mercoledì 14 dicembre 2022

Subito dopo la Liberazione, Meiffret e Porcheddu non sempre furono capiti

Sanremo (IM): un angolo dell'attuale Via Matteotti prossimo alla dimora di Lina Meiffret

Di recente Daniela Cassini e Sarah Clarke hanno scritto un libro dedicato alla figura di Lina Meiffret (Lina, partigiana e letterata, amica del giovane Calvino, Fusta 2022), eroina della Resistenza, che pagò le sue battaglie per la libertà con torture, sevizie, fatiche e stenti con la deportazione nei campi di lavoro nazisti, rimanendone per sempre minata nel fisico e nello spirito. Nella richiamata opera campeggia anche la memoria di Renato Brunati, compagno di vita di Lina che, arrestato insieme a lei, venne fucilato al Turchino, dopo aver subito, come si racconta nel lavoro fondamentale di Mario Mascia sulla Resistenza Imperiese, un calvario ancora più impressionante di quello subito dalla sua fidanzata. Nelle pagine di Cassini e di Clarke emergono personaggi di rilievo, quali Italo Calvino e Guido Seborga, che intrattennero con l'amica di sempre, Lina, anche dopo la guerra una diversificata, ma significativa corrispondenza. Si parla anche di Giuseppe Porcheddu, detto Beppe: del resto, a lui Brunati e Meiffret affidarono, quasi presaghi della loro imminente cattura, i due ufficiali britannici, già prigionieri di guerra, i quali solo più di un anno dopo, attraverso ulteriori avventure, riuscirono a rientrare nelle linee alleate. Nel libro, va da sé, compaiono altri patrioti ed altri partigiani. 

Una pagina di un memoriale, senza data ma del secondo dopoguerra, scritto da Giuseppe Porcheddu

Alcuni documenti - di cui si riportano qui di seguito degli stralci -, relativi agli atti del processo presso la Corte d'Assise Straordinaria (Cas) di Imperia a carico di Egidio Ferrero e depositati presso l'Archivio di Stato di Genova, fotocopiati pochi giorni fa da Paolo Bianchi di Sanremo, riportano testimonianze e deduzioni, le quali, mentre intendevano minare il valore delle attenuanti da loro prodotte a favore di Ferrero, sembravano altresì, sminuire il ruolo svolto nella Resistenza da Lina Meiffret e da Giuseppe Porcheddu, soprattutto di quest'ultimo. L'impegno antifascista di Porcheddu è attestato sia in Pietro Secchia, Enzo Nizza, Enciclopedia dell’Antifascismo e della Resistenza, Milano, La Pietra, 1968 che in Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Garzanti, 1971. A riassumere, a ben guardare, i rischi corsi nella cospirazione libertaria da Porcheddu sono sufficienti le seguenti note scritte da Sergio Favretto (Il Piccolo, venerdì 16 ottobre 2020 ): "Per garantire la sicurezza alla famiglia, alla moglie Ada Sabbadini e alla figlia Lidia, Concetto coinvolse il fratello Salvatore Marchesi (Salvamar), dottore in chimica, esponente della Resistenza ed antifascismo fra Sanremo e Bordighera, ispettore del Cnl [circondariale di Sanremo] e capo delle Sap di Bordighera. Il fratello Salvatore riuscì, fra dicembre '44 e gennaio '45, a far ospitare in incognito Ada e Lidia dall'amico Beppe Porcheddu, nella propria villa di via Arziglia di Bordighera. In quel periodo, sempre nella villa vi erano nascosti due ufficiali inglesi collaboranti con i partigiani. Erano Michael Ross e George Bell. Uno di essi diventerà genero del Porcheddu".

I mentovati documenti dell'Archivio di Stato di Genova riportano - non tutto, invero - oltre al riepilogo inquisitorio curato dalla Questura di Imperia (Vice Commissario Rosanova) e destinato al pubblico ministero, l'autodifesa dell'imputato, alcune denunce, alcune testimonianze a favore.

Esaminare, anche se sommariamente, l'insieme porterebbe fuori tema. Si procede, pertanto, di qui in avanti, a produrre un certo numero di esempi di quanto sopra tratteggiato.

Egidio Ferrero paradossalmente, come agente di polizia, all'indomani della Liberazione stese in Bordighera un verbale dell'interrogatorio a carico di un certo Garzo, che aveva tra il 1943 ed il 1944 denunciato anch'egli Meiffret e Brunati, pur essendo stato loro amico (così come di Guido Seborga, il primo a fare la sua conoscenza, e di Giuseppe Porcheddu). Ferrero era indagato per avere compiuto e partecipato come milite della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) ad azioni efferate anche in provincia di Savona. Rimane singolare, intanto, come Ferrero con i suoi trascorsi fosse riuscito - sia pure per breve tempo: interrogava Garzo il 24 maggio 1945 nella Caserma dei Carabinieri di Via Cadorna, stendeva il verbale per il Pubblico Ministero della Cas l'8 giugno 1945 e ad ottobre 1945 era sotto processo - a diventare poliziotto (anzi, Ispettore Capo Dirigente l'Ufficio di Bordighera). Forse perché era stata l'amministrazione alleata a conferirgli l'incarico. In effetti, nel già citato documento indirizzato al P.M. della Cas di Imperia in data 10 dicembre 1945 a firma del Vice Commissario di P.S., Dirigente la 2^ divisione, Questura di Imperia, Dr. Mario Rosanova, è data l'opportunità di leggere: "In data 1° giugno c.a., per interessamento delle Autorità alleate, su attestazioni di esponenti del movimento di liberazione, il Ferrero Egidio in oggetto generalizzato, già brigadiere dell'UPI della g.n.r., fu assunto nelle forze di Polizia della Provincia e destinato all'Ufficio di P.S. di Bordighera, perché ritenuto un benemerito della lotta per la liberazione. Senonché sono pervenute a questo Ufficio varie denunzie [...]".

