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mercoledì 29 luglio 2026

Storie un po' così

Ventimiglia (IM): Via Dante

Mario rammenta che conobbe Carlo quando abitava in Via Dante a Ventimiglia e che in qualche modo si teneva in contatto con lui anche dopo il suo trasferimento del 1967 a Parma: aiutava anche il fatto dei frequenti ritorni di Carlo in visite nella città di confine. Si delinea così una comunanza di giochi, comuni frequentazioni ed amicizie, di passione per il calcio, sport in cui Mario, che attesta del resto le buone prestazioni a livello giovanile da difensore di Carlo, è stato un buon elemento, noto e stimato in ambito locale.
L'argomento "Via Dante", che qualcuno chiama ancora Via Regina, ritorna spesso per svariati motivi su queste pagine, come per la vecchia scuola media. Per gli anni più vicini al secondo dopoguerra, quelli nei quali abitava là anche lui, ne scrive spesso Gianfranco Raimondo. Dalla sua ampia aneddotica si può isolare un esempio che appartiene alla serie degli "stranomi", citando "Tapapussi", un personaggio del passato che nel resoconto di Gianfranco appare a dire poco un tipo bizzarro, ma di cui sarebbe curioso sapere come sia finito nel novero dei nomignoli elencati da Arturo Viale, molto più attento alle zone di levante di Ventimiglia, in una parte del suo "Punti Cardinali. Da capo Mortola a capo Sant'Ampelio" (Edizioni Zem, 2022): prima o poi l'arcano sarà svelato. 

Ventimiglia (IM): Vico Arene, una delle traverse di Via Dante

Da un po' di tempo non si raccolgono più voci circa gli intendimenti di alcuni ex abitanti di Via Regina e dintorni di procedere alla redazione di un libro imperniato su quello che si può definire un vero e proprio rione: erano state recuperate in proposito diverse fotografie d'epoca, che erano anche circolate in ambiente non poi tanto ristretto, così da suscitare la doverosa attenzione che meritano immagini rievocative soprattutto di angoli alquanto cambiati. 

Ventimiglia (IM): Via Turati

La stessa situazione concerne all'incirca l'ex Bar Irene di Via Turati, sempre a Ventimiglia.
Anche in questo caso conversazioni, trafiletti, messaggi di mailing list, riconducono spesso a quell'esperienza, anche questa sovente qui menzionata.
A voler approfondire il tema, si dovrebbe ricorrere una volta di più alla grande memoria di Gianfranco Raimondo, che ha osservato tutta la vita di quell'esercizio pubblico: se ne potrà sempre fare ricorso, ma intanto, a mo' di celia, occorre aggiungere che Gianfranco non si ricorda della procace cameriera rimasta, invece, nelle reminiscenze di Carlo di Parma.
Sono tanti i fatti singolari legati a quel bar, anche dopo il suo trasferimento dalla prima angusta sede, posta davanti ad un cinema ed alla Camera del Lavoro, ad una nuova, di fronte ma un po' in diagonale, sotto i portici.
Vedere film e frequentare la Cgil rappresentò di sicuro un forte volano di attrazione di clientela, ma altri imponderabili fattori entrarono in campo per garantirne il successo.
Nelle sporadiche rievocazioni si alternano - ad usare un eufemismo - varia umanità, compresi - come qualcuno ha di recente ripetuto - tanti "fricchettoni", e persone impegnate non solo sul terreno politico e sociale, ma anche culturale.
A titolo indicativo sarà d'uopo ricorrere alla figura di Francesco Biamonti. Si è qui già rimarcato che nel suo romanzo d'esordio "L'angelo di Avrigue" - come ha colto con acume Gianfranco Raimondo - viene ampiamente rievocato il Bar Irene con il suo microcosmo sociale: singolare coincidenza tra uno scrittore che, prima di trasfigurarla anche poeticamente, si calava bene nella realtà, ed un locale teatro pure di tanti episodi di colore.
E sarà qui da aggiungere che almeno un lettore, notato quel riferimento letterario al Bar Irene, si è affrettato a rileggere "L'angelo di Avrigue" per rivisitare una temperie che ben aveva vissuto.
Anche per il Bar Irene si è sentito dire di quando in quando che si sarebbe potuto scrivere una storia, sinora, tuttavia, restata al palo.
Ci sono, dunque, ancora diversi capitoli aperti su Via Regina e sul vecchio Bar Irene.
Adriano Maini 

