venerdì 18 ottobre 2019

Via Due Camini


Certe mie emozioni acquisiscono dimensioni particolari nel caso di racconti o romanzi, che delineano anche sommariamente, quasi per inciso, affidandosi alla cifra della memoria, certi angoli o certo vissuto di Ventimiglia (IM) e del Ponente Ligure. Soprattutto se scritti da un amico finalmente ritrovato o da chi non incontro più praticamente dai tempi della scuola. E, forse, il mio coinvolgimento è ancora più forte, perché sono libri da me scoperti e, quindi, letti, come mio solito, quasi trasognato, in ritardo.
 
Chi scrive di Ventimiglia (e della zona) di solito non può prescindere dal mare. Dalle piccole baie, dalle calette, dalle rocce, sempre più numerose verso la frontiera. E c'è, tra gli autori cui ho qui solo accennato, chi sottolinea che, a esplorare e vivere questi paesaggi, e questo ambiente, una vera barriera con la Francia non vi sia mai stata.
Ho anche rinvenuto una intrigante scansione, alla quale si affida un personaggio, di nomi di monti ben visibili dalla costa del Ponente Ligure.
Per varie associazioni di idee è riemersa viva nella mia mente una giovanile serata di fine estate, un'escursione dalla Margunaira di Ventimiglia a Via Due Camini, una zona, questa, in discreta altura, che consente un'ampia panoramica, soprattutto sul mare. Non ricordo se entrammo nell'omonima trattoria, meta tradizionale per tanti anni di gite fuori porta, rimaste nel vissuto popolare, anche perché quell'esercizio da tempo è chiuso.
Una serata fatta quasi di niente, se non del discorrere allegramente in compagnia salendo e ridiscendendo, dopo una breve sosta lassù, in città: ero ancora inconsapevole che l'età della spensieratezza stava finendo.



venerdì 11 ottobre 2019

Balùn a Sasso


Sasso, Frazione di Bordighera (IM). A poca distanza dal centro cittadino. 
Ho rimirato da bambino e da adolescente, perché ero più attento a quel tempo a cercare di scoprire il mondo, quel piccolo borgo tante volte dal basso, dai Gallinai, dove abitava la nonna materna. Discretamente inerpicato in collina. Insomma, tante stradine in discesa e la piazza principale aperta da tre lati.
Un amico mi ha raccontato di vecchie partite a livello amatoriale, di “balùn”, il pallone elastico o, ancora, palla pugno, che si facevano un tempo nel paese: preso dalla sua conferma di coloriti trasporti popolari, a me già noti, per questo sport e dal racconto di episodi, come quello di un giocatore del posto in grado, alla battuta, di squarciare la palla, mi sono dimenticato di chiedere quante reti di protezione, data la conformazione di Sasso, usassero allora stendere...


sabato 5 ottobre 2019

Non solo vendemmie, in Costa Azzurra

Uno scorcio di Val Roia francese
Senza essere mai stato un frontaliere, in certi periodi ho frequentato abbastanza il Nizzardo e la Costa Azzurra nella parte più vicina alla frontiera. Del resto, ho sempre abitato o a Ventimiglia (IM) o a Bordighera. E ho lavorato a lungo, sino al mio pensionamento, a Sanremo: un'attività che comportò per me anche specifici contatti oltre confine, da cui ho riportato vive memorie di relazioni umane, su cui tenterò di tornare con altri articoli. Del resto, già in precedenza non mi erano mancate aderenze in proposito.

A prescindere dalle escursioni in Francia compiute da bambino ed in giovane età con familiari, mi risultano significative le prime gite scolastiche, di cui sottolineo, quali esempi, alcune tappe. Alto sul mare Eze Village, di cui avevo già capito allora che era un villaggio ricostruito. La parte di Val Roia transalpina, nella quale scorsi la vecchia ferrovia Ventimiglia-Cuneo ancora in disarmo con i suoi arditi ponti crollati, con i binari interrotti, con una malconcia segnaletica d'anteguerra. Due o tre cose sulla Valle delle Meraviglie, invece, le scriverò in prosieguo.