Dichiarazione di Lina Meiffret, controfirmata da Renzo Rossi. Fonte: Archivio di Stato di Genova. Copia di Paolo Bianchi di Sanremo.

Renzo Rossi, già segretario del CLN di Bordighera, nonché responsabile del collegamento del Gruppo Sbarchi di Vallecrosia con gli alleati, interveniva a controfirmare come Presidente del CLN di Bordighera in data 13 agosto 1945 una dichiarazione di Lina Meiffret indirizzata alla Questura di Imperia che, tra l'altro, per quanto attiene il Ferrero riferiva che "nel febbraio del 1944 il sig. Ferrero Egidio, allora Brigadiere della Squadra Annonaria di Torino, trasferito ad Imperia al servizio dell'U.P.I. quale comandante di detto nucleo, è stato incaricato da Renato Brunati, allora capo di una banda di partigiani nella zona di Bajardo, ad assumere tale posto, entrando in tal modo a far parte del servizio informazioni partigiano (S.I.P.). Il suo comportamento è stato ottimo, anche in seguito, come potete constatare dall'allegata dichiarazione del C.L.N. di Alassio".

Il piemontese Ferrero, imputato nel processo in parola, ormai residente a Bordighera a Villa Estella, dichiarava il 30 ottobre 1945 che"... riassunto in servizio e destinato a Imperia nella prima decade di febbraio. Faccio presente che allorché fui trasferito ad Imperia mi fermai ad Alassio non avendo intenzione di continuare a prestare servizio nella g.n.r., senonché fui sollecitato dal capo partigiano Brunati Renato e dalla Maifré Lina a prendere servizio per favorire eventualmente il movimento di liberazione. Mi era stata data istruzione di riferire e prendere ordini dal sig. Porcheddu di Bordighera con il quale sono sempre stato in contatto".

Lettera del CLN di Bordighera, pervenuta alla Questura di Imperia il 9 dicembre 1945. Fonte: Archivio di Stato di Genova. Copia di Paolo Bianchi di Sanremo.

Il CLN di Bordighera con lettera - retrodata al 6 giugno 1945? preparata alle prime avvisaglie di accuse a carico di Ferrero? - con timbro di arrivo alla Questura di Imperia in data 9 dicembre 1945 sosteneva che il Ferrero "dal mese di febbraio 1945 presta opera fattiva ed intelligente per la causa dei patrioti". "Procurò la liberazione a infinite persone segnalate dal CLN di Bordighera e San Remo; ottenne la revoca di numerose esecuzioni". La dichiarazione soggiungeva di altri tentativi del Ferrero non sempre andati a buon fine. "Quantunque una tragica fatalità abbia distrutto la preziosa vita del nostro primo capo "Renato Brunati", lo zelo [del Ferrero] laonde scagionarlo dalle mani della polizia nazi-fascista fu intenso ed esposto ai peggiori rischi. Non minore solerzia esplicò nella sua funzione di collaboratore allorché si trattava di recuperare ai nostri fini armi ed esplosivi individuati dalla polizia nemica, armi raccolte con infinita fatica dal Brunati e dalla Meyffret. Il nostro attuale Presidente B.P. [di tutta evidenza Giuseppe Porcheddu], schedato, sovversivo pericoloso e propagandista antifascista, occultatore di prigionieri inglesi e capeggiatore di gruppi partigiani venne tempestivamente prevenuto dalle irruzioni polizische in casa sua e salvati quasi miracolosamente dal Ferrero...". Continua con altri esempi di azioni del Ferrero a favore degli antifascisti, sino a spingersi ad affermare che "l'aiuto che il Ferrero ci prestava scaturiva nella sua simulata situazione di Maresciallo della G.N.R., situazione che egli assunse per ordine del CLN di Alassio e del Comando Divisione Garibaldini Bonfante". Confrontata, invero, con il "manoscritto" già citato, sembrerebbe, per stile ed enfasi retorica, dettato da Giuseppe Porcheddu.
Esiste una copia di questa missiva, questa, sì, firmata da Porcheddu, "vidimata" da un notaio, che termina con queste parole: "Copia conforme all'originale esibitomi. Altra copia come la presente venne da me rilasciata in data odierna al N. 225 di Rep. Bordighera trentun Dicembre millenovecentoquarantacinque [31 dicembre 1945]. Dr. Pompeo Lomazzi Notaio".

