Capitava ancora a metà anni Sessanta che i figli di ferrovieri del personale viaggiante con base nella stazione di Ventimiglia potessero guardare con un certo stupore curiosi oggetti, mostrati loro dai padri, simili a grosse scatole di lucido da scarpe, senza etichette, ma con l'aggiunta ai lati di voluminose - in proporzione - linguette: si trattava dei cosiddetti petardi da nebbia, necessari, quando applicati, per fare intendere con i loro scoppi ai macchinisti di quelli in arrivo, in genere dietro, che non molto visibile, data la foschia, c'era un treno fermo sui binari.
Va subito svelato l'arcano per cui ne fossero dotati per ragioni di servizio quei capitreno e quei conduttori: la risposta è che sino a quel periodo quei lavoratori erano spesso impegnati anche sino a Milano, - passati gli Appennini la bruma era un fattore normale -, in genere sui rapidi - gli antesignani degli odierni Intercity - ma ancor più sui convogli merci, rispetto ai quali si è tramandato - per fermate impreviste in una qualche tratta scoperta in mezzo alla caligine - l'uso specifico di quegli ordigni in scala ridotta.
Succede ora che diversi blog trattino l'argomento anche con dovizia di fotografie, sottolineando, da un lato, che quegli utensili erano nell'equipaggiamento dei casellanti e di altri addetti stanziali per essere collocati in opera quando non visibili per le richiamate circostanze atmosferiche gli appositi segnali, quindi non cogliendo in pieno che i treni per varie cause potevano fermarsi, come tuttora possono, anche lontano da punti attrezzati, e, dall'altro, che in ferrovia con nuovo regolamento e con nuova strumentazione di avvisi si smise di ricorrere ai petardi da nebbia, già "mezzo di segnalamento a mano", intorno al 1995.
Il vecchio sistema riguardava anche la neve e "altra perturbazione atmosferica che riduca la visibilità dei segnali" e sarebbe noioso entrare nei dettagli della sua operatività, cioé dei collocamenti in opera, ma rimane il fatto che, se prorogato, forse qualche successivo incidente, di cui si è letto sui giornali, si sarebbe potuto evitare.
Va subito svelato l'arcano per cui ne fossero dotati per ragioni di servizio quei capitreno e quei conduttori: la risposta è che sino a quel periodo quei lavoratori erano spesso impegnati anche sino a Milano, - passati gli Appennini la bruma era un fattore normale -, in genere sui rapidi - gli antesignani degli odierni Intercity - ma ancor più sui convogli merci, rispetto ai quali si è tramandato - per fermate impreviste in una qualche tratta scoperta in mezzo alla caligine - l'uso specifico di quegli ordigni in scala ridotta.
Succede ora che diversi blog trattino l'argomento anche con dovizia di fotografie, sottolineando, da un lato, che quegli utensili erano nell'equipaggiamento dei casellanti e di altri addetti stanziali per essere collocati in opera quando non visibili per le richiamate circostanze atmosferiche gli appositi segnali, quindi non cogliendo in pieno che i treni per varie cause potevano fermarsi, come tuttora possono, anche lontano da punti attrezzati, e, dall'altro, che in ferrovia con nuovo regolamento e con nuova strumentazione di avvisi si smise di ricorrere ai petardi da nebbia, già "mezzo di segnalamento a mano", intorno al 1995.
Il vecchio sistema riguardava anche la neve e "altra perturbazione atmosferica che riduca la visibilità dei segnali" e sarebbe noioso entrare nei dettagli della sua operatività, cioé dei collocamenti in opera, ma rimane il fatto che, se prorogato, forse qualche successivo incidente, di cui si è letto sui giornali, si sarebbe potuto evitare.
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| Uno scorcio di Roverino, Frazione del comune di Ventimiglia (IM) |
Luca Giovannetti è ritornato nei giorni scorsi sugli esordi del web in provincia di Imperia, non solo rievocando la ditta di cui era socio con sede prima a Ventimiglia e poi a Sanremo, ma soprattutto sottolineando le sfide economiche affrontate e vinte, tra le quali le spese telefoniche per le quali risultarono avvantaggiate altre grosse imprese. Gli faceva eco Angelo Pallanca rammentando altri pionieri di quelle esperienze. In ogni caso, tornava in ballo la solita fotografia dello stand di quegli avventurosi ad un'esposizione commerciale a Roverino di Ventimiglia.
"54" del collettivo Wu Ming riporta tante notizie e tante curiosità d'epoca, anche relative alla Costa Azzurra, come per la rievocazione di retroscena della realizzazione del noto film "Caccia al ladro" (di Alfred Hitchcock, con attori protagonisti Cary Grant e Grace Kelly), ma è soprattutto un plastico afflato storico. Quasi come in "Asce di guerra", in cui i Wu Ming l'anima ce l'hanno messa sul serio: l'avevano già fatto in "Q", quando questo bravo gruppo si chiamava Luther Blisset. Poi, chissà, in altri libri per manifestare la loro ansia di protesta sociale si sono un po' troppo limitati al "nozionismo" o così sembra.
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| Una formazione del "Grande Torino" |
Sul calcio d'antan: Nordhal che buttava fuori la palla, che era già praticamente in rete, perché si accorgeva che il difensore che lo voleva falciare si era fatto male, per cui lo volle soccorrere; mitici calciatori degli anni '20 e '30 (non c'erano le sostituzioni) che continuavano a giocare con la testa fasciata; l'epopea del Grande Torino; la Grande Ungheria; la disponibilità - già accennata in questo blog - ai più larghi contatti sociali di Kopa, Fontaine e Puskás.
| Bordighera (IM): un vicolo in Arziglia |
Il partigiano Martino Blancardi (Martinetto) chiedeva in prestito, ma di fatto, spalleggiato dalla madre della ragazza, sequestrava la bicicletta ad una amica ventenne di Arziglia di Bordighera perché serviva a Salvatore Marchesi, fratello del grande latinista Concetto Marchesi, che era dedito a tenere i contatti tra il CLN di Sanremo e i patrioti di Bordighera e di Vallecrosia: il mezzo non rientrò più alla proprietaria, ma vi è da pensare che fosse stato ben presto sequestrato dai tedeschi.
Adriano Maini
Adriano Maini
















