venerdì 13 marzo 2026

Alla vigilia di Italia '61


C'è un gruppo su Facebook che, come dice il nome, Esposizione  Italia '61, vale a dire la Esposizione Internazionale del 1961 a Torino, si occupa assiduamente di quella rassegna, pubblicando notizie e soprattutto intriganti fotografie. Per chi fosse interessato a saperne di più quello è proprio lo spazio web adatto. Emergono tanti risvolti inediti o dimenticati.
Italia '61, la denominazione che più semplicemente a lungo è stata usata, era connessa al Centenario dell'Unità d'Italia, del resto celebrata in quel periodo in tante forme: nelle scuole con il donare a scolari e a studenti libri e librettini sul Risorgimento, aspetto questo più largamente tuttora ricordato.
E, tanto per divagare, tornano in mente altre connesse singolari vicende, come ad esempio che domenica 6 novembre 1960 tre persone di Nervia di Ventimiglia videro in modo curioso una parte dei cantieri o di quanto già realizzato a Torino per Italia '61. Si trattava di un baldo giovanotto sui trent'anni, di un ferroviere non ancora quarantenne e del figlio di quest'ultimo, ormai quasi undicenne: erano saliti in treno nella città subalpina (passando da Savona, perché la linea Ventimiglia-Cuneo non era ancora stata ricostruita) per assistere alla partita di calcio Juventus-Milan in programma allo Stadio Comunale, oggi, dopo adeguata ristrutturazione, Stadio Olimpico Grande Torino. 
Senonché, per consentire a chi non aveva diritto ai biglietti gratuiti - e per ironia della sorte forse era già addetto di una compagnia privata di pulitori, fattore che, comunque, non lo abilitava al privilegio - di usufruire dello sconto previsto in occasione del contemporaneo Salone dell'Automobile, il gruppetto si fece un bel giro nella metropoli per conseguire lo scopo. Ammirarono, pertanto, stupiti la monorotaia sopraelevata o un congruo tratto della medesima, infrastruttura che, al pari di altre costruzioni connesse ad Italia '61, venne abbastanza presto demolita, lasciando qua e là tracce di sé, puntualmente sottolineate dal menzionato gruppo di Facebook.
Per recarsi al Valentino o per portarsi in seguito all'arena del football i "nostri" quasi di sicuro usufruirono di un tram. A questo punto, la trama, però si ingarbuglia. Ancora di recente nel famoso borgo medievale ricostruito - stando ad internet - viene ubicato l'ufficio che consente agevolazioni sui biglietti del treno in occasione della sempiterna rassegna automobilistica, ma, a differenza di qualche anno fa, nulla più si dice di quanto fungibile in merito nel lontano 1960. Per cui adesso sorge qualche dubbio su quale tipo di facilitazione si fosse allora trattato. Ma i tre al Valentino c'erano stati e videro anche nei dintorni altre innovative costruzioni legate alla mostra.
Infine i "nervini" approdarono allo stadio. Ed anche sull'incontro cui assistettero ci sarebbero da sottolineare alcune singolarità, del resto evidenziate in diversi punti del web. Se ne estrapolano solo alcune. Nella Juventus esordiva Bruno Mora, grande ala destra, dalla carriera poi compromessa da un grave infortunio, che nella stagione successiva sarebbe passato proprio al Milan, in un discusso scambio con il difensore Salvadore. Fu la partita in cui Gianni Rivera segnò il suo primo goal con la maglia rossonera. Fu l'ultimo anno della carriera di Boniperti. E la partita finì 4-3 a favore del Milan, vincitore in trasferta, ma il campionato fu appannaggio della Juventus.
Correda questo articoletto di costume una fotografia scattata dal citato ferroviere, relativa all'ingresso in campo delle squadre, già pubblicata ed unica, per il momento, rinvenibile in archivio di una serie di almeno tre che erano state fatte. Sul retro del cartoncino il bambino aveva annotato per iscritto a memoria le due formazioni, saltando un po' lo schema classico della numerazione degli schieramenti da uno a undici: un rapido attuale riscontro certifica che non ci furono, però, errori di sorta.

