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lunedì 31 agosto 2026

Una carriola in centro a Bordighera


Alla recente presentazione di un libro un relatore ha accennato al fatto che la prima esperienza di campeggio i ragazzini del circolo Pionieri di Ventimiglia, organizzato dal vulcanico Carlo Gallinella, si era compiuta intorno al 1973 intorno ad un fienile nel sud-ovest della provincia di Cuneo, una struttura la cui disponibilità era stata assicurata da Silvano.
I Pionieri di Ventimiglia, come quelli di altre parti del Paese, riemersi dopo lunga latitanza, erano una sorta di boy scouts nella costellazione di iniziative riconducibili al Partito comunista, ma a quella data stavano acquistando sempre più proprie originali connotazioni.
L'anno dopo Silvano fece in modo che una cinquantina di persone, tra Pionieri ed accompagnatori, realizzassero una sorta di gemellaggio con l'Amministrazione comunale di La Roquette-sur-Siagne, retta da comunisti: singolare la scena del pranzo collettivo in una mensa scolastica di quel piccolo comune. Era la domenica di avvio dei mondiali di calcio: la corriera al ritorno verso Ventimiglia risuonava anche per i cori fatti con le prime celebri canzoni di Claudio Baglioni, ma Silvano quel giorno non c'era.
Quell'appuntamento merita una spiegazione. Per la campagna elettorale a difesa della legge sul divorzio la Sezione Emigrazione del Centro Nazionale del PCI aveva pensato ad uno sforzo anche tra gli immigrati italiani in Costa Azzurra: all'atto pratico, d'intesa con la Federazione provinciale di Imperia, si era pensato di incaricare un compagno pensionato di Ventimiglia.
Questa persona aveva una certa consuetudine con il vicesegretario dipartimentale delle Alpi Marittime, con il quale aveva lavorato come operaio edile in cantieri di Monaco: non era forse questo l'aspetto che contava, ma il fatto che quel dirigente di Nizza parlasse discretamente l'italiano fu in ogni caso molto utile per successive esperienze, anche degli anni a venire.
Si aggiunga che i comunisti francesi volessero controllare sempre l'operato dei compagni italiani, per cui in prevalenza riunioni ed incontri erano organizzati dai transalpini.
Il pensionato fece un gran lavoro, spingendosi sino al Var e alle Bouches-du-Rhône, ma non poteva arrivare dappertutto o voleva ritagliarsi qualche spazio privato: di qui il coinvolgimento di Silvano in quell'attività, mentre Silvano, da parte sua, si fece sempre accompagnare da qualche amico.
Silvano era arrivato a conoscere il vice sindaco di La Roquette-sur-Siagne in occasione di una piccola assemblea di immigrati italiani tenutasi in quel paese di cinquemila abitanti: sfuggono i termini temporali dell'intesa che portò alla escursione colà dei pionieri a referendum già terminato, ma va annotato con simpatia che quel vice sindaco era un uomo piccolo di statura, gentile, che non parlava italiano e che si alzava ben prima dell'alba per portare i prodotti del suo orto a qualche mercato all'ingrosso di Nizza.
Silvano fece altre esperienze e conoscenze in quel turno elettorale, a Vallauris, ad esempio, come qui già accennato quando si è parlato di rose del deserto.
Silvano non disprezzava i viaggi in automobile: prima di compiere per lavoro quelli all'estero, non si era risparmiato escursioni, sempre rocambolesche, sino a Parigi, in Romania, in Cecoslovacchia, in quest'ultimo caso per riportare a casa un marito in fuga per un nuovo amore.
Dice ora Gianfranco che la sua vita potrebbe essere il soggetto di un film: in effetti a qualcuno ricorda un po' il personaggio di Vittorio Gassmann nel film "Il sorpasso" di Dino Risi.
Si può per l'occasione concludere questa seconda carrellata di note su Silvano con un episodio forse da lui dimenticato, del quale comunque era stato un semplice testimone: quando alla svolta degli anni Sessanta un suo coetaneo, futuro quadro intermedio della distribuzione in Italia di una famosa bibita statunitense, seduto con Silvano ed un altro vitellone locale, destinato a diventare un buon commerciante, ad un tavolino all'aperto di un noto bar del centro di Bordighera, sbertucciava, chiedendogli dove andasse, il fratello, che in quel momento passava sul marciapiede spingendo una pesante carriola da muratore colma di materiale e che non mancò di reagire stizzito, vedendo anche gli altri sorridere sornioni.

Adriano Maini

venerdì 17 luglio 2026

Fotografie made in USA

La passeggiata tra Bordighera e Vallecrosia al Mare

Ventenne comunista nei primi anni Cinquanta, il nostro personaggio partecipava con entusiasmo alle gite organizzate dal giovane prete di Camporosso, il quale era figlio del vecchio casellante ferroviario di Nervia: e qui varie vicende si incrociano, ma non è facile darne conto. Restando al primo punto, c'è da aggiungere che aveva conservato con cura diverse fotografie di gruppo fatte da quel religioso, ma non gli fu possibile trovarne una dove apparisse il futuro parroco di altre località della zona, cosa che avrebbe fatto contento un suo interlocutore. 
Il quadro delle conoscenze del nostro personaggio era ben presto destinato ad allargarsi in modo considerevole. Conservò sempre i rapporti con tanti compaesani, in modo particolare con chi con lui aveva sia condiviso - più banalmente - la visita di leva militare, sia - aspetto per lui decisamente più importante - la fede politica.
Un cruccio lo attanagliò sempre: non essere riuscito a convincere i fratelli partigiani Rondelli a rimanere con lui, allora tredicenne, in collina dove avevano girovagato alcuni giorni insieme alla ricerca di frutta ed ortaggi da mettere sotto i denti in quel periodo di grande penuria. Egli sapeva che avevano con sé un fucile che intendevano consegnare al più presto ai garibaldini: discesi a Dolceacqua, nonostante la sua premonizione da adolescente, fu proprio il possesso di quell'arma che sigillò definitivamente la triste sorte dei due ragazzi.
Serbava ammirata memoria di alcuni dirigenti comunisti del passato, in particolare di Libero Alborno, floricoltore come lui ma a Latte di Ventimiglia: Libero Alborno, membro del CLN della città di confine, dove fu anche per diversi anni capogruppo dell'opposizione ed infine anche assessore, dal 1956 alla data della sua prematura morte.
Il nostro personaggio conosceva tutti anche a Latte, ma non era questa la sua zona prediletta di frequentazioni.
La gestione di una campagna prossima a Selvadolce di Bordighera lo mise in contatto anche con notabili locali, di cui in seguito avrebbe saputo nelle sue affabulazioni dipingere sapidi ritratti.
In effetti, era molto appagante sentirlo rievocare aneddoti, vicende umane e situazioni, accaduti negli anni.
Ormai pensionato, impiegava molta parte del suo tempo libero in quasi tutte le stagioni in lunghe passeggiate - anzi, vere e proprie veloci camminate con fermate improvvise a suo insindacabile giudizio per conversare con qualcuno a sua scelta - lungo la strada a mare da Vallecrosia al Mare, all'altezza del Torrione, alla chiesa di Sant'Ampelio di Bordighera e ritorno. Così facendo accrebbe ancora il numero delle sue relazioni sociali; beninteso, sempre in base a sue improvvisazioni. Poteva discutere con giovani e vecchi, con donne e maschi, con abitanti del posto e quelli delle seconde case e così via. Lungo il percorso aveva stabilito un suo privilegiato punto di ristoro in un determinato stabilimento balneare aperto sempre - come tutti, del resto - almeno nella funzione di bar.
Per attingere alla sua memoria quasi prodigiosa occorreva, pertanto, accompagnarlo nelle sue escursioni, ma se ne ricavavano singolari chicche. E c'era chi, più prosaicamente, gli chiedeva consigli utili in campagna, soprattutto per la cura degli ulivi, altro aspetto in cui era ben ferrato.
In ogni caso, riusciva a mettere in contatto tra di loro molte delle sue conoscenze incontrate nelle sue pellegrinazioni, anzi, anche a contribuire indirettamente a creare delle nuove e vere amicizie. 
Guardava ormai con distacco la politica in quanto tale, ma affrontava i temi contemporanei con il cipiglio dell'uomo qualunque, corrucciato e perplesso. E forse per via di questa nuova propensione poteva parlare con un certo entusiasmo di un suo abbastanza recente viaggio fatto negli Stati Uniti d'America, durante il quale aveva scattato centinaia di fotografie - molte delle quali improntate ad un certo realismo sociale, si presume, invero, casuale - fotografie che mostrava - sempre scegliendo accuratamente gli interlocutori - con un discreto orgoglio sulla fotocamera compatta che di tanto in tanto si portava dietro.
Glissava quando gli si chiedeva di Luciano, il torinese dalla inconfondibile cantilena, e di Alberto, Alberto il sardo di Ventimiglia, entrambi molto presenti, invece a Latte nelle compagnie del posto. Uno dei due o tutti e due insieme lo avevano convinto a metà anni Ottanta a mettere a disposizione per un pranzo collettivo del Primo Maggio di un bel numero di invitati la sua dimora di campagna vicina ad un torrente di Val Nervia. La magione era capiente, nel camino scoppiettavano vari ceppi, il tavolo di ottimo legno lucidato accoglieva tutti: i cuochi ed i principali fornitori - bontà loro - erano i birboni, architetti dell'improvvisata. Parafrasando poi la canzone d'anteguerra, "la verdura era nell'orto", ma a quel punto era un di più. Trascurando di citare alcune significative presenze, si deve concludere che fu una giornata soddisfacente per tutti, in primo luogo per il padrone di casa, all'epoca ancora più aperto a socializzare che in seguito. 
Ci fu una replica di questo particolare convivio del Primo Maggio solo l'anno dopo, perché poi si perse, per motivi dimenticati, quella che sulla carta poteva aspirare a diventare una consolidata tradizione.
Rimane il dubbio che il nostro personaggio avesse avuto qualche sentore delle garbate prese in giro che alle spalle in quel di Latte gli riservavano Luciano ed Alberto, in particolare il primo, in proposito dei giudizi ingenui che una volta ad una cena espresse circa l'ex marito della sua nuova compagna.

