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giovedì 7 agosto 2025

Verso sera

Ventimiglia (IM): dietro l'albero la vecchia sede della Camera del Lavoro

E così diede il suo apporto alla costruzione della moschea di Casablanca in Marocco un altro residente della zona Ventimiglia-Bordighera, un marmista che aveva tenuto bottega nell'ex conceria della città di confine, nella zona adiacente a Via Tenda, là dove ora svettano tre ardite (per il Ponente Ligure!) costruzioni civili a forma - più o meno - di torre.
L'asserzione deriva da un ennesimo commento o rilievo critico che dir si voglia.
Il fatto è che il citato artigiano - un omone grande e grosso, molto simpatico, militante, se non si erra, del Partito Socialista di Unità Proletaria - era una delle tante persone che nei primi anni Settanta si recava spesso per coltivare consolidati rapporti sociali - ed anche politici - presso la Camera del Lavoro di Ventimiglia, ubicata all'epoca a fianco di un cinema, molto frequentato, in un'unico stanzone a malapena diviso in modo diseguale da una parete provvisoria in legno e vetro.
Il lettore consenta una digressione verso la plastica introduzione che Enzo Barnabà fece in una data imprecisata - in quanto il libro non la riporta -, ma che dovrebbe risalire alla fine dei Novanta, al romanzo di Carlo Gallinella "L'uomo nuovo" (Edizione "Il gabbiano"), nella quale vengono ben descritti alcuni eccentrici personaggi (il comunista eclettico autoriparatore, l'anarchico, il sardo e così via), che nella realtà non trasfigurata non mancarono di "officiare" presso la Camera del Lavoro, così come l'autore, ma non lo scrittore Barnabà, ancora in altri lidi.
Verso sera, dunque, quando molte attività erano terminate, soprattutto verso sera, quell'angusta sede della C.G.I.L. vedeva affiancarsi - spesso in allegra confusione - a chi cercava risposte a questioni attinenti il proprio lavoro militanti in senso largo del fronte di sinistra, perché quel piccolo ambiente era una sorta di cenacolo sociale e politico. Non per niente là dentro scaturirono o vennero supportate in senso rigorosamente unitario iniziative quali risposte alle provocazioni neofasciste, alcune manifestazioni studentesche, la marcia Ventimiglia-Bordighera per la pace in Vietnam. E tutto questo al netto dell'opera più strettamente istituzionale, che in quegli anni di lotte operaie era molto intensa anche qui in Riviera.
L'ambiente, dunque, era quello qui sommariamente descritto, per cui non appariva singolare che entrassero l'artigiano marmista, il contadino abruzzese - comunista - che vendeva soprattutto uova (ma non in quel luogo!), il piccolo possidente socialista, il pittore socialista, che donava sovente i suoi dipinti con soggetto sociale, ed altri lavoratori autonomi.
Si trovavano anche le occasioni per intervalli scherzosi: poteva essere smascherato alle spalle, a sua insaputa, il panettiere comunista che praticava in un forno di Mentone e che aveva voluto far credere di essere stato in gioventù nella Legione Straniera; le caute prese in giro, fatte da alcuni astanti, di alcuni di quegli uomini in seguito effigiati da Enzo Barnabà; il festoso ingresso, accompagnato da aperti saluti e da allegre parole pronunciati con tono quasi militaresco, dell'avvocato del sindacato.
Quel circolo aveva, tuttavia, ancora delle altre frecce in faretra: proprio di fronte, dall'altra parte della strada, c'era un bar, il Bar Irene, anche questo un piccolo vano, ma con un frenetico giro di clienti, in parte legato alla presenza del richiamato cinema (e, quindi, quando il buio era ormai calato, eccezione fatta per le proiezioni pomeridiane della domenica), ma molto indotto proprio dal viavai della Camera del Lavoro: un simpatico ferroviere veneto, sodale di Gianfranco Raimondo (che scrive talora delle successive vicende del Bar Irene) ed in contatto con un noto blogger di Venezia, aveva espresso, come altri, l'intenzione di scrivere la storia di quell'esercizio pubblico, ma una volta di più non se ne riuscì a fare nulla.
E se quel bar, prima di essere trasferito in locali molto più grandi poco distanti, era frequentato da futuri scrittori quali Francesco Biamonti, Lorenzo Muratore, il già menzionato Carlo Gallinella, faceva spesso durante la giornata la spola tra sindacato e bar, accompagnato ad associati o amici, un altro futuro scrittore, Elio Lanteri, che era un funzionario della Camera del Lavoro.
Vigilava sornione su tutti questi movimenti Lorenzo Trucchi, allora segretario della Camera del Lavoro, dal 1975 segretario provinciale della C.G.I.L., dal 1985 consigliere regionale del Pci e, poi, del PdS, di cui fu anche segretario della Federazione Provinciale di Imperia: al tempo riusciva a prendere appunti o a iniziare pratiche - togliendo anche ad Elio Lanteri molte castagne dal fuoco - nel mentre provava a capire qualcosa dei comizi improvvisati davanti a lui.