martedì 24 marzo 2026

Un distinto passeggero scese dal treno di Parigi



In una bella mattina di primavera inoltrata a Cannes durante lo svolgimento del noto Festival del Cinema, più o meno poco prima della metà degli anni Sessanta, un valente fotografo free lance di Ventimiglia pensò bene di ricorrere all'utilizzo di un motoscafo per andare a recuperare da uno yacht ancorato discretamente al largo una giovane attrice straniera, la cui sorella era già famosa per avere interpretato film italiani, in quanto era stato incaricato di un preciso servizio. 
È questo uno dei tanti racconti di Gianfranco Raimondo, la cui memoria è una miniera inesauribile di fatti e di aneddoti a largo raggio, dunque non solo riferiti alla riviera francese e a quella del ponente ligure.
Quella che precede è, tuttavia, una sintesi di quanto accaduto quella volta, perché ora preme di più tentare di delineare per sommi capi quanti spunti riguardanti la nazione transalpina Gianfranco potrebbe approfondire.
Si aggiunge, pertanto, in ordine sparso, che l'imbarcazione richiamata era di un viveur d'antan; che la ragazza, così sottratta alle insidie di alcova, consentì al fotografo un buon lavoro; che questo tecnico dell'immagine aveva avuto i suoi momenti di celebrità, come quando operò in Congo al momento dell'indipendenza di questo paese; che Gianfranco, il quale, da buon amico, lo aveva accompagnato per tutta la vicenda, aveva dovuto per cavarsi d'impaccio improvvisare ben più di qualcosa una volta che era stato scambiato per un emissario della casa di produzione che attendeva a Roma per le riprese di una nuova pellicola la fanciulla in questione.
Si possono fare altri esempi attinenti le esperienze, suscettibili di ulteriori sviluppi narrativi, di Gianfranco con Francia e Costa Azzurra.
Un futuro direttore di Radio Montecarlo che affiancava in lingua francese Gianfranco per l'illustrazione al pubblico dell'edizione 1961 della Battaglia di Fiori di Ventimiglia.
Lo scherzo giocato un primo aprile nella stazione ferroviaria di Ventimiglia da Gianfranco e due amici - uno dei quali qui già citato - consistente nel far credere che fosse in arrivo da Parigi un importante personaggio: la messinscena di penne e taccuini, di macchina fotografica e di parole sussurrate ad arte andò man mano radunando una discreta folla, compresi altri fotografi, ma gli artefici della sceneggiata non pagarono fio perché furono fortunati nell'incrociare e nell'importunare con una finta intervista un distinto passeggero, che senza capire nulla salì al volo su di un taxi, impedendo così ai tanti curiosi lo smascheramento del tiro architettato dai quei birboni.
Radio Montecarlo che trasmise in diretta almeno un'edizione di uno dei concorsi musicali di Gianfranco.
La grande amicizia di Gianfranco con André Vanco, impiegato di Radio Montecarlo e sindaco comunista di Beausoleil dal 1977 al 1986, amicizia - come già accennato su questo blog -, anche foriera di comuni collaborazioni ad eventi culturali.
Persistendo a salire di qualità nelle rievocazioni, si potrebbe dettagliare la frequentazione di Gianfranco con Francesco Biamonti, le cui affabulazioni raramente prescindevano da artisti, poeti, letterati e pensatori francesi, ma qui occorre, concludendo, virare decisamente fuori tema, ricordando che forse Gianfranco è l'unica persona che abbia identificato il vecchio Bar Irene di Ventimiglia come uno dei luoghi topici del romanzo "L'angelo di Avrigue" di Biamonti.

Adriano Maini

giovedì 11 dicembre 2025

E, poi, i blog

Ventimiglia (IM): particolare degli scavi delle terme di Albintimilium a Nervia

Poi ci sono i blog. Come questo. Ed i blogger, che ne sono gli autori.
Ma in tempi come questi dove i fruitori del web sembrano essere in prevalenza dediti ai cosiddetti social tramite le altrettanto cosiddette applicazioni la materia si presta a qualche considerazione anche un po' scherzosa. Come si è fatto rievocando vecchi sistemi telematici - BBS, Minitel - e gli esordi di Internet in Italia - ftp, telnet, ecc -, occasione in cui, però, poi si è tralasciato di citare gli antiquati gruppi di discussione o le mailing list.
Ad escludere queste pagine e quelle alle medesime collegate, nella zona tra Ventimiglia e Bordighera, sembrano oggi sussistere cinque, sei blog al massimo, forse neppure così tanti. Siccome "Nessuno è perfetto!", come da battuta finale del famoso film diretto da Billy Wilder, ci può essere in questa affermazione qualche margine di errore, perché magari si è fatta confusione con portalini e siti veri e propri.
In ogni caso, è doveroso citare - o produrre qualche esempio in merito - chi si cimenta da queste parti nella menzionata sfera di azione, ma a ben guardare diverse situazioni sono sospese o addirittura sparite, per cui ci si limita ad indicare "Liguria in versi" di Pia Viale.
Il discorso cambia se si fa riferimento a blog più lontani nello spazio, che si siano talora soffermati su aspetti dell'estremo ponente ligure o delle sue vicinanze.
Nel lungo periodo, ad esempio, si possono in tal senso riscontrare - sempre escludendo dal novero Sanremo, perché città sin troppo famosa per via di tanti avvenimenti, soprattutto musicali -, considerazioni interessanti su Francesco Biamonti, Nico Orengo e Guido Seborga, autori tutti legati a questa dimensione locale; resoconti turistici su Nizza e sulla Costa Azzurra; presentazione dettagliata del Museo dei Balzi Rossi di Ventimiglia; illuminazioni sugli stati degli scavi archeologici dell'Albintimilium romana a Nervia, sempre a Ventimiglia.
Si è tenuto sinora fuori campo il blog di Chiara Salvini - impressionante come mole di documentazione -, bensì lo si indica in conclusione, perché a scavare bene là si possono rinvenire non solo tante notizie sulla provincia di Imperia, ma anche sul territorio intemelio.

