lunedì 5 settembre 2022

... e i biscottelli di Bordighera


Sul finire degli anni '40 in un rinomato bar del centro di Ventimiglia molti clienti pretendevano di bere il caffé solo se fatto dal cameriere più giovane.

In quegli anni si diffondevano in tutta la zona alcune contaminazioni tra cucina locale ed altre regionali, tutte usanze all'insegna del necessitato risparmio: singolare il fatto che nelle arbanelle di pomodori secchi sott'olio venissero sempre più spesso aggiunti aglio e basilico.

A Bordighera era ancora su piazza una caratteristica venditrice ambulante di farinata, ancora oggi ricordata con tanta nostalgia.

Ad un altro esercizio di Ventimiglia al primo quarto degli anni '50 affluivano anche da Sanremo gruppi di giovanotti della piccola borghesia per degustare baguette - rigorosamente acquistate in giornata dal titolare a Mentone - farcite con acciughe e cipollotti nostrani ed intrise di burro ed aceto.

E diversi erano i siti per quelle che si potrebbero definire "merende fuori porta", in genere ubicati in campagna o in collina.

Sempre sul piano della memoria, si rincorrono e si accavallono tuttora le voci sulle migliori "pisciadele" della città di confine, tutte realizzate - altri tempi! - in condizioni di igiene che lasciavano molto a desiderare.

I locali in linea con la decenza gareggiavano giocoforza per attirare i ghiottoni non con la singola specialità, ma con l'offerta complessiva di prodotti da forno: l'eccellenza di uno di questi viene tramandata di generazione in generazione.

Un'insidia era, tuttavia, in agguato, perché, soprattutto a Bordighera, le panetterie offrivano la possibilità di cottura a buon prezzo a frotte di massaie dalle mani d'oro, per un tripudio di verdure ripiene, di torte verdi e di dolci.

Ancora nei primi anni Sessanta per tante persone, non solo immigrate di recente, che non si potevano permettere che molto raramente di comprarli, le ricette concernenti le castagnole di Ventimiglia e i biscottelli di Bordighera - per non dire di altre prelibatezze del posto! - apparivano, invero, misteri esoterici, così come è ancora alla data odierna per le "bane" di Camporosso.

Al fianco di ristoranti prestigiosi, meta di personaggi famosi, erano ancora diffuse, soprattutto nell'entroterra, locande e trattorie dai piatti caratteristici - coniglio, capra e fagioli, ecc - ma con l'apertura del primo esercizio che vendeva pizza al taglio - si potrebbe, tuttavia, anche scegliere un altro esempio - forse si può intravvedere simbolicamente un deciso cambio di assetto strutturale, quale si prolunga in età contemporanea, non solo connotato di raffinatezze o di novità, d'ambiente e di portate, o di veloce consumo, ma anche di diffusione di manuali di cucina dalla più o meno facile consultazione, di negozi di varia gastronomia e di altro ancora.

Chissà se nel suo ultimo libro, di cui qui sopra si mette l'immagine della copertina, in uscita a fine mese e, come pare dal titolo, dedicato - come quasi tutte le sue fatiche letterarie precedenti - a tanti aspetti di storia e di vita locale, Arturo Viale ha trovato lo spazio, come ha fatto in precedenza, a temi come quelli trattati in queste righe: ne avrebbe la competenza, non fosse altro che per le vicende della sua famiglia.

Adriano Maini

lunedì 18 luglio 2022

Sbiaditi racconti ed altri inediti di guerra

Richiesta alla Corte di Assise Straordinaria di Imperia da parte del governatore alleato Garigue per un rinvio di presenza in processo della teste Lina Meiffret. Documento in Archivio di Stato di Genova. Copia di Paolo Bianchi di Sanremo (IM)

Il giovane, inibito dall'Ovra rispetto allo sfollamento di tutta la popolazione locale, al terzo giorno di guerra riusciva ad eclissarsi su uno dei pochi treni in partenza da Ventimiglia (IM) in direzione - logicamente! - levante.

Sopra Bolzano in quell'estate del 1940 passavano anche aerei italiani diretti a nord: a bombardare l'Inghilterra?

L'ex coscritto della Regia Marina narrava da anziano di una deriva per mare di giorni e giorni, prima che egli e lo sparuto gruppo di compagni superstiti all'affondamento venissero tratti in salvo.

