mercoledì 28 agosto 2019

Curiosando tra le mie cartoline d'epoca...


Parenzo, oggi Poreč, Istria, Croazia. Cartolina spedita nel 1901, quando quel territorio era ancora sotto l'impero austriaco.




Un'immagine di Trieste del medesimo periodo. 


Aiguille de Bionnasay (sul Web questo nome lo trovo scritto oggi con due enne), Monte Bianco. 4.052 metri, in ogni caso. Una fotografia quasi d'epoca come le prime due. Non facile a realizzarsi, insomma.
Santa Margherita Ligure. Anche questa - come si potrà notare - "viaggiata" nel 1901. 
  
 Tunisia, Gafsa. Oasi. Anche in questo caso gli anni di riferimento sono, più o meno, gli stessi. 
Saint-Raphael.

Nizza, Piazza Massena, ai primi del 1900 

 

giovedì 22 agosto 2019

Rosamunda, ma non solo

Fonte: Alessandra Maini
Michele F. mi ha raccontato nei giorni scorsi che ai tempi delle nostre elementari (ma lui non era in classe con me) a Nervia di Ventimiglia (IM) ogni tanto, soprattutto dopo la mensa (alla quale io non mi fermavo), saliva al primo piano a recare scompiglio nel collegio, soprattutto buttando all'aria letti appena fatti, con disperazione delle suore dai larghi cappelli. In effetti, il particolare dei copricapi l'ha rimarcato Franco V., che per caso era presente alla nostra conversazione: lui un anno in quell'istituto l'aveva pur trascorso. Mi sono, allora, venute in mente due cose. Che ho avuto dei compagni di classe che soggiornavano in quel collegio. E che all'epoca era un uso abbastanza diffuso, nonostante le condizioni materiali in genere non buone, mandare figli in collegio.
Una strana sorte, poi, quella della palazzina in questione: da collegio femminile a clinica, a scuola pubblica con soprastante già mentovato collegio, ad ospedale, a semplice presidio sanitario.


Bruno B., presente anche lui a quel valzer di ricordi, mi aveva appena fornito (l'avevo previamente pregato di investigare un po'!) l'informazione che mi mancava in proposito di una casa d'angolo di levante all'inizio della provinciale di Val Nervia. Ai tempi, di cui volevo sapere io, era ancora un appartamento privato. Vi si riunivano quattro amici a fare musica. D'estate di sicuro. A fineste e porte aperte si sentiva tutto quel liscio. Lo ascoltavano in tanti. Un po' dopo appresi che uno di quei musicanti, forse proprio un mio vicino di casa, addetto alla fisarmonica, veniva soprannominato, dal titolo di una nota, vecchia canzone, Rosamunda. Era ironia o invidia? Bruno B. mi ha aggiunto che, in effetti, la famiglia di quegli inquilini, era di persone impegnate in orchestrine. Qualcuno ancora attivo in quel campo, se non ora, certo di recente. Di loro mi ero proprio scordato. E per combinazione qualche sera fa rivedendo in televisione un documentario sulla seconda guerra mondiale andavo a riascoltare Rosamunda messa come accompagnamento alle immagini che sottolineavano momenti della tenacia di resistenza e della voglia di vivere di tanti inglesi nel periodo dei più duri bombardamenti aerei tedeschi.


Mi sto attardando sugli ultimi anni 1950. Al mare, data la nostra età, si andava ancora accompagnati dai grandi, più spesso in sponda sinistra del torrente Nervia, dunque, in territorio di Camporosso. In merito le storie più singolari mi appaiono forse quelle posteriori. Da raccontare, a mio parere.


Michele B., invece, mi ha più volte rammentato tanti nomi - che avevo dimenticato - di persone di quella zona, ad esempio quello di un signore che compare nella soprastante fotografia in occasione del passaggio di carri in procinto di partecipare ad una ormai lontana edizione della Battaglia di Fiori di Ventimiglia.

Quella Nervia mi fa, invero, tornare in mente tanti aneddoti, vuoi che quegli anni dal 1956 al 1971, nei quali ho abitato con la mia famiglia colà, abbiano visto tanti cambiamenti di costume, come si suol dire, e di civiltà materiale, vuoi che in quella zona, in effetti un crocevia per la Val Nervia ed altre parti, si registrarono tanti piccoli accadimenti, di cui mi preme sottolineare solo quelli più simpatici, vuoi che mi capita ora di riparlare di continuo di cose di Nervia con chi ha fatto più o meno le mie stesse esperienze o con chi, come Bruno B., vi dimora adesso, al punto che mi riprometto di ritornare presto su temi connessi. Mi urgono prima di tutto altri ricordi legati al citato angolo di levante di quell'incrocio, ma non è detto che saranno i primi che andrò ad affrontare.


mercoledì 14 agosto 2019

Whiskey, tartarughine e cartoline


Franco I. ha lavorato per buona parte degli anni 1960 nell'ex Africa Occidentale Francese. Ha toccato con mano il neocolonialismo quando gli proibirono di retribuire meglio i manovali indigeni.