Adriano Maini 

giovedì 7 agosto 2025

Verso sera

Ventimiglia (IM): dietro l'albero la vecchia sede della Camera del Lavoro

E così diede il suo apporto alla costruzione della moschea di Casablanca in Marocco un altro residente della zona Ventimiglia-Bordighera, un marmista che aveva tenuto bottega nell'ex conceria della città di confine, nella zona adiacente a Via Tenda, là dove ora svettano tre ardite (per il Ponente Ligure!) costruzioni civili a forma - più o meno - di torre.
L'asserzione deriva da un ennesimo commento o rilievo critico che dir si voglia.
Il fatto è che il citato artigiano - un omone grande e grosso, molto simpatico, militante, se non si erra, del Partito Socialista di Unità Proletaria - era una delle tante persone che nei primi anni Settanta si recava spesso per coltivare consolidati rapporti sociali - ed anche politici - presso la Camera del Lavoro di Ventimiglia, ubicata all'epoca a fianco di un cinema, molto frequentato, in un'unico stanzone a malapena diviso in modo diseguale da una parete provvisoria in legno e vetro.
Il lettore consenta una digressione verso la plastica introduzione che Enzo Barnabà fece in una data imprecisata - in quanto il libro non la riporta -, ma che dovrebbe risalire alla fine dei Novanta, al romanzo di Carlo Gallinella "L'uomo nuovo" (Edizione "Il gabbiano"), nella quale vengono ben descritti alcuni eccentrici personaggi (il comunista eclettico autoriparatore, l'anarchico, il sardo e così via), che nella realtà non trasfigurata non mancarono di "officiare" presso la Camera del Lavoro, così come l'autore, ma non lo scrittore Barnabà, ancora in altri lidi.
Verso sera, dunque, quando molte attività erano terminate, soprattutto verso sera, quell'angusta sede della C.G.I.L. vedeva affiancarsi - spesso in allegra confusione - a chi cercava risposte a questioni attinenti il proprio lavoro militanti in senso largo del fronte di sinistra, perché quel piccolo ambiente era una sorta di cenacolo sociale e politico. Non per niente là dentro scaturirono o vennero supportate in senso rigorosamente unitario iniziative quali risposte alle provocazioni neofasciste, alcune manifestazioni studentesche, la marcia Ventimiglia-Bordighera per la pace in Vietnam. E tutto questo al netto dell'opera più strettamente istituzionale, che in quegli anni di lotte operaie era molto intensa anche qui in Riviera.
L'ambiente, dunque, era quello qui sommariamente descritto, per cui non appariva singolare che entrassero l'artigiano marmista, il contadino abruzzese - comunista - che vendeva soprattutto uova (ma non in quel luogo!), il piccolo possidente socialista, il pittore socialista, che donava sovente i suoi dipinti con soggetto sociale, ed altri lavoratori autonomi.
Si trovavano anche le occasioni per intervalli scherzosi: poteva essere smascherato alle spalle, a sua insaputa, il panettiere comunista che praticava in un forno di Mentone e che aveva voluto far credere di essere stato in gioventù nella Legione Straniera; le caute prese in giro, fatte da alcuni astanti, di alcuni di quegli uomini in seguito effigiati da Enzo Barnabà; il festoso ingresso, accompagnato da aperti saluti e da allegre parole pronunciati con tono quasi militaresco, dell'avvocato del sindacato.
Quel circolo aveva, tuttavia, ancora delle altre frecce in faretra: proprio di fronte, dall'altra parte della strada, c'era un bar, il Bar Irene, anche questo un piccolo vano, ma con un frenetico giro di clienti, in parte legato alla presenza del richiamato cinema (e, quindi, quando il buio era ormai calato, eccezione fatta per le proiezioni pomeridiane della domenica), ma molto indotto proprio dal viavai della Camera del Lavoro: un simpatico ferroviere veneto, sodale di Gianfranco Raimondo (che scrive talora delle successive vicende del Bar Irene) ed in contatto con un noto blogger di Venezia, aveva espresso, come altri, l'intenzione di scrivere la storia di quell'esercizio pubblico, ma una volta di più non se ne riuscì a fare nulla.
E se quel bar, prima di essere trasferito in locali molto più grandi poco distanti, era frequentato da futuri scrittori quali Francesco Biamonti, Lorenzo Muratore, il già menzionato Carlo Gallinella, faceva spesso durante la giornata la spola tra sindacato e bar, accompagnato ad associati o amici, un altro futuro scrittore, Elio Lanteri, che era un funzionario della Camera del Lavoro.
Vigilava sornione su tutti questi movimenti Lorenzo Trucchi, allora segretario della Camera del Lavoro, dal 1975 segretario provinciale della C.G.I.L., dal 1985 consigliere regionale del Pci e, poi, del PdS, di cui fu anche segretario della Federazione Provinciale di Imperia: al tempo riusciva a prendere appunti o a iniziare pratiche - togliendo anche ad Elio Lanteri molte castagne dal fuoco - nel mentre provava a capire qualcosa dei comizi improvvisati davanti a lui.

Adriano Maini

domenica 30 marzo 2025

A cavallo del confine ligure con la Francia ottantasei anni fa

Ventimiglia (IM): la stazione ferroviaria

A lungo nel 1939 un uomo, nella bella stagione vestito con un abito di lino chiaro, sostava sull'ingresso dell'albergo dove alloggiava, posto davanti alla stazione ferroviaria di Ventimiglia.
La tradizione orale lo ha identificato con una delle persone che organizzavano a pagamento in quel periodo - ma costui con maggiore energia, perché per lo più con una piccola flottiglia di barche a motore appositamente allestita - viaggi clandestini verso la Francia di ebrei stranieri, cacciati dall'Italia dalle leggi "razziali" del regime fascista, il quale spesso tollerava tali fughe: questi fatti sono stati puntualmente rievocati da Paolo Veziano sia in "Ombre di confine: l'emigrazione clandestina degli ebrei stranieri dalla Riviera dei fiori verso la Costa Azzurra. 1938-1940 (Alzani, 2001) che in "Ombre al confine. L’espatrio clandestino degli Ebrei dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra. 1938-1940" (Fusta, 2014).

Nei primi mesi del 1939 Rachele Zitomirski, di famiglia ebrea russa, ricevette l'abilitazione ad esercitare la professione di farmacista, come il padre, che da tempo la farmacia l'aveva aperta in Vallecrosia.

Zitomirski padre, lo scienziato Serge Voronoff da Grimaldi e il commerciante Ettore Bassi da Ventimiglia centro, tutti ebrei, erano molto attivi, sostenendole anche con contributi in danaro, con le organizzazioni di soccorso ai profughi ebrei Delasem (Delegazione assistenza emigranti) ed il precedente Comasebit, poi sciolto d'autorità.

Francesco Biamonti, ancora bambino, se non li vide, in quell'anno, sentì parlare di ebrei fuggiaschi in transito dalla zona intemelia, ma ne fece con i fratelli esperienza diretta in collina sopra San Biagio della Cima, il loro paese, negli anni ancora più tremendi della seconda guerra mondiale: avrebbe poi scolpito nei suoi romanzi quelle tragiche vicende con parole memorabili.