Adriano Maini

lunedì 2 marzo 2026

Aubagne, ancora

Aubagne. Foto: Florian Fèvre. Fonte: Wikipedia

Cercando sul web qualche conferma, meglio ancora, qualche immagine rispetto ad un singolare episodio, su questo blog già raccontato, episodio della primavera del 1983 avvenuto ad Aubagne, un centro di 46.000 abitanti vicino a Marsiglia, si sono trovate solo notizie sparse di vario genere, ma non quello che si voleva.
Conviene partire dal citato aneddoto. Arrivato a Marsiglia in treno un giovane funzionario della Federazione comunista di Imperia venne accompagnato in auto da due "colleghi" della città dei Focesi ad Aubagne - comune retto dai comunisti - per tenere nel salone di una bocciofila ad emigrati italiani del posto un discorso di propaganda per le imminenti elezioni politiche italiane. Se ci si ricorda bene in quel periodo per esercitare i loro diritti i connazionali dovevano ancora tornare ai luoghi italiani di residenza, non potendo votare presso i consolati, come già avveniva per il Parlamento Europeo. Finito quell'incontro, i compagni francesi - dei veri birboni - portarono l'ospite - ignaro di tutto - in un normale bar per una classica bevuta prima del rientro a Marsiglia. Ad un certo punto, quasi di sicuro per un ammiccamento dei due, si avvicinò al tavolo la proprietaria, una vera matrona, di non tenera età e molto truccata in viso come tante altre sue compatriote all'epoca, che, fatte due parole di circostanza, andò al bancone per tornare ad esibire trionfante allo sprovveduto forestiero una copia di una rivista popolare italiana che l’aveva "immortalata" con almeno tre pagine, corredate di varie fotografie, dal titolo più o meno corrispondente alla frase "La mamma dei legionari". L'inviato della Riviera dei Fiori si sentì subito ribollire di sdegno perché non aveva - ad usare un eufemismo - una grande considerazione dei soldati della Legione Straniera, ma fece - come si suol dire - buon viso a cattivo gioco: del resto, non aveva potuto sin lì sospettare nulla, perché non si erano nè scorti visi giovani tra gli scarsi avventori, né viste divise di sorta. E neppure sapeva che ad Aubagne c'era l'unica caserma - per essere precisi, la sede del comando per il reclutamento - della Legione sul suolo metropolitano.
Tornando all'attualità, si ripete che non si è rinvenuta alcuna traccia di quella particolare "consolatrice" dei tipacci in kepì, ma si sono acquisiti altri ragguagli di carattere più generale. Ad esempio, che nel secondo dopoguerra e sino al conclusione (1954) della guerra francese in Indocina furono circa diecimila gli italiani che combatterono con la Legione in quel conflitto: non si conosceva l'entità di questa tragica vicenda, ma su questo blog per combinazione si era già potuto scrivere di qualche similare esperienza. Impressionante, poi, è stato imbattersi in un "forum", nel quale, dietro l'anonimato dei nomi di fantasia, si possono leggere velleità di diversi partecipanti di raggiungere in oggi la Legione; il tutto in genere sotto forma di domande, con tanto di botta e risposta, ad un tizio che dovrebbe già essere arruolato - o si spaccia per tale - e che ribadisce che ancora adesso entrare nella Legione Straniera è un modo per mettersi al riparo dai pericoli del mondo, visto che si viene esclusi - forse - solo se si sono compiuti crimini molto efferati; questo animatore non si tira indietro dal riferire gli aspetti più rudi, compreso un certo nonnismo, di quella vita, incontrando per lo più vivo interesse e quasi suscitando maggiori aspettative.
Consola sapere che Aubagne significa oggi, come nella sua lunga storia, tante altre congiunture positive, per cui viene spontaneo aggiungere, a titolo indicativo, che già due anni fa un lettore segnalava che ad Aubagne aveva abitato un cugino di suo padre, che aveva fatto parte della resistenza a Marsiglia.

Adriano Maini 

venerdì 22 agosto 2025

Vecchie feste di partito da Nizza ad Imperia


In provincia di Imperia forse le prime esibizioni di cantanti famosi in Feste de l'Unità avvennero a quella di Ventimiglia, che si teneva nei classici Giardini Pubblici: Claudio Villa nel 1973, Gianni Nazzaro nel 1974, con grande successo di pubblico, non pagante, ma gli organizzatori rientrarono in parte dalle spese - se non da tutte - con maggiore affluenza agli stand e con le offerte libere, che venivano scambiate con le tradizionali "coccarde", a quel tempo ormai sostituite da adesivi multicolori, che evitavano tante punture di spilli, come invece d'antan.
Il paradosso è che probabilmente una presenza canora "impegnata" nella città di confine nel corso di una sagra popolare aveva avuto luogo qualche anno prima quando il cantastorie Franco Trincale in una data serata si alternava a complessini del posto. Qualche ventimigliese ricorda ancora di avere notato parecchio tempo dopo Trincale all'opera nel Corso di Milano, più o meno angolo con il Duomo, con ai piedi - ma questo non potrebbe giurarlo - il classico piattino con le offerte, mentre infine alla kermesse comunista ventimigliese sarebbero approdati - come sottolinea in suoi scritti Arturo Viale - gli Inti-Illimani.


