lunedì 31 agosto 2026

Una carriola in centro a Bordighera


Alla recente presentazione di un libro un relatore ha accennato al fatto che la prima esperienza di campeggio i ragazzini del circolo Pionieri di Ventimiglia, organizzato dal vulcanico Carlo Gallinella, si era compiuta intorno al 1973 intorno ad un fienile nel sud-ovest della provincia di Cuneo, una struttura la cui disponibilità era stata assicurata da Silvano.
I Pionieri di Ventimiglia, come quelli di altre parti del Paese, riemersi dopo lunga latitanza, erano una sorta di boy scouts nella costellazione di iniziative riconducibili al Partito comunista, ma a quella data stavano acquistando sempre più proprie originali connotazioni.
L'anno dopo Silvano fece in modo che una cinquantina di persone, tra Pionieri ed accompagnatori, realizzassero una sorta di gemellaggio con l'Amministrazione comunale di La Roquette-sur-Siagne, retta da comunisti: singolare la scena del pranzo collettivo in una mensa scolastica di quel piccolo comune. Era la domenica di avvio dei mondiali di calcio: la corriera al ritorno verso Ventimiglia risuonava anche per i cori fatti con le prime celebri canzoni di Claudio Baglioni, ma Silvano quel giorno non c'era.
Quell'appuntamento merita una spiegazione. Per la campagna elettorale a difesa della legge sul divorzio la Sezione Emigrazione del Centro Nazionale del PCI aveva pensato ad uno sforzo anche tra gli immigrati italiani in Costa Azzurra: all'atto pratico, d'intesa con la Federazione provinciale di Imperia, si era pensato di incaricare un compagno pensionato di Ventimiglia.
Questa persona aveva una certa consuetudine con il vicesegretario dipartimentale delle Alpi Marittime, con il quale aveva lavorato come operaio edile in cantieri di Monaco: non era forse questo l'aspetto che contava, ma il fatto che quel dirigente di Nizza parlasse discretamente l'italiano fu in ogni caso molto utile per successive esperienze, anche degli anni a venire.
Si aggiunga che i comunisti francesi volessero controllare sempre l'operato dei compagni italiani, per cui in prevalenza riunioni ed incontri erano organizzati dai transalpini.
Il pensionato fece un gran lavoro, spingendosi sino al Var e alle Bouches-du-Rhône, ma non poteva arrivare dappertutto o voleva ritagliarsi qualche spazio privato: di qui il coinvolgimento di Silvano in quell'attività, mentre Silvano, da parte sua, si fece sempre accompagnare da qualche amico.
Silvano era arrivato a conoscere il vice sindaco di La Roquette-sur-Siagne in occasione di una piccola assemblea di immigrati italiani tenutasi in quel paese di cinquemila abitanti: sfuggono i termini temporali dell'intesa che portò alla escursione colà dei pionieri a referendum già terminato, ma va annotato con simpatia che quel vice sindaco era un uomo piccolo di statura, gentile, che non parlava italiano e che si alzava ben prima dell'alba per portare i prodotti del suo orto a qualche mercato all'ingrosso di Nizza.
Silvano fece altre esperienze e conoscenze in quel turno elettorale, a Vallauris, ad esempio, come qui già accennato quando si è parlato di rose del deserto.
Silvano non disprezzava i viaggi in automobile: prima di compiere per lavoro quelli all'estero, non si era risparmiato escursioni, sempre rocambolesche, sino a Parigi, in Romania, in Cecoslovacchia, in quest'ultimo caso per riportare a casa un marito in fuga per un nuovo amore.
Dice ora Gianfranco che la sua vita potrebbe essere il soggetto di un film: in effetti a qualcuno ricorda un po' il personaggio di Vittorio Gassmann nel film "Il sorpasso" di Dino Risi.
Si può per l'occasione concludere questa seconda carrellata di note su Silvano con un episodio forse da lui dimenticato, del quale comunque era stato un semplice testimone: quando alla svolta degli anni Sessanta un suo coetaneo, futuro quadro intermedio della distribuzione in Italia di una famosa bibita statunitense, seduto con Silvano ed un altro vitellone locale, destinato a diventare un buon commerciante, ad un tavolino all'aperto di un noto bar del centro di Bordighera, sbertucciava, chiedendogli dove andasse, il fratello, che in quel momento passava sul marciapiede spingendo una pesante carriola da muratore colma di materiale e che non mancò di reagire stizzito, vedendo anche gli altri sorridere sornioni.