Nel 1939 continuavano a passare la frontiera di Ventimiglia con la Francia, in una direzione e nell'altra, anche esuli politici o loro familiari, seppure in numero ridotto rispetto agli anni precedenti. Non sempre in regola con i documenti, anche tra di loro furono numerosi i fermi e gli arresti. A prescindere - va da sé - dai clandestini per necessità.

Viene festeggiata l'elezione a deputato di Virgile Barel: Victoire du Front Populaire: défilé du Parti Communiste, section Nice-Saint-Roch. Laugier Charles. Reporter-Photographe, 8 avenue Félix-Faure, Nice (1936). Archives Nice Côte d’Azur, 3 Fi 9

L'8 ottobre 1939 veniva arrestato a Nizza nella sua abitazione di Piazza Saluzzo, in conseguenza - con lo scoppio della seconda guerra mondiale - della messa fuori legge del suo partito, il deputato comunista Virgile Barel, già impegnato nell'assistenza ai fuggiaschi ebrei riusciti ad arrivare nel dipartimento con la sezione locale del Comitato denominato in acronimo CAR (sulla cui ampiezza in territorio nazionale si potrebbe leggere, in francese, di Vicki Caron "Les politiques de la frustration: le renouveau de l’effort juif de secours. 1936-1940)": si ha contezza di questo per uno dei paradossi della storia, in base al quale una lettera di questo sodalizio datata 5 dicembre 1939, pubblicata dal citato "Ombre di confine" di Paolo Veziano, annoverava ancora Barel nel Comitato d'Onore allorquando era già incarcerato. Si può annotare brevemente a margine che Barel fu maestro elementare - che seguiva una pedagogia innovativa e progressista - del futuro comandante partigiano imperiese Giuseppe Vittorio Guglielmo (Vittò), che non ne dimenticò mai gli insegnamenti morali; che fu alla fine degli anni Venti diffusore de "La Riscossa", periodico in lingua italiana, che i nostri emigrati comunisti non distribuivano più per non incappare, loro stranieri, nei controlli di polizia; che il figlio Max Barel, cui è intestata una piazza a Nizza, quella d'arrivo dalla Moyenne Corniche, cadde da partigiano nel centro della Francia; che Barel tornò nel dopoguerra alcune volte all'Assemblea Nazionale, tanto da esserne definito il decano; che Barel già nel 1971 chiedeva nel massimo consesso l'attivazione per l'estradizione del criminale nazista Klaus Barbie.

Nel 1939 cospiravano contro il regime fascista a Bordighera Guido Seborga, che era in contatto con altri antifascisti a Torino, Renato Brunati, destinato ad essere fucilato nella strage del Turchino a maggio 1944, Lina Meiffret, che riuscì a tornare viva dalla deportazione in Germania e Giuseppe Porcheddu, che nella città delle palme era appena arrivato forse per essere più vicino al fratello avvocato. Altri antifascisti della cittadina non si erano ancora messi in contatto con i primi.

Nel 1939 vennero raggiunti dai genitori, sempre a Bordighera, i fratelli Asiani, torchiati, finita la guerra, da agenti del servizio segreto statunitense, probabilmente per essere indotti a diventare spie al loro seguito, non tanto per malefatte compiute, come in altri casi,  ma per la comprovata conoscenza del territorio a cavallo del confine ligure con la Francia.

Secondo il figlio, che oggi ricerca informazioni e documenti in merito, il padre, Nathan Schmierer, nato a Schaje Podowzyka il 13 ottobre 1907, si trovava già a Sanremo nel 1939. Il mentovato e la moglie Anny Riendl risultavano ebrei stranieri il 24 aprile 1940 per il Ministero degli Interni come da comunicazione che mandava alla Prefettura di Imperia: sussistono ancora sue tracce di internamento a Padova per l'arco aprile-agosto 1943.

A dicembre 1939 Dora Kellner, partita da Sanremo, incontrava in una stazione ferroviaria di Parigi l'ex marito Walter Benjamin. I due grandi intellettuali ebrei - lei, ingiustamente, molto meno nota - non si rividero più; loro figlio Stefan era già in salvo a Londra; la pensione nella città dei fiori, Villa Verde, da cui erano passati tanti loro parenti, amici e conoscenti, ormai gestita - data la normativa antiebraica - in modo surrettizio dalla donna, che se ne era occupata in quei tristi momenti di persecuzioni per meri motivi di sostentamento economico, era ormai in procinto di subire un fallimento, dopo il quale anche Dora passò oltre Manica abbandonando per sempre la Riviera, a differenza del figlio che visitò la vecchia casa nel 1958, venendo nell'occasione fotografato da Alfredo Moreschi.

Adriano Maini

sabato 8 febbraio 2025

Già nel 1950 circa il Corsaro Nero e Ventimiglia...

Ventimiglia (IM): il centro urbano ed il fiume Roia verso la Foce

L'articolo de "l'Unità" qui menzionato

Ne "l'Unità", allora organo centrale del Partito comunista italiano, venerdì 26 maggio 1950 si leggeva l'articolo dal titolo "Dove Salgari trovò il suo Corsaro Nero" con occhiello "Lettera dalla Riviera Ligure" e catenaccio "Domenica a Ventimiglia la grande battaglia dei fiori - Il romanziere più amato dalla gioventù trasse ispirazione dalla figura di un guerriero".
Sarebbe da ringraziare idealmente l'autore del pezzo, Silvio Micheli per l'enfasi da lui messa per quel suo vero e proprio manifesto di propaganda turistica della città di confine, per la documentata e plastica descrizione di una antica Battaglia di Fiori, ancor più dell'arte ("Gli intarsi di fiori assumono sfumature impensate") e della passione con cui si costruivano i carri ("Fare un carro non è una parola e nemmeno basta aver volontà e pazienza. Bisogna vederli"), per la sottolineatura del grande entusiasmo popolare rispetto all'evento annunciato.
Ci sono altre perle di racconto, quali "Sfilano i carri lungo il magnifico viale Cavour", allo stato attuale non più alberato, ma ancora bello con le sue palazzine ormai storiche, "I viali si trasformano in fiumane di gente stipata tra casa e casa", "I carri appaiono presto pelati, spolpati, ridotti come alla vigilia tutti ferri e assi": il cronista si era sicuramente informato almeno circa l'edizione precedente.

