mercoledì 27 febbraio 2019

Al tempo delle jacarande in fiore




Scrivevo su di un altro blog anni fa:

Pubblicata al momento della fioritura la foto di una bella jacaranda di Bordighera (IM), ci fu, tra gli altri, un commento che merita, anche a distanza di qualche settimana, di essere riportato:

Splendida la jacaranda in questo periodo di fioritura. Che strana la nostra Liguria, tanti insigni scrittori, tra cui Francesco Biamonti, niente hanno potuto contro la schiera di pessimi cementificatori.

La sequenza degli eventi é stata, invero, più articolata. Tra i primi commenti ci fu quello di un amico che riportava la notizia per cui a introdurre in provincia di Imperia le jacarande fosse stato il padre di Italo Calvino, insigne botanico. Non potei resistere alla tentazione di scrivere due righe in proposito, per sottolineare l’impegno culturale e civile di Calvino contro la speculazione edilizia. Me ne venne fuori un articolo che, apparendomi pretenzioso, andai subito a cancellare, non prima di avere suscitato le impressioni che più sopra ho riportato.

Potevo partire da un agave, da un pino marittimo, anche da un geranio. Certo, di importazione o di tradizione locale, anche un modesto vegetale desta nelle persone semplicemente dotate di buon senso sentimenti di rispetto per la natura ed il paesaggio.

Ho fatto bene a cancellare quel mio post. Quel commento, che lascio anonimo, era ed é esaustivo: ogni mia altra considerazione sarebbe superflua.

Ho rimandato ad altre occasioni taluni riferimenti culturali cui mi fanno, comunque, pensare le jacarande.



lunedì 18 febbraio 2019

Peynet a Bordighera e dintorni

Un vignetta di Peynet, in concorso per una ormai lontana edizione del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (IM) - Fonte: saloneumorismo.com
Per l'ultimo San Valentino, pochi giorni fa, una libreria di Bordighera (IM), dove abito, ha esposto in vetrina una vignetta molto grande di Peynet, incorniciata con eleganza, quasi un quadro, ma forse si tratta davvero di un dipinto. In ogni caso non sono entrato per osservare da vicino e sincerarmene.

Un vignetta di Peynet, in concorso per una ormai lontana edizione del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (IM) - Fonte: saloneumorismo.com
Mi è tornata in mente la prima volta che ho visto dal vero un disegno originale del creatore dei famosi fidanzatini. 

Un vignetta di Peynet, in concorso per una ormai lontana edizione del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (IM) - Fonte: saloneumorismo.com
Mi era capitato in un pubblico esercizio del centro della città delle palme, dove spesso lo zio materno, in quegli anni 1966 e 1967, dopo essere stati a vedere un film, mi portava, quasi sempre a fare una seconda cena di mezzanotte a base di succulente cozze, di sicuro ad ascoltare la conversazione di una sorta di gioventù dorata dell'epoca, ma in effetti composta da persone serie e simpatiche. 

Un vignetta di Peynet, in concorso per una ormai lontana edizione del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (IM) - Fonte: saloneumorismo.com
Non ho più visto in quel locale quell'oggetto delle mie intenzioni. Forse la famiglia dei titolari ha preferito tenerselo in casa.

Fonte: Sito del Comune di Bordighera
In effetti Peynet - ma questo lo sapevo, soprattutto dalla lettura dei giornali - era assiduo del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera. Vinse, in effetti, la Palma d'Oro del 1952. Che per un motivo o per un altro neanche da ragazzo sono mai riuscito a visitare. Anche se in quei tempi ero particolarmente entusiasta proprio di Peynet. Solo un giro veloce una volta, da adulto, ma il discorso porterebbe troppo lontano...

Un vignetta di Peynet, in concorso per una ormai lontana edizione del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (IM) - Fonte: saloneumorismo.com
Anni dopo nella cantina di un conoscente a Dolceacqua (IM), in Val Nervia, potei ammirare, con mio grande stupore, un altro disegno di questo artista, in tal caso magistralmente realizzato sulla semplice intonacatura in calce di una parete del locale in cui mi trovavo! Il mio anfitrione mi disse che Peynet aveva ben apprezzato il suo vino, tipico della zona, il buon "Rossese di Dolceacqua", per l'appunto, un'eccellenza, che allora non aveva ancora ricevuto le attuali denominazioni di qualità.