Sempre in tema di musica squisitamente popolare i dirigenti comunisti delle Alpi Marittime chiesero al giovane funzionario comunista, che girava per quel dipartimento con il loro accordo tra gli italiani immigrati per la campagna elettorale amministrativa del 1975, di ingaggiare per la loro Festa, che si teneva al Palazzo delle Esposizioni di Nizza, un gruppo italiano squisitamente folcloristico: con grande disappunto - non il primo e neppure l'ultimo! - dei suoi ospiti, che dovettero subire il fatto compiuto, il loro referente procurava, invece, la partecipazione di una classica bandina di ragazzotti della zona di confine, dedita a canzoni da ballo liscio. Per paradosso, in epoca più recente un componente di quella piccola compagine, già assessore - e non solo - nell'ambito del centro-destra, poteva in alcune circostanze scherzare con il suo vecchio committente, imputandogli il fatto di averlo obbligato a suonare in una tana dei "rossi".


Il già citato funzionario comunista si recava a metà anni Ottanta in quel di Latte, Frazione di Ventimiglia, in visita a quella che probabilmente era la prima Festa dell'Amicizia in zona, un'iniziativa del tutto assunta a carico ai giovani di quel partito. Per qualsiasi motivo avesse compiuto quel passo - per curiosità o per mere pubbliche relazioni - quell'ormai più maturo politico di sinistra, dietro le ripetute insistenze di alcuni attivisti, non potè esimersi dallo spendere qualche moneta in giochi vari, dai quali uscì alla fine con la vincita di una bella piantina grassa, che avrebbe voluto lasciare sul posto, ma che dovette, per le insistenze dei suoi anfitrioni, portarsi a casa, dove, crescendo bene, rimase a lungo.



Di Vasco Rossi ad una scalcinata Festa de l'Unità in Roverino, Frazione di Ventimiglia, qui si è già detto. Il maggior numero di spettacoli con alto grado di notorietà, se non di professionalità, tuttavia, in quel torno si ebbero alle Feste de l'Unità di Sanremo, che si svolgevano all'ombra - solo mattutina! - del Forte di Santa Tecla, e di Imperia, queste tipiche della base del molo lungo del porto di Oneglia: su queste ultime si compiace talora di compiere rievocazioni un giornalista pensionato, scrittore di storie e di romanzi sulla Resistenza.

Adriano Maini

sabato 5 luglio 2025

Schegge taggiasche

Taggia (IM): lo Sferisterio

Quell'anno - il 1976 - inopinatamente una Festa de l'Unità venne organizzata nello Sferisterio di Taggia. Una sera, quando la manifestazione volgeva al termine, arrivò Tunin, dopo aver chiuso il suo bar-trattoria. Aveva portato con sé la chitarra acustica e pizzicava le corde dello strumento per i compagni attivisti che iniziavano a rifiatare. Richiesto da qualcuno di suonare "Foglie morte" (versi di Jacques Prévert e musica di Joseph Kosma), canzone resa celebre da tanti interpreti, accolse la proposta, in più intonando il brano in francese con voce calda ed ammaliante.
In quella tarda primavera - se la citata datazione corrisponde - una piccola carovana di tre automobili al massimo aveva portato sin dal mattino alcuni militanti e dirigenti delle sezioni comuniste del comune di Taggia a fare campagna elettorale per le politiche nelle frazioni di Triora site alle spalle del capoluogo. Non furono incontrate, invero, molte persone, fra le quali alcune erano salite per il fine settimana dalla costa, ma fu un'esperienza per molti aspetti interessante, soprattutto per capire meglio certi risvolti di propaganda. In un momento di riposo i sodali di quella minuta comitiva appresero, ad esempio, dalla viva voce di uno di loro che costui, ormai affermato commerciante, era stato - errore di gioventù! - con la Legione Straniera a combattere nel 1954 a Điện Biên Phủ, lunga battaglia rovinosa che aveva determinato il ritiro della Francia dall'Indocina.
In quel periodo soffiava, ad opera di democristiani dissidenti, vento di crisi sul comune di Taggia, tale da portare alle elezioni amministrative anticipate del 1978, che, comunque, confermarono una maggioranza di centro-sinistra saldata intorno alla Democrazia cristiana.
Si erano, pertanto, infittite le riunioni tra i partiti, compresi socialisti e socialdemocratici. Forse erano altri tempi, ma si crearono o si rinsaldarono diverse relazioni cordiali anche tra avversari politici, alcune persistenti tuttora. E coinvolgenti i due o tre funzionari comunisti che in quel torno si alternarono in città. Ad uno di questi, poi, poteva capitare di passare una dozzina di anni dopo un pomeriggio gradevole in compagnia di un ex segretario di sezione democristiano, mentre assistevano ad una partita di minibasket dove giocavano in squadre diverse rispettivamente il figlio ed un nipote. E più tardi ancora di fornire ad un ex assessore di grido, sempre già democristiano, il ritaglio stampa del 1959, osservato per caso per altro motivo, nel quale veniva riportata la notizia di una vittoria in gara ciclistica giovanile del futuro noto amministratore.
Ma prima di tutto questo, avvenivano fatti singolari, se non quando decisamente interessanti.
Giampiero, tornato a Taggia dopo un grave incidente ed ancora in attesa di concorrere con esito positivo ad un posto pubblico come invalido, stupiva tutti con la sua ormai spiccata cantilena torinese, ma di tanto in tanto faceva cucinare dal padre squisiti piatti piemontesi e locali per amici e compagni.
Salvatore, che abitava vicino al Castello, accantonati momentaneamente o forse abbandonati del tutto gli studi - nel 1978 sarebbe diventato consigliere comunale comunista di Taggia - impressionava gli interlocutori con il racconto degli scontri provocati dai cosiddetti autonomi nel 1977 all'Università di Roma, culminati con l'interruzione del comizio davanti all'ateneo di Luciano Lama, segretario generale della Cgil, e dal nostro giovane visti parzialmente in modo diretto.
Questi due ragazzi, insieme ad un menzionato funzionario ed a un valente artigiano, nativo della rossa Sarzana, tutti accomunati dalla militanza comunista, in un pomeriggio di settembre risalirono in macchina la Valle Argentina sino alla deviazione per Montalto Carpasio, che oltrepassarono, andando per un tratto ancora verso Montegrande, non del tutto consci del pellegrinaggio che stavano compiendo in importanti luoghi della Resistenza.
Diversi erano gli ex partigiani che si fermavano, se vi passavano davanti, nella sede di rappresentanza comunista di Levà di Taggia. Uno molto assiduo, quando si recava nei giorni liberi da Sanremo, dove lavorava e abitava, al suo paese, Carpasio, era Cicin Pastorelli, al secolo Giovanni Battista, uomo amabile e cordiale, che discorreva di tutto, ma non dei suoi trascorsi nella lotta di Liberazione, comportamento, questo, in verità comune a quasi tutti i vecchi patrioti antifascisti. Di cose da dire ne avrebbe avute Pastorelli e qualcosa da pensionato avrebbe infine tramandato, lui che con il nome di battaglia di "Sferra" era stato commissario politico del I° Battaglione “Carlo Montagna” della IV^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Elsio Guarrini” della II^ Divisione "Felice Cascione".
Merita almeno un fugace cenno tra quei visitatori Nino De Andreis di Badalucco, che, essendo stato colto dai tragici avvenimenti del 1943 in Calabria, con la liberazione alleata di quella regione, si era prontamente dato da fare - come tramandato in alcune pubblicazioni locali - per la ricostituzione alla luce del sole del Partito comunista. E che ebbe il merito di ricordare in una lettera, scritta forse con qualche imprecisione, ma di sicuro con tanta passione, inviata nel 1985 a "l'Unità", la figura del professore di musica Raffaello Monti, antifascista, pacifista, amico di Aldo Capitini e di Giuseppe Porcheddu, un personaggio che fece tanto per la vita culturale dell'epoca a Bordighera.