In questo variegato quadro Micheli introduceva il Corsaro Nero quasi di sbieco, come qui si riferisce meglio più avanti.

Nel 1951 sarebbe stato Francesco Biamonti a dedicare delicate note poetiche, quindi, senza retorica di sorta, alla Battaglia di Fiori, "Serenità tra i fiori" ("La Battaglia dei fiori", numero unico, 20 Maggio 1951), uno scritto di recente ripubblicato da Terra Ligure.

Lo stesso anno, ma in data 29 agosto 1951, un trafiletto de "l'Unità" tornava a citare Ventimiglia come sede di partenza (il 15 settembre) di una delle staffette del giornale, evento promozionale di cui si anticipava che "Dopo aver percorso migliaia di chilometri i portatori di fiaccole si ricongiungeranno a Bologna".

Salvi errori ed omissioni, nelle ricerche sul Web occorre arrivare all'11 giugno 1956 per scoprire un minimo di attenzione da parte de "La Stampa" circa la Battaglia di Fiori: Presenti Rascel e De Sica. Gran Folla a Ventimiglia per la "battaglia dei fiori".



Oggi il Corsaro Nero, Conte di Ventimiglia nella fervida fantasia di Emilio Salgàri, del quale risulta difficile asserire che sia mai passato da Ventimiglia come invece sosteneva ("Si dice che sulla foce del Roia, lo stesso  Emilio Salgari ricavasse la storia del Corsaro Nero da una reale figura...") il giornalista de "l'Unità", mentre lo fece nel secondo dopoguerra, come attesta Gianfranco Raimondo, uno dei figli, oggi il Corsaro Nero è diventato una sorta di simbolo, qualche volta invadente, della città. Ci è voluto del tempo, ma è proprio così. Corsaro Nero come tema di un corteo storico e di una, per l'appunto, Battaglia di Fiori. Corsaro Nero che ha indotto mostre, rievocazioni varie, una statua -  silhouette in ferro dipinto a vegliare dal Funtanin, non sul fiume, ma sul mare e su Marina San Giuseppe -, un'analoga sagoma dalle parti del ponte sul Roia - in riva sinistra -, ma con le spalle all'acqua, sventolanti bandiere nere con i teschi.
 


Qui si ribadisce che l'aggiunta di un pizzico di ironia e di autoironia non stonerebbe, quello che sarebbe assicurato da un aggancio a "Giovanna, la nonna del Corsaro Nero", programma per ragazzi della RAI del 1961, con protagonisti - l'anziana signora, Battista e Nicolino in primis - e comprimari bizzarri, uno sceneggiato dalla saggia vena comica, una serie televisiva nel gergo attuale, che ebbe altre due stagioni, nel 1962 e nel 1966, e che piaceva anche agli adulti. Ancor più che andarono completamente distrutti i nastri della trasmissione. Per dare qualche segno sarebbero sufficienti come fonti di ispirazione residue fotografie di scena e qualche relativa pubblicazione.

Adriano Maini

giovedì 26 dicembre 2024

Prendevano il sole su quel battello incagliato

Bordighera (IM): un tratto di litorale in regione Arziglia

Si tramanda come da un bastimento affondato poco al largo di Bordighera alla vigilia del secondo conflitto mondiale defluisse a riva un incredibile numero di casse di legno contenenti arance, con le quali si appagarono di vitamine decine e decine di famiglie locali, e che sino a non molto tempo fa un contenitore di tal fatta - materiale invero pregiato - venisse conservato in una casa di Arziglia.

Si racconta ancora che davanti proprio alla zona Arziglia, più o meno negli Sessanta, causa incendio, venisse inghiottito dai flutti un battello francese, di quelli ai quali in oggi nessuna autorità competente consentirebbe non si dice il bordeggiare ma neppure l'ancoraggio: anche in quella circostanza vennero sospinti verso la battigia molti oggetti, compresi tanti libri, ma non così "utili" come nella prima citata congiuntura.


Viene da aggiungere che "torna a galla" la vicenda della piccola nave - pure questa francese e pure questa della categoria "carrette del pelago" - incagliata a Mortola di Ventimiglia, perché un amabile interlocutore si è ricordato di essere salito almeno una volta su quella tolda in legno, prima che il mare completasse la sua opera di distruzione, e di avervi scorto in un altro periodo non molto lontano persone distese là sopra a prendere il sole.
Non ci si può esimere, pertanto, di mostrare un maldestro "ritaglio" del video realizzato nell'occasione di un'intervista fatta a Francesco Biamonti da studenti del Liceo "Angelico Aprosio" di Ventimiglia, un'immagine che documenta quello che tanti abitanti del ponente ligure, ancorché cronisti o scrittori, non erano mai riusciti a vedere.

Nel corso del tempo sono stati man mano smatellati i residui di bunker disseminati lungo il litorale tra Bordighera e la frontiera, compreso quanto era servito di supporto alla mitragliera tedesca di "Muru Russu" a Latte di Ventimiglia, più volte citata da Arturo Viale nei suoi racconti, ma qualche fotografia, pur fatta per altri scopi, ne conserva in qualche modo la reminiscenza.

Pescatori per diletto, ma capaci, bisbigliavano qualche anno fa di misteriosi relitti davanti alla costa nei pressi del confine con la Francia.