Nel viaggio in treno, che lo riportava alla nave di ritorno dalla breve licenza in Nervia di Ventimiglia, il furiere vedeva le fumanti rovine di una Genova appena colpita da uno dei terribili bombardamenti di quel conflitto. Forse doveva ancora assistere dalla plancia di comando della corazzata alla prima battaglia navale della Sirte, che non fece, invero, grandi danni.

Il futuro maresciallo di polizia, scampato alla ritirata di Russia, prima di andare ancora una volta in partenza, questa volta per cercare di unirsi agli Alleati in Costa Azzurra, ebbe la casa distrutta da ordigni  scagliati dall'alto.

Un semplice fante, neppure ferito, dal nord Africa in Italia rientrò misteriosamente in aereo poco prima che avvenisse la resa delle forze dell'Asse su quel teatro.

Non si commuoveva al ricordo della campagna di Russia, forse tenendo ben presente la fotografia che lo ritraeva in quelle lontane lande atletico ufficiale eretto superbamente a cavallo, ma nel rievocare il suo viaggio a piedi, iniziato ad Alessandria al momento dell'armistizio, per rientrare in famiglia in Irpinia, qualche luccicone agli occhi ad un Luigi ormai anziano veniva sul serio.

Dalla corazzata che prendeva il largo i marinai vedevano arrivare sulla banchina del porto di Pola i primi mezzi tedeschi: non potevano immaginare che di lì a breve gli stukas avrebbero tentato, senza riuscirci, di colpirli. In una certa saga familiare si vociferava di un ammutinamento di ufficiali affinché quella flotta dell'Adriatico andasse sul serio a consegnarsi agli inglesi a Malta.

Dopo l'8 settembre 1943 l'addetto, nei recessi dell'incrociatore Raimondo Montecuccoli, continuava imperterrito a sfornare pane, adesso mentre la superba nave faceva trasporti per conto degli Alleati.

Anche in Magauda di Bordighera era stato realizzato un rifugio artigianale antiaereo.

La seta dei paracadute dei bengala era un provvidenziale dono del cielo per i civili che riuscivano ad impossessarsene.

Alcune amanti dei gerarchetti nazisti di Sanremo in quel torno di tempo abitavano a Bordighera: per questo via vai si produceva un grande impegno di autisti, anche italiani, delle SS.

E sempre da Sanremo una spia dell'Abwehr da privato riusciva anche ad occuparsi della tentata vendita di un quadro del Tintoretto, attirando su di sé e sui suoi complici l'attenzione delle autorità doganali, ancora sussistenti, perché il dipinto in questione era transitato dal Principato di Monaco attraverso la frontiera francese con l'Italia.

D. del suo partigianato raccontava solo che una volta, dovendo raccogliere con un compagno del materiale, si erano divertiti a scivolare sulla neve sino a finire dentro ad un cumulo di letame, da loro erroneamente scambiato per un covone ammantato di bianco.

Una scena accaduta innumerevoli volte, ma era sempre della zona intemelia la madre che stringeva la figlioletta al seno, dove aveva nascosto documenti compromettenti, dinanzi a nazisti che cercavano il marito.

Padre e figli, proprietari di noto garage in Bordighera, collaboratori del capitano Gino, accorrevano allarmati per verificare a poche decine di metri dal loro luogo di lavoro come stessero le donne e la bambina dell'appartamento colpito dal mare, non sapendo che erano già sfollate.

Lina Meiffret, trattenuta da impegni di lavoro al governatorato alleato provinciale, doveva più volte giustificare alla corte d'assise straordinaria di Imperia i suoi impedimenti a poter testimoniare contro la persona, un tempo amica, che aveva contribuito a scatenare l'inferno contro di lei e contro il martire della Resistenza Renato Brunati.

La similare istanza giudiziaria di Sanremo condannava a pena blanda, solo per "furti" e non per partecipazione a rastrellamenti, un milite del Distaccamento di Bordighera della XXXII^ Brigata Nera Padoan, nato a Ventimiglia, ivi residente.

Il professore Mario Calvino, padre del più illustre Italo, attestava, finito il secondo conflitto mondiale, che un dattilografo della G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana della R.S.I.) di Imperia, costretto a tale mansione dagli eventi, in realtà aveva passato clandestinamente svariate utili informazioni ai patrioti.