Adriano Maini 

lunedì 9 marzo 2026

Nebbia a Milano

Milano: la banca (nel tempo ha cambiato nome) di Largo Zandonai 

Appare nei giorni scorsi sulla pagina culturale di un importante quotidiano la recensione con parole entusiaste - un pezzo di bravura barocca - di una nuova edizione di "Nebbia al Giambellino" di Giovanni Testori, romanzo scritto tra il 1955 e il 1956, ma pubblicato postumo nel 1995. Da una breve ricerca emergono in proposito valutazioni molto positive di altri critici letterari.
Risulta in questo contesto che il libro in questione è un noir, modulato su una sorta di ricalco de "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni, in ogni caso definito da più voci molto attuale.
Già si sapeva dell'afflato religioso di Testori, ma qui - senza nulla togliere al suo generale ampio impegno sociale - si sottolinea che si apprezza di più il contributo da lui dato con suoi racconti tratti da "Il ponte della Ghisolfa" alla sceneggiatura di "Rocco e i suoi fratelli", film lucido e realistico diretto da Luchino Visconti.
Fatta questa premessa, diventa irresistibile procedere con impertinenza a sciorinare temi collegati e divagazioni varie.
Il Giambellino, intanto. Un quartiere di Milano storicamente dalla nomea malfamata, come evocata in particolare da una delle prime canzoni di Giorgio Gaber. Arrivando in automobile dall'autostrada per recarsi verso la zona Sempione - (vecchia) Fiera lo si può attraversare, ma di sicuro lo si sfiora. L'articolo qui citato per primo è corredato da una fotografia dove appare un tratto di strada dove ha appena avuto luogo un mercato ambulante rionale: una scena che da quelle parti probabilmente si ripete ancora oggi, ma che indubbiamente anni fa rimaneva nella memoria di un guidatore, anche alquanto distraendolo.
Le storie criminali. Quando uscivano i giornali della sera, i lettori della metropoli lombarda venivano a poche ore dagli episodi di cronaca nera debitamente informati sui medesimi. Così accadeva per le inchieste del celebre commissario Nardone, per cui, ad esempio, in tanti potevano andare a cena soddisfatti una volta constatato l'arresto della banda di Via Osoppo operato sotto la direzione di colui che venne definito il Maigret italiano. Questi sono riferimenti agli anni Cinquanta, durante i quali la stessa tempestività di informazioni forse veniva pure assicurata dai notiziari radiofonici, rigorosamente targati RAI. Una signora, abitante a Niguarda vicino alla piscina Scarioni, attraverso l'etere il 25 settembre 1967 seppe subito della tragica catena di avvenimenti successivi alla sanguinosa rapina effettuata dalla recidiva banda Cavallero presso il Banco di Napoli in Largo Zandonai (angolo Via Panzini): appreso anche della morte di uno studente di 17 anni, rimase, dubitando del peggio, in tremenda ansia sino al ritorno del figlio e di un nipote, coetanei del giovane ucciso, che quel giorno erano andati a spasso in centro città.
La nebbia. Si sostiene che adesso di nebbia a Milano se ne veda proprio poca. Aveva un suo fascino quando avvolgeva (avvolge) il Duomo. Ma la nebbia può anche essere metafora di misteri, misteri che non mancano neppure nella storia più recente di Milano.

Adriano Maini

venerdì 6 marzo 2026

Gignese



Un accenno casuale a Gignese (sul Monte Mottarone, sopra Stresa, quindi, con perfetta vista sul Lago Maggiore), fatto in un altro blog, suscitava una quindicina circa di anni fa il commento emozionato di una gentile lettrice, che non ricordava, tuttavia, la pregressa attività da quelle parti di un trenino a cremagliera.
E questo torna in mente mentre si butta l'ennesima occhiata nell'archivio di fotografie di famiglia.
Occorre precisare subito che ci sono pagine e pagine, anche sul web, che coinvolgono Gignese e dintorni in storie di Resistenza e di partigiani: un aspetto importante che va sottolineato.
Si può, allora, passare a particolari diversi. Gignese, ad esempio, ospita un caratteristico Museo dell'Ombrello ed un importante campo da golf, dove un tempo si chiudevano gli occhi se bambini sugli undici anni facevano i caddies stagionali.
In quegli anni, precisamente a settembre 1964, poteva capitare che alcuni partecipanti di un'allegra brigata di ragazze e di ragazzi accompagnassero un attimo un amico alla sua villa di montagna e registrassero di conseguenza la presenza in una sala di una dozzina di adulti (per lo più madri e padri), molto assorti a guardare la proiezione di un film a passo ridotto sulle appena concluse vacanze della coppia dei padroni di casa su una costa della Sardegna: era, in effetti, da poco arrivato come costruttore edile nell'isola dei nuraghi Karim Aga Khan, ma non è dato sapere se la coppia citata avesse usufruito di una delle prime realizzazioni del principe o se, più semplicemente, avuto sentore di quelle novità, avessero pensato di procedere in modo autonomo.
A Gignese c'era anche un anziano sarto, forse l'unico del paese, che conservava con grande cura libri ormai antiquari, quali "I tre moschettieri" di Dumas e "Il corsaro nero" di Salgàri, che virgulti di nove anni appena leggevano avidamente grazie alla sua generosa comprensione.
 