Ho partecipato, più per ate in compagnia di amici dell'epoca che altro, a due vendemmie a Les Arcs, nel 1968 e nel 1969. Per l'esattezza a Les Arcs-sur-Argens, dipartimento del Var. 
Poco lontano dall'uscita di quello svincolo autostradale il mio illustre ospite nella tarda primavera del 1983 mi indicò il ristorante dove fermarci prima di ripartire per Marsiglia. Intuivo vagamente che per lui si trattava di una fermata in una sorta di rivisitazione di luoghi ben noti. Rammento di avere in quell'occasione degustato un prelibato prosciutto d'anatra. Lo scrivo come nota di costume. Rammento di più che anche a quella tavola (in quel momento forse aveva ragione lui!), come del resto per quel viaggio e per la nostra transitoria frequentazione, quel personaggio divagò sempre rispetto alle mie domande circa la sua attività politica clandestina in loco durante la guerra, descritte in un vecchio libro ormai introvabile se non in qualche biblioteca pubblica. Di recente Rodolfo, che per motivi professionali aveva avuto una ben forte consuetudine con quell'uomo, mi ha detto che quelle specifiche confidenze erano state negate pure a lui.

Torno brevemente a quelle due esperienze di vendemmia. Dal treno, ammirai l'incanto delle rocce rosse sul mare (come feci, del resto, quando andai a Parigi). In talune pause guidai, autorizzato, per divertimento il trattore solo usando la frizione: procurai giusto danni lievissimi alle vigne! Una domenica (nella banda c'erano una o due auto di ventimigliesi arrivati dopo e ripartiti prima) ci recammo tutti o quasi a Saint-Tropez. La strada in collina non finiva mai. Probabilmente si trattava dell'altura dei Mori (Les Maures). Quella - credo - che chiude l'orizzonte, nelle belle giornate, dall'Italia. 

Tanti, tanti anni dopo mi intestardii a capire dove sia di preciso quella che da lontano, cioè da qui in Riviera, sembra una gobba di dromedario. Nella vulgata popolare, del cammello. Secondo me Les Maures, per l'appunto. Mi capitò di andare a Frejus e rompere le scatole su quella ricerca per tutto il tragitto a chi mi stava dando quel passaggio. E di chiedere per un certo lasso inutilmente a regatanti nostrani. Fatta una volta di più quell'ipotesi guardando le cartine, me la vidi, infine, confermare da un velista rinsavito, ma non sono ancora del tutto sicuro di questo responso...



venerdì 27 settembre 2019

La missione Flap ed i partigiani del ponente ligure


Esiste un rapporto segreto inglese, redatto dal capitano G. K. Long in riferimento alla Missione Flap, condotta tra i Partigiani, nel Basso Piemonte, del comandante Mauri e, con culmine nell’ottobre 1944, tra i Partigiani della V^ Brigata Garibaldi, operanti nell’estremo ponente ligure: l’ultimo aspetto é quello che qui interessa. Il documento in questione venne rintracciato a cura del compianto Giuseppe “Mac” Fiorucci per la preparazione del suo “Gruppo Sbarchi Vallecrosia”.

Solo a seguire per grandi linee lo schema di questa relazione vengono identificati alcuni punti fermi delle vicende della Resistenza, più gravitanti sulla Zona Intemelia.