Adriano Maini

giovedì 27 agosto 2026

Tram di Milano, ciclisti a Nizza ed un vecchio settimanale sportivo


Su Facebook vengono sovente pubblicate fotografie attuali di tram di Milano, in particolare di mezzi anche anzianotti, che, sottoposti ad attente manutenzioni, continuano a circolare in servizio: in effetti, hanno tutti un loro fascino. Del resto ancora oggi i bambini, soprattutto quelli in visita in quella metropoli, sono molto attratti dai tram, dai vecchi tram in particolare, con le loro panchine di legno allineate sotto i finestrini.
L'Azienda Trasporti (ATM) meneghina da decenni ha fatto costruire a Bordighera in Località Selvadolce una casa di soggiorno turistico o centro climatico per i suoi dipendenti, una casa vacanze, realizzata nel 1961, progettata dall'architetto Giancarlo De Carlo: uno studio destinato ad essere elogiato dagli specialisti di settore ed un aspetto forse non del tutto noto in provincia di Imperia.
I primi dirigenti di quella struttura furono poi sindacalisti lombardi sperimentati che diedero il loro contributo anche nel ponente ligure: ma questo discorso porta lontano.

Su "Nice vitrine du mond", sempre di Facebook, fra tante menzioni di storia anche antica e di illustri personaggi, è spuntato poco tempo fa un piccolo ritratto del ciclista Jean, soprannome Apo, Lazaridès (leva 1925), di famiglia greca immigrata: il fratello maggiore Lucien (leva 1922), anche lui corridore, era ancora nato in Attica. Una circostanza singolare è che dei due fratelli si era parlato su questo blog, sottolineando che il maggiore era stato brevemente compagno di classe di un futuro ferroviere di Ventimiglia, che, come tale, li aveva poi incontrati diverse volte, per cui divulgava volentieri le loro imprese agonistiche, in particolare che Jean-Apôtre Lazaridès aveva vinto il piccolo Tour de France del 1946, di sole cinque tappe, perché destinato solo a rimpiazzare la grande competizione non ancora ripristinata dopo la guerra: avessero rifatto per intero la gara già quell'anno Apo sarebbe stato il più giovane vincitore in maglia gialla, anche rispetto al grande campione di adesso Tadej Pogačar.
E in proposito di assi del ciclismo, ma del passato, viene da sottolineare che proprio a Nizza cominciò la sua carriera - ed a vincere - Alfredo Binda, che in Costa Azzurra dopo la Grande guerra si era trasferito per fare lo stuccatore.
In tale contesto si apprende pure che a Nizza ci furono quattro velodromi, l'ultimo chiuso nel 1956, ma i primi due per anzianità erano quasi a fare da contraltare a quello di Sanremo, di cui si conservano preziose immagini nel munito Archivio Moreschi.

Sul ciclismo negli anni Cinquanta le pubblicazioni erano alquanto diverse da quelle odierne. Prima di entrare in qualche particolare, è d'uopo rammentare che almeno per l'edizione 1957 del Tour de France, il primo vinto da Anquetil, il quotidiano sportivo L'Équipe, forse in Europa antesignano nell'uso di allegati, aveva stampato un dovizioso inserto corredato da svariate fotografie anche a colori, che documentava tutte le tappe di quella corsa: i nomi dei vincitori e delle sedi di giornata suonavano se non musicali, quasi esotici: Darrigade, Geminiani, Stablinski, Bauvin, Privat... Caen, Rouen, Cannes, Alès, Saint-Gaudens, Pau, Libourne ...
In Italia, invece, dal 1952 al 1966 venne edito il settimanale "Il Calcio e il Ciclismo Illustrato", su carta verdina ma stampato in bianco e nero. I riparatori di biciclette, numerosi all'epoca, appendevano sui muri e dove capitava nelle loro botteghe copie di quella rivista: si può rammentare il simpatico artigiano di Nervia di Ventimiglia, che utilizzava per la sua professione anche una baracca all'angolo di levante della strada provinciale di valle con la statale Aurelia, come persona che consentiva ai bambini del posto, anche se non sempre e sempre brontolando, di sfogliare quelle pagine allora molto attraenti.

Adriano Maini

giovedì 20 agosto 2026

Dice ancora Gianfranco...