Un genero di quel signore pittore era un pittore dilettante, che prediligeva ispirarsi alla zona: alcuni suoi quadri, per uno dei curiosi casi della vita, erano arrivati persino a Bordighera.
L'artigiano accedeva al laboratorio mediante una scala in legno: una analoga, messa di fonte, al di là di un giardinetto e del piccolo cortile, portava ad uno stanzone dove veniva lasciata a maturare la frutta di altura, perlopiù piccole pere.  


In buona sostanza, si assisteva - se non si va sbagliando - in quell'angolo di villaggio alla riproduzione in scala ridotta di un'aia contadina, nella quale il mestiere era stato ormai dismesso, fatta salva la soddisfazione di piccole esigenze private. 
In quella sorta di spiazzo sbucò in un pomeriggio domenicale di quel settembre 1964 un taxi - una FIAT 600 multipla - di Milano, dai caratteristici colori di quel periodo, verde sporco e nero, guidato dal fratello di un altro genero del sarto, che aveva ben pensato di fare un'improvvisata, recando altresì con sé moglie e figlio. Ma una sorpresa la ebbe anche lui, perché quel giorno era presente un altro suo nipote, ferroviere a Ventimiglia, che era salito per riportare la famiglia ai lidi del ponente ligure. E su questi incontri, lieti e forieri di altri accadimenti, si può lasciare sfumare la scena. 




Si può, piuttosto, sottolineare che in quel cantone si sono poi effettuate accorte, migliorative ristrutturazioni, quali non sempre è possibile vedere nei centri storici: al centro campeggia sempre una gran bella vera di un pozzo.
Né si può dimenticare - sempre per restare in atmosfera d'epoca - che su quelle strade passa spesso il Giro d'Italia di ciclismo professionistico.
La signora (o ragazza) di cui all'inizio rievocava anche il "trenino delle Cento Valli che collega la [abbastanza vicina] Val Vigezzo con Locarno [comune svizzero che si affaccia sul Lago Maggiore]", ma questa su questo blog può essere un'altra narrazione.