Il 16 novembre 1945 Giacomo Castagneto, segretario provinciale del Partito Comunista, interrogato dalla polizia affermava "ho tenuto tale carica [fondatore del C.L.N. provinciale] fino al gennaio del 1944, epoca in cui mi dovetti allontanare e fui sostituito dal sig. Ughes Gaetano, pur rimanendo a contatto col Comitato, anche per il successivo mese di febbraio, in cui svolgevo un altro incarico in quel di Sanremo. Posso affermare che in tale epoca il Sig. Porcheddu Giuseppe di Bordighera non era ufficialmente, né io ero a conoscenza che egli fosse in contatto col C.L.N.P., ragione per cui non mi risulta che il medesimo abbia svolto alcuna attività cospirativa in quell'epoca o successivamente. Escludo che a Sanremo esistesse in quell'epoca un Comitato di Liberazione Nazionale funzionante ma che l'attività cospirativa era concentrata esclusivamente nelle mani del P.C.I. di cui fino allora ero il dirigente provinciale, ragione per cui sia il Porcheddu che il Ferrero Egidio fu Armando non potevano essere a contatto con elementi organizzati del movimento di resistenza clandestina di Sanremo. Per maggior chiarezza di quanto ho detto, unisco una lettera a me inviata dietro mia richiesta di informazioni dal compagno Frontero Tommaso, datata Bordighera 8.11.1945, nella quale egli mi dava assicurazione che il Porcheddu non era stato mai in contatto ufficiale con elementi cospirativi organizzati. Il Frontero, fino al maggio del 1944, epoca del suo arresto, era responsabile in Bordighera del P.C.I. e come tale faceva parte del C.L.N. di detta città ed era elemento di collegamento fra il Comitato di Liberazione di Bordighera e quello Provinciale".
 
Anche la lettera di Tommaso Frontero a Castagneto veniva fatta mettere a verbale agli atti del processo contro Ferrero, anzi, conserva nell'originale la dicitura scritta a matita "Far mettere a verbale anche questa dichiarazione...". Nella medesima si può individuare la seguente illuminante frase: "il compagno Porcheddu agiva indipendentemene dai C.L.N. e, invitato dal Brunati a prendere contatto diretto con me, io non l'ho mai visto".

Riassumeva, sempre nel suo cospicuo fascicolo del 10 dicembre 1945, indirizzato al pubblico ministero, il Vice Commissario Rosanova: "Il 18/2/1944 partecipa alla perquisizione nel domicilio e all'arresto del prof. CALVINI Giobatta di Bussana, che successivamente viene deportato in Germania (vedi denunzia di Calvini Anna del 5/7/1945). Il Ferrero, invero, mentre conferma la sua partecipazione al fatto, oppone una finalità diversa e cioé il tentativo di venire in aiuto al professore stesso facendo scomparire gli eventuali documenti compromettenti, e ciò su invito di elementi antifascisti di Bordighera. Dichiarazioni in atti del Prof. Porcheddu e della signorina Meifret di Bordighera starebbero ad avvalorare l'assunto del Ferrero, senonché la testimonianza del rag. Castagneto Giacomo, segretario provinciale del Partito Comunista Italiano e fondatore dei C.L.N. della provincia mette in forte dubbio la veridicità di tali tardive dichiarazioni (vedi verbale interrogatorio dello stesso in data 16/11/1945)".

A marzo 1946 Carmelita, nome di battaglia di una partigiana o di un partigiano già - o in veste collaborativa - di uno dei SIM (Servizio Informazioni Militare) garibaldini in I^ Zona Operativa Liguria, scrivendo una "Pratica. Lina Meiffrett" di una pagina (documento IsrecIm, copia di Giorgio Caudano)  a Fuoco (altro ex partigiano) confermava a parte - forse senza sapere del processo contro Ferrero - la sostanza del contesto qui delineato: "[...] durante la loro detenzione ad Imperia i due compagni [Brunati e Meiffret] ebbero occasione di conoscere il maresciallo dell'UPI Ferrero Egidio [...] Il Ferrero fu messo in seguito in contatto con il Prof. Porcheddu di Bordighera  [...] Il Porcheddu, elemento strano e poco equilibrato, non aveva contatti con nessun elemento militante nella cospirazione ma semplicemente con elementi antifascisti che non davano alcun contributo alla lotta".

Senza voler entrare più di tanto nei dettagli delle varie ricostruzioni - e di molte interpretazioni - e nel merito dei giudizi registrati (come definire i gruppi di cospiratori, alcuni dei quali infine riuscirono a costituire i CLN?), si può, forse, soggiungere che da un lato Meiffret (Meiffret e Brunati ben conoscevano ed ebbero ripetuti contatti, ancora alla vigilia del loro arresto, con Bruno Erven Luppi, infaticabile - prima di diventare un valoroso comandante partigiano - tessitore del rafforzamento del PCI clandestino e della stessa costruzione del CLN di Sanremo) e Porcheddu eccedettero di zelo nella difesa del Ferrero e che dall'altro un certo grado di incomunicabilità o di lettura diversa dei fatti era fatale sussistesse durante la lotta di liberazione tra i diversi gruppi di patrioti e di livelli dirigenziali della Resistenza, come ad esempio, capitò con un altro caduto per la Libertà, il capitano Gino Punzi, conosciuto da molti partigiani, tra i quali, per combinazione, proprio Giuseppe Porcheddu, ma non da tanti altri.

Prima pagina della richiesta dei difensori del Ferrero circa testimoni e documenti. Fonte: Archivio di Stato di Genova. Copia di Paolo Bianchi di Sanremo.

Il 26 maggio 1947 il PM della Cas di Imperia emette un ordine di cattura a carico di Egidio Ferrero. Il 1° novembre 1947 i difensori del Ferrero per l'udienza del successivo giorno 7 chiedevano (si veda immagine sopra) alla Cas la citazione dei testi Robutti, Meiffret e Porcheddu e la lettura di diversi documenti, tra i quali non solo la dichiarazione del CLN di Bordighera, bensì anche quelle dei CLN di Alassio e di Stellanello; nonché di una lettera del capitano Ross che, a quella data, era ormai sì genero di Giuseppe Porcheddu, ma poteva ben testimoniare - come ampiamente noto - l'impegno resistenziale del suocero.