Rendo qui di seguito alcuni esempi.
Il comandante “Leo”, pseudonimo di battaglia di Stefano Carabalona, che, impegnato in quei giorni nella strenua, anche se vana, difesa di Pigna e dell’appena sorta, omonima Repubblica, é già in grado di indicare una via, anche se minima, logistica per evacuare verso le linee alleate via mare gli agenti inglesi, mentre é già pronto, come si é già visto, a conferire veste organizzativa e ruolo di rilievo, nel campo delle comunicazioni clandestine, al "Gruppo Sbarchi Vallecrosia".
Il trasferimento del relatore del piccolo dossier “Flap” e di alcuni suoi compagni di fuga (il capitano Morton e tre aviatori statunitensi), aiutati da una guida, Pierino Loi, che accompagna per la maggior parte del percorso su colline questi alleati - alcuni di loro, il capitano Lees, con molti documenti, e quattro ex-prigionieri britannici, tentarono, invece, con successo in due turni di raggiungere la Francia ormai liberata per le vie dei monti (Tenda, Olivetta S. Michele) - a Ventimiglia, vestiti da contadini, sino ad incontrare Giulio Pedretti, “Corsaro”, (l’uomo che alla Liberazione reca sulle spalle, oltre ad altre spedizioni di collegamento via mare con altri mezzi, anche il peso di 27 traversate in canotto di gomma, per trasportare ex-prigionieri alleati in fuga, altri uomini, armi, munizioni, ecc), che li porta materialmente - insieme a Pasquale Corradi - a Montecarlo in barca a remi, un viaggio di cui aveva, per l’appunto, già appurato la possibilità “Leo”.
Vittò, al secolo Giuseppe Guglielmo, comandante della V^ Brigata Garibaldi, a dicembre del 1944, poi, della II^ Divisione “F. Cascione”, di cui si dice che era stato prigioniero politico del fascismo.
Nino Siccardi “u Curtu”,  il Comandante della “Prima Zona Operativa Liguria”, compresa tra Ventimiglia e l’Albenganese.
La miseria della popolazione dell’entroterra, la penuria di generi alimentari, gli scarsi armamenti dei partigiani, che a loro volta scontano i primi due aspetti.
L’incontro con alcuni civili che reggono la Repubblica di Pigna (fine agosto- metà ottobre 1944): il periodo che va dal 5 al 18 settembre 1944 è il più esaltante per la vita del territorio libero, perché é quando vengono costituiti gli organismi democratici, ma non é quello che scorgono questi alleati, che entrano in territorio ligure il 27 settembre circa.
L’ammirazione per il comportamento in battaglia dei partigiani. Sull’eroismo dei patrioti combattenti a Pigna esiste, invero, una discreta letteratura, che discende in larga misura proprio dalle parole entusiaste che in merito pronunciò in interviste successive e nel suo libro “Missione inside” il capitano - canadese - Paul Morton, che, al pari di Lees e di Long, aveva preso per i suoi superiori altri appunti.
L’estensore del documento “Flap” - e, presumo, quantomeno di alcune mappe delle zone visitate - in parola fu, invece, lo ripeto, il capitano G.K. Long,  del resto artista di guerra.

Ma come ho già provato a raccontare qui uno strano oblio calò presto su questa Missione e su alcuni dei suoi componenti.




giovedì 19 settembre 2019

Quella palestra a Ventimiglia (IM)


L’ex G.I.L. di Ventimiglia (IM), come viene ancora chiamata, oggi una palestra, in uso, se non sbaglio, ad alcune società sportive. E lo spiazzo davanti un parcheggio a rotazione.

Per circa due decenni é stato l’unico impianto a disposizione delle scuole medie inferiori del centro città e degli istituti superiori.

Ci sono passato anch’io. Per otto anni.

In attesa di una lezione pomeridiana (allora per le superiori usava così), una volta ho sentito, tutto ammirato, un ragazzo un po’ più grande di me parlare di Puskás a Bordighera, di quel grande campione del calcio che nella Città delle Palme cercava di tenersi in forma, allenandosi con la giovanile locale.

In quel sito, dentro e fuori, anzi, fuori, perché le prove di corsa si facevano logicamente all’aperto, ho coltivato i miei sogni da adolescente sull’atletica leggera. Io, inconcludente, come quasi sempre, se non si trattava, come allora, di studiare, e, poi, di lavoro. Sono anni che non scrivo di questi aspetti. Ci penserò.

Non riesco a ritrovare una fotografia scattata, nell’occasione della premiazione, insieme, tra gli altri, a due insegnanti del Liceo, che a me furono molto cari. Ero il capitano, per meriti di… età, della nostra squadra allievi di pallavolo, che vinse nel 1966 il campionato provinciale studentesco. E tutto il torneo, per nostra fortuna, mi sembra di ricordare, si era svolto all’aperto dell’ex G.I.L.

Il patrimonio di ricordi di quel posto non può che essere, pertanto, che comune a centinaia e centinaia di persone della mia zona. Capita, del resto, che tanti scrivano di quel luogo e della strada che da un altro nome ancora alla palestra, Via Chiappori.