La polizia partigiana di Ventimiglia doveva inoltre registrare molte denunce di persone che intendevano riottenere certi loro beni immobili affidati a dei vicini o a dei conoscenti nelle occasioni delle loro precedenti fughe, più o meno precipitose.

Adriano Maini

martedì 5 luglio 2022

Vintage?


La foto in cornice di Pio XII comprendeva un'appendice meccanica tale per cui il braccio destro del pontefice ad un tocco (o qualcosa del genere; più probabile il classico giro di una chiavetta incorporata)  si alzava con fare di benedizione.

Un grande Sant'Antonio da Padova in gesso troneggiava su di un canterano: oggi orna un giardino di un conoscente, ma non sono ancora andato a rivederlo.

Sempre da quella camera da letto della nonna materna in Bordighera, Via Giacinti, quando ero piccolo, sdraiato sul letto potevo vedere intorno alla porta di un ingresso di casa quadri di Gignese (paesello a monte del Lago Maggiore) e un grosso ragno di vetroceramica color arancione. Non riesco a rammentare l'altro oggetto "sacro" la cui lucetta non era sufficiente a tranquillizzarmi quando sotto i 6 anni di età ero obbligato ad andare presto a dormire da solo, mentre nonna e zie cucivano o facevano andare la macchina per intessere maglie.

Dagli altri nonni ammiravo sulle pareti un cinturone della divisa di un prigioniero (un caduto?) austriaco della Grande guerra e diversi orologi da tasca.

Questi ultimi in casa nostra arrivarono un po' più tardi, curiosa dotazione professionale per mio padre ferroviere, ancor più della borsa di lavoro quasi da portalettere, dei petardi da nebbia (in casa non c'era rischio che esplodessero: si provi ad immaginare il peso di un treno lanciato a velocità che passando sopra quei minuscoli oggetti dovevano avvertire con il loro scoppio i macchinisti che avrebbero dovuto operare un'improvvisa frenata), di lanterne, al cambio delle mansioni e delle responsabilità, via via più piccole, ma sempre festose nel produrre luci gialle, verdi, rosse.

Ed ancor prima, quando abitavamo a Ventimiglia Alta, c'era un bel dipinto, un ritratto giovanile della nonna materna, forse disperso nel trasloco a Nervia del 1956, perché non l'ho più rivisto, né per troppi anni mi sono peritato di fare domande in proposito.

Sempre in riferimento a quando ero bambino, e si abitava in quel centro storico, perché la maggior parte degli oggetti cui sin qui ho accennato, me li sono riguardati da altre prospettive ancora in età adulta, mi tornano in mente un cavallo a dondolo (documentato da almeno una fotografia), uno strano triciclo (per questo gli scatti in archivio sono forse due), un orsacchiotto molto spelacchiato, un album di figurine di animali la cui ultima pagina era occupata dall'immagine di un bel koala.

La mia memoria è quella che è,  per cui  mi sarò di sicuro dimenticato altre cose che oggi farebbero tanto vintage. Non metto in conto la nostra prima radio, che era di sicuro del secondo dopoguerra e che venne poi consegnata da mio padre ad un ragazzino di Nervia perché facesse le sue prime prove da futuro tecnico del settore...


Nell'imbarazzo per la scelta di fotografie - lo stato attuale delle varie abitazioni qui menzionate, qualche giocattolo - ho scelto di iniziare il discorso con un'inquadratura (neanche ben fatta, dato che il negozio in questione risulta tutto a destra per chi guarda) della macelleria (ormai anche questa una sorta di reperto storico) che era vicina al nostro portone di ingresso a Ventimiglia Alta, ma alla fine non rinuncio, proprio qui sopra, a fare vedere quel triciclo.

Adriano Maini


mercoledì 8 giugno 2022

Jacarande


Mi è stata mandata la fotografia della fioritura di una bella jacaranda, presente in una piccola frazione di Ventimiglia. Sono anche atteso per ammirare in loco la pianta in questione che ormai non vedo da anni nel suo splendore di colori.


A dire il vero è passato anche diverso tempo da quando andavo alla ricerca di queste singolari piante per scattare immagini dei loro momenti migliori. Se ne incontrano adesso, nella riviera ligure di ponente, in un congruo numero, ma sono in genere esemplari giovani, che non reggono ancora il confronto con gli esemplari veterani.