Lettera alla Cas di Giuseppe Porcheddu. Fonte: Archivio di Stato di Genova. Copia di Paolo Bianchi di Sanremo.

Il 4 novembre del 1947 Giuseppe Porcheddu lamentava in una lettera scritta (vedere sopra) a mano (per una volta con grafia leggibile, se confrontata con una pagina del suo memoriale, che costituisce un discorso a parte, pagina che qui appare come seconda immagine di questo articolo!) il ritardo con cui gli era arrivato l'ultimo atto di citazione per il processo a carico di Egidio Ferrero. E non si limitava solo a questo! Mancavano, tuttavia, solo due mesi scarsi alla definitiva uscita di scena da parte di Beppe Porcheddu. Infatti come scrisse Leonardo Bizzaro su la Repubblica il 20 ottobre 2007: "1947, le figlie sono in Austria con i mariti, padre e madre le raggiungono per assistere alla nascita di un nipote, poi Beppe torna a Bordighera, prima di partire per Roma, dove si sta organizzando una mostra delle sue opere. È l'amico Piero Giacometti a occuparsene ed è lui a costringerlo a lasciare l'albergo per trasferirsi a casa sua. Passano insieme il Natale. Il 27, nel pomeriggio, Porcheddu esce, lasciando bastone e passaporto in camera. Non si avranno più sue notizie. Rimane l'ultima lettera, spedita da Bordighera alla sorella Ambrogia: «La vita è un continuo tradimento. I più bei sogni... restano sogno. Chissà quando ci rivedremo?». Molti nel corso dei decenni hanno provato a investigare sulla vicenda, nessuno ha mai trovato spiegazioni".

Adriano Maini

domenica 9 ottobre 2022

Di aerei e di colline nella zona Ventimiglia-Bordighera durante l'ultima guerra

Bordighera (IM): uno scorcio della collina Mostaccini

Un gruppo di bambini, mentre giocava vicino alle sponde del torrente Borghetto in prossimità della Via Romana di Bordighera, vide cadere un aereo in collina. Si affrettarono a salire, spinti dalla pericolosa curiosità, naturale in quella fase della vita umana, ma furono respinti dai soldati tedeschi accorsi ben prima sul sito dell'impatto. Riuscirono, tuttavia, a capire che il pilota era rimasto immolato con l'apparecchio; forse, addirittura, riuscirono a scorgerlo da lontano. Un recente articolo, apparso sulle pagine locali di un noto quotidiano nazionale, rispolvera la vicenda, fornendo diverse informazioni tecniche e storiche, reperite dal giornalista, ma non indica il punto preciso della conclusione di quel disastro. D'altronde, le scarse notizie reperibili sul Web sino a pochi giorni fa erano - e rimangono - contraddittorie. Fuori discussione  la data del tragico evento, 12 settembre 1944, il nome della vittima, Lewis K. Foster, il tipo di aereo, Republic P-47D-23-RA Thunderbolt, la nazionalità di entrambi, statunitense, la località di partenza, Poretta, Corsica, la squadriglia, il gruppo e così via. Una fonte sostiene che il caccia in questione - di questo tipo di apparecchi si trattava - "si schiantò mentre mitragliava il bersaglio ad un miglio a nord est di Bordighera"; un'altra, quella più ricca di dettagli, mentre conferma la precedente asserzione, aggiunge che l'aereo "era stato visto l'ultima volta ad un miglio, un miglio e mezzo a nord ovest di Bordighera". In effetti, nell'articolo citato ci sono ampi riferimenti al rapporto di un altro pilota, di cui si fa pure una breve storia di quella e di altre avventure di guerra, un pilota, il tenente John M. Lepry, che, mentre la squadriglia era in picchiata, aveva sentito dietro di sé l'esplosione del mezzo guidato da Foster, senza poterne capire le cause. Il giornalista fa ruotare il suo pezzo intorno al fatto che si sia persa la memoria di questo tragico evento. 
 
Vallebona (IM)

Eppure, qualcuno nella vicina Vallebona ancora ricorda che un compaesano parlò diverse volte di essere accorso, mentre lavorava in un appezzamento di terreno dalle parti della collina Mostaccini di Bordighera, sul luogo di un disastro aereo, riuscendo anche a vedere il cadavere straziato del pilota, di cui raccontava anche particolari raccapriccianti. Il Notiziario, invece, della fascistissima Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.) aveva comunicato il 1° ottobre ai capoccia di Salò che il mezzo incursore 'precipitava in località "Camporosso". Un pilota caduto e l'altro, ferito gravemente, è stato catturato'. C'è da dubitare che sul singolo aereo i piloti fossero stati due. Millantato credito?

La collina di Collasgarba

In quel torno di tempo, più o meno, a distanza in direzione ovest di circa due chilometri lungo la linea di costa, sulla piccola collina di Collasgarba, divisa tra Ventimiglia e Camporosso, anche questa affacciata su di un torrente, in questo caso il Nervia, un gruppo di bersaglieri della repubblica fascista di Salò, capeggiati dal sergente Bertelli, stava maturando la convinzione di disertare, ma alcuni patrioti li convinsero a rimanere al loro posto per aderire in modo clandestino alla Resistenza: con la discesa al mare ad un presidio in Vallecrosia questa loro scelta si rivelò molto utile per il buon esito di diverse missioni di contatto dei partigiani con gli alleati insediati nella vicina Francia.