Appena finita la seconda guerra mondiale, l’edificio in questione venne adibito a scopi più pratici inerenti la vita che riprendeva a scorrere un po’ più tranquilla. C’era una mensa popolare, ad esempio: e fu là, dove mia madre ragazza allora lavorava, che i miei genitori si conobbero…


Prima ancora, come ci ricorda tristemente il nome, G.I.L., vale a dire Gioventù Italiana del Littorio, la palestra, come tante in Italia, venne eretta per celebrare biechi vanti del regime fascista. Di tanti racconti che ho sentito fare intorno a quel luogo per i tristi anni 1930, in genere concernenti il premilitare, aberrante istituzione del fascismo, voglio, in conclusione, riportarne almeno uno. Il seguente, che riprendo da un mio precedente post: "il giovane pescatore, uno di quelli che aiutava gli ebrei stranieri, dannati dal regime con le leggi razziali, a fuggire in barca dall’Italia verso la Francia nella tormentata stagione 1938-’39 [in proposito: Ombre al confine di Paolo Veziano L’espatrio clandestino degli Ebrei dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940, ed. Fusta, 2014], in futuro valente floricoltore, che si presentava al premilitare fascista a piedi nudi, sostenendo che in casa non si avevano soldi per comprargli le scarpe: al che il capomanipolo o centurione, il brutto ceffo in camicia nera, insomma, che dirigeva la situazione, lo mandava via, con tacita soddisfazione del nostro personaggio, che di tutta evidenza aveva ottenuto, almeno una volta, il suo scopo".




mercoledì 11 settembre 2019

Fumetti...

Del 1963
Quando, qualche anno fa, cominciai a scrivere di fumetti, partendo da un personaggio del vecchio "intrepido", Roland Eagle, non avevo a disposizione immagini da pubblicare, essendomi dimenticato di avere a portata di mano una o due copie di vecchi "giornaletti", come quella che appare qui sopra, nonché di diversi numeri di Albi di "Tex" decisamente datati. 

Di lì a breve venni informato che l'amico Bruno Calatroni di Vallecrosia (IM) era, come tuttora è, un valido collezionista. Con la sua collaborazione rimediai alle carenze indicate e mi inoltrai sempre di più sul sentiero dell'esplorazione dei vecchi fumetti, in particolare di quelli risalenti alla seconda metà degli anni 1950, oggetto del desiderio del bambino che allora ero. 

Nella presente occasione provo una volta di più a rimediare a quelle mie incertezze divulgando, invece, qualche immagine di copertine d'epoca, tutte di proprietà del citato amico, soprattutto spaziando ben prima del periodo della mia infanzia. 

Del 1937 - Collezione: Bruno Calatroni di Vallecrosia (IM)
 
Come si può leggere, del 16 maggio 1937 - Collezione: Bruno Calatroni di Vallecrosia (IM)
 
Del 1941 - Collezione: Bruno Calatroni di Vallecrosia (IM)

Del 1940 - Collezione: Bruno Calatroni di Vallecrosia (IM)
Del maggio 1945, dunque, appena finito il secondo conflitto mondiale - Collezione: Bruno Calatroni di Vallecrosia (IM)

Del 1949 - Collezione: Bruno Calatroni di Vallecrosia (IM)
Del 1945 - Collezione: Bruno Calatroni di Vallecrosia (IM)

Del 22 giugno 1948 - Collezione: Bruno Calatroni di Vallecrosia (IM)
Senza grandi pretese...