La percezione o meno della presenza su questo territorio di questi alberi sfiora talora il ridicolo, perché troppe persone dichiarano di non conoscerli. Del resto, non si può dare loro neanche del tutto torto, perché, se non appaiono - in genere in questo periodo - con i loro manti di un viola molto particolare, le jacarande passano inosservate, confuse, forse, con altri campioni di botanica.


Capitò così anche a me. Avevo passato decenni senza prendere in considerazione queste piante, finché un giorno avvistai alla foce di un torrentello di Sanremo quello che mi sembrava più che altro un arbusto stenterello, adorno, tuttavia, di qualche fiorellino. Avendo chiesto informazioni in merito ad Alfredo Moreschi, che all'epoca ritenevo solo un semplice appassionato, mentre è un vero esperto di tanti misteri della natura, nel corso di un viaggio in treno qualche giorno dopo, più che altro per fare conversazione, ne appresi il nome, per l'appunto, jacaranda, e qualche notizia supplementare. Sarà stato il concatenarsi di coincidenze, che mi aveva portato a questa mia scoperta, ma mi prese quasi subito una grande passione per questi alberi, che a volte trasformavo in tormentone per chi mi stava ad ascoltare.


Non ho realizzato grandi cose. Appena ho potuto mi sono alquanto dedicato - come ho prima accennato - a fare un po' di fotografie, magari mancando gli appuntamenti con la fioritura delle jacarande più belle che avevo ammirato in provincia di Imperia quando ero ancora al lavoro. In altre parole, le più belle mi sono sempre sfuggite. Ho anche notato, curiosando sul Web, che in altre parti del mondo queste piante hanno fiori con altri colori. Ho anche suscitato, ai miei esordi nella blosfera, dedicando qualche modesto pensiero alle jacarande, commenti caldi e vibranti. E competenti.


In questi giorni, osservando due di questi alberi che mi sono più cari, ma che ho trovato alquanto dimessi, mi sono tornate in mente le parole pronunciate qualche anno addietro dall'amico giardiniere che ne aveva fatto la messa in opera per conto del comune di Bordighera. Vale a dire che anche per le jacarande, anziché lasciarle in stato di abbandono, occorre una cura se non continua, almeno di un certo peso. Forse lo sapevano già gli uomini che le avevano introdotte, già a metà degli anni Trenta, nel nostro immediato entroterra: come mi raccontava un altro amico.

Ho fatto fatica a ritrovare in archivio mie fotografie di jacarande: qui sono quelle che seguono la prima, quella di cui dicevo all'inizio. D'altronde finché mi mandano belle immagini posso fare a meno di andare alla ricerca di scatti ottimali sul tema... 


Come quest'ultima, che riguarda la jacaranda dei Giardini Monet di Bordighera, uno scatto che mi è pervenuto... "fuori sacco"!

Adriano Maini

martedì 10 maggio 2022

Coincidenze

Una vista da Bordighera a Cap Ferrat

N. mi disse in un’occasione che aveva letto "Meridiano di sangue" di Cormac McCarthy, come forse gli avevo suggerito io: solo che non so ripetere con la sua lucida precisione la trama con cui mi descrisse la filosofia, da lui intesa, sottesa a quel romanzo, che pur mi aveva tanto affascinato per quella che a me è sembrata una plastica commistione di paesaggi selvaggi e di crude vicende storiche poco note del sud-ovest nord-americano di circa due secoli fa.
E non potevo dubitare che, quando conobbe Nico Orengo, autore anche de “La curva del Latte”, N. gli rammentasse che, certo, anni dopo quell’ambientazione romanzesca, nella campagna condotta dal protagonista lui ci aveva lavorato da bracciante, prima di emigrare a Milano, diplomarsi, laurearsi e vincere importanti concorsi in comuni dell'hinterland.
N., che in gioventù tirava tardi a discutere con Francesco Biamonti davanti al Bar Irene di Ventimiglia (IM) ormai chiuso, mentre doveva alzarsi di lì a poche ore per tornare al suo lavoro, all’epoca, ancora agricolo, non ricordava, invece, molto del professor Raffaello Monti, già amico e corrispondente di Aldo Capitini. Eppure ai nostri vent’anni era stato lui a riferirmi citazioni di quella più vecchia Bordighera dell’Unione Culturale Democratica (tuttora operante grazie alla grande tenacia di Giorgio Loreti), che vide impegnati, tra gli altri, Francesco Biamonti, Guido Seborga, Angelo Oliva, Luciano De Giovanni, i pittori Enzo Maiolino, Sergio Biancheri, Joffre Truzzi, Sergio Gagliolo e chissà quante personalità interessanti sto dimenticando.