Aggiunge Gianfranco Raimondo ai suoi racconti che, in proposito del concorso di bellezza "Lady Italia", qui citato qualche mese fa, il medesimo era organizzato da un signore che aveva lo studio in una traversa della centralissima Via Manzoni a Milano e che aveva eletto Alassio a sede della maggior parte delle finali della sua manifestazione, ma non quella, come già visto, del 1965. Va da sé che la concorrente ventimigliese di quest'ultima edizione, la ragazza dal costume traforato di una certa fotografia con tanto di didascalia del quotidiano "l'Unità", non poteva non avere partecipato ad altre similari gare di carattere locale, di quelle presentate da Gianfranco: i due diventarono amici ed ebbero occasioni per rivedersi sporadicamente nel tempo a venire.
Sul Bar Irene Gianfranco sostiene che a metà anni Settanta il gestore organizzava pure attività complementari: come la festa hawaiana su una spiaggia di Latte, alla quale si presentarono, per via di un tam-tam davvero straordinario, avventori direttamente da Torino.
Molto prima, ai tempi della sua terza media, relegato nell'ultimo banco, dove non era molto visibile dalla cattedra vista la sua non eccelsa statura, Gianfranco si era dato da fare per scrivere un giornalino umoristico, ricopiato talora a mano - così come a mano era stato composto - dai compagni per velocizzarne la diffusione: si chiamava "L'Anacleto", dal nome di un personaggio creato da Franco Parenti per una trasmissione radiofonica di successo, "Anacleto gasista irrequieto", ed il nostro, con spavalderia da adolescente, metteva alla berlina non solo fatti scolatici, bensì anche quelli cittadini.
 

Ventimiglia (IM): a margine di una partita del torneo di calcio alla foce del fiume Roia del 1951. Foto: Mariani

Più o meno in quel periodo Gianfranco si diede d'impegno anche per la riuscita a Ventimiglia dei primi tornei di calcio amatoriale nel campetto alla foce del Roia, spiazzo approntato in fretta e furia da alcuni suoi amici dietro autorizzazione (oggi non più ammissibile, come già sottolineato in questo blog) del sindaco: specifica tra l'altro che "iniziò quasi in sordina ma dopo le prime edizioni furono costruite tribune e steccati; le curve sud e nord erano sulla passeggiata gremita di gente urlante e divertita e i ragazzi protagonisti sul campo furono per anni i beniamini dei ventimigliesi e dei numerosi turisti che avevano imparato a conoscere e ad apprezzare il torneo".
Molto pittoresca, poi, è la rievocazione che Gianfranco compie circa i vecchi luna park nella piazza antistante il Municipio di Ventimiglia: "se si voleva provare l'ebbrezza della velocità si andava sulle montagne russe o ottovolante, ma quello che mi affascinava era il 'muro della morte', una parete cilindrica sulla quale sfrecciavano coraggiosi motociclisti percorrendo più volte la circonferenza...".
Dice ancora Gianfranco...