Adriano Maini

martedì 13 maggio 2025

Quelle rose del deserto



Stefano era stato uno dei ragazzi dalle "magliette a strisce" che, infiammati dal comizio di Sandro Pertini del 30 giugno 1960 in Piazza De Ferrari, avevano costituito la spina dorsale delle imponenti manifestazioni dei primi di luglio di quell'anno, le quali, pur funestate dalle brutali cariche della polizia, avevano infine impedito lo svolgimento del congresso dei neofascisti del Msi a Genova, città medaglia d'oro della Resistenza.
Pochi anni dopo questi eventi, capostazione a Ventimiglia, prese ad abitare tra Vallecrosia, dove confermò la sua iscrizione al Partito comunista, e la zona di confine con la Francia.
Fu dirigente locale del sindacato di settore della Cgil, allora in sigla denominato S.F.I., la cui sede, con il nuovo appellativo, comprensivo di tutti i trasporti, è rimasta tale e quale presso lo scalo. Ostinato nelle sue idee, venne presto in contrasto con altri colleghi. Aveva fatto, comunque, in tempo ad animare il Dopolavoro Ferroviario anche con un cineforum, così teatro di forti dibattiti, che altri, non lui, fecero in modo di chiudere, e a collaborare con altro dinamico e simpatico ferroviere per la realizzazione di gite in Costa Azzurra, tra cui rimase memorabile quella sino ai musei di Saint-Paul-de-Vence: in ogni caso faceva in modo che fossero presenti anche persone non dello stretto ambiente.
Dei viaggi che privatamente fece all'estero il figlio di un altro ferroviere conserva ancora la fotografia che li ritrae davanti al più famoso ponte di Londra, il "Tower Bridge", insieme ad una occhialuta graziosa ragazza, di cui non si sa più niente.


Di Silvano in particolare, nativo della Bassa Mantovana, quasi sempre poi residente in Bordighera, si potrebbe scrivere un libro.
Un cenno a lui l'ha fatto invero Giuseppe "Mac" Fiorucci nel suo Ibrahim, i datteri, il pesto. Tragicomiche di un vallecrosino nel deserto della Libia di Gheddafi (Associazione Culturale "Il Ponte" - Vallecrosia, 2011).
Anche Silvano come capo squadra e in seguito capo cantiere aveva lavorato in Libia, ma non solo: ne riportava spesso splendide rose del deserto che donava agli amici, che, disattenti loro o i loro familiari, si ritrovavano spesso sbriciolati in casa quei magnifici cristalli, così che non è dato recuperare pertinenti scatti in chiave nostrana.
Andando a ritroso, si può puntualizzare che Silvano, a lungo militante comunista, si ritrovò, sospinto dal vero incaricato, a fare tanta campagna elettorale a favore della legge sul divorzio, sottoposta al referendum del 1974, tra gli emigrati italiani nel Nizzardo. Conobbe connazionali ceramisti di Vallauris, dai quali l'anno dopo prese a rifornirsi per un commercio che lo portò sia ad esporre alla Fiera di Milano che ad aprire un negozio davanti all'oggi diruto Mercato dei Fiori di Vallecrosia, area nella quale si tengono di tanto in tanto mercatini e piccole fiere.
Ancora prima aveva fatto l'esperienza di guardia notturna, mestiere che aveva convinto a fare abbracciare anche a Zambo dei Gallinai, che, però, a Verona, con quella divisa volle rimanere solo pochi mesi, oltretutto presto imitato dal suo mentore.
Alla svolta degli anni Novanta ricopriva un grosso ruolo operativo in un'importante azienda edile con tante opere commissionate in Milano: nel capoluogo lombardo ritrovò conoscenti immigrati dalla Riviera dei Fiori che là svolgevano compiti professionali di rilievo: due di loro scesero per partecipare al suo secondo matrimonio a Bordighera dove, invero, Silvano, rientrava ogni fine settimana e dove in gioventù aveva fatto a sufficienza il "vitellone".
Dopo di che per un bel pezzo non si mosse più dalla città delle palme, perché ormai titolare di una sua impresa di costruzioni.


Apolitico, per non dire qualunquista, era, invece, Carlo, simpatico e cordiale, Carlo che aveva ben conosciuto i "vitelloni" di Ventimiglia, ma che le sue avventure femminili se le era cercate tutte da solo.
Dopo una dozzina d'anni trascorsi nella città di confine, era tornato a Parma, dove, lavorando nella sanità, non solo conobbe almeno un altro importante - per la qualifica professionale acquisita - immigrato da questa costa, ma anche cugini di un suo vecchio sodale.
Negli ultimi tempi, ormai pensionato, amava fare lunghe conversazioni telefoniche con gli amici della zona di Ventimiglia, che talora metteva in contatto tra di loro, come per il caso della ricerca di vecchi fumetti.
Poteva chiedere notizie di un ex ragazzo di Nervia, che aveva frequentato con lui l'avviamento professionale a Ventimiglia Alta, ma poteva essere lui ad informare del prossimo arrivo per le ultime edizioni della Battaglia di Fiori di chi avrebbe aiutato con i suoi consigli alla costruzione di carri - i cui capannoni erano piazzati nell'area dell'ex deposito locomotori di Nervia - dei giovani non ancora del tutto rodati, lui che, però, dei carri di un tempo ricordava poco o nulla.
Poteva stupirsi di ritrovarsi in una vecchia immagine di quando giocava - senza mai incontrare, però Ferenc Puskás, che tra quei ragazzi talora si allenava - negli juniores della Giovane Bordighera, il cui campo casalingo, sullo storico Capo, allo stato attuale è soprattutto un parcheggio.
Rievocava escursioni gastronomiche in Val Roia e in Val Bevera con uno zio acquisito, valente e noto panettiere.
Soprattutto si sentiva ancora un ragazzo di Via Regina, come viene chiamata ancora da qualcuno Via Dante a Ventimiglia, dove aveva intessuto la maggior parte delle sue relazioni in cifra locale: non potevano allora mancare menzioni di un vecchio campetto di calcio dei dintorni o di una certa pianta di deliziose carrube.
Significativo, poi, il senso di come si tenesse in contatto con tanti ex compagni delle scuole elementari: certo tornava spesso in questo territorio, ma non mancava quasi mai di partecipare agli incontri conviviali spesso organizzati da quegli ex alunni con il loro maestro.