Pigna (IM)

Non si sentiva molto sicuro - racconta il figlio Massimo - Stefano Leo Carabalona, mentre si trovava a bordo di un apparecchio a compiere una ricognizione su Pigna e dintorni, forse foriera dei bombardamenti di fine dicembre 1944 su questo centro della Val Nervia, che dovevano colpire obiettivi militari strategici - secondo lo storico Giorgio Caudano eliminare - uno scopo fallito - il generale Lieb, comandante della 34^ Divisione dell'esercito tedesco, quella di stanza nel ponente ligure -, ma che uccisero, invece, cinque donne ed una bimba di 21 mesi e causarono vari danni, pesanti per un piccolo paese. Non si sentiva sicuro Carabalona, non perché temesse la contraerea tedesca, probabilmente installata in seguito, ma per la fragilità del mezzo. Eppure Carabalona era stato coraggioso - e decorato con due medaglie di bronzo al valor militare - in guerra come ufficiale del Regio Esercito, un eroe partigiano nella difesa di Rocchetta Nervina, un protagonista delle battaglie di Pigna - e verso l'epilogo di queste riusciva a dare precise indicazioni alla Missione FLAP - battaglie che portarono alla costituzione della Libera Repubblica democratica dalla vita, purtroppo, breve, ed era appena sbarcato in Francia come responsabile del collegamento della V^ Brigata partigiana "Luigi Nuvoloni" con i comandi alleati di Nizza. Neppure immaginava che, appena rientrato in Italia, sarebbe stato gravemente ferito a febbraio 1945 in un agguato a Vallecrosia e che sarebbe occorso quasi un mese perché i sappisti del Gruppo Sbarchi Vallecrosia riuscissero via mare a portarlo definitivamente in salvo per avere infine le cure del caso a Nizza.

Da un rapporto di settore della Marina da guerra statunitense, operante nel teatro del nord-ovest del Mediterraneo (U. S. Atlantic Fleet, Task Force 86 Operations and Action of the Support Force Eighth’ Fleet During Invasion Of Southern France)

Del resto, la lunga strada per la Liberazione passò anche in provincia di Imperia, da un capo all'altro, per bombardamenti aerei e navali - anche con artiglierie di terra in prossimità del confine - , non sempre mirati su obiettivi militari, sempre con effetti devastanti sulla popolazione civile.

Adriano Maini

sabato 1 ottobre 2022

Tanti immigrati alla costruzione delle strade militari

Magauda, Frazione di Camporosso (IM): una zona circondata a suo tempo da strade militari

Come è ben noto, durante la Grande guerra a Ventimiglia vennero adibiti a ospedali militari l'Orfanotrofio San Secondo e l'Ospizio di Latte; a Bordighera vennero adattati a simile scopo il nuovo Casinò e diverse ville private, anzi, fu persino impiantato un nosocomio attendato; e così via. Del personale inglese (infermiere, ufficiali, soldati) passato in zona si conoscono alcune vicende di battaglia, ma poco risulta scritto dei fatti d'arme che coinvolsero uomini di questa zona del ponente ligure (da segnalare nel contesto il bel lavoro di Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019, ma, trattandosi di una rassegna di quasi tutti i combattenti della zona intemelia partiti all'epoca per il fronte, le relative informazioni per forza di cose, fatte salve alcune eccezioni, sono necessariamente molto sintetiche), per cui in proposito nel secolo più o meno appena trascorso sono girati alcuni racconti orali, all'apparenza scarni ed imprecisi, anche quelli compiuti da successivi immigrati.

Alla metà degli anni Trenta - ed ancora poco prima - alla costruzione delle strade militari, che sarebbero dovute servire da infrastruttura alla cosiddetta (e presunta) Maginot fascista delle Alpi Marittime, parteciparono in prevalenza come operai e manovali tanti e tanti immigrati - non tutti provvisori - da altre parti d'Italia. Dovette occuparsene anche il poeta Salvatore Quasimodo, allora quadro del Genio Civile di Imperia.

Scoppiato il secondo conflitto mondiale, il regime pensò di prodursi in un altro gesto di propaganda dei suoi, facendo (obbligando a) rientrare tredicimila tra bambini e ragazzini, figli di connazionali trapiantati in Libia, da far vivere poi tra edifici di colonie estive, alberghi, costruzioni varie (in genere pertinenze della Gioventù Italiana del Littorio, la G.I.L.). Secondo il compianto presidente dell'ANPI di Bordighera, Vincenzo Ridi, che nel 2013 ne promosse la memoria, ben quattromila dimorarono a Bordighera. Diversi anche nella vicina Sanremo, ma chi scrive non ha ancora trovato cifre in merito. In ogni caso, su questa drammatica vicenda, poiché si trattava di piccoli lontani dalle famiglie, dei quali molti perirono sul suolo nazionale e tanti altri non rividero più i loro cari, ha ben scritto da adulta una protagonista, Grazia Arnese Grimaldi, nel suo "I tredicimila ragazzi italo-libici dimenticati dalla storia" (Marco Sabatelli Editore, Savona, 2012).

In alcuni diari di nostalgici, in genere bersaglieri repubblichini, dei loro trascorsi di guerra nei pressi di questo confine con la Francia emergono memorie goliardiche, ed anche sporadiche retoriche commemorazioni di camerati caduti, ma non risultano mai parole di pietà per le loro vittime.


Esempi di documentazione O.S.S.