Adriano Maini

martedì 13 maggio 2025

Quelle rose del deserto



Stefano era stato uno dei ragazzi dalle "magliette a strisce" che, infiammati dal comizio di Sandro Pertini del 30 giugno 1960 in Piazza De Ferrari, avevano costituito la spina dorsale delle imponenti manifestazioni dei primi di luglio di quell'anno, le quali, pur funestate dalle brutali cariche della polizia, avevano infine impedito lo svolgimento del congresso dei neofascisti del Msi a Genova, città medaglia d'oro della Resistenza.
Pochi anni dopo questi eventi, capostazione a Ventimiglia, prese ad abitare tra Vallecrosia, dove confermò la sua iscrizione al Partito comunista, e la zona di confine con la Francia.
Fu dirigente locale del sindacato di settore della Cgil, allora in sigla denominato S.F.I., la cui sede, con il nuovo appellativo, comprensivo di tutti i trasporti, è rimasta tale e quale presso lo scalo. Ostinato nelle sue idee, venne presto in contrasto con altri colleghi. Aveva fatto, comunque, in tempo ad animare il Dopolavoro Ferroviario anche con un cineforum, così teatro di forti dibattiti, che altri, non lui, fecero in modo di chiudere, e a collaborare con altro dinamico e simpatico ferroviere per la realizzazione di gite in Costa Azzurra, tra cui rimase memorabile quella sino ai musei di Saint-Paul-de-Vence: in ogni caso faceva in modo che fossero presenti anche persone non dello stretto ambiente.
Dei viaggi che privatamente fece all'estero il figlio di un altro ferroviere conserva ancora la fotografia che li ritrae davanti al più famoso ponte di Londra, il "Tower Bridge", insieme ad una occhialuta graziosa ragazza, di cui non si sa più niente.


Di Silvano in particolare, nativo della Bassa Mantovana, quasi sempre poi residente in Bordighera, si potrebbe scrivere un libro.
Un cenno a lui l'ha fatto invero Giuseppe "Mac" Fiorucci nel suo Ibrahim, i datteri, il pesto. Tragicomiche di un vallecrosino nel deserto della Libia di Gheddafi (Associazione Culturale "Il Ponte" - Vallecrosia, 2011).
Anche Silvano come capo squadra e in seguito capo cantiere aveva lavorato in Libia, ma non solo: ne riportava spesso splendide rose del deserto che donava agli amici, che, disattenti loro o i loro familiari, si ritrovavano spesso sbriciolati in casa quei magnifici cristalli, così che non è dato recuperare pertinenti scatti in chiave nostrana.
Andando a ritroso, si può puntualizzare che Silvano, a lungo militante comunista, si ritrovò, sospinto dal vero incaricato, a fare tanta campagna elettorale a favore della legge sul divorzio, sottoposta al referendum del 1974, tra gli emigrati italiani nel Nizzardo. Conobbe connazionali ceramisti di Vallauris, dai quali l'anno dopo prese a rifornirsi per un commercio che lo portò sia ad esporre alla Fiera di Milano che ad aprire un negozio davanti all'oggi diruto Mercato dei Fiori di Vallecrosia, area nella quale si tengono di tanto in tanto mercatini e piccole fiere.
Ancora prima aveva fatto l'esperienza di guardia notturna, mestiere che aveva convinto a fare abbracciare anche a Zambo dei Gallinai, che, però, a Verona, con quella divisa volle rimanere solo pochi mesi, oltretutto presto imitato dal suo mentore.
Alla svolta degli anni Novanta ricopriva un grosso ruolo operativo in un'importante azienda edile con tante opere commissionate in Milano: nel capoluogo lombardo ritrovò conoscenti immigrati dalla Riviera dei Fiori che là svolgevano compiti professionali di rilievo: due di loro scesero per partecipare al suo secondo matrimonio a Bordighera dove, invero, Silvano, rientrava ogni fine settimana e dove in gioventù aveva fatto a sufficienza il "vitellone".
Dopo di che per un bel pezzo non si mosse più dalla città delle palme, perché ormai titolare di una sua impresa di costruzioni.