Dalla lettura del recente, significativo libro di Sergio Favretto, Partigiani del mare. Antifascismo e Resistenza sul confine ligure-francese, Edizioni SEB27, Torino, aprile 2022, vengo ad apprendere che Raffaello Monti era riuscito a frequentare, seppur brevemente, Giuseppe Porcheddu anche nell'immediato secondo dopoguerra.

Fravretto si sofferma pure sull'operato da partigiano di Pietro Giacometti, che compare anche nell'opera "Lina, partigiana e letterata, amica del giovane Calvino", scritto da Daniela Cassini e Sarah Clarke, una fatica che sarà presentata anche a Bordighera sabato prossimo, alle ore 17, presso la Chiesa Valdese di Via Veneto. Si sarebbe detto di Giacometti, comunque, credo, a prescindere dal fatto che era il nonno del marito della signora Clarke. Senonché, a Sanremo, la settimana scorsa all'incontro pubblico sul medesimo titolo, a margine dell'evento, sono a venuto a sapere che la famiglia Giacometti a cavallo della guerra era proprietaria di Villa Olga a Nervia di Ventimiglia: guarda caso a poche centinaia di metri dove, più a levante, qualche tempo dopo sono nato io, ma dove in quel periodo cruciale abitavano già i miei nonni.

Alcuni fatti storici o, al limite, solo alcune conferme, sono stati appurati in ordine ai due libri appena accennati dalla pubblicazione di quello che io definisco il "Memoriale Porcheddu", prima inedito, in Francesco Mocci (con il contributo di Dario Canavese di Ventimiglia), Il capitano Gino Punzi, alpino e partigiano, Alzani Editore, Pinerolo (TO), 2019. Mi emoziona tuttora sapere che una radioricetrasmittente affidata da Punzi ad un altro degno antifascista, perché probabilmente destinata a Beppe Porcheddu, era transitata dal garage Chiappa, padre e figli, una volta esistente a pochi metri dalla mia abitazione. O, ancora, avere appurato in modo incontrovertibile in quale casa di Marina San Giuseppe di Ventimiglia avvenne l'agguato vile e feroce che costò la vita al capitano Gino, un uomo, già ufficiale di carriera, venuto a morire dalle nostre parti dopo aver tentato di intessere una rete antifascista in provincia, aver combattuto con i partigiani francesi ed essere tornato a cercare contatti con i nostri partigiani anche nella veste di agente dell'Oss statunitense. E, a onor del vero, le mie impressioni non si fermerebbero ancora.

Ho abbondato in collegamenti, specie in quelli concatenati, per consentire a chi ne avesse intenzione qualche approfondimento, in quanto la passione che mi suscitano i temi qui evocati ha ridotto le mie già scarse doti di sintesi.