Stefano e Silvano forse si conobbero, ma non fu così per Silvano e Carlo: un vero peccato perché sarebbe stato interessante sentirli darsi sulla voce con le rispettive parlate vernacolari dalle tante assonanze.

Adriano Maini

mercoledì 30 aprile 2025

Primo Maggio d'antan


Per tanti anni, di sicuro sino al 1968, la Cgil celebrava con un comizio il Primo Maggio nel mercato coperto di Ventimiglia, allora ancora Mercato dei Fiori. Nel 1965 oratore ufficiale fu Lorenzo Trucchi, ventenne, da pochi mesi segretario della locale Camera del Lavoro. Veniva utilizzato un piccolo palco, poco più di una scala, fornito gratuitamente dal Municipio e adornato con i fiori donati da una pregiata ditta di esportazione con sede nell'ancora esistente stabile dell'ex Conceria di Via San Secondo. Al sonoro, al tempo, provvedeva una nota ditta di elettricisti, ben presto usa a lasciare in loco in modo permanente delle sorte di enormi trombe di foggia antiquata, gli altoparlanti insomma.
Altre due similari iniziative il sindacato teneva in provincia di Imperia a Sanremo e nel capoluogo.
Nel 1969 ci fu il Primo Maggio unitario Cgil Cisl Uil e così per diversi anni ancora, con momenti significativi e principali a Ventimiglia, Sanremo e Imperia.

Nel 1971 alcuni partecipanti ad un ciclo di lezioni dell'Istituto di Studi Comunisti delle Frattocchie sui Colli Albani, ciclo che era appena stato prolungato di un mese, parteciparono al Primo Maggio di Roma nella tradizionale Piazza di San Giovanni. I colleghi più vicini come abitazioni erano rientrati a casa per una breve vacanza, mentre quel piccolo gruppo poteva usufruire dell'automobile di uno di loro, un giovane operaio di Parma: non si stupirono, pertanto, di trovare agevolmente in un giorno di festa parcheggio per il loro mezzo, dato che questa possibilità era già loro capitata addirittura nei pressi della stazione ferroviaria di Roma Termini, allorquando, prima di entrare in un cinema qualsiasi, avevano tentato - anche se già paghi dell'ottima cucina della loro scuola - l'esperienza di una trattoria tipica, rimanendo invero soddisfatti.


Per diverso tempo, con epicentro negli anni Ottanta, nei dintorni di zona Due Strade a Bordighera nel magazzino in aperta campagna di un noto imprenditore, dirigente comunista e consigliere comunale nella città delle palme, si teneva un pranzo del Primo Maggio, al quale era ospite d'onore un ex comandante partigiano, già deputato del Pci. Dei selezionati compagni che parteciparono a quegli appuntamenti, spicca immancabilmente nelle rare rievocazioni connesse ad occasionali conversazioni la figura di un omone baffuto e calvo, un uomo di poche parole e diligente segretario - non c'erano ancora i cosiddetti "portaborse" - dei vari parlamentari comunisti della provincia, nella sua Sanremo ancora più ricordato come impegnato dirigente di una squadra giovanile calcio, la quale diede il nome ad un affermato sul piano nazionale torneo Primavera di quello sport.


A Ventimiglia Alta, invece, in quel frattempo i pranzi del Primo Maggio presso la società operaia prossima alla Chiesa di San Michele avevano, in quanto a partecipazione, delle caratteristiche da arco costituzionale, come si diceva allora, e invitato principale un sindaco, affermato professionista, che da studente aveva sudato ben più delle proverbiali sette camicie: imperavano lassù fave e salame, ma soprattutto le fave, ammanite in tante maniere.

Adriano Maini

giovedì 20 marzo 2025

L'orologiaio di Olivetta San Michele aveva un viso aguzzo




Uno spazio attrezzato come quello della Piazza Erio Tripodi in Vallecrosia avrebbe fatto comodo anni fa per lo svolgimento di una Festa de l'Unità, che, in effetti, ebbe luogo tante volte in quell'area, dove non era ancora stato eretto il Memoriale dedicato ai detenuti del campo di transito per ebrei e prigionieri politici, aperto dalle autorità fasciste della Repubblica di Salò per diversi mesi del 1944, e dove il bar in concessione pubblica era situato in una posizione più defilata.

L'argomento "Feste de l'Unità", oggi molto rare, a prescindere da altri rivoli di possibili racconti, può essere un appiglio - ma ce ne sono altri - per rivisitare aspetti minuti e in larga misura diversi della politica di un tempo.

Ad Airole. Fonte: Lorenzo Rossi

Ancora ad Airole. Fonte: Salvatore Alfano

Non sarà inusuale che un sindaco, presente o futuro, o un assessore o un semplice consigliere comunale partecipi direttamente ad eventi sportivi, anzi, forse appariva più strano decenni fa.

Fioccavano, nella zona tra Bordighera e Ventimiglia e relativo entroterra, i soprannomi: i sindaci "Pippo" e "Miliu", il referente comunista "quello del bue" e così via, in un'allegra confusione di parole e suoni dialettali.

Olivetta San Michele (IM)

L'orologiaio di Olivetta San Michele aveva un viso aguzzo con baffi sottili, quasi un sosia di Sergio Tofano, quest'ultimo creatore per il Corriere dei Piccoli delle avventure del Signor Bonaventura, attore, uomo di teatro, regista, scrittore, che qualcuno ricorderà, dotato di barba e capelli bianchi fluenti, intrigante interprete dell'abate Faria nella molto datata riduzione televisiva de "Il Conte di Montecristo".
L'artigiano in questione, già anziano, provvedeva in loco al tesseramento del Partito comunista, concernente ben poche persone, alla presenza alle riunioni tenute nel bar trattoria del paese eponimo ed ai comizi, a poco altro ancora: una situazione diffusa, prima dei successi elettorali comunisti del 1975 e del 1976, in tanti borghi di valle, di collina e di bassa montagna, della zona di frontiera - con la grande eccezione di Perinaldo -, per non aggiungere di tutto l'Imperiese.
Tornando direttamente al personaggio, viene da supporre, ad usare un eufemismo, che, pur essendo conosciuto e stimato, come si vide in occasione del suo funerale, non avesse, appiedato com'era e data la discreta estensione territoriale di quel comune, soverchie occasioni di fare attività nelle frazioni di Fanghetto e di San Michele in Val Roia né in quella e nelle case sparse di Val Bevera. E, con ogni probabilità, date le citate premesse, neppure tanti clienti.

A Dolceacqua (IM). Archivio Moreschi

A Dolceacqua (IM). Archivio Moreschi

In sostanza, una situazione tipica, allora, di tanti paesi, in quanto negli anni Settanta erano retti tutti, con l'esclusione già vista di Perinaldo e della vicina Soldano, dove il sindaco era socialdemocratico, da primi cittadini democristiani, ancorché eletti in liste civiche, indubitabili protagonisti di svariate cerimonie, come quelle fotografate intorno al 1969 da un gruppo di amici di Sanremo, ricercatori di realismo e conservate da Alfredo Moreschi.

In quel periodo un assessore democristiano di Ventimiglia, quando si recava a Roma per compiti istituzionali, non mancava di procurarsi un appuntamento con il suo vecchio compagno di scuola Angelo Oliva, all'epoca vice responsabile della Sezione Esteri del Partito comunista, il quale fece conoscere all'amico tutti i migliori ristoranti della Suburra e diversi risvolti, anche confidenziali, ma non troppo, della sua attività in giro per il mondo.