C'é talora da chiedersi quanto di vero e quanto di inventato ci sia nelle rievocazioni di tante spoglie custodite e di tante costruzioni sommerse in mare davanti alla zona intemelia, ma in ogni caso tante affabulazioni pur sempre affascinano, come per la pregressa insistenza di ex-ragazzini degli anni Trenta a riferire di loro tuffi davanti a Nervia di Ventimiglia per ammirare ruderi di case ormai sprofondate.

Adriano Maini

sabato 2 novembre 2024

C'era grande stima in Francesco Biamonti per Jean Giono

Ventimiglia (IM): uno scorcio della zona di Latte

Ne "La curva del Latte" di Nico Orengo - ma anche in altri suoi lavori - emergono alcuni personaggi riconoscibili, stante la trasfigurazione letteraria, solo a chi ha vissuto intensamente da queste parti di confine con le Alpi Marittime francesi - con la Costa Azzurra, se si vuole! -, così come alcune situazioni, diverse memorie storiche, il dopoguerra, la bellezza della natura e del paesaggio. L'incanto é tutto nelle vicende narrate con grande maestria dall'autore.
Nico Orengo - appare giusto sottolinearlo - é stato impegnato nella vita reale, e non solo con la testimonianza resa dalle sue opere, a difendere tanti luoghi belli di questa zona, la Piana di Latte a Ventimiglia, soprattutto, dall'assalto del cemento. Non sempre ci riuscì.
Questo scrittore ha narrato in altri romanzi altre trame di grande respiro, che hanno anche spaziato in tutto il Ponente Ligure, in Piemonte, in Francia. Difficilmente, tuttavia, se l'ambientazione non era in toto nella zona di Latte, ne trascurava almeno un accenno. Come nel caso di un agile librettino che ci porta con commossa partecipazione dalla Provenza degli impressionisti a posti magici che non ci sono più, con l'inserimento di ritratti di attori americani, passati dalla Riviera e che giustamente sono rimasti nell'animo popolare, e di tante altre belle storie: "Gli spiccioli di Montale".

C'era grande stima in Francesco Biamonti per Jean Giono, notevole scrittore della Provenza, sincero cantore della natura: certe luci, certi colori, certe montagne di Manosque (dove dimorava stabilmente Giono, che però ambientava le sue opere di autentico grande livello in altre parti della Provenza e non solo) che ricordano il nostro entroterra: e quella posizione geografica (solo per citare, la montagna della Lure, la Durance, la Bleone) trova in Pierre Magnan (forse per i più non eccelso autore, ma pur sempre amico di Giono) un sincero e convincente cantore. Su Giono si può aggiungere che con "L'affare Dominici" seppe condurre una coraggiosa inchiesta giornalistica dai toni elegiaci - purtroppo non coronata da successo - contro storture poliziesche e giudiziarie che si esercitavano proprio dalle sue parti, ma non si può neppure dimenticare l'umanità di certi suoi gendarmi di metà Ottocento, che si muovevano a cavallo in notti di tregenda a ponente del Rodano.

Molti di questi temi sono stati affrontati - come già, del resto, da Francesco Biamonti e da Nico Orengo, mossi dalle proprie personali poetiche - da Arturo Viale, che luoghi, fatti e persone di questo Ponente Ligure li descrive con appassionata vena, competenza e significativa scrittura: lo saranno di sicuro ancora nei suoi prossimi lavori.

Adriano Maini

giovedì 4 gennaio 2024

Francesco Biamonti svolse la sua relazione in un'afosa serra a mezza collina in Ospedaletti

Ospedaletti (IM)

La sede del Partito comunista ad Imperia era in Via Repubblica quando segretario provinciale della F.G.C.I., la Federazione Giovanile Comunista, era Lorenzo Muratore. Lorenzo Trucchi ha ben vivo il ricordo di quando, nei primi anni Sessanta, da Ventimiglia si misero in auto, una scassata utilitaria, per una assemblea che si svolgeva nel capoluogo lui, l'altro Lorenzo, Angelo Oliva ed un quarto giovanotto, che fece poi carriera a Roma, allontanandosi forse dalla politica, ma rimanendo sempre in contatto con Giorgio Loreti.
Erano tutti - i ragazzi cui sin qui si è accennato - amici di Francesco Biamonti, che non era ancora lo scrittore oggi ben noto, anche se qualche suo breve scritto era già apparso. Così come era avvenuto per Angelo Oliva, il quale subito dopo si sarebbe cimentato in ben altro genere di carte e di esperienze, ma di cui - sottolineatura di quanto si è appena detto - è stato di recente pubblicato a cura dell'Unione Culturale di Bordighera il racconto "Una grossa porcheria" in un opuscolo corredato da affettuose memorie di persone che lo avevano conosciuto bene.
Il viaggio citato probabilmente coincise con il congresso in cui venne eletto segretario provinciale della F.G.C.I. Mauro Torelli, futuro segretario provinciale del PCI e deputato, che nel suo libro di memorie politiche avrebbe dedicato righe intense non solo ai compagni di partito Trucchi (il curriculum di questo Lorenzo vede in ordine di tempo le cariche di segretario della Camera del Lavoro di Ventimiglia, segretario provinciale della C.G.I.L., consigliere regionale) e Muratore (assente o quasi, stranamente, Angelo Oliva, ma il ruolo "agli esteri" di quest'ultimo lo tenne sempre per i rapporti ufficiali lontano da questa Riviera), ma anche - per gli impegni culturali e sociali degli anni Sessanta - ai socialisti Loreti e Biamonti.
Giorgio Loreti era attivamente impegnato nell'Unione Culturale Democratica di Bordighera, ma anche, in Sanremo nella Federazione Giovanile del PSI, con altri giovani, tutti incoraggiati da Adolfo Siffredi, patriota antifascista (Fifo), che era stato il primo sindaco di Sanremo alla Liberazione. Loreti era molto preso in particolare dal redigere bollettini di informazione, tutti rigorosamente stampati a ciclostile, così da poter anche stampare in un'occasione i complimenti e le esortazioni a proseguire sulla strada imboccata, ricevuti dall'ex comandante partigiano Vitò.
Francesco Biamonti fu brevemente segretario provinciale del Partito socialista, quando la sede del PSI era in via Foce ad Imperia. Il suo discorso di commiato dalla carica venne sviluppato in un congresso che si tenne in un'afosa serra a mezza collina in Ospedaletti: fece un discorso dall'ampio respiro, molto colto, pressoché inusuale per gli astanti, cui minimamente poté competere per qualità quello di un insegnante di musica di Pieve di Teco.
Poco prima, allo svolta degli anni Sessanta, giovani democristiani di Ventimiglia, tutti universitari, si attrezzavano per le loro carriere professionali e politiche a venire in... feste danzanti - a capodanno indossando in genere berretti da goliardi -, intrattenimenti vari, pranzi e cene da post-sciate, escursioni in campagna, cacce al tesoro e così via, non disdegnando di accompagnarsi a veri figli e figlie del popolo.  
Alla svolta successiva, quella degli anni Settanta, usciva da una tipografia un periodico progressista, alla cui redazione partecipava almeno un dirigente locale democristiano, un altro amico di Francesco Biamonti, lo stesso che a gennaio 1973 insieme al Presidente Provinciale ACLI - anche questi abitante nella città di confine - si sarebbe dato molto da fare - insieme ad attivisti comunisti, socialisti ed indipendenti - per la buona riuscita della Marcia per la Pace in Vietnam, da Ventimiglia a Bordighera. Quella pubblicazione portava il nome di "La Goccia" e vedeva tra i suoi redattori anche il parroco di Airole: forse, risentiva di un clima particolare, contrassegnato anche un po' prima dalla presenza attiva tra Ventimiglia e Vallecrosia di preti e diaconi, nonché di una sorta di missionari laici, tutti impegnati nel sociale e tutti (o quasi) venuti da fuori, a titolo di paradigma chi dalla Lombardia, chi dalla Toscana, dei quali pochi ricordano qualcosa, se non una certa definizione riferita ad alcuni di loro, non si sa più se amichevole o irriverente, di "preti comunisti".
Adriano Maini

