, invece


Quando mi ci recai nella primavera del 1983, di Aubagne, su cui ho già scritto un gustoso, per me, aneddoto, non ne sapevo molto.

Durante il viaggio da Marsiglia, poco distante, non ebbi, quella volta, il modo di apprezzare o notare molto del paesaggio, anche se era ancora giorno, giorno di primavera, sia perché teso per la spericolata guida del nostro autista, sia perché preso dal conversare dei miei due accompagnatori, imperniato soprattutto su gustosi aneddoti riferiti a Gaston Deferre, sindaco di Marsiglia per più di trent’anni, ed all’epoca lo era ancora, anzi stava per diventare o ridiventare anche ministro.

Arrivati a destinazione, la prima cosa imprevista e simpatica fu che c’era un appuntamento per me con la Giunta Comunale al completo. Mentre ci si attardava ad entrare nel Municipio, notai che quasi in fila indiana sindaco ed assessori salutavano con naturalezza e garbo scambiando baci (sulle guance!) con il vice sindaco, giovane signora elegante, oltrettutto carina: non mi era ancora capitato all’epoca di assistere a tale usanza in pubblico tra autorità, mentre in seguito, invece, ravvisai che almeno sulla Costa Azzurra tra colleghi (uso questo termine in senso largo, che ricomprende anche gli “ospiti” italiani) signore e signorine si attendono in genere il ripetersi di quella gentile consuetudine.

Scambiati i saluti di rito (che io dovetti per la mia parte improvvisare) in una bella sala, per lo più dedita alla celebrazione di matrimoni civili, venni gratificato con il dono di un pezzo pregiato di artigianato locale, una graziosa bambolina di porcellana, bambolina vestita in miniatura in modo tradizionale, vale a dire con gonna bianca a fiori, grembiule rosa, camiciola bianca orlata di pizzo, scialle lilla a fiori bianchi, cuffietta anch’essa adorna di pizzo, cappello di paglia a larga tesa, con un mazzolino di fiori di Provenza nella mano sinistra e con un cestino di altri fiori ed erbe della regione sotto l’altro braccio.

Dopo questo incontro mi vennero mostrate in altre ali del palazzo civico diverse grandi fotografie che testimoniavano un consistente processo di industrializzazione, di cui i miei anfitrioni andavano molto fieri (in termini di occupazione indotta anche dalla politica di quell’Amministrazione, forse anche giustamente). In quel momento pensai che la convivenza tra l’artigianato artistico, di cui la pupeé era un fattivo esempio, e la modernizzazione in corso fosse un fatto compiuto, senonché non ho più avuto l’occasione di valutare l’evolversi della situazione.

Si procedette, poi, alla riunione con emigrati italiani colà residenti, scopo del mio viaggio, dopo la quale, come ho già raccontato, mi toccò in sorte di andare a conoscere in modo inatteso la “mamma dei legionari”…


martedì 12 marzo 2019

Le Cannet

Fonte: Wikipaintings
Pierre-Auguste Renoir dipinse questa veduta di Le Cannet nel 1898 circa. Così recita Wikipaintings, cui ho attinto per questa e per le altre immagini che qui seguono.

Fonte: Wikipaintings
Pierre Bonnard (“Veduta di Le Cannet, Tetti”) nel 1941-1942 la ammirò, o immaginò, come qui sopra. In piena guerra, dunque. Si potrebbero fare tante riflessioni in proposito. Si aggiravano in clandestinità, ad esempio, in Costa Azzurra diversi esponenti antifascisti italiani. Forse cercavano di stare lontani da questa zona. Troppo vicina a Grasse. Dove al locale Tribunale, come ai tempi de “I miserabili” di Hugo, si passava subito, se arrestati.
Ci sono tanti ricordi di famiglia per me a Le Cannet. Rispetto alla data di questo quadro di Bonnard sono antecedenti di pochi anni. E’, allora, più o meno questa, la cittadina che hanno visto i miei. Ci sono angoli che corrispondono a tanti loro racconti. Bei giardini ne ho visti anch’io. Di italiani là immigrati, tanto per ribadire un certo tema. Molti a fare i giardinieri, se ricordo bene. Ma é un po’ di tempo che, anche se vicina, non mi ci reco.
Fonte: Wikipaintings
Questa é una veduta di Le Cannet dallo studio dell’artista. Sempre di Bonnard, ma del 1945.

Mi sono imbattuto per caso in questo e nel precedente dipinto di Bonnard. L’occasione mi ha dettato queste scarne note. Sono partito nell’occasione con un quadro di Renoir, che ha dedicato - ho scoperto - diversi lavori a Le Cannet.
Fonte: Wikipaintings
E questo é un giardino a Cannes di Edouard Vuillard. 1901. Tanto per stare sul saliente botanico. Ma anche per dire che Le Cannet e Cannes sono molto prossime.

Luoghi, questi, come quelli ad arrivare sino alla frontiera con l’Italia, o come quelli più a ponente dell’Esterel, ancora belli, nonostante il tanto cemento sparso, al giorno d’oggi. Insomma, tanti siti della Costa Azzurra immortalati - come ben noto - da grandi artisti francesi e da altri di adozione transalpina. Io mi sono qui dedicato a qualcosa di parziale, molto parziale.