Adriano Maini 

venerdì 14 agosto 2026

C'era una volta il MOAC

Sanremo (IM): il nuovo Palafiori di Corso Garibaldi

Sanremo (IM): parcheggio all'esterno di un MOAC in Valle Armea

Sino a qualche anno fa più o meno in questi giorni apriva a Sanremo il MOAC, rassegna dell'artigianato, ma a tutti gli effetti un variopinto mercato, forse come tale già autorizzato dai primi atti amministrativi in proposito.
Annunciato sin quasi alle ultime edizioni da intriganti manifesti e locandine presenti in tutta la provincia, l'evento attirava moltitudini di visitatori-clienti, comprese tante persone con la puzza sotto il naso.
Per decenni ospitato nel vecchio Palafiori di Corso Garibaldi, poi nella struttura analoga di Valle Armea, il MOAC si caratterizzava altresì in ogni sede per il tremendo caldo canicolare che faceva soffrire ai partecipanti: un fenomeno forse più patito dagli espositori meno scafati che dai potenziali acquirenti.
Sarebbe noioso affrontare il tema delle autorizzazioni e delle competenze comunali in materia - del resto materia astrusa - ma sarà sufficiente rimarcare che per un periodo molto lungo il MOAC fu organizzato da una ditta, il cui titolare, il signor Covatta, sapeva in effetti attirare artigiani e commercianti singolari da tutta Italia, realizzare iniziative di spettacolo di contorno (si potrebbe qui celiare, se non difetta la memoria, ancora una volta sui concorsi di bellezza) e a anticipare a selezionati invitati, tra i quali non mancavano i politici di turno, i contenuti della fiera con speciali appuntamenti, di solito cene all'aperto, in un caso un ricco buffet su una motonave, di solito adibita per la gioia dei passeggeri alla ricerca dell'avvistamento di mammiferi marini (Whale watching, insomma, ma qui sopra oggi non usa), sul tragitto Sanremo-Montecarlo e ritorno.
I personaggi appena citati tornavano quasi tutti per le successive inaugurazioni, le quali, però, attiravano in particolare vere folle di semplici curiosi, a creare anche tanta allegra confusione: non tutti seguivano la processione ufficiale che si snodava tra gli stand, molti dei quali non ancora pronti del tutto, con disappunto del patron, ma in ogni caso la scena era sul serio da vedere. Non sempre il sindaco di turno era presente al taglio del nastro, delegando per lo più alla bisogna l'assessore competente. La stessa cosa capitava per il Vescovo di Ventimiglia, ma se ne può ricordare uno che a metà anni Novanta indugiava tanto tra i banchi, dispensando sorrisi a destra e a sinistra e rallentando una sfilata che alcuni partecipanti non vedevano l'ora che finisse.
A cura di un'associazione di categoria si fecero al MOAC anche i primi esperimenti circa il web, inizialmente con simulazioni da computer, ma presto con vere connessioni, indotte da una nuova ditta non lontana da Corso Garibaldi.
Si fecero logicamente tante fotografie al MOAC, amatoriali e professionali. Una via di mezzo erano quelle di Alfredo Moreschi, consegnate agli archivi della sua associazione, tuttora non presenti sul sito dal nome di questa famiglia di illustri e capaci artigiani. Senonché, proprio alla chiusura dell'edizione 2019 del MOAC  - l'ultima - ci fu un grande tributo all'attività di Alfredo Moreschi.

Adriano Maini 

lunedì 10 agosto 2026

Savona Parco Doria

Savona: la stazione ferroviaria. Foto: Eleonora Maini

Capita sul gruppo Facebook "Savona scomparsa" di vedere fotografie della vecchia stazione ferroviaria "Savona Letimbro", che sorgeva in pieno centro urbano: vicino a quel sito c'è oggi il Palazzo della Provincia, dove rimane qualche traccia che ricorda in qualche modo il vecchio fascio di binari.
A tutti gli anni Sessanta - e forse anche un po' oltre - i ferrovieri di Ventimiglia avevano poche occasioni di servizio a Savona, fatte salve le circostanze di cui si dirà più avanti.
Un po' prima del periodo citato arrivavano nel ponente ligure di confine con la Francia anche da Savona novità, in genere portate proprio dai ferrovieri, novità da grandi città, quali almeno un grande magazzino, privo ancora di reparto alimentare, sui cui scaffali apparivano prodotti singolari e curiosi: due esempi tra i tanti erano le penne biro ed i quaderni scolastici dalle copertine multicolori. Ma anche negozi di abbigliamento maschile dai prezzi molto convenienti.
Sul piano del costume si può ancora registrare che sul finire degli anni Cinquanta giocarono nell'altra squadra di calcio di Savona, la Veloce, due giovanotti di Bordighera: va da sé che per loro l'arrivo ed il ritorno da casa - e tante trasferte con la loro compagine - passavano per la Stazione di Savona Letimbro.
Tornando ai ferrovieri di Ventimiglia, va specificato che a loro toccava sovente di lavorare sui treni merci composti nel Parco Doria di Savona, proprio là dove da tempo è stata trasferita la nuova stazione passeggeri. Per arrivare a quei convogli, i ferrovieri si incamminavano a piedi sulla massicciata dalla Letimbro per un discreto tragitto. D'inverno, pur essendo rotti per mestiere alle intemperie, sentivano freddo, più freddo che in altri punti della linea Ventimiglia-Genova a loro abituale. Era una prestazione che si cercava di evitare. Fioccavano a tutto andare bestemmie ricamate sulle iniziali del nome del loro luogo di destinazione.
Su "Savona scomparsa" questi aspetti non sono ancora emersi. In compensazione - strana - si è accennato di recente ad una casa per macchinisti, ribattezzata all'epoca in modo pesante con l'allusione alle lunghe assenze da casa di quegli operatori. Sembra quasi una nemesi storica per quanto qui si aggiunge, ma ad andare giù sul greve circa i passeggeri - come qui già riportato - dei treni "Avevina" erano stati, invero, gli uomini del personale viaggiante di Ventimiglia: in effetti, per come si tramandano le cose, un umorismo sovente da caserma era molto diffuso tra i ferrovieri di tutta la Liguria.
Andrebbe sottolineato, ma con altra penna, che Savona e provincia hanno alle spalle una storia ricca ed articolata, che hanno dato un contributo essenziale all'epopea della Resistenza e che hanno affrontato con esemplari fermezza e dignità le terribili prove dei sanguinosi attentati terroristici neofascisti del 1974.