Un vignetta di Peynet, in concorso per una ormai lontana edizione del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera (IM) - Fonte: saloneumorismo.com
Trovo una volta di più molto simpatico Peynet!



lunedì 11 febbraio 2019

Spiccioli di Monaco


Quando a cavallo degli anni '60 si andava a casa del cugino della nonna a Cap d'Ail si arrivava in treno da Ventimiglia a Montecarlo nella vecchia stazione. Così facemmo anche quella volta che vedemmo giocare Kopa.

La zia con alcune colleghe e la titolare di "Bettina"
Lavorava nel maglificio di "Bettina", signora già vedova, se rammento bene, di un Agha Kan, la zia più giovane. Fu per me una grande festa potermi recare un pomeriggio nel Principato da solo, sempre in treno, munito di una carta di identità che attestava gli appena compiuti miei quattordici anni, limite per gli spostamenti autonomi all'estero. Fatto un breve giro d'attesa, con la zia ed una sua collega, prima di rimpatriare, ebbi la gradita sorpresa di potermi deliziare con pasticcini alla panna, di cui al tempo ero ben goloso!

Poco tempo dopo in gita scolastica feci la mia prima visita al Museo Oceanografico, che, quando tornai per pochi anni ad abitare a Ventimiglia, in certe giornate limpide mi sembrava, abbarbicato com'é sul piccolo promontorio, di toccare con mano dal terrazzo e dove mi recai più volte con i miei figli.


Rivedo ora la zia che ci aspettava, noi (con me nonna, mamma, sorellina) di ritorno da Genova dall'altra zia per la comunione del cuginetto, in stazione a Bordighera e che, nello stato d'animo che si può ben immaginare, ci annunciava di avere poche ore prima assistito da vicino come spettatrice alla tragica fine di Lorenzo Bandini in quel Gran Premio automobilistico dell'infausto (anche per noi!) 1967.


Almeno una volta, diretto a Nizza (altro discorso!), incuriosito dal rumore dei motori, sbucato dall'autostrada, che all'epoca terminava da quelle parti, mi sono fermato in La Turbie nella soprastante Grande Corniche per sbirciare qualche minuto di prove di un'altra edizione di quel cimento.



Sì, alla sera tra gli anni '70 e quelli '80 talora andavamo in auto a Montecarlo per fare subito dietro-front, noi giovani progressisti, solo per provare a sentirci in ambiente socialmente "ostile".

Nel 1984 per le elezioni europee sono sceso e risalito da un'altra stazione ferroviaria ancora, non quella attuale, per fare propaganda con una giovane donna, emigrante in Belgio, candidata, tra i tanti frontalieri della zona che rientravano dal lavoro: ci sono persone che mi ricordano ancora attivo in quel frangente!


Con i figli sono stato spesso, con grande gioia per il loro genuino divertimento, in periodo natalizio al grandioso Luna Park posizionato davanti al vecchio porto.

Mi soddisfa nel ricordo avere visto alcuni scioperi, questi sì compiuti in ambiente decisamente ostico, dell'Union des Syndicats de Monaco, diretta dall'indimenticabile Charles Soccal.

Non ritrovo, invece, fotografie di alcune mie presenze per motivi professionali ad un Salone Agro-alimentare di Fontvieille.



Da più di un decennio, invero, non metto più piede nel Principato, tanto meno alla Rocca...



mercoledì 6 febbraio 2019

Gli odori



Qualche anno fa, una volta letto l’articolo molto bello, che riporto qui di seguito, non avevo resistito, visto che sono di quella zona, alla tentazione di dire, su un mio blog che a quel tempo non era solo di fotografie come adesso, la mia. Ed oggi mi appresto a riprodurre sia quei bei pensieri che le mie considerazioni di allora. Ancora un aspetto: la località qui richiamata é, con certi suoi dintorni, Bevera, frazione di Ventimiglia (IM), nell’estremo ponente di Liguria.
 
