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sabato 19 settembre 2026

Pot-pourri


Capita che riguardando con più attenzione nel solito archivio ci si accorga di un'immagine di gruppo dei vigili urbani di Bordighera risalente alla metà o al massimo alla fine degli anni Trenta. Si coglie tale aspetto perché, guardando distrattamente il retro di quella che sembrava, come altre, una vecchia cartolina, ci si accorge dell'indicazione di un fotografo di Sanremo: la coincidenza di una recente pubblicazione su Facebook di un'opera di quell'artigiano dei primi anni Cinquanta fa risalire al suo nome completo, Bruno Martini, e fa pensare alla sua prolungata attività. Il confronto del suo scatto fatto ai vigili della città delle palme con un altro di un gruppo più ristretto di quegli agenti nello stesso periodo toglieva infine ogni dubbio.

Anche nelle piccole raccolte - lo si ripete - si possono rinvenire singolari chicche.

 


L'eclisse solare del 15 febbraio 1961 ripresa a Ventimiglia con mezzi molto rudimentali.
 


Un angolo in centro a Cuneo che con i suoi animali deliziava nel 1978 i più piccini. 
 

Lo stato di diversi luoghi oggi cambiati o in via di trasformazione.
 


Maria Ausiliatrice a Vallecrosia al Mare, ad esempio, adesso completamente demolita in attesa della costruzione di un centro commerciale.

Talora aiutano i lettori. 


Per l'indicazione esatta di una viuzza di Ventimiglia, nel caso Via Nervia.
 


Per riconoscere un porto di Genova a settembre del 1962.

I lettori incalzano anche su altri fronti.

In relazione ai campionati provinciali studenteschi di una volta, un gentile signore con il suo commento porta indietro il calendario, presumibilmente a fine anni Cinquanta, ricordando che nella giornata della sua staffetta veloce ad Imperia la temperatura era così rigida da non riuscire ad appoggiare al meglio le dita intirizzite davanti al blocco di partenza.
E se non è dispiaciuto un discorsetto su fiori e piante, adesso ci si allarga a segnalare argomenti analoghi su di un blog a questo collegato.

Ancora frivolezze per salutare l'estate!

Adriano Maini

sabato 5 settembre 2026

Anche la botanica può essere una grande passione









C'è chi, tra Ventimiglia e Bordighera, il giardino se lo tiene alquanto selvaggio, eventualmente con netta prevalenza di esemplari di specie nostrane.
C'è chi il giardino lo predilige ordinato.
C'è chi il giardino lo vuole più esotico.
Ma bisogna avercelo un pezzo di terra per dedicarsi alla botanica.
Alfredo Moreschi, competente in diversi campi, la passione più forte l'ha dimostrata per fiori e piante.
C'è chi, pur non non svolgendo specifica attività professionale, difficilmente perde l'occasione di frequentare qualsiasi tipo di evento riconducibile al mondo vegetale o quanti più campi sperimentali gli riesca possibile.
C'è chi rischia l'osso del collo su ripide erte, liguri e non, per ammirare in natura qualche erba rara, ma anche per cogliere qualche virgulto protetto: se riesce, poi, a farlo attecchire nel suo, forse non lo si può condannare del tutto.
Si rimanda agli scritti di veri esperti la lettura di notizie afferenti chicche in materia come i Giardini Hanbury o Villa Boccanegra a Ventimiglia o tante meraviglie della Costa Azzurra, ma ancor più a diretti "sopralluoghi".

Adriano Maini

mercoledì 6 febbraio 2019

Bevera o degli odori



Qualche anno fa, una volta letto l’articolo molto bello, che riporto qui di seguito, non avevo resistito, visto che sono di quella zona, alla tentazione di dire, su un mio blog che a quel tempo non era solo di fotografie come adesso, la mia. Ed oggi mi appresto a riprodurre sia quei bei pensieri che le mie considerazioni di allora. Ancora un aspetto: la località qui richiamata é, con certi suoi dintorni, Bevera, frazione di Ventimiglia., nell’estremo ponente di Liguria.
 