Adriano Maini

giovedì 6 agosto 2026

Divagazioni sul vino Rossese di Curli

Perinaldo (IM): non lontano da Località Curli

Un ferroviere di Nervia, a Ventimiglia, verso la fine degli anni Sessanta, un po' prima di trasferirsi nel centro urbano con la famiglia, andava a sviluppare una certa dimestichezza con un nuovo residente, Ginetto, originario di Soldano, probabilmente perché l'uomo era il cognato di un suo vecchio amico, da sempre abitante in quella zona.
Le conversazioni tra i due erano varie ed articolate, simpatiche e briose al punto da interessare anche i figli del capotreno, quasi sempre condotte davanti a bicchieri di vino, di Barbera e non di Rossese, il tipico vino locale, che era il fiore all'occhiello del magazzino all'ingrosso che nel cortile dall'altra parte dell'imbocco della strada provinciale di vallata il nuovo arrivato intanto aveva aperto.
Nello scambio di notizie tra i due affabulatori non prevaleva tuttavia l'interesse per il prezioso e tipico prodotto - e connesse lavorazioni - delle vigne di Soldano, ma il rilievo dato ad abitanti di quel paese, colleghi del padrone di casa, uno dei quali in particolare in grande intimità ed uso a passare di persona al rientro dal lavoro a comunicare, se del caso, i cambiamenti nei turni di servizio.
A guardare bene, però, il Rossese di Ginetto non era di Soldano, ma di Località Curli di Perinaldo, nella quale ancora oggi si coltiva un tipo di uva da cui si produce un vino a suo tempo molto elogiato da Luigi "Gino" Veronelli e da Mario Soldati e curata da nuovi appassionati, che godono ancora di quella fama acquisita. L'intervento dei due famosi esperti era avvenuto quando il conduttore del fondo era Emilio Croesi, comunista e storico sindaco di Perinaldo: si asserisce in proposito che Veronelli e Soldati si fossero avventurati da quelle parti sulla base di qualche segnalazione, ma che, appena incontrato il vinicoltore ricercato, fossero costretti ad aspettare ed assistere alle particolari procedure di purificazione del mosto, imperniate sul passaggio tra strati sovrapposti di saggina del nuovo prodotto. Ed il buon nome del Rossese di Curli, quel Rossese di Curli, rimane tuttora garantito tra i veri intenditori, come attestato da vari articoli presenti sul web.
A Curli, quantomeno in quel lontano periodo, avevano campagne altri abitanti di Soldano, che per accedere ai loro poderi potevano utilizzare solo una faticosa mulattiera in salita.
La famiglia di Ginetto aveva anche gestito a Curli, prima di Emilio Croesi, la campagna di un certo "colonnello" non ben identificato, che aveva dimora nella vicina Suseneo, Frazione del comune di Perinaldo, ma un episodio curioso riconduce ad un loro lavorante ed a un loro mulo molto robusto, in grado di portare molti pesanti sacchi - ciascuno di 130 chili - di uva appena raccolta. Capitava una volta che, non volendo lasciare incustoditi di notte alcuni sacchi, di cui prima del buio ormai incombente non si era potuto caricare l'animale, si incaricassero dell'ultimo sforzo il bracciante e Ginetto: solo che il primo, arrivato in fondo alla discesa, risaliva e faceva in tempo a prendersi cura per una buona metà del tragitto anche del fardello del suo datore di lavoro.
Nei paesi sono questi i generi di narrazione che si tramandano con particolare attenzione. 