mercoledì 19 aprile 2023

Francesco Biamonti sapeva di trovare spesso Sergio "Ciacio" Biancheri sul lungomare di Bordighera

Bordighera (IM): Lungomare Argentina

Si racconta che Bruno Fonzi avesse preso in carico una borsa di svariati appunti, tutti di Giacomo Ferdinando Natta, una volta defunto quest'ultimo, con l'impegno di condividere, in funzione di future occasioni di valorizzazione, il materiale per così dire ereditato con diversi attori dei cenacoli letterari ed artistici che facevano perno anche su Bordighera: da quel lontano 1960 si sono perse, purtroppo, le tracce di quel prezioso retaggio.

Francesco Biamonti sapeva di trovare spesso Sergio "Ciacio" Biancheri sul lungomare di Bordighera intento ad abbozzare talune delle sue splendide "Marine": capitava altrettanto di sovente che chiedesse ed ottenesse in dono dall'amico pittore alcuni degli schizzi di prova, che al futuro scrittore di San Biagio della Cima sarebbero in seguito serviti per atti delicati di galanteria in ambito femminile.

Un altro amico pittore di Biamonti, Ennio Morlotti, introdotto casualmente in quella compagnia (i nomi che qui corrono ed altri ancora che non verranno citati animarono irripetibili stagioni culturali di Bordighera, talvolta anche della zona e del ponente) da Guido Seborga, trovò nella vicina Ventimiglia un mecenate molto discreto che, ospitandolo vicino a Porta Marina, gli diede l'occasione di studiare con calma i paesaggi, in particolare quelli aspri, e la natura del ponente ligure.

Guido Seborga, dal canto suo, non pago di avere già suscitato alti pensieri e valorizzato giovani di intelletto, una volta dedicatosi anche alla pittura, ben volentieri impartiva in Bordighera, sul finire degli anni Sessanta, disinteressate lezioni in materia, molto apprezzate da freschi virgulti.

Nico Orengo, il vero scopritore di Francesco Biamonti, quando presente nella zona di Ventimiglia e Bordighera, si teneva in genere più defilato in prossimità del confine francese e in Val Nervia, in località che furono per lui (come noto) grandi fonti di ispirazione.

Di Lalla Romano e di Francesco Biamonti esiste una fotografia che li colse in un intenso, plastico conversare. La scrittrice - ed artista - che già in gioventù aveva frequentato la Riviera, segnatamente Sanremo, cui in seguito la legarono anche altri affetti, nella sua intensa vita, conclusa in un luogo altamente evocativo, quale Brera in Milano, fu anche una grande amica di Bordighera, come tante tracce lasciate ancora documentano. A Lalla Romano in Bordighera è stata intestata una viuzza pressoché di campagna, a settentrione di regione Due Strade, non discosta dalla Frazione Borghetto San Nicolò.

Quasi a chiudere un minuto racconto, non si può dimenticare che Enzo Maiolino, sodale apprezzato da tanti personaggi, qui menzionati e non, e da sempre al fianco di Luciano De Giovanni, il quale non disdegnava, pertanto, frequentazioni di Bordighera, meditava ancora poco prima della morte, sulla base di scritti che forse si illudeva di ritrovare ancora, e proprio nella città delle palme, di realizzare un'opera altamente compiuta sulla figura di Giacomo Natta, a cui, peraltro, aveva continuamente dedicato forte attenzione sotto forma di saggi critici e, addirittura, di cura di ristampa di talune opere.