Adriano Maini

mercoledì 26 febbraio 2025

Quella salita di Apricale era un po' faticosa




Mentre si dava da fare per sistemare gli ultimi dettagli organizzativi di quel comizio nella piazza in località Due Strade di Bordighera in quella campagna elettorale del 1983, il giovane funzionario comunista veniva dapprima salutato dal padre di un vecchio compagno di scuola, ma la sorpresa maggiore per lui fu quella di essere riconosciuto a decenni di distanza da uno dei cestai che aveva operato nei non lontani Gallinai, una simpatica persona mai dimenticata, ma mai più rivista da quando era un bambino.
Se quel discorso al pubblico non avesse avuto delle caratteristiche particolari forse quegli incontri non sarebbero accaduti.
Era successo che da un'idea di un altro giovane consigliere comunista di Ventimiglia si era deciso di dotare il partito di una videocamera e di un televisore, messi a disposizione anche della zona, per realizzare interviste da fare poi vedere tramite l'apparecchio in occasione di presenze decentrate di propaganda o elettorali.
Alle Due Strade si stava facendo quella sera una di quelle esperienze, per le quali la fortuna volle che ci fosse sempre qualche esercizio pubblico o qualche privato disponibili per gli allacci alla corrente elettrica, di cui si poteva fare a meno solo per l'altoparlante, che funzionava collegando dei morsetti alla batteria di un'automobile.
A completare il bagaglio tecnico per quell'attività si era provveduto per proteggere e per i trasporti del caso del televisore - voluminoso, per via degli scopi, e, dunque, già di per sé pesante - alla dotazione di un cassone di legno, fatto su misura, una sorta di tombarello, chiuso (da un coperchio), senza ruote, ma con quattro stanghe decisamente più corte rispetto all'usuale.
A destinazione, se l'autovettura del trasloco rimaneva, come di solito, vicina, il trasbordo era semplice e quel bel lavoro di falegnameria poteva anche servire da supporto.
 

Apricale

Apricale

Apricale

Capitava, invece, che fare a piedi in Apricale la salita per la piazza del comizio, reggendo la citata specie di carretta, risultasse un po' faticoso anche per delle persone nel fiore dell'età: se lo ricorda molto bene Bruno di Nervia che in quel periodo fu molto attivo in quelle occasioni.
 

Rocchetta Nervina

Rocchetta Nervina

Di Rocchetta Nervina ci si può ricordare di due ragazze che si sottrassero velocemente al microfono della telecamera.
Rimasero a parlare persone anziane e ben disposte, come in quasi tutti i casi.
Retrospettivamente si capisce il grosso limite di quegli sforzi: ci volevano almeno due persone per fare domande in giro e, forse, di più, volendo agire in orari ed in giorni della settimana più acconci agli scopi.
In ogni caso si ottennero conversazioni registrate in cassette - che qualcuno conserva ancora e il cui contenuto potrebbe oggi essere riversato in digitale - significative, ancor più a distanza di tanti anni, ma tutta quella fatica non durò a lungo.
 

Ventimiglia: il cortile della vecchia sezione del Pci


Il televisore troneggiava nella vecchia sezione del Partito comunista di Via Sottoconvento a Ventimiglia, pratico per altri fini: lo era già stato, ad esempio, appena comprato, per consentire ad un gruppetto di compagni di esultare per la vittoria insperata dell'Italia sull'Argentina di Maradona ai mondiali di calcio in Spagna.
Adriano Maini

venerdì 24 gennaio 2025

Un comizio stranamente ben riuscito ad Airole

Airole (IM): uno scorcio della Piazza antistante la Parrocchia

In quella vigilia di Natale il vescovo di Ventimiglia si affacciava sulla soglia della Cattedrale per intrattenersi brevemente in amabile conversare con il capogruppo comunista in consiglio comunale, che si era accompagnato sin là con i militanti del suo partito, che distribuivano a chi usciva dalla Messa volantini che chiedevano la cessazione dei bombardamenti aerei statunitensi sul Vietnam del Nord.

Il torrente Bevera a Torri

Nel corso della campagna elettorale del 1972 il sindaco democristiano di Ventimiglia si avvicinava, tra lo stupore evidente di molti compaesani, per dare un saluto cordiale, un vero e proprio benvenuto - e proprio a metà del ponticello sul torrente -, al segretario della Federazione Provinciale comunista, che era in procinto di essere eletto deputato e che stava per tenere un comizio in quella piccola frazione di Val Bevera.

Vallecrosia (IM): la Via Aurelia

Sicuramente immaginava cosa sarebbe successo, ma un uomo della sinistra democristiana di Ventimiglia, impegnato nella redazione della pubblicazione di cattolici del dissenso "La Goccia", su questo blog menzionata in precedenza, avutane notizia, non si peritò di accompagnarsi, avendoli invitati, a due giovani comunisti per assistere nel salone di un Istituto religioso di Vallecrosia alla prolusione elettorale di una deputatessa piuttosto conservatrice di Genova, la cui caratteristica aveva suscitato una certa considerazione nel personaggio, tanto è vero che dei due suoi amici il segretario della Sezione comunista di Ventimiglia Centro nel successivo dibattito, che forse senza il suo intervento non ci sarebbe neanche stato, prese a subissare di domande e considerazioni politicamente aggressive la povera signorina. Quest'ultima anni dopo - ironia della storia! - sarebbe approdata ai banchi progressisti del Consiglio Regionale della Liguria.

San Biagio della Cima (IM): uno scorcio

L'onorevole Gino Napolitano, già famoso comandante partigiano, proprio in quel periodo ogni tanto rammentava ai suoi interlocutori gli anni in cui i comizi comunisti nell'entroterra della provincia di Imperia erano praticamente tenuti nel vuoto, tutt'al più con qualche rara persona che orecchiava da dietro le imposte, come gli era capitato in un'occasione a San Biagio della Cima quando doveva parlare insieme alla moglie di Alessandro Natta.

L'idea partì da due ex partigiani del "Gruppo Sbarchi di Vallecrosia", Achille Lamberti (Andrea) e Pietro Marcenaro (Gireu), e venne lanciata in una riunione del direttivo comunista locale di Sezione, ma quando si svolse a gennaio 1973 la Marcia Ventimiglia-Bordighera per la Pace in Vietnam la preparazione e lo svolgimento risultarono ampiamente unitari.
Si è ormai persa la memoria di varie tappe decisionali ed organizzative, ma rimangono fuori dubbio che a guidare (e a metterci) l'automobile per gli annunci tramite altoparlante fu l'esponente già citato della sinistra democristiana e che a tenere l'unico discorso, conclusivo, della manifestazione si volle il Presidente Provinciale A.C.L.I.

In occasione del suo comizio a difesa della legge sul divorzio ad Airole, durante la campagna referendaria del 1974, fu grande lo stupore del giovane funzionario comunista a trovarsi da un momento all'altro la piazza completamente gremita, ma, finito l'intervento, l'arcano gli venne svelato sotto forma di interruzione dello svolgimento di un'importante celebrazione religiosa, che aveva in ogni caso convogliato i partecipanti su quel sito. Mentre parlava, qualche dubbio all'oratore era pur già venuto, perché si sentiva continuamente osservato con sorriso ironico da una sua ex insegnante delle Superiori, donna notoriamente molto devota e non certo di sinistra. Non sapeva due cose all'epoca il nostro: che l'episodio in qualche modo sarebbe stato sottolineato da Lorenzo Rossi nel suo Airole 500 anni. La storia di un paese nella cronaca di cinque secoli (Comune di Airole,  1998) - e questo non poteva certo indovinarlo! - e che la sua professoressa era cugina della laica e molto aperta Lorenza Trucchi, grande figura di critica d'arte e di giornalista.