Adriano Maini

lunedì 2 marzo 2026

Aubagne, ancora

Aubagne. Foto: Florian Fèvre. Fonte: Wikipedia

Cercando sul web qualche conferma, meglio ancora, qualche immagine rispetto ad un singolare episodio, su questo blog già raccontato, episodio della primavera del 1983 avvenuto ad Aubagne, un centro di 46.000 abitanti vicino a Marsiglia, si sono trovate solo notizie sparse di vario genere, ma non quello che si voleva.
Conviene partire dal citato aneddoto. Arrivato a Marsiglia in treno un giovane funzionario della Federazione comunista di Imperia venne accompagnato in auto da due "colleghi" della città dei Focesi ad Aubagne - comune retto dai comunisti - per tenere nel salone di una bocciofila ad emigrati italiani del posto un discorso di propaganda per le imminenti elezioni politiche italiane. Se ci si ricorda bene in quel periodo per esercitare i loro diritti i connazionali dovevano ancora tornare ai luoghi italiani di residenza, non potendo votare presso i consolati, come già avveniva per il Parlamento Europeo. Finito quell'incontro, i compagni francesi - dei veri birboni - portarono l'ospite - ignaro di tutto - in un normale bar per una classica bevuta prima del rientro a Marsiglia. Ad un certo punto, quasi di sicuro per un ammiccamento dei due, si avvicinò al tavolo la proprietaria, una vera matrona, di non tenera età e molto truccata in viso come tante altre sue compatriote all'epoca, che, fatte due parole di circostanza, andò al bancone per tornare ad esibire trionfante allo sprovveduto forestiero una copia di una rivista popolare italiana che l’aveva "immortalata" con almeno tre pagine, corredate di varie fotografie, dal titolo più o meno corrispondente alla frase "La mamma dei legionari". L'inviato della Riviera dei Fiori si sentì subito ribollire di sdegno perché non aveva - ad usare un eufemismo - una grande considerazione dei soldati della Legione Straniera, ma fece - come si suol dire - buon viso a cattivo gioco: del resto, non aveva potuto sin lì sospettare nulla, perché non si erano nè scorti visi giovani tra gli scarsi avventori, né viste divise di sorta. E neppure sapeva che ad Aubagne c'era l'unica caserma - per essere precisi, la sede del comando per il reclutamento - della Legione sul suolo metropolitano.
Tornando all'attualità, si ripete che non si è rinvenuta alcuna traccia di quella particolare "consolatrice" dei tipacci in kepì, ma si sono acquisiti altri ragguagli di carattere più generale. Ad esempio, che nel secondo dopoguerra e sino al conclusione (1954) della guerra francese in Indocina furono circa diecimila gli italiani che combatterono con la Legione in quel conflitto: non si conosceva l'entità di questa tragica vicenda, ma su questo blog per combinazione si era già potuto scrivere di qualche similare esperienza. Impressionante, poi, è stato imbattersi in un "forum", nel quale, dietro l'anonimato dei nomi di fantasia, si possono leggere velleità di diversi partecipanti di raggiungere in oggi la Legione; il tutto in genere sotto forma di domande, con tanto di botta e risposta, ad un tizio che dovrebbe già essere arruolato - o si spaccia per tale - e che ribadisce che ancora adesso entrare nella Legione Straniera è un modo per mettersi al riparo dai pericoli del mondo, visto che si viene esclusi - forse - solo se si sono compiuti crimini molto efferati; questo animatore non si tira indietro dal riferire gli aspetti più rudi, compreso un certo nonnismo, di quella vita, incontrando per lo più vivo interesse e quasi suscitando maggiori aspettative.
Consola sapere che Aubagne significa oggi, come nella sua lunga storia, tante altre congiunture positive, per cui viene spontaneo aggiungere, a titolo indicativo, che già due anni fa un lettore segnalava che ad Aubagne aveva abitato un cugino di suo padre, che aveva fatto parte della resistenza a Marsiglia.

Adriano Maini 

giovedì 26 febbraio 2026

Divagazioni?




In questo blog si sono sparsi riferimenti ai Piani di Borghetto di Bordighera, ma si è sinora trascurato di accennare ad un aspetto che era molto caro a Giulio, che ci teneva molto a quella zona dove era nato quando era ancora comune di Borghetto San Nicolò: i resti di una noria, pozzo cui si attingeva l'acqua con trazione animale, singolare traccia di storia.


Si pubblica un'immagine d'anteguerra della terrazza di Villa Palmizi di Bordighera, ma non si sapeva ancora che quella scuola materna privata negli anni Cinquanta era stata frequentata anche da bambini dei Gallinai.

Così come non si era edotti del fatto che una primina, una prima elementare cui accedere prima dell'età canonica per uscirne con un esame di stato, a Ventimiglia in quel periodo (anni Cinquanta) era attiva - a cura delle stesse religiose che ne mandavano avanti una simile a Ventimiglia Alta - presso la sede della Croce Rossa di Via Dante, la stessa dove era ubicata la scuola media del vecchio ordinamento.


Si sono fatte due parole sull'ex - anzi, la scomparsa - conceria di Via San Secondo a Ventimiglia, una zona oggi molto cambiata - decisamente strutturata - rispetto ad un tempo, ed un lettore cortesemente aggiunge i nomi degli ultimi artigiani e commercianti che là furono attivi.


Si è poi scritto qualcosa di Marsiglia, dimenticandosi di alcune vecchie foto di famiglia.



Altri ormai vetusti scatti di archivio, invece, sul retro riportano magari la data, ma al momento non si è del tutto in grado di riconoscere i soggetti.


Nelle ricerche si fa, inoltre, spesso fatica a riconoscere i luoghi di fotografie più recenti.

Si potrebbe continuare...

Adriano Maini

lunedì 23 febbraio 2026

Incontri


Si è già riferito in altra occasione che andando in giro a fare fotografie in posti un po' isolati può capitare di essere scambiati per ladri in ricognizione per successivi furti da compiere.
Succede anche che inquilini o condomini vicino o addirittura in centri urbani protestino per scatti a loro dire non legittimi, ancorché effettuati su arterie pubbliche.
Anche quando alla casa in questione ci si è magari avvicinati per uno scorcio panoramico visibile da un cancello, come ad esempio in una zona di Nervia di Ventimiglia per un'immagine poi persa per sbadataggine e qui allora sostituita da una vista più generale della regione.
Ma per fortuna non sempre è così. Si possono, anzi, fare nuove conoscenze, per non dire amicizie.
 