Era così, mezzo secolo fa, la campagna intorno a casa, con la linea ferroviaria dismessa, che prima della guerra collegava la riviera con la Val Roja e Cuneo, dove ho vissuto i primi anni della mia infanzia. Era il nostro territorio di gioco, quando non esistevano la televisione, i videogiochi, i monopattini e avevamo a disposizione quei lunghi pomeriggi estivi, assolati cieli alti e striduli dal frinire assordante delle cicale che vegliavano su di noi appollaiate sui rami dei ciliegi.
Oltre alle cicale non si sentiva altro, forse ogni tanto il latrato di un cane. Né aerei, né automobili, né motopompe, né motozappe. Il lavoro in campagna si svolgeva a mano e in silenzio. La terra si arava e dissodava col magaglio, l’erba falciata con la “serra” a schiena curva, lavoro da donne, il verderame alle viti veniva irrorato con una pompa di stagno, fissata sulle spalle e azionata dalla mano dell’uomo. Anche la gente allora era più silenziosa. Poche chiacchiere e a bassa voce. Strano come nella mia infanzia non abbia mai udito urlare nessuno. Anche i gesti erano misurati, dalla stanchezza che non concedeva sprechi.
Per noi bambini c’era la terra, l’acqua, il cielo, le piante, gli animali selvatici, gli odori e la ferrovia abbandonata, col cancello che chiudeva il passaggio a livello ancora cigolante sui cardini che spingevano con tutta la forza delle nostre braccia per poi saltarci sopra appena presa la rincorsa.
Gli odori. Lungo la massicciata cresceva rigogliosa una pianta infestante dal fusto poco più grande di un pollice con le foglie lanceolate, non ricordo il suo nome, ma l’ho sempre visto prosperare sui bordi delle ferrovie. Ne spezzavamo i rami più teneri per costruirci la capanna, il nostro rifugio segreto, imbrattandoci le mani del lattice bianco e appiccicoso che sgorgava dalle ferite della pianta e ci impregnava di un odore forte e nauseante che non ho mai dimenticato.
Oggi la ferrovia è stata ripristinata, ma la casa e la campagna non ci sono più.

Una ligure

Mi ha colpito il testo in questione, perché nel luogo descritto passavo talora anch’io all’epoca: tutto corrisponde! Aggiungo il fascino per me bambino dei segnali ferroviari (antiquati) abbandonati, le spiegazioni di mio padre su alberi (“L’acacia é pericolosa! Tua bisnonna per la puntura di una spina d’acacia nel piede ha dovuto subire l’amputazione dell’arto!”) e su piante, le discese al fiume per bere in foglie verdi e fresche l’acqua sgorgante da polle litoranee. Qualche anno più tardi si andava da quelle parti a tirare quattro calci al pallone: la zona era ancora perfettamente fascinosa e si andava e tornava rasente il corso del Roia per sentirci in piena natura.

Il bel racconto allegato mi restituisce intatta la meraviglia che quei siti in me suscitavano ancor prima della gentile autrice. Solo non ricordo come facesse mio padre a portare sulla canna di una bicicletta da bersagliere me e mio fratello (sì che eravamo piccolini!) sino a bere dalle allora pulitissime acque del Roia, quelle che sgorgavano, come già accennato, tra le erbe profumate di una riva!

Nella foto qui pubblicata appaio nell’aprile del 1955 a Bevera, per l'appunto, in occasione di una delle nostre gite in bicicletta, qui citate. In lontananza, un segnale - indistinto, certo! - dell’allora in disuso, non ancora ripristinata dalle rovine della seconda guerra mondiale, linea ferroviaria Ventimiglia-Breil-Tenda-Cuneo.

Adriano Maini