Adriano Maini

giovedì 28 aprile 2022

Giallisti francesi che accompagnano il lettore per mano


120, rue de la Gare è un romanzo uscito miracolosamente (rispetto alla censura militare, e quale censura!) nella Francia occupata dai nazisti, benché trattasse e dei campi di prigionia dei soldati francesi e delle costrizioni di guerra a carico dei civili.
Léo Malet (che anche nella vita reale ebbe traversie non indifferenti) fu per l’epoca in cui presentò per la prima volta il suo investigatore privato uno che seppe rompere decisamente gli schemi. Già chiamare il protagonista delle sue fatiche letterarie Nestor Burma (il cognome pescato a caso da un atlante in lingua inglese: si tratta della Birmania, oggi Myanmar!) comporta, pur nel realismo di fondo in cui sono collocate le sue avventure, una garbata ironia nei confronti dei già allora imperanti private-eyes statunitensi, ironia che viene prolungata nei comportamenti del personaggio, il quale con tipica verve dà dei punti pur all’ottimo Philip Marlowe di Raymond Chandler. Si aggiunga il nome della sua Agenzia, “Fiat Lux”, collocata in pieno centro di Parigi ed il quadro di riferimento inizia a farsi più preciso.
Una affollata galleria di comprimari, presi dalla vita vera, ci accompagna mentre seguiamo i casi affrontati da Burma, casi le cui radici affondano spesso prima della seconda guerra mondiale: tanti personaggi simpatici, uomini della strada e uomini importanti, civili e militari, perdenti come erano (con almeno un po’ di dignità!) quelli di una volta, giornalisti (tra cui indimenticabile l’alcoolizzato e bisbetico Marc Covet, sempre informatissimo), ma soprattutto figure di delinquenti presi pari pari dalle cronache dei giornali e non inventati di sana pianta, trafficanti e falsari d’arte, ricconi d’antan, poliziotti ottusi, ma trattati quasi con affetto dall’anarchico Malet, e le ragazze, le donne, ah, le donne! Ritratti di rara efficacia, ma soprattutto affettuosi del nostro immaginario femminino, quelli dipinti da Malet: ragazze quasi perdute che si riscattano; fanciulle innocenti di tutto ma sempre sul ciglio del burrone; una procace segretaria anch’ella dotata di grande senso dell’umorismo ed acuta osservatrice, ma destinata al nubilato casto, benché platonicamente innamorata del Nostro; anche belle ragazze per qualche flirt di Nestor, che vive, comunque, almeno una drammatica storia d’amore; cocottes, d’alto e basso bordo, e vere e proprie dark ladies, perché certo non potevano mancare; vecchie streghe e vecchine adorabili; e così via.
Con Malet si respira la cosiddetta storia materiale, la storia minuta, descritta con molta grazia, perché, scrivendo in tempo reale, da osservatore attento ha lasciato anche una documentazione, per così dire, imponente per gli anni ’40 e ’50. Malet con la serie di Burma ha scritto almeno un romanzo ambientato in ognuno degli arrondissements di Parigi. Così la zona della Bastiglia e lì vicino un grande luna-park; vicoli stretti e solite brasseries vicino alle Halles, oggi Centro Pompidour; nei pressi di quel grende mercato coperto di un tempo che fu l’ambientazione di un fatto singolare: come si essiccavano nei primi anni ’50 prima di essere messe in vendita le banane, arrivate acerbe da paesi allora esotici; locali poveri e un po’ malfamati un po’ ovunque, specie a Saint Germain e Montparnasse; ma anche quelli “come si deve”, soprattutto in centro; il Marais, la porta Saint-Denis ed altri siti storici; com’era Lione durante la guerra; e la Germania nazista dei lager; un gigantesco serbatoio dell’acqua potabile a Montsouris; la Port d’Italie, ben prima degli sventramenti che l’hanno trasformata in snodo viario imponente e sede di centri direzionali; belle ville di una volta con grandi giardini nella periferia nord e appena fuori Parigi, con una campagna che sembrava entrare in città; scali merci e linee ferroviarie dappertutto, quasi dentro la Ville Lumiere; abitazioni povere di operai e tuguri di sottoproletari, questi ultimi non solo in sottotetti di case malandate con scale esterne ancora più traballanti, ma talora sotto forma di un solo piano con quattro assi messe in croce in qualche cortiletto polveroso. Sono solo alcuni esempi.
Su questo sfondo Burma, tutto elegante in uno stile più anni ’40 che ’50, se ne va in giro sempre in automobile, o una bella automobile diciamo “intonata” o in taxi.
In Francia del personaggio Burma vennero fatti anche dei film; di sicuro dei fumetti molto belli, di cui alcune immagini scelte sono le copertine di certe ristampe italiane.
Ma di Malet la critica aulica si occupa soltanto della sua trilogia noir, in effetti vraiment noir