A titolo indicativo.

 



A San Biagio della Cima per riprendere più da vicino, ma comunque rimanendo su una strada, la Cappella (privata) della Madonna della Neve, per ridiscendere era quasi inevitabile fare manovra con l'auto sconfinando un po' nel vialetto d'accesso di una villetta: anziché essere "sgridati", si veniva invitati a bere un caffé...
 



A Cian de Ca' di Camporosso un gentile abitante, facendo da cicerone per vari aspetti, suggeriva inoltre che là si poteva arrivare anche passando - nella buona stagione - nel letto asciutto del Nervia, per un guado posto qualche chilometro a valle, a fianco del centro urbano, per ammirare così anche quel lato della sponda sinistra del torrente.
 



A Massabò di Perinaldo si veniva condotti a visitare gli interni di un vecchio frantoio ormai in disuso.
 


Se poi si incontrano persone già note le trame di possibili racconti si infittiscono, come nel caso accaduto in un punto imprecisato in altura tra Soldano e Perinaldo, da cui sono derivate diverse successive minute vicende - sempre connesse alla fotografia amatoriale - che possono essere riportate altre volte.

Adriano Maini
 

martedì 17 febbraio 2026

Anche ai Gallinai si coltivavano i garofani


Capitava che per essere sicuri della data della fotografia pubblicata all'inizio del precedente articolo di questo blog si andasse a cercare un riscontro sul cartaceo. Succedeva allora non solo di trovare una conferma al quesito posto, ma anche di fare maggiore attenzione ad altre vecchie immagini sin lì trascurate. Ciò avveniva perché ci si ricordava che la pubblicazione mesi fa di uno scatto relativo ad un carro della Battaglia di Fiori di Ventimiglia aveva suscitato il commento di un lettore (Roberto Rovelli) che precisava l'evento come quello di domenica 8 giugno 1958. A quel punto, per via di una serie di dettagli noiosi da spiegare, veniva e viene facile riferire a quel lasso di tempo tutta una serie di fotografie. Va aggiunto che nell'occasione ci si accorgeva anche di alcune singolari immagini di altre - imprecisate (quasi sempre è così!) - date, immagini anche quelle sin lì lasciate nel dimenticatoio, riguardanti ad esempio gite in campagna di signorine e giovanotti nei primi anni Cinquanta, immagini sulle quali varrà la pena prima o poi di ritornare.
Risulta più agevole soffermarsi su quei giorni di giugno del 1958.
Non era ancora stato qui pubblicato, come si fa adesso, lo scatto relativo al carro "La corrida" del gruppo "E parme", terzo classificato nella categoria "carri grandi fuori concorso". Viene in proposito altresì in mente che almeno all'epoca al terzo giro dei carri sul circuito della manifestazione veniva dato l'accesso libero anche agli spettatori non paganti: un'usanza indubbiamente simpatica e non bisognosa di altre parole. 


Si scopre, poi, che ai Gallinai di Bordighera venivano anche coltivati i garofani. Siccome questi fiori, quelli avanzati a fine stagione - non più appetibili per il mercato - e lasciati a libera disposizione degli interessati che per utilizzarli se li dovevano tagliare (quest'ultima raccolta aveva in gergo anche un numero), servivano per addobbare i carri della Battaglia di Fiori, viene da pensare che per la compagnia "I Galli del Villaggio", molto legata agli abitanti dei Gallinai, venisse alla bisogna quantomeno risparmiato qualche viaggio. 


Circa Sanremo, poi, si può notare la famosa fontana ancora posizionata vicino al forte di Santa Tecla. 


Ma anche ammirare quella dei Giardini "Alfredo Nobel". 


Oppure sorridere per il quasi immancabile scatto davanti al Casinò.