Adriano Maini

martedì 4 giugno 2019

Una vita culturale di Bordighera che avrei voluto vivere direttamente

Guido Seborga con la moglie, Alba Galleano - Fonte: Laura Hess
 
Le linee più generali degli aspetti di una certa pregressa vita culturale di Bordighera (IM) a me, sino ad allora ignaro per età e/o insipienza, erano già state tratteggiate da alcuni amici circa cinquant'anni fa, ma per lungo tempo non avevo mai pensato o non avevo più avuto occasione di approfondire. 
 
Un articolo sul Premio Cinque Bettole del 1952 - Fonte: www.giuseppebalbo.it

 

 

Un momento del Premio Cinque Bettole del 1952 - Foto: Ferroli - Fonte: www.giuseppebalbo.it
A destra Giuseppe Balbo - Fonte: www.giuseppebalbo.it
 
Di grande rilievo in proposito mi sembra uno scritto del nipote di Guido Seborga, Claudio Panella, da cui attingo, per stralci, quanto segue:
Fin dagli anni '50 Bordighera è stato un centro culturale decisamente animato, e Guido Seborga passava spesso le sue giornate nei caffè del centro, intrattenendosi con coloro che diverranno i suoi compagni di una vita. Nei locali del Gran Caffè - ormai scomparsi - della Stazione, o del Caffè Giglio sull'Aurelia, poi del bar Chez Louis di C.so Italia, si è incontrata e formata più di una generazione di artisti liguri: oltre a quella di Seborga e dei pittori Balbo e Maiolino, che all'inizio degli anni '50 fondarono i premi delle "Cinque Bettole" per la pittura e per la letteratura, passando libri e stimoli a scrittori come Sanguineti e Biamonti, quella più giovane di Giorgio Loreti e Angelo Oliva, che insieme a Seborga scoprirono i poeti francesi, i surrealisti, gli esistenzialisti e la politica. Tutti i nomi sopra citati, e non solo, furono variamente influenzati dall'azione continua di formazione e incitamento all'organizzazione giovanile che Seborga portò avanti nella Bordighera di quegli anni. Nel 1956 Seborga, che già conosceva Francesco Biamonti e faceva parte della giuria delle "Cinque Bettole", lo indusse a parteciparvi con la speranza che si mettesse in luce ... Seborga citava "le pagine scritte da certi giovani come Oliva, Lanteri, Loreti, per non dire del romanzo "Colpo di grazia" di Biamonti, dimostrano ampiamente che un clima di ricerca intellettuale i migliori giovani hanno saputo creare".

Fu presente in varie occasioni sopra menzionate un personaggio singolare quale fu Giacomo Natta.

Credo sia importante visitare il sito dedicato a Giuseppe Balbo, non solo per ammirare belle opere di questo artista, ma anche per conoscere più da vicino un ponderato riepilogo delle iniziative culturali, svolte in Bordighera soprattutto nei primi anni '50.

Non si dovrebbe dimenticare il pittore Gian Antonio Porcheddu.

Di sicuro scorderò in questo articolo di fare riferimento ad altri degni intellettuali.

Alla fine degli anni '50 nasce, poi, l'Unione Culturale Democratica, tuttora operante con grande impegno di Giorgio Loreti. Aggiungo, ma solo a titolo di esempio, dei nomi che vi furono e/o vi sono tuttora attivi: Paolo Del Monte, Joffre Truzzi, Sergio Gagliolo, Sauro Santilli, Francesco Biamonti, Angelo Oliva, Enzo Maiolino, Elio Lentini, Guido Seborga, Sergio Ciacio Biancheri, Matteo Lanteri.

Mi preme sottolineare che Presidente dell'Unione Culturale Democratica fu il professore Raffaello Monti [(Milano, 23 dicembre 1893; Bordighera, 15 maggio 1975). "Monti fu musicista di professione, specializzato nel violoncello, e compositore. Ebbe modo di studiare musica e perfezionare la sua arte in più Istituti e Città (Torino, Tolosa, Nizza) raggiungendo notevoli traguardi e incarichi di prestigio, tra cui quello di primo violoncellista al Teatro Regio di Torino e solista all’EIAR. La sua carriera precoce, iniziata ad appena 16 anni, continuò fino all’anno della sua morte nel 1975 con la composizione e orchestrazione di molte opere". Valentina Donati], non solo insigne musicista, ma anche pacifista di intense frequentazioni con Aldo Capitini...
 
Adriano Maini

mercoledì 27 febbraio 2019

Al tempo delle jacarande in fiore




Scrivevo su di un altro blog anni fa:

Pubblicata al momento della fioritura la foto di una bella jacaranda di Bordighera (IM), ci fu, tra gli altri, un commento che merita, anche a distanza di qualche settimana, di essere riportato:

Splendida la jacaranda in questo periodo di fioritura. Che strana la nostra Liguria, tanti insigni scrittori, tra cui Francesco Biamonti, niente hanno potuto contro la schiera di pessimi cementificatori.

La sequenza degli eventi é stata, invero, più articolata. Tra i primi commenti ci fu quello di un amico che riportava la notizia per cui a introdurre in provincia di Imperia le jacarande fosse stato il padre di Italo Calvino, insigne botanico. Non potei resistere alla tentazione di scrivere due righe in proposito, per sottolineare l’impegno culturale e civile di Calvino contro la speculazione edilizia. Me ne venne fuori un articolo che, apparendomi pretenzioso, andai subito a cancellare, non prima di avere suscitato le impressioni che più sopra ho riportato.

Potevo partire da un agave, da un pino marittimo, anche da un geranio. Certo, di importazione o di tradizione locale, anche un modesto vegetale desta nelle persone semplicemente dotate di buon senso sentimenti di rispetto per la natura ed il paesaggio.

Ho fatto bene a cancellare quel mio post. Quel commento, che lascio anonimo, era ed é esaustivo: ogni mia altra considerazione sarebbe superflua.

Ho rimandato ad altre occasioni taluni riferimenti culturali cui mi fanno, comunque, pensare le jacarande.
 
Adriano Maini