In tutti i romanzi di Pierre Magnan incombe la natura, quasi sempre  con il vento impetuoso che scende dalle montagne; cime (la Lure in primo luogo) per arrivare alle quali si passa dalle coltivazioni intensive specializzate alle boscaglie e a qualche foresta, per rinvenire pianori erbosi non di rado sprofondanti in doline (e rupi e sassi e burroni); cappelle e chiesette di campagna; reperti archeologici romani; piante rare, piante endemiche, piante officinali, profusione di fiori a primavera; maestosi castelli diroccati; lo scrosciare, talora pauroso, specie nella brutta stagione, delle acque della Durance e della Bleone e di tanti torrenti, spesso con accompagnamento di diluvi di pioggia e di spaventosi fulmini; ed anche il sole e la neve, certamente. E tanti giardini, tanti orti, tanti alberi che, più che coltivati, sembrano ormai crescere da soli e sfidare le intemperie, perché messi a dimora da qualche antenato più avveduto, il tutto a completare la parte di paesaggio che dovrebbe essere precipua cura dell’uomo. Come nel caso di Digne, vero centro di Provenza. Ci sono, ancora, i paesi, i villaggi, altre città, di cui il lettore, grazie alle descrizioni, può quasi direttamente vedere stazioni, ville, terme, palazzi, monumenti come la fortezza di Sisteron. E a Sisteron una grande pianta di glicine, abbarbicata per tutta l’altezza di una bella casa borghese, in un episodio memorabile narrato da un uomo che aveva fatto nelle Basse Alpi la Resistenza, non a caso nell'appena citata occasione - non l'unica! - rivisitata con marcati chiaroscuri. Anche il personaggio preferito di Magnan, il commissario Laviolette, ha fatto, invero, la Resistenza.

Adriano Maini

mercoledì 16 marzo 2022

Si trascinava stanca, per spirito di servizio

Il Passo della Mendola - Fonte: Wikipedia

Edda Ciano in un albergo di lusso al Passo della Mendola era gentilissima con i camerieri, in quell'estate in cui l'Italia era appena entrata in guerra. Era, forse, un presagio di tante prossime sventure? Non solo le personali, ma anche quelle di un'intera nazione? Forse anche di quell'amore impossibile, brevissimo, con un comunista isolano? 

Irene Brin - nel ricordo dell'allora bambina - scendeva bella, elegante ed altera. Si accompagnava alla zia della testimone, altrettanto dotata di fascino, nel vialetto della casa dei nonni, dalle parti della curva del Giro d'Argento di Bordighera: il secondo conflitto mondiale era appena terminato, la vita - soprattutto quella brillante - riprendeva, gli ufficiali alleati a quel ricevimento intendevano divertirsi. 

In quel periodo, e poco lontano dall'appena mentovato luogo, invece, si trascinava stanca per spirito di servizio, forse perché glielo l'aveva chiesto l'amico Beppe Porcheddu, Lina Meiffret, a fare da segretaria a Garigue, governatore britannico della zona. L'eroica patriota, già seviziata dai nazifascisti e scampata quasi per miracolo alla prigionia in Germania, di sicuro ancora sconvolta per la morte del fidanzato Renato Brunati, suo sodale di lotta, fucilato come ostaggio al Turchino, non immaginava che pochi mesi dopo un altro partigiano avrebbe in un suo memoriale - di recente individuato nell'archivio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia da Giorgio Caudano - cercato (a mio avviso in modo maldestro) di incrinarne l'immagine. Ma di questi aspetti si stanno occupando per un prossimo libro (se ho ben inteso) in questo periodo Daniela Cassini (già Assessore alla Cultura del Comune di Sanremo e attualmente anche Presidente della nuova Sezione di Italia Nostra a Bordighera) e Sarah Clarke (quest'ultima signora già autrice su Per leggere - Anno 2019 - Annata: XIX - N. 36, a cura di Francesca Latini, dell'articolo Lina Meiffret: storia di una partigiana sanremese deportata nei lager nazisti e dei suoi documenti, mentre nella stessa occasione la studiosa Latini scrisse Le carte calviniane di Lina Meiffret, a dimostrazione - direi - del fatto che Italo Calvino non si era limitato a riportare a maggio 1945 su "La Voce della democrazia" le traversie subite da Lina Meiffret).

La giovane cantante, già trionfatrice, ragazzina, ad un Festival di Sanremo, sorrideva solare senza malizia al quasi coetaneo incrociato in un inizio di calda notte d'estate dalle parti dell'ex punto ristoro Alemagna in pieno centro di Milano. Diversi anni dopo organizzatori delle Rassegne del Club Tenco di Sanremo riferivano entusiasti dell'intelligenza e del calore umano di quella donna, ormai matura. 

Adriano Maini