Adriano Maini

venerdì 13 febbraio 2026

Motocicletta


Riguardando in archivio una fotografia del 1951 (sul retro c'è solo una data), in cui sullo sfondo di un paesaggio per logica quasi sicuramente dell'entroterra imperiese si notano una ragazza ed un giovanotto di Bordighera chi vicina chi seduto su una due ruote (uno scooter?), torna in mente un recente racconto di Gianfranco Raimondo.
Scriveva nell'occasione Gianfranco che a Ventimiglia solo a metà anni '50 iniziarono a vedersi (e forse questo capitava un po' in tutta Italia) abbastanza numerose Vespe ("la Vespa era mezzo di aggregazione... gite in montagna... le allegre scorribande con gli amici") e lambrette e rimarcava in proposito altri particolari pittoreschi, soprattutto circa le escursioni in campagna di fidanzati veri e potenziali. Sottolineava che prima erano più diffusi dei mezzi di fortuna, sorta di biciclette con dei motorini applicati in qualche modo, e dei 50 cc di cilindrata, di cui rammentava dei nomi, quali Mosquito e Cucciolo: anzi per quest'ultimo rievocava una canzonetta, "Vieni con me, ti porterò sul Cucciolo".
Aggiungeva altre intriganti note di costume, nel delineare le quali è molto ferrato, ma si fermava a quel periodo. Ora non si intende fare la storia - e neppure entrare in dettagli tecnici - di ciclomotori, motociclette e quant'altro in tema, ma pensando sempre a Gianfranco, già presentatore di spettacoli, anche canori, quindi discreto esperto di musica (come si è già capito), qui si cede alla tentazione di sottolineare certi versi cantati da Lucio Battisti "Motocicletta, 10 HP / Tutta cromata, è tua se dici: 'Sì' ".  E, ricordandoci ancora di Gianfranco che ama altresì il cinema, di interrogarci sul fatto se il noto film "Easy rider" non avesse per caso in proposito influenzato Mogol, il paroliere del famoso riccioluto artista.
 










E di andare ancora avanti per quantomeno riportare all'attenzione veicoli al giorno d'oggi dalla tecnologia sempre più raffinata; aspetti variabili sul lungo periodo, quali motocross e similari (che tanto affliggono per danni veri e presunti alla natura gli amanti dei boschi); il fenomeno (tanto più visibile nel ponente ligure a Sanremo) del crescente, sistematico ricorso a ciclomotori, motociclette e scooter, comunque denominati, per fronteggiare traffico stradale e carenza di parcheggi.

Adriano Maini

venerdì 6 febbraio 2026

Ferragosto con vento di mare


Un fenomeno strano per la stagione, un forte vento di mare a Bordighera, ad un Ferragosto di diversi anni fa. Un vento di sud-ovest, che, quindi, spirava su tutta la Costa Azzurra. Vengono in mente tante immagini e tante situazioni. Pensando alla vicina Provenza, rammentare un dicembre poco prima della metà degli anni ‘90 con una Marsiglia veramente flagellata: dal sagrato di Notre Dame de la Garde sembrava che l’isolotto d’If venisse, insieme a tutte le memorie del Conte di Montecristo, da un momento all’altro inghiottito dalla furia del mare. E pensare ad un vento (dei venti) che ha (hanno) altre provenienze e che quasi sempre si accompagna (accompagnano) allo scorrere tumultuoso di torrenti e di fiumi montani, il vento (i venti) che spira (spirano) nelle Alpi di Bassa Provenza nelle pagine di Pierre Magnan, dense di omicidi gotici, di personaggi comunque indimenticabili anche perché quasi tutti avulsi dallo scorrere della storia, dei variopinti colori di cime, foreste, prati, rocce, forre, giardini segreti; della natura e di pietre, pregne di storia, insomma. Nel Ponente Ligure quasi in ogni stagione, invece, la furia del vento spinge il mare a devastare litorali di difficile, anche per l’incuria dell’uomo, ripascimento, spesso con conseguenze devastanti per gli stabilimenti balneari e per le stesse opere di fabbrica delle passeggiate a mare. Sul piano letterario pagine sublimi sugli effetti cangianti, di luce, di colore, di forma, del vento su questo mare dell’estremo ponente ligure ha scritto un insigne autore di questa terra, Francesco Biamonti.
Adriano Maini 