Apolitico, per non dire qualunquista, era, invece, Carlo, simpatico e cordiale, Carlo che aveva ben conosciuto i "vitelloni" di Ventimiglia, ma che le sue avventure femminili se le era cercate tutte da solo.
Dopo una dozzina d'anni trascorsi nella città di confine, era tornato a Parma, dove, lavorando nella sanità, non solo conobbe almeno un altro importante - per la qualifica professionale acquisita - immigrato da questa costa, ma anche cugini di un suo vecchio sodale.
Negli ultimi tempi, ormai pensionato, amava fare lunghe conversazioni telefoniche con gli amici della zona di Ventimiglia, che talora metteva in contatto tra di loro, come per il caso della ricerca di vecchi fumetti.
Poteva chiedere notizie di un ex ragazzo di Nervia, che aveva frequentato con lui l'avviamento professionale a Ventimiglia Alta, ma poteva essere lui ad informare del prossimo arrivo per le ultime edizioni della Battaglia di Fiori di chi avrebbe aiutato con i suoi consigli alla costruzione di carri - i cui capannoni erano piazzati nell'area dell'ex deposito locomotori di Nervia - dei giovani non ancora del tutto rodati, lui che, però, dei carri di un tempo ricordava poco o nulla.
Poteva stupirsi di ritrovarsi in una vecchia immagine di quando giocava - senza mai incontrare, però Ferenc Puskás, che tra quei ragazzi talora si allenava - negli juniores della Giovane Bordighera, il cui campo casalingo, sullo storico Capo, allo stato attuale è soprattutto un parcheggio.
Rievocava escursioni gastronomiche in Val Roia e in Val Bevera con uno zio acquisito, valente e noto panettiere.
Soprattutto si sentiva ancora un ragazzo di Via Regina, come viene chiamata ancora da qualcuno Via Dante a Ventimiglia, dove aveva intessuto la maggior parte delle sue relazioni in cifra locale: non potevano allora mancare menzioni di un vecchio campetto di calcio dei dintorni o di una certa pianta di deliziose carrube.
Significativo, poi, il senso di come si tenesse in contatto con tanti ex compagni delle scuole elementari: certo tornava spesso in questo territorio, ma non mancava quasi mai di partecipare agli incontri conviviali spesso organizzati da quegli ex alunni con il loro maestro.

Stefano e Silvano forse si conobbero, ma non fu così per Silvano e Carlo: un vero peccato perché sarebbe stato interessante sentirli darsi sulla voce con le rispettive parlate vernacolari dalle tante assonanze.

Adriano Maini

mercoledì 30 aprile 2025

Primo Maggio d'antan


Per tanti anni, di sicuro sino al 1968, la Cgil celebrava con un comizio il Primo Maggio nel mercato coperto di Ventimiglia, allora ancora Mercato dei Fiori. Nel 1965 oratore ufficiale fu Lorenzo Trucchi, ventenne, da pochi mesi segretario della locale Camera del Lavoro. Veniva utilizzato un piccolo palco, poco più di una scala, fornito gratuitamente dal Municipio e adornato con i fiori donati da una pregiata ditta di esportazione con sede nell'ancora esistente stabile dell'ex Conceria di Via San Secondo. Al sonoro, al tempo, provvedeva una nota ditta di elettricisti, ben presto usa a lasciare in loco in modo permanente delle sorte di enormi trombe di foggia antiquata, gli altoparlanti insomma.
Altre due similari iniziative il sindacato teneva in provincia di Imperia a Sanremo e nel capoluogo.
Nel 1969 ci fu il Primo Maggio unitario Cgil Cisl Uil e così per diversi anni ancora, con momenti significativi e principali a Ventimiglia, Sanremo e Imperia.