Non saranno tutti così i documenti pertinenti in materia, contenuti negli archivi statunitensi, i N.A.R.A., ma da quello che si rinviene desegretato dalla CIA in Rete, tra interrogatori in italiano condotti - si presume - per le Corti d'Assise Straordinarie (C.A.S.) del secondo dopoguerra, confluiti in atti O.S.S. (antesignana della CIA) ed altri appunti della medesima Organizzazione, tutti afferenti in qualche modo la provincia di Imperia, non difettano, accanto alle certificazioni di efferatezze nazifasciste (qui, qui e qui qualche esempio), aspetti secondari che sconfinano nel pettegolezzo: non solo la presenza ridondante di amanti donne, cui si è fatto già cenno altra volta, ma anche azioni da profittatori di guerra, coinvolgimento in trame di contrabbando e di borsa nera di alcuni commercianti di fiori, incombenze pressoché usuali di domestici, albergatori ed autisti (con viaggi a destra e a manca, soprattutto attraverso il confine con la Francia, sinché non divenne il fronte, con meta prevalente - guarda caso! - Montecarlo), quasi a dimostrazione del fatto che da accusati e testimoni non si intendesse ricavare molto di più.

Adriano Maini

lunedì 5 settembre 2022

... e i biscottelli di Bordighera


Sul finire degli anni '40 in un rinomato bar del centro di Ventimiglia molti clienti pretendevano di bere il caffé solo se fatto dal cameriere più giovane.

In quegli anni si diffondevano in tutta la zona alcune contaminazioni tra cucina locale ed altre regionali, tutte usanze all'insegna del necessitato risparmio: singolare il fatto che nelle arbanelle di pomodori secchi sott'olio venissero sempre più spesso aggiunti aglio e basilico.

A Bordighera era ancora su piazza una caratteristica venditrice ambulante di farinata, ancora oggi ricordata con tanta nostalgia.

Ad un altro esercizio di Ventimiglia al primo quarto degli anni '50 affluivano anche da Sanremo gruppi di giovanotti della piccola borghesia per degustare baguette - rigorosamente acquistate in giornata dal titolare a Mentone - farcite con acciughe e cipollotti nostrani ed intrise di burro ed aceto.

E diversi erano i siti per quelle che si potrebbero definire "merende fuori porta", in genere ubicati in campagna o in collina.

Sempre sul piano della memoria, si rincorrono e si accavallono tuttora le voci sulle migliori "pisciadele" della città di confine, tutte realizzate - altri tempi! - in condizioni di igiene che lasciavano molto a desiderare.

I locali in linea con la decenza gareggiavano giocoforza per attirare i ghiottoni non con la singola specialità, ma con l'offerta complessiva di prodotti da forno: l'eccellenza di uno di questi viene tramandata di generazione in generazione.

Un'insidia era, tuttavia, in agguato, perché, soprattutto a Bordighera, le panetterie offrivano la possibilità di cottura a buon prezzo a frotte di massaie dalle mani d'oro, per un tripudio di verdure ripiene, di torte verdi e di dolci.

Ancora nei primi anni Sessanta per tante persone, non solo immigrate di recente, che non si potevano permettere che molto raramente di comprarli, le ricette concernenti le castagnole di Ventimiglia e i biscottelli di Bordighera - per non dire di altre prelibatezze del posto! - apparivano, invero, misteri esoterici, così come è ancora alla data odierna per le "bane" di Camporosso.

Al fianco di ristoranti prestigiosi, meta di personaggi famosi, erano ancora diffuse, soprattutto nell'entroterra, locande e trattorie dai piatti caratteristici - coniglio, capra e fagioli, ecc - ma con l'apertura del primo esercizio che vendeva pizza al taglio (si potrebbe, tuttavia, pure scegliere un altro esempio) - forse si può intravvedere simbolicamente un deciso cambio di assetto strutturale, quale si prolunga in età contemporanea, non solo connotato di raffinatezze o di novità, d'ambiente e di portate, o di veloce consumo, ma anche di diffusione di manuali di cucina dalla più o meno facile consultazione, di negozi di gastronomia varia e di altro ancora.

Chissà se nel suo ultimo libro, di cui qui sopra si mette l'immagine della copertina, in uscita a fine mese e, come pare dal titolo, dedicato - come quasi tutte le sue fatiche letterarie precedenti - a tanti aspetti di storia e di vita locale, Arturo Viale ha trovato lo spazio, come ha fatto in precedenza, a temi come quelli trattati in queste righe: ne avrebbe la competenza, non fosse altro che per le vicende della sua famiglia.

Adriano Maini

lunedì 18 luglio 2022

Sbiaditi racconti ed altri inediti di guerra

Richiesta alla Corte di Assise Straordinaria di Imperia da parte del governatore alleato Garigue per un rinvio di presenza in processo della teste Lina Meiffret. Documento in Archivio di Stato di Genova. Copia di Paolo Bianchi di Sanremo (IM)

Il giovane, inibito dall'Ovra rispetto allo sfollamento di tutta la popolazione locale, al terzo giorno di guerra riusciva ad eclissarsi su uno dei pochi treni in partenza da Ventimiglia (IM) in direzione - logicamente! - levante.

Sopra Bolzano in quell'estate del 1940 passavano anche aerei italiani diretti a nord: a bombardare l'Inghilterra?

L'ex coscritto della Regia Marina narrava da anziano di una deriva per mare di giorni e giorni, prima che egli e lo sparuto gruppo di compagni superstiti all'affondamento venissero tratti in salvo.

Nel viaggio in treno, che lo riportava alla nave di ritorno dalla breve licenza in Nervia di Ventimiglia, il furiere vedeva le fumanti rovine di una Genova appena colpita da uno dei terribili bombardamenti di quel conflitto. Forse doveva ancora assistere dalla plancia di comando della corazzata alla prima battaglia navale della Sirte, che non fece, invero, grandi danni.