Pompeiana (IM)

Al reduce di quell'episodio accaduto in Val Roia sarebbe ancora capitato di incontrare un largo pubblico per un'arringa della campagna elettorale del 1976, ma questa volta un po' più lontano dalla zona intemelia, precisamente a Pompeiana: non ebbe, tuttavia, notizie di processioni e fatti similari come veicoli promozionali, né potè fornirsi una spiegazione basata solo sul vento in poppa di quell'anno per il Partito Comunista, perché in tanti altri paeselli le affluenze rimasero modeste.

Adriano Maini

sabato 21 dicembre 2024

Anticlericali di un tempo che fu in quel di Perinaldo

Perinaldo (IM): Via del Popolo (salita alla Parrocchia ed al vecchio Municipio)

Emilio Croesi fu lo storico sindaco di Perinaldo, ridente (aggettivo scontato nelle cronache, ma in questo caso davvero pertinente) paese situato ad oltre 500 metri di altezza, per la precisione 572, con buona vista sia sul mare che su una parte delle Alpi Marittime. Era un comunista, come, anche per le elezioni politiche, la maggioranza degli elettori, compresi tanti abitanti emigrati nella vicina Costa Azzurra, i quali, tuttavia, in massa tornavano a votare nel borgo natio quasi solo per l'indiretta conferma, tramite le amministrative, del loro beneamato primo cittadino.
Era una situazione che durò a lungo, dal secondo dopoguerra sino a poco dopo la morte del Croesi, in pratica sino all'avvento della cosiddetta Seconda Repubblica.
Al personaggio in questione ha dedicato alcune righe anche Arturo Viale nel suo "Vite Parallele", mutuando ricordi di un suo amabile interlocutore. Emerge così non solo la figura di un caparbio amministratore, ma anche quella del produttore di un Rossese, un vino, il suo, apprezzato anche da fini intenditori quali Veronelli e Mario Soldati. Viale coglie l'occasione per non trascurarne neppure i discreti trascorsi di ciclista professionista vissuti in gioventù nell'anteguerra.
A vivacizzare il sommario ritratto di Viale contribuisce la dialettica tra il puro e duro comunista e l'anarchico, genuino artefice della narrazione, che abitava lassù in collina, e quella, talora, con i parroci, che portò all'installazione sul Municipio di una sirena "laica" - tuttora in funzione - atta a scandire i tempi di lavoro e di riposo dei contadini nei campi in diretta concorrenza con analoga funzione svolta dalle campane della limitrofa parrocchia.
Dalle affabulazioni raccolte non emergerebbero, tuttavia, contrapposizioni come tra un Peppone e un Don Camillo nostrani, anche perché i parroci a Perinaldo si sono succeduti in diversi e qualcuno appare anche sorridente in vecchie fotografie insieme al sindaco, in occasione, ad esempio, della premiazione di alcuni bambini.
Senonché, indagando di più su di una certa tradizione orale, adesso viene fuori che almeno nel caso proprio del parroco citato da Viale, ma che tale non era ancora, sussisteva qualche affinità con il prete di Brescello inventato da Giovanni Guareschi - e interpretato al cinema dal grande Fernandel -, perché questo religioso (non proprio casto, ma questo aspetto lo riporta anche Viale) procedeva immancabilmente, indisturbato, a staccare i manifestini, veri e propri gazebo ante litteram, "contenenti attacchi velenosi contro il parroco ed il curato" del paese, affissi da militanti comunisti nei pressi della Fontana ai piedi della salita che porta alla chiesa: staccava, leggeva e metteva in tasca. Di questo futuro parroco di Perinaldo si può ancora sottottolineare che "i chierichetti erano solo vittime delle sue sberle, quando li trovava a chiacchierare, perché faceva tutto da solo: provvedeva direttamente a passare il messale da una parte all'altra dell'altare e si serviva da solo nel versare acqua e vino nel calice".
Non solo. La vulgata tramanda pure che, a detta di un altro prelato, a Perinaldo un tempo c'erano tanti comunisti perché gli abitanti erano soprattutto anticlericali...
 
Adriano Maini

domenica 15 dicembre 2024

Il partigiano Andrea scriveva a Milano

La prima pagina della missiva - cit. infra - di Andrea. Fonte: Fondazione Gramsci

Non risulta menzionata nei libri di storia riguardanti la Resistenza Imperiese una lunga lettera (relazione) indirizzata da un misterioso Andrea ad un responsabile - si presume nazionale - di Giustizia e Libertà a Milano, di data non anteriore al febbraio 1945.
Il dispaccio, conservato negli archivi della Fondazione Istituto Gramsci, si dilunga con enfasi particolare sui vari momenti ed aspetti della lotta di Liberazione sin lì condotta nel ponente ligure.
Ne risultano giudizi inediti, anche sulle difficoltà incontratete e sui pericoli corsi, ma soprattutto di preoccupazione per il ruolo assunto dai comunisti in seno alle formazioni garibaldine, al punto da considerare a posteriori avventate alcune delle azioni condotte da antifascisti di primo piano quali Candido Queirolo e Silvio Bonfante, caduti il primo in combattimento, il secondo suicida per non cadere in mano ai tedeschi dopo la tragedia di Upega. E senza dimenticare di lanciare qualche strale all'indirizzo di Nino Curto Siccardi, già comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", ma ormai emigrato" a dirigere la I^ Zona Operativa Liguria: guarda caso, un altro comunista!
Il mittente, che tra le righe asseriva di essere di Genova, dove era tornato clandestinamente in missione alcune volte, si considerava ormai tranquillo sul fronte dei suoi problemi politici, perché vicino al "tranquillo" Vitò e a Fragola Doria, altro esponente di Giustizia e Libertà: non entrava nei particolari, ma, se l'asserzione è veritiera, si trattava del comando della Divisione Cascione.
Rimane l'ironia del fatto che Vitò, al secolo Giuseppe Vittorio Guglielmo, il comandante più famoso della Resistenza Imperiese, che le sue direttive le firmava Ivano e che si distinse in tante occasioni per grande umanità, era un comunista.