Nel 1971 alcuni partecipanti ad un ciclo di lezioni dell'Istituto di Studi Comunisti delle Frattocchie sui Colli Albani, ciclo che era appena stato prolungato di un mese, parteciparono al Primo Maggio di Roma nella tradizionale Piazza di San Giovanni. I colleghi più vicini come abitazioni erano rientrati a casa per una breve vacanza, mentre quel piccolo gruppo poteva usufruire dell'automobile di uno di loro, un giovane operaio di Parma: non si stupirono, pertanto, di trovare agevolmente in un giorno di festa parcheggio per il loro mezzo, dato che questa possibilità era già loro capitata addirittura nei pressi della stazione ferroviaria di Roma Termini, allorquando, prima di entrare in un cinema qualsiasi, avevano tentato - anche se già paghi dell'ottima cucina della loro scuola - l'esperienza di una trattoria tipica, rimanendo invero soddisfatti.


Per diverso tempo, con epicentro negli anni Ottanta, nei dintorni di zona Due Strade a Bordighera nel magazzino in aperta campagna di un noto imprenditore, dirigente comunista e consigliere comunale nella città delle palme, si teneva un pranzo del Primo Maggio, al quale era ospite d'onore un ex comandante partigiano, già deputato del Pci. Dei selezionati compagni che parteciparono a quegli appuntamenti, spicca immancabilmente nelle rare rievocazioni connesse ad occasionali conversazioni la figura di un omone baffuto e calvo, un uomo di poche parole e diligente segretario - non c'erano ancora i cosiddetti "portaborse" - dei vari parlamentari comunisti della provincia, nella sua Sanremo ancora più ricordato come impegnato dirigente di una squadra giovanile calcio, la quale diede il nome ad un affermato sul piano nazionale torneo Primavera di quello sport.


A Ventimiglia Alta, invece, in quel frattempo i pranzi del Primo Maggio presso la società operaia prossima alla Chiesa di San Michele avevano, in quanto a partecipazione, delle caratteristiche da arco costituzionale, come si diceva allora, e invitato principale un sindaco, affermato professionista, che da studente aveva sudato ben più delle proverbiali sette camicie: imperavano lassù fave e salame, ma soprattutto le fave, ammanite in tante maniere.

Adriano Maini

venerdì 9 luglio 2021

Uno sciopero storico, un corteo di provincia, alcuni attenti fotografi, un poderoso archivio

 
Gli scatti qui pubblicati sono riferiti al corteo sindacale unitario per lo sciopero generale nazionale sulla casa - un evento centrale di quell'Autunno Caldo, ormai entrato nella Storia - un corteo che ebbe luogo in Ventimiglia (IM) mercoledì 19 novembre 1969.


Le fotografie in questione provengono dal munitissimo archivio di Alfredo Moreschi, ma una loro ulteriore specificità viene illustrata più avanti.


In effetti, Moreschi non ricordava più in quale occasione fossero state fatte. La spiegazione è stata fornita da Lorenzo Trucchi, all'epoca Segretario della Camera del Lavoro di Ventimiglia, in seguito Segretario Provinciale della CGIL, dal 1985 consigliere regionale della Liguria per due legislature. 
Lorenzo Trucchi non appare in nessuno degli scatti repertoriati, anche perché si trovava in quell'occasione sulla FIAT 500 - la sua! - che apriva il corteo.

 
Lorenzo Trucchi sarebbe poi stato uno dei tre oratori del comizio conclusivo della manifestazione presso il Mercato dei Fiori - oggi Mercato Annonario - di Ventimiglia.



Risulta opportuno ripensare anche alle piccole fabbriche, i cui operai erano in gran parte presenti in quella mattinata autunnale a Ventimiglia, piccole fabbriche della nostra zona, piccole fabbriche ormai scomparse!



Si dà il caso che in quel torno di tempo un gruppo - qui sopra se ne riportano i nomi - di amici fotografi - e forse l'unico professionista era Moreschi - si cimentavano nella realizzazione di una documentazione che viene proprio da definire neorealista.
Sembra opportuno, allora, pubblicare - a titolo di esempio - qualche altro scatto di quel sodalizio, non solo, come per i primi, quelli riguardanti il citato evento della città di confine.





Alla faccia di un minimo di considerazione ecologica!


Una vista sulla piazza di Apricale.


Una Ceriana ormai d'epoca.



Ancora Ceriana.


Dolceacqua.

Ma l'archivio di Alfredo Moreschi è sterminato, composto com'è dalle fotografie fatte da suo padre, dal loro collaboratore, da Alfredo stesso, da quelle acquisite - ad esempio molte del grande Ezio Benigni di Bordighera - e così via.

Adriano Maini