Una gentile signora mi raccontò che da bambina, prima della guerra, era stata in Nigeria al seguito del padre ingegnere, ma le sue erano memorie di una privilegiata.


Da uno sbarco in Tunisia due piccole tartarughe donateci nel 1958 da un vicino di casa, in temporaneo  "congedo" - di cui oggi non so spiegarmi l'autorizzazione - dalle ferrovie per un'esperienza da marconista su una nave mercantile. Dal medesimo anche una cartolina da Cartagine, ormai persa.

In qualche estate a Bordighera (IM) giocavo con miei coetanei adolescenti, venuti dalla Libia per vedere nonni e zii materni: dopo il 1969, espulsi, si stabilirono definitivamente qui. 

Marrakech, Marocco
Un mio conoscente asseriva che in Marocco negli anni 1980 in casa di clienti si poteva bere di nascosto con loro, musulmani, del buon whiskey.

Davide A. qualche anno fa mi ha regalato un atlante dell'Africa Orientale Italiana e un codice italiano di diritto coloniale, tutti rigorosamente di epoca fascista.


Mio padre fu alla prima battaglia navale della Sirte.

Non ritrovo le belle fotografie della Namibia, mandatemi dal compianto Salvatore S. Né cartoline più recenti di altre parti dell'Africa, neppure quelle delle Cascate Vittoria.



Solo da poco ci è tornato in mente chi ci ha regalato tante cartoline d'epoca, anche di varie parti dell'Africa, viaggiate e no.


Non mi interessano i resoconti di crociere o di soggiorni balneari contemporanei.

L'Africa di persona devo averla, comunque, da qualche parte intravvista talvolta all'orizzonte...


mercoledì 7 agosto 2019

Quel mulo di Rocchetta Nervina


Parlando con Gianfranco Raimondo, che, tra l'altro, ha un cognome tipico del paese cui voglio fare qui qualche accenno, vale a dire Rocchetta Nervina (IM), mi ricordo talora di un aspetto di pregressa civiltà materiale. La mia famiglia si rifornì a lungo da un contadino del luogo di un delizioso olio d'oliva. Ed anche, per un primo periodo, di legna da ardere, perché quelli erano i tempi. Solo che, ancora alla svolta degli anni '60 del secolo scorso, prima di dotarsi di furgoncino, quel signore, con cui poi tante volte scambiai saluti e impressioni in quel borgo, faceva i suoi trasporti con un carretto trainato da un mulo. Alle provviste della stufa della nonna materna in Bordighera (IM), quel signore contribuì, invero, più a lungo. 


E mi sembra di vedere ancora quel paziente animale davanti ad una casetta, da tanto ormai demolita, dall'altra parte della strada provinciale rispetto al nostro cortiletto di allora, in zona Nervia di Ventimiglia (IM).

Rocchetta Nervina (IM) rappresentò per molto tempo per me un arcano mistero, nonostante la conoscenza di tante persone del posto, che visitavano spesso casa nostra, distante solo una dozzina di chilometri, o che ebbi per compagni, se non di classe, quantomeno di istituto. E, per ormai perse ragioni, da adolescente le tante mie scampagnate in bicicletta lungo la Val Nervia non ebbero mai una deviazione verso quel luogo.

Mi sono avvicinato fisicamente per la prima volta in occasione di un personale esperimento di viaggio in motorino: senonché, ormai vicino a quell'abitato, rimasi in panne, da cui non avrei proprio saputo trarmi, se l'autista - pietoso - dell'autobus di linea, parcheggiato vicino a dove ero stato costretto a fermarmi, non mi avesse prima spiegato che avevo inavvertitamente interrotto... l'alimentazione dell'olio e non avesse, poi, direttamente provveduto a rimediare all'inconveniente.
Dopo di che mi affrettai a tornare indietro ancora senza visitare Rocchetta Nervina.

Vennero, tuttavia, presto le occasioni per recarmi spesso a Rocchetta Nervina, facendomi diversi amici ed accumulando discrete esperienze.

Ma per oggi concludo sul tema, appuntandomi a casaccio per altre occasioni una partita amatoriale di pallone elastico (sport in cui si cimenta ancora, ben superati i settanta, Alberto G.) ed un ripresa (ma credo che quella volta Bruno B., di solito presente a queste esperienze, non ci fosse) di interviste con video-camera da fare vedere come prologo del comizio serale.