Era così, mezzo secolo fa, la campagna intorno a casa, con la linea ferroviaria dismessa, che prima della guerra collegava la riviera con la Val Roja e Cuneo, dove ho vissuto i primi anni della mia infanzia. Era il nostro territorio di gioco, quando non esistevano la televisione, i videogiochi, i monopattini e avevamo a disposizione quei lunghi pomeriggi estivi, assolati cieli alti e striduli dal frinire assordante delle cicale che vegliavano su di noi appollaiate sui rami dei ciliegi.
Oltre alle cicale non si sentiva altro, forse ogni tanto il latrato di un cane. Né aerei, né automobili, né motopompe, né motozappe. Il lavoro in campagna si svolgeva a mano e in silenzio. La terra si arava e dissodava col magaglio, l’erba falciata con la “serra” a schiena curva, lavoro da donne, il verderame alle viti veniva irrorato con una pompa di stagno, fissata sulle spalle e azionata dalla mano dell’uomo. Anche la gente allora era più silenziosa. Poche chiacchiere e a bassa voce. Strano come nella mia infanzia non abbia mai udito urlare nessuno. Anche i gesti erano misurati, dalla stanchezza che non concedeva sprechi.
Per noi bambini c’era la terra, l’acqua, il cielo, le piante, gli animali selvatici, gli odori e la ferrovia abbandonata, col cancello che chiudeva il passaggio a livello ancora cigolante sui cardini che spingevano con tutta la forza delle nostre braccia per poi saltarci sopra appena presa la rincorsa.
Gli odori. Lungo la massicciata cresceva rigogliosa una pianta infestante dal fusto poco più grande di un pollice con le foglie lanceolate, non ricordo il suo nome, ma l’ho sempre visto prosperare sui bordi delle ferrovie. Ne spezzavamo i rami più teneri per costruirci la capanna, il nostro rifugio segreto, imbrattandoci le mani del lattice bianco e appiccicoso che sgorgava dalle ferite della pianta e ci impregnava di un odore forte e nauseante che non ho mai dimenticato.
Oggi la ferrovia è stata ripristinata, ma la casa e la campagna non ci sono più.

Una ligure

Mi ha colpito il testo in questione, perché nel luogo descritto passavo talora anch’io all’epoca: tutto corrisponde! Aggiungo il fascino per me bambino dei segnali ferroviari (antiquati) abbandonati, le spiegazioni di mio padre su alberi (“L’acacia é pericolosa! Tua bisnonna per la puntura di una spina d’acacia nel piede ha dovuto subire l’amputazione dell’arto!”) e su piante, le discese al fiume per bere in foglie verdi e fresche l’acqua sgorgante da polle litoranee. Qualche anno più tardi si andava da quelle parti a tirare quattro calci al pallone: la zona era ancora perfettamente fascinosa e si andava e tornava rasente il corso del Roia per sentirci in piena natura.

Il bel racconto allegato mi restituisce intatta la meraviglia che quei siti in me suscitavano ancor prima della gentile autrice. Solo non ricordo come facesse mio padre a portare sulla canna di una bicicletta da bersagliere me e mio fratello (sì che eravamo piccolini!) sino a bere dalle allora pulitissime acque del Roia, quelle che sgorgavano, come già accennato, tra le erbe profumate di una riva!

Nella foto qui pubblicata appaio nell’aprile del 1955 a Bevera, per l'appunto, in occasione di una delle nostre gite in bicicletta, qui citate. In lontananza, un segnale - indistinto, certo! - dell’allora in disuso, non ancora ripristinata dalle rovine della seconda guerra mondiale, linea ferroviaria Ventimiglia-Breil-Tenda-Cuneo.


domenica 3 febbraio 2019

E la civetta volò via

 
Non ho trovato nelle foto dei campanili del blogger*** quella del mio adorato campanile triangolare.
La mancanza del quarto lato (il quale normalmente è la regola, ma non sempre) secondo la malizia di miei amici milanesi é dovuta alla proverbiale tirchieria ligure.
Spero che lui, il povero campanile orfano di croce e banderuola, con le campane che un legno mangiato dai tarli non è più riuscito a sostenere e che ora giacciono abbandonate, non si senta ancora più triste.
Abbandonato alla sua solitudine anche da una civetta che era ospite fino a qualche anno fa.
 
Questo é un significativo pensiero di Gridellino, di cui invito a leggere qui, a cominciare da questo post, altre liriche considerazioni.
E di riflessioni ne vengono tante a me, trascinato dal flusso di ricordi relativi a siti circostanti e a quella strada provinciale, tante volte frequentata, di Val Nervia, che rasenta in quel punto l'Oratorio dei Bianchi di Camporosso (IM), qui sopra raffigurato.
Ci tornerò sopra, magari, altre volte, per non collidere con l'efficace immagine realizzata da Gridellino.