mercoledì 4 settembre 2019

Vecchie gite in bicicletta

Pigna (IM), vista da Castelvittorio
Se ci incontriamo alla presenza di sua moglie, I. mi invita sempre a precisare alla sua gentile consorte che quando eravamo dodicenni andammo almeno una volta in bicicletta dal bivio di Nervia di Ventimiglia (IM), dove allora io abitavo, sino a Castelvittorio. Un'escursione, tra andata e ritorno, di più di cinquanta chilometri. E soprattutto era (è) dura la salita finale per arrivare a quel paese, dove I. si recava volentieri per salutare i suoi nonni materni. Io confermo sempre tutto alla signora, che continua a non credere a quella nostra prodezza. In genere, tengo per me altri ricordi di quelle lontane giornate. Tipo che facevamo gite anche più corte. Forse per prepararci meglio al... balzo finale. Che I. usava la bici da donna di mia madre, leggera e dal rapporto molto leggero. Io, invece, un mezzo meccanico pesante, che sviluppava diversi metri in più ad ogni pedalata: un particolare non agevole in salita. Che mio padre, che non lo usava più, diceva di avere acquistato, usato, prima della guerra da un bersagliere (o qualcosa del genere). Una bicicletta che meriterebbe un discorso a parte, dunque, ma anche per altri motivi. Meriterebbero un discorso a parte anche altri giri in bicicletta. E non solo quelli fatti con I. Mi vengono in mente, tuttavia, due considerazioni di carattere più generale. La prima: I. doveva farsi ancora diversi chilometri a piedi per tornare a casa, su in collina a Siestro. L'altra: mi stupisco ancora adesso che così giovani d'età fossimo lasciati liberi di condurre quelle esperienze; non c'era il traffico del giorno d'oggi, ma la provinciale di Val Nervia non era certo deserta di automobili. Ancora. Ho abbozzato altrove che a quell'età non mi recavo, invece, ancora da solo al mare. O solo poche volte, quasi di nascosto. Adducendo che forse i miei, dato che avrei dovuto accompagnare anche mio fratello più piccolo, non mi consideravano ancora adatto a fare il... bagnino. In ogni caso avevo imparato tardi a nuotare. Del resto, anche ad andare in bicicletta. Ma su quest'ultimo versante fui almeno capace di recuperare in fretta, come forse si è visto, il tempo perso.

L'anno dopo i primi "eventi" qui descritti, nel settembre del 1963, ero a Bardineto (SV), in discreta altura, con mamma, fratellini ed amici di famiglia. In qualche modo ci era pervenuta al seguito quella bicicletta da donna, cui ho già fatto riferimento. Con quella in qualche occasione scendevo in direzione del mare, cantando a squarciagola: tanto lì sì che la strada era per lo più deserta. Poi un giorno incontrai Mauro G., ex compagno di scuola, dotato di una bella bici da corsa. Accettai una volta o due da lui una sfida di velocità lungo un viale del paese, ma non c'era partita: ero destinato alle difficoltà! Andammo qualche volta sino a Calizzano, forse anche a Millesimo, sfiorando l'itinerario delle truppe di Napoleone del 1796: il ritorno era una bella salita. Qualche anno fa Mauro G., confermandomi, invero, che era stato più volte dai nonni a Bardineto, mi smentiva il suo possesso di una bicicletta da corsa e, ancora più, di avermi mai incontrato da quelle parti: scherzi della memoria! O mia fantasia creativa?

Sempre di settembre, ma nel 1964, eravamo ospiti di un simpatico prozio di mio padre e della sua famiglia, a Felegara, Frazione di Medesano, in provincia di Parma. Lo stesso comune dove era nato papà, ma in Frazione Miano. Con un mio coetaneo del posto, che mi faceva anche da cicerone, mi recai diverse volte in bicicletta a Parma. Con un mezzo forse procuratomi dal mio nuovo amico. Lungo un tragitto molto (finalmente!) pianeggiante. Ed anche un po' più corto di quello, già descritto, per Castelvittorio. Prima la ex Statale (oggi provinciale) 357 di Fornovo. Poi la Via Emilia. Si tratta di dati che ho desunto - se li ho ben interpretati - da Wikipedia. L'aspetto che ricordo bene in modo diretto è, invece, che la Via Emilia presentava ai bordi dei lunghi tratti di pista ciclabile, molto utili per noi ciclisti, perché il traffico automobilistico già allora da quelle parti non scherzava. Mi rimane fuori tema in questa occasione parlare dei monumenti di Parma. Aggiungo che a Ponte Taro, dove si incontra appunto la Via Emilia se si arriva da Medesano (passando per Noceto), ho compiuto altre sgambate in bicicletta in quel soggiorno: eravamo passati a salutare un altro prozio ed anche lì avevo trovato il mezzo di sfogarmi!

Ripenso con alquanta meraviglia a quanto ho sin qui scritto, perché abbondonai presto, inopinatamente, l'uso di una qualsiasi bicicletta, che ripristinai solo una volta o due tanti anni dopo, ormai padre, portando per brevi giri sulla passeggiata a mare di Bordighera non so più chi della mia prole, saldamente legato ad un seggiolino di una vecchia  Graziella.