giovedì 5 febbraio 2026

Un grande fotografo vissuto a lungo in incognito a Bordighera

Bordighera (IM): nelle vicinanze di una delle abitazioni di Fabrizio La Torre

Fabrizio La Torre abitava a Bordighera quando - nel 2010 - ebbe luogo a Parigi la prima mostra di sue fotografie, scattate tanti anni prima: nonostante che avesse fatto vita riservata ci sono in questa zona alcune persone che lo ricordano ancora con simpatia.
Si entra meglio in argomento, indicando subito il sito di grande spessore dedicato a lui e alla sua famiglia, una famiglia che ha attraversato sul serio la storia. Il sito in questione è curato con affetto e competenza dal nipote François Bayle.
Va subito aggiunto che Fabrizio La Torre aveva già smesso da lungo tempo di dedicarsi alla sua grande passione, che aveva esercitato al di fuori dei suoi reali impegni professionali. Questi ultimi, tuttavia, gli furono - al netto di suoi viaggi privati - utili per estrinsecare il suo impegno amatoriale: nel caso della Thailandia la sua costante ricerca di emozioni lo portò ad una scoperta storica da lui prontamente immortalata, in quel caso anche con una sua rara, pregressa pubblicazione.
Il fatto è che La Torre teneva per sè le immagini realizzate - 150.000 clichés -, sviluppate da pellicole nel miglior laboratorio di Roma, concedendole al massimo per libri di carattere scientifico, ma sempre dietro lo schermo dell'anonimato.
Vedendo i suoi lavori, come è molto parzialmente possibile all'indirizzo web già citato, risulta difficile resistere alla malia "realistica" dei suoi scatti, soprattutto per la città eterna, ma seppe catturare risvolti sociali dappertutto, in modo esemplare, poi, negli Stati Uniti degli anni '50.
In questo senso si sarebbe trovato bene a conversare con Alfredo Moreschi, il quale non solo per questo ponente ligure in quella direzione si era esercitato con altri amici alla fine dei Sessanta, ma aveva una verve ironica particolare, quella coltivata anche da La Torre.
Fabrizio La Torre a Bordighera frequentava ex partigiani ed ex ufficiali britannici, un aspetto singolare se si tiene conto che suo padre era stato un ufficiale del SIM, il servizio segreto militare, che dopo l'8 settembre 1943 fu decisamente impegnato sul fronte antifascista e che, come tale, ebbe notevoli e svariati contatti, talora ritrovandosi a fianco di vecchi amici di famiglia: in diversi avvenimenti, del resto, fu convolto lo stesso Fabrizio.
Sono aspetti, questi che, pur riportati nel richiamato sito, meritano ulteriori approfondimenti, al pari di quelli su altri cari di Fabrizio, ad esempio la madre Gabriella: il che non è escluso che qui possa avere luogo.
Tralasciando in questa occasione di mentovare i soggiorni di Fabrizio a Bordighera già negli anni Trenta (la fantasia induce a pensare che potrebbe avere conosciuto Guido Seborga e il giovane Gian Antonio Porcheddu) e i legami dei La Torre con Cap d'Ail, non si può terminare questo scritto se non sottolineando che François Bayle è un giornalista, un esperto di politica ed uno scrittore molto sperimentato.

Adriano Maini

lunedì 2 febbraio 2026

Gli spiccioli di Nico

Ventimiglia (IM): un tratto di mare di fronte a Mortola

Roberto Rovelli procedeva di recente ad una plastica narrazione delle esperienze da pescatore compiute in una ormai lontana estate dal suo vecchio amico Nico Orengo, il ben noto scrittore, poeta e critico letterario. Lo faceva perché aveva letto su questo blog un rapido accenno a quella avventura desunto da una lettura di un testo dell'intellettuale torinese che aveva tanto cara Mortola di Ventimiglia, dove aveva ben salde radici di famiglia.
Non era la prima volta che Rovelli, da decenni emigrato in Florida, si cimentava in una rievocazione dei suoi trascorsi con Nico. Sono emersi dai suoi racconti tanti simpatici aneddoti e tanti dettagli di vita sociale. Risulta significativa in questa sua piccola antologia la storia di quando lui e Nico si misero a stampare un giornale, ancor più per il fatto che lo fecero per impulso di don Bruno Corti, parroco di Mortola che fu anche insegnante di storia e di filosofia ed al quale è intestata la via del Liceo Scientifico di Ventimiglia. 
 