Adriano Maini

mercoledì 29 luglio 2026

Storie un po' così

Ventimiglia (IM): Via Dante

Mario rammenta che conobbe Carlo quando abitava in Via Dante a Ventimiglia e che in qualche modo si teneva in contatto con lui anche dopo il suo trasferimento del 1967 a Parma: aiutava anche il fatto dei frequenti ritorni di Carlo in visite nella città di confine. Si delinea così una comunanza di giochi, comuni frequentazioni ed amicizie, di passione per il calcio, sport in cui Mario, che attesta del resto le buone prestazioni a livello giovanile da difensore di Carlo, è stato un buon elemento, noto e stimato in ambito locale.
L'argomento "Via Dante", che qualcuno chiama ancora Via Regina, ritorna spesso per svariati motivi su queste pagine, come per la vecchia scuola media. Per gli anni più vicini al secondo dopoguerra, quelli nei quali abitava là anche lui, ne scrive spesso Gianfranco Raimondo. Dalla sua ampia aneddotica si può isolare un esempio che appartiene alla serie degli "stranomi", citando "Tapapussi", un personaggio del passato che nel resoconto di Gianfranco appare a dire poco un tipo bizzarro, ma di cui sarebbe curioso sapere come sia finito nel novero dei nomignoli elencati da Arturo Viale, molto più attento alle zone di levante di Ventimiglia, in una parte del suo "Punti Cardinali. Da capo Mortola a capo Sant'Ampelio" (Edizioni Zem, 2022): prima o poi l'arcano sarà svelato. 

Ventimiglia (IM): Vico Arene, una delle traverse di Via Dante

Da un po' di tempo non si raccolgono più voci circa gli intendimenti di alcuni ex abitanti di Via Regina e dintorni di procedere alla redazione di un libro imperniato su quello che si può definire un vero e proprio rione: erano state recuperate in proposito diverse fotografie d'epoca, che erano anche circolate in ambiente non poi tanto ristretto, così da suscitare la doverosa attenzione che meritano immagini rievocative soprattutto di angoli alquanto cambiati. 

Ventimiglia (IM): Via Turati

La stessa situazione concerne all'incirca l'ex Bar Irene di Via Turati, sempre a Ventimiglia.
Anche in questo caso conversazioni, trafiletti, messaggi di mailing list, riconducono spesso a quell'esperienza, anche questa sovente qui menzionata.
A voler approfondire il tema, si dovrebbe ricorrere una volta di più alla grande memoria di Gianfranco Raimondo, che ha osservato tutta la vita di quell'esercizio pubblico: se ne potrà sempre fare ricorso, ma intanto, a mo' di celia, occorre aggiungere che Gianfranco non si ricorda della procace cameriera rimasta, invece, nelle reminiscenze di Carlo di Parma.
Sono tanti i fatti singolari legati a quel bar, anche dopo il suo trasferimento dalla prima angusta sede, posta davanti ad un cinema ed alla Camera del Lavoro, ad una nuova, di fronte ma un po' in diagonale, sotto i portici.
Vedere film e frequentare la Cgil rappresentò di sicuro un forte volano di attrazione di clientela, ma altri imponderabili fattori entrarono in campo per garantirne il successo.
Nelle sporadiche rievocazioni si alternano - ad usare un eufemismo - varia umanità, compresi - come qualcuno ha di recente ripetuto - tanti "fricchettoni", e persone impegnate non solo sul terreno politico e sociale, ma anche culturale.
A titolo indicativo sarà d'uopo ricorrere alla figura di Francesco Biamonti. Si è qui già rimarcato che nel suo romanzo d'esordio "L'angelo di Avrigue" - come ha colto con acume Gianfranco Raimondo - viene ampiamente rievocato il Bar Irene con il suo microcosmo sociale: singolare coincidenza tra uno scrittore che, prima di trasfigurarla anche poeticamente, si calava bene nella realtà, ed un locale teatro pure di tanti episodi di colore.
E sarà qui da aggiungere che almeno un lettore, notato quel riferimento letterario al Bar Irene, si è affrettato a rileggere "L'angelo di Avrigue" per rivisitare una temperie che ben aveva vissuto.
Anche per il Bar Irene si è sentito dire di quando in quando che si sarebbe potuto scrivere una storia, sinora, tuttavia, restata al palo.
Ci sono, dunque, ancora diversi capitoli aperti su Via Regina e sul vecchio Bar Irene.
Adriano Maini