Il futuro maresciallo di polizia, scampato alla ritirata di Russia, prima di andare ancora una volta in partenza, questa volta per cercare di unirsi agli Alleati in Costa Azzurra, ebbe la casa distrutta da ordigni  scagliati dall'alto.

Un semplice fante, neppure ferito, dal nord Africa in Italia rientrò misteriosamente in aereo poco prima che avvenisse la resa delle forze dell'Asse su quel teatro.

Non si commuoveva al ricordo della campagna di Russia, forse tenendo ben presente la fotografia che lo ritraeva in quelle lontane lande atletico ufficiale eretto superbamente a cavallo, ma nel rievocare il suo viaggio a piedi, iniziato ad Alessandria al momento dell'armistizio, per rientrare in famiglia in Irpinia, qualche luccicone agli occhi ad un Luigi ormai anziano veniva sul serio.

Dalla corazzata che prendeva il largo i marinai vedevano arrivare sulla banchina del porto di Pola i primi mezzi tedeschi: non potevano immaginare che di lì a breve gli stukas avrebbero tentato, senza riuscirci, di colpirli. In una certa saga familiare si vociferava di un ammutinamento di ufficiali affinché quella flotta dell'Adriatico andasse sul serio a consegnarsi agli inglesi a Malta.

Dopo l'8 settembre 1943 l'addetto, nei recessi dell'incrociatore Raimondo Montecuccoli, continuava imperterrito a sfornare pane, adesso mentre la superba nave faceva trasporti per conto degli Alleati.

Anche in Magauda di Bordighera era stato realizzato un rifugio artigianale antiaereo.

La seta dei paracadute dei bengala era un provvidenziale dono del cielo per i civili che riuscivano ad impossessarsene.

Alcune amanti dei gerarchetti nazisti di Sanremo in quel torno di tempo abitavano a Bordighera: per questo via vai si produceva un grande impegno di autisti, anche italiani, delle SS.

E sempre da Sanremo una spia dell'Abwehr da privato riusciva anche ad occuparsi della tentata vendita di un quadro del Tintoretto, attirando su di sé e sui suoi complici l'attenzione delle autorità doganali, ancora sussistenti, perché il dipinto in questione era transitato dal Principato di Monaco attraverso la frontiera francese con l'Italia.

D. del suo partigianato raccontava solo che una volta, dovendo raccogliere con un compagno del materiale, si erano divertiti a scivolare sulla neve sino a finire dentro ad un cumulo di letame, da loro erroneamente scambiato per un covone ammantato di bianco.

Una scena accaduta innumerevoli volte, ma era sempre della zona intemelia la madre che stringeva la figlioletta al seno, dove aveva nascosto documenti compromettenti, dinanzi a nazisti che cercavano il marito.

Padre e figli, proprietari di noto garage in Bordighera, collaboratori del capitano Gino, accorrevano allarmati per verificare a poche decine di metri dal loro luogo di lavoro come stessero le donne e la bambina dell'appartamento colpito dal mare, non sapendo che erano già sfollate.

Lina Meiffret, trattenuta da impegni di lavoro al governatorato alleato provinciale, doveva più volte giustificare alla corte d'assise straordinaria di Imperia i suoi impedimenti a poter testimoniare contro la persona, un tempo amica, che aveva contribuito a scatenare l'inferno contro di lei e contro il martire della Resistenza Renato Brunati.

La similare istanza giudiziaria di Sanremo condannava a pena blanda, solo per "furti" e non per partecipazione a rastrellamenti, un milite del Distaccamento di Bordighera della XXXII^ Brigata Nera Padoan, nato a Ventimiglia, ivi residente.

Il professore Mario Calvino, padre del più illustre Italo, attestava, finito il secondo conflitto mondiale, che un dattilografo della G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana della R.S.I.) di Imperia, costretto a tale mansione dagli eventi, in realtà aveva passato clandestinamente svariate utili informazioni ai patrioti.

La polizia partigiana di Ventimiglia doveva inoltre registrare molte denunce di persone che intendevano riottenere certi loro beni immobili affidati a dei vicini o a dei conoscenti nelle occasioni delle loro precedenti fughe, più o meno precipitose.

Adriano Maini

martedì 5 luglio 2022

Vintage?


La foto in cornice di Pio XII comprendeva un'appendice meccanica tale per cui il braccio destro del pontefice ad un tocco (o qualcosa del genere; più probabile il classico giro di una chiavetta incorporata)  si alzava con fare di benedizione.

Un grande Sant'Antonio da Padova in gesso troneggiava su di un canterano: oggi orna un giardino di un conoscente, ma non sono ancora andato a rivederlo.

Sempre da quella camera da letto della nonna materna in Bordighera, Via Giacinti, quando ero piccolo, sdraiato sul letto potevo vedere intorno alla porta di un ingresso di casa quadri di Gignese (paesello a monte del Lago Maggiore) e un grosso ragno di vetroceramica color arancione. Non riesco a rammentare l'altro oggetto "sacro" la cui lucetta non era sufficiente a tranquillizzarmi quando sotto i 6 anni di età ero obbligato ad andare presto a dormire da solo, mentre nonna e zie cucivano o facevano andare la macchina per intessere maglie.

Dagli altri nonni ammiravo sulle pareti un cinturone della divisa di un prigioniero (un caduto?) austriaco della Grande guerra e diversi orologi da tasca.