Ventimiglia (IM), casa Orengo a Mortola ed il Brachychiton

Del resto Rovelli è sempre stato così attento a quanto attinente il suo vecchio compagno al punto da puntualizzare a chi, inconsapevole, ne aveva pubblicato una fotografia la presenza di un Brachychiton, noto anche come Albero Fiamma, nel giardino di casa Orengo a Mortola.
Il valore dell'opera complessiva di Nico Orengo è talmente fuori discussione per cui ci si può esimere dal tentare qui velleitarie recensioni, ma nell'occasione va almeno sottolineato che fu Orengo a scoprire Francesco Biamonti, altro uomo di questa terra, come grande romanziere, affidandolo per così dire alle successive cure editoriali di Italo Calvino.
Risulta più agevole indugiare su aspetti singolari. Del biglietto di congratulazioni inviato da Orengo a Arturo Viale qui si è già detto, ma va sottolineato che entrambi sono accomunati dalla rievocazione di altre figure di questa zona, specie quella più prossima alla frontiera con la Francia. Orengo indubbiamente era andato ben oltre. Nel suo libro "Gli spiccioli di Montale", ma anche in altri suoi scritti, si possono, ad esempio, trarre spunti per cercare nell'Archivio fotografico di Alfredo Moreschi a Sanremo sia immagini relative ad attori citati - Ava Gardner, Rita Hayworth, Charlie Chaplin (ritratto proprio a Mortola) - che ai Giardini Hanbury tanto cari a Nico. Altri lavori di Orengo hanno reso riconoscibili altre persone, come Libero Alborno, personaggio principale nella fantasia dello scrittore de "la curva del Latte", nella realtà storica protagonista della vita politica e sociale della Ventimiglia dell'ultimo dopoguerra. 
 
Isolabona (IM), 23 luglio 2011

In questo quadro si può anche rammentare la rappresentazione dal vivo di alcune pagine di "Islabonita" di Nico Orengo del 23 luglio 2011 ad Isolabona, cittadina nella quale Orengo aveva partecipato con i suoi amici del posto a diverse iniziative, tra cui la rievocazione de "Il barone rampante" di Italo Calvino.

Adriano Maini

martedì 27 gennaio 2026

Sarà capitato anche a voi


Pensando ad archivi di vecchie fotografie, viene talora da chiedersi "Sarà capitato anche a voi", ma non "di avere una musica in testa", come nella simpatica canzonetta, sigla - se la memoria non inganna - di una pregressa trasmissione televisiva, bensì di non poter decifrare uno o più aspetti di alcuni dei "pezzi" collezionati.
Si possono illustrare tali evenienze procedendo a campione.
La prima immagine che qui viene pubblicata, ad esempio, riguarda - come è evidente - bambini dell'asilo, impegnati in moderati (si spera ancora adesso) esercizi ginnici sulla terrazza di Villa Palmizi di Bordighera tra (sulla base di vaghi indizi) il 1936 ed il 1940: nulla di più in proposito. Senonché, questo scatto rimanda - se si vuole fuori tema rispetto all'assunto di questo articolo - ad un altro tipo di fatto curioso: restaurato come gli fu possibile - in quanto una sorellina o un fratellino aveva al tempo ben pensato di fare là sopra qualche scarabocchio - da Alfredo Moreschi e pubblicata qualche anno fa sul web non si sa più dove, venne "carpita" da una disinvolta signora - si presume della città delle palme - la quale a sua volta procedette ad esibire spavalda su internet la sua "preda".
Si può procedere, sempre a titolo indicativo, con altre controverse piccole questioni, similari - si reputa - a quelle di tante altre persone.
 


Una ragazza di Bordighera - di sicuro cittadina italiana alla nascita - con una cugina slovena in una campagna nei dintorni di Gorizia. In questo caso - sempre sulla base di labili interpretazioni - la data dovrebbe collocarsi tra il 1944 ed il 1947: al primo estremo temporale viene da chiedersi con quale coraggio ci si muovesse in tempo di guerra, all'altro con quale blandizia fosse stata fatta convinta l'occhiuta sorveglianza titina dei confini.
 


Per paradosso in un piccolo gruppo posizionato in altura (forse case Želinje nell'attuale comune di Canale d'Isonzo, ai tempi del fascismo Salona d'Isonzo) - appurato in qualche modo un precedente periodo - una zia acquisita delle predette fanciulle viene riconosciuta oggi come propria nonna materna da una nipote che abita nel lontano Bariloche argentino. 
 


Fascinoso il "fiorame" - si presume sempre sloveno - su degli scogli, ma mancano - tanto per cambiare - il quando e il dove.

Rimane il dubbio se slovene e sloveni sin qui in esame siano stati tutti (si tralascia di entrare nei dettagli della geopolitica) italiani e per quale durata.
 


Il 20 settembre 1924 venivano per così dire immortalati a Torino alcuni carabinieri, che probabilmente dirigevano un corso allievi: e di tanto ci si deve accontentare.
 


Chi sarà mai stato il giovanotto in borghese a sinistra (per chi guarda) di due camerieri a Bolzano nell'ottobre 1940? Un collega in un giorno di riposo? Di un personaggio si sa: ma degli altri due cosa sarà stato durante il seguito dell'immane conflitto mondiale?

Adriano Maini