Il rientro tra le linee alleate di una parte della Missione britannica Flap avvenne, come è noto, facendo una tappa decisiva a Pigna (IM), tra i partigiani della V^ Brigata “Nuvoloni” impegnati nella difesa dell’appena costituita Libera Repubblica. I componenti di questa iniziativa, tutti della Special Force n. 1, erano stati paracadutati nei pressi di Torino ed erano arrivati alla fine di settembre 1944 nella I^ Zona Operativa Liguria dopo avere incontrato in Piemonte anche i partigiani badogliani del Comandante Mauri. Alla Missione si era aggregati partigiani della provincia di Cuneo, che speravano di riuscire a raggiungere – come in effetti avvenne – Roma per conferire con esponenti del governo Bonomi, piloti ed avieri alleati che erano riusciti a sottrarsi alle ricerche dei nazifascisti, guide ed accompagnatori.
Il rilievo della figura dal capitano Michael Lees, dimenticato, ad usare un eufemismo, dalle autorità inglesi perché dopo il suo passaggio da Pigna aveva compiuto con efficacia ed eroismo, ricavandone gravi ferite, la Missione “Tombola” (così in inglese!), sull’Appennino a sud di Reggio Emilla, che era all’ultimo stata… annullata. Insomma, aveva disobbedito agli ordini. Lees aveva condotto un attacco ad una postazione tedesca insieme ai partigiani garibaldini di quei luoghi, a uomini della Sas, e al maggiore Roy Farran, il quale per varie circostanze se la cavò con più onore di Lees, rimanendo in forza all’esercito, anzi… ma il racconto si fa lungo, come ribadisco più avanti. E non era neppure mancato, per quell’assalto notturno del 27 marzo 1945 al comando tedesco di Villa Rossi e Villa Calvi in Albinea (RE), l’accompagnamento di una cornamusa scozzese suonata da David Kirkpatrik, perché i nazisti intendessero bene che erano stati colpiti da militari, così da non compiere una delle loro tante efferate rappresaglie su civili innocenti.
Nel 2020 venne trasmesso su RaiStoria un documentario dedicato alla Operazione "Tombola", basato in buona misura, sull’episodio "SAS Italian Job" della serie televisiva "Secret War" della BBC (2011), in cui, inoltre, sono stati affrontati risvolti successivi degli accadimenti occorsi a Lees e a Farran (di cui si parla anche nel più recente Malcolm Tudor, SAS in Italy 1943-1945: Raiders in Enemy Territory, Fonthill Media, 2018).
Lees fu responsabile di svariate altre imprese, prima e dopo la “Flap”; fu ferito ben cinque volte; in un caso sopravvisse miracolosamente; ma non conseguì mai neppure una medaglia di riconoscimento: qualcuno in proposito promosse addirittura sul web una petizione a favore della sua memoria
Lees era già stato nominato cittadino onorario di Reggio Emilia nel 1949. In Italia almeno un riconoscimento gli venne dato. 

Poco note sono anche le traversie di italiani che sul finire della guerra si ritrovarono immatricolati nel 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs francese che operava a ponente della Val Roia. Questi connazionali non furono mai abilitati al combattimento perché nelle gerarchie militari transalpine era troppo pungente il ricordo della "pugnalata alla schiena" voluta da Mussolini il 10 giugno 1940. Furono già fortunati, perché tra chi per vari motivi era rimasto oltre frontiera e tra i partigiani che oltrepassarono il confine per unirsi agli alleati liberatori, molti vennero internati perché considerati potenziali spie.
Molti punti di questo intreccio furono analizzati da Giorgio Lavagna (Tigre) nel suo intrigante Dall’Arroscia alla Provenza - Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza (IsrecIm, 1982), un libro sul quale sarà opportuno ritornare.

Adriano Maini

lunedì 10 giugno 2024

Il macchinista francese venne espulso

Ventimiglia (IM): un treno regionale francese in partenza dalla stazione ferroviaria

Ventimiglia presenta - si può dire da sempre - una stazione ferroviaria internazionale, dalla quale a lungo presero servizio tanti "cheminots", i quali, pertanto, dimorarono anche nella città di frontiera. Poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale un cameriere, ancora ragazzo, venne interrogato dai militi fascisti per tentare di incastrare un ferroviere francese, presunto (a ragione!) autore o regista dei continui lanci di volantini antifascisti e pacifisti lungo i binari ed altrove, ma quegli sostenne, suscitando l'ilarità degli inquisitori in camicie nere, che in quella casa si recava perché amante della moglie del vero indagato: in ogni caso gli sgherri del regime riuscirono a fare espellere da Ventimiglia quel macchinista.

Un bambino di cinque anni che dall'altura di Collasgarba assiste all'avvio del terribile bombardamento aereo su Nervia. Subito dopo, con la famiglia, sotto un robusto tavolo in un vano seminterato adiacente al soggiorno. Il nonno vuole vedere o chiudere ancora qualcosa. Una pioggia di microscopici pezzi di vetro lo investe in pieno (ed il medico avrà il suo bel da fare per rimuoverli tutti!): un ordigno aveva appena scavato una profonda buca davanti alla Villa.

Racconta Sergio Marcenaro, all’epoca giovane (classe 1931) staffetta partigiana della SAP di Vallecrosia, della necessaria complicata procedura clandestina messa in piedi dal fratello Pietro Gerolamo (Gireu), importante protagonista del distaccamento Gruppo Sbarchi Vallecrosia e, logicamente, alla macchia con i garibaldini, prima per contattarlo di persona in una baracca al di là del torrente di fronte al cimitero della località in questione, successivamente, una volta debitamente ragguagliato sui pericoli che avrebbe corso e, quindi, "ingaggiato", per potersi spostare in zona da un contatto all'altro per recare messaggi ogni volta a lui recapitati da persona diversa e da lui distribuiti pedalando con passione su di una vecchia bicicletta nella cui canna celava, come tanti protagonisti (un nome per tutti, Gino Bartali, "Giusto tra le Nazioni") di simili missioni della Resistenza, i dispacci che gli erano stati affidati.

Un altro anziano (era sui 16 anni il 25 aprile 1945), anch'egli già staffetta partigiana, ma a Sanremo, solo di recente si è concesso a rievocare con alcuni interlocutori momenti dell'epoca della Resistenza: in precedenza in pratica non lo aveva mai fatto, neppure nel suo recente libro di memorie relative ad intense vicende politiche e sindacali, dipanate nell'arco di oltre settant'anni. In queste occasioni non si è certo fatto guidare dal "politicamente corretto". Richiesto di parlare di un brigatista nero della città dei fiori, fucilato all'indomani della Liberazione, lo definisce un losco figuro già prima della guerra, un boss della zona di Sanremo dove la famiglia aveva il negozio di legna e di carbone da ardere, con familiari altri fascisti molto impegnati. Fu suo compagno di malefatte - ruberie di vario tipo - un emiliano, un "gobbo", che gestiva una pensione davanti alla Chiesa Russa e che si salvò fingendosi in extremis antifascista. Quel "figuro" aveva come complice anche una donna sorda (sembra a questo punto di entrare in una "Corte dei Miracoli") e manovrava a suo piacimento, sempre durante il periodo della Repubblica di Salò, altri colleghi miliziani. In ogni caso dalle richiamate conversazioni non sono emersi addebiti circa rastrellamenti e uccisioni di patrioti, il che è quanto sperava e spera tuttora un nipote del citato personaggio, anche se sarà sempre più difficile con il passare del tempo fare piena luce sui comportamenti del nonno materno.

Un documento - oggi desecretato - della CIA con data 6 dicembre 1951 è incentrato in sostanza sui rapporti tra i comunisti italiani e quelli francesi a cavallo della frontiera tra ponente ligure e Costa Azzurra. Tra gli altri aspetti in due pagine sottolinea attività di espatrio clandestino - ma non aggiunge di antifascisti spagnoli perseguitati dal regime franchista -, mette in rilievo il ruolo avuto in merito da Libero Alborno di Ventimiglia, indica altri collaboratori di quest'ultimo, delinea una presunta organizzazione paramilitare in provincia di Imperia di cui sarebbe stato a capo Nino Siccardi (Curto), già comandante della I^ Zona Operativa Liguria delle forze partigiane: se non che lo stesso rapporto appunta per i due anni precedenti continui imbarchi di Siccardi come macchinista su navi mercantili lasciando da ultimo un gustoso quadretto che suona più o meno come segue: "Siccardi porta con sé numerose copie della rivista comunista 'Vie Nuove" che distribuisce ai nativi nei porti africani".

Adriano Maini