Questi ultimi in casa nostra arrivarono un po' più tardi, curiosa dotazione professionale per mio padre ferroviere, ancor più della borsa di lavoro quasi da portalettere, dei petardi da nebbia (in casa non c'era rischio che esplodessero: si provi ad immaginare il peso di un treno lanciato a velocità che passando sopra quei minuscoli oggetti dovevano avvertire con il loro scoppio i macchinisti che avrebbero dovuto operare un'improvvisa frenata), di lanterne, al cambio delle mansioni e delle responsabilità, via via più piccole, ma sempre festose nel produrre luci gialle, verdi, rosse.

Ed ancor prima, quando abitavamo a Ventimiglia Alta, c'era un bel dipinto, un ritratto giovanile della nonna materna, forse disperso nel trasloco a Nervia del 1956, perché non l'ho più rivisto, né per troppi anni mi sono peritato di fare domande in proposito.

Sempre in riferimento a quando ero bambino, e si abitava in quel centro storico, perché la maggior parte degli oggetti cui sin qui ho accennato, me li sono riguardati da altre prospettive ancora in età adulta, mi tornano in mente un cavallo a dondolo (documentato da almeno una fotografia), uno strano triciclo (per questo gli scatti in archivio sono forse due), un orsacchiotto molto spelacchiato, un album di figurine di animali la cui ultima pagina era occupata dall'immagine di un bel koala.

La mia memoria è quella che è,  per cui  mi sarò di sicuro dimenticato altre cose che oggi farebbero tanto vintage. Non metto in conto la nostra prima radio, che era di sicuro del secondo dopoguerra e che venne poi consegnata da mio padre ad un ragazzino di Nervia perché facesse le sue prime prove da futuro tecnico del settore...


Nell'imbarazzo per la scelta di fotografie - lo stato attuale delle varie abitazioni qui menzionate, qualche giocattolo - ho scelto di iniziare il discorso con un'inquadratura (neanche ben fatta, dato che il negozio in questione risulta tutto a destra per chi guarda) della macelleria (ormai anche questa una sorta di reperto storico) che era vicina al nostro portone di ingresso a Ventimiglia Alta, ma alla fine non rinuncio, proprio qui sopra, a fare vedere quel triciclo.

Adriano Maini


mercoledì 8 giugno 2022

Jacarande


Mi è stata mandata la fotografia della fioritura di una bella jacaranda, presente in una piccola frazione di Ventimiglia. Sono anche atteso per ammirare in loco la pianta in questione che ormai non vedo da anni nel suo splendore di colori.


A dire il vero è passato anche diverso tempo da quando andavo alla ricerca di queste singolari piante per scattare immagini dei loro momenti migliori. Se ne incontrano adesso, nella riviera ligure di ponente, in un congruo numero, ma sono in genere esemplari giovani, che non reggono ancora il confronto con gli esemplari veterani.


La percezione o meno della presenza su questo territorio di questi alberi sfiora talora il ridicolo, perché troppe persone dichiarano di non conoscerli. Del resto, non si può dare loro neanche del tutto torto, perché, se non appaiono - in genere in questo periodo - con i loro manti di un viola molto particolare, le jacarande passano inosservate, confuse, forse, con altri campioni di botanica.


Capitò così anche a me. Avevo passato decenni senza prendere in considerazione queste piante, finché un giorno avvistai alla foce di un torrentello di Sanremo quello che mi sembrava più che altro un arbusto stenterello, adorno, tuttavia, di qualche fiorellino. Avendo chiesto informazioni in merito ad Alfredo Moreschi, che all'epoca ritenevo solo un semplice appassionato, mentre è un vero esperto di tanti misteri della natura, nel corso di un viaggio in treno qualche giorno dopo, più che altro per fare conversazione, ne appresi il nome, per l'appunto, jacaranda, e qualche notizia supplementare. Sarà stato il concatenarsi di coincidenze, che mi aveva portato a questa mia scoperta, ma mi prese quasi subito una grande passione per questi alberi, che a volte trasformavo in tormentone per chi mi stava ad ascoltare.


Non ho realizzato grandi cose. Appena ho potuto mi sono alquanto dedicato - come ho prima accennato - a fare un po' di fotografie, magari mancando gli appuntamenti con la fioritura delle jacarande più belle che avevo ammirato in provincia di Imperia quando ero ancora al lavoro. In altre parole, le più belle mi sono sempre sfuggite. Ho anche notato, curiosando sul Web, che in altre parti del mondo queste piante hanno fiori con altri colori. Ho anche suscitato, ai miei esordi nella blosfera, dedicando qualche modesto pensiero alle jacarande, commenti caldi e vibranti. E competenti.


In questi giorni, osservando due di questi alberi che mi sono più cari, ma che ho trovato alquanto dimessi, mi sono tornate in mente le parole pronunciate qualche anno addietro dall'amico giardiniere che ne aveva fatto la messa in opera per conto del comune di Bordighera. Vale a dire che anche per le jacarande, anziché lasciarle in stato di abbandono, occorre una cura se non continua, almeno di un certo peso. Forse lo sapevano già gli uomini che le avevano introdotte, già a metà degli anni Trenta, nel nostro immediato entroterra: come mi raccontava un altro amico.

Ho fatto fatica a ritrovare in archivio mie fotografie di jacarande: qui sono quelle che seguono la prima, quella di cui dicevo all'inizio. D'altronde finché mi mandano belle immagini posso fare a meno di andare alla ricerca di scatti ottimali sul tema... 


Come quest'ultima, che riguarda la jacaranda dei Giardini Monet di Bordighera, uno scatto che mi è pervenuto... "fuori sacco"!

Adriano Maini