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venerdì 17 luglio 2026

Fotografie made in USA

La passeggiata tra Bordighera e Vallecrosia al Mare

Ventenne comunista nei primi anni Cinquanta, il nostro personaggio partecipava con entusiasmo alle gite organizzate dal giovane prete di Camporosso, il quale era figlio del vecchio casellante ferroviario di Nervia: e qui varie vicende si incrociano, ma non è facile darne conto. Restando al primo punto, c'è da aggiungere che aveva conservato con cura diverse fotografie di gruppo fatte da quel religioso, ma non gli fu possibile trovarne una dove apparisse il futuro parroco di altre località della zona, cosa che avrebbe fatto contento un suo interlocutore. 
Il quadro delle conoscenze del nostro personaggio era ben presto destinato ad allargarsi in modo considerevole. Conservò sempre i rapporti con tanti compaesani, in modo particolare con chi con lui aveva sia condiviso - più banalmente - la visita di leva militare, sia - aspetto per lui decisamente più importante - la fede politica.
Un cruccio lo attanagliò sempre: non essere riuscito a convincere i fratelli partigiani Rondelli a rimanere con lui, allora tredicenne, in collina dove avevano girovagato alcuni giorni insieme alla ricerca di frutta ed ortaggi da mettere sotto i denti in quel periodo di grande penuria. Egli sapeva che avevano con sé un fucile che intendevano consegnare al più presto ai garibaldini: discesi a Dolceacqua, nonostante la sua premonizione da adolescente, fu proprio il possesso di quell'arma che sigillò definitivamente la triste sorte dei due ragazzi.
Serbava ammirata memoria di alcuni dirigenti comunisti del passato, in particolare di Libero Alborno, floricoltore come lui ma a Latte di Ventimiglia: Libero Alborno, membro del CLN della città di confine, dove fu anche per diversi anni capogruppo dell'opposizione ed infine anche assessore, dal 1956 alla data della sua prematura morte.
Il nostro personaggio conosceva tutti anche a Latte, ma non era questa la sua zona prediletta di frequentazioni.
La gestione di una campagna prossima a Selvadolce di Bordighera lo mise in contatto anche con notabili locali, di cui in seguito avrebbe saputo nelle sue affabulazioni dipingere sapidi ritratti.
In effetti, era molto appagante sentirlo rievocare aneddoti, vicende umane e situazioni, accaduti negli anni.
Ormai pensionato, impiegava molta parte del suo tempo libero in quasi tutte le stagioni in lunghe passeggiate - anzi, vere e proprie veloci camminate con fermate improvvise a suo insindacabile giudizio per conversare con qualcuno a sua scelta - lungo la strada a mare da Vallecrosia al Mare, all'altezza del Torrione, alla chiesa di Sant'Ampelio di Bordighera e ritorno. Così facendo accrebbe ancora il numero delle sue relazioni sociali; beninteso, sempre in base a sue improvvisazioni. Poteva discutere con giovani e vecchi, con donne e maschi, con abitanti del posto e quelli delle seconde case e così via. Lungo il percorso aveva stabilito un suo privilegiato punto di ristoro in un determinato stabilimento balneare aperto sempre - come tutti, del resto - almeno nella funzione di bar.
Per attingere alla sua memoria quasi prodigiosa occorreva, pertanto, accompagnarlo nelle sue escursioni, ma se ne ricavavano singolari chicche. E c'era chi, più prosaicamente, gli chiedeva consigli utili in campagna, soprattutto per la cura degli ulivi, altro aspetto in cui era ben ferrato.
In ogni caso, riusciva a mettere in contatto tra di loro molte delle sue conoscenze incontrate nelle sue pellegrinazioni, anzi, anche a contribuire indirettamente a creare delle nuove e vere amicizie. 
Guardava ormai con distacco la politica in quanto tale, ma affrontava i temi contemporanei con il cipiglio dell'uomo qualunque, corrucciato e perplesso. E forse per via di questa nuova propensione poteva parlare con un certo entusiasmo di un suo abbastanza recente viaggio fatto negli Stati Uniti d'America, durante il quale aveva scattato centinaia di fotografie - molte delle quali improntate ad un certo realismo sociale, si presume, invero, casuale - fotografie che mostrava - sempre scegliendo accuratamente gli interlocutori - con un discreto orgoglio sulla fotocamera compatta che di tanto in tanto si portava dietro.
Glissava quando gli si chiedeva di Luciano, il torinese dalla inconfondibile cantilena, e di Alberto, Alberto il sardo di Ventimiglia, entrambi molto presenti, invece a Latte nelle compagnie del posto. Uno dei due o tutti e due insieme lo avevano convinto a metà anni Ottanta a mettere a disposizione per un pranzo collettivo del Primo Maggio di un bel numero di invitati la sua dimora di campagna vicina ad un torrente di Val Nervia. La magione era capiente, nel camino scoppiettavano vari ceppi, il tavolo di ottimo legno lucidato accoglieva tutti: i cuochi ed i principali fornitori - bontà loro - erano i birboni, architetti dell'improvvisata. Parafrasando poi la canzone d'anteguerra, "la verdura era nell'orto", ma a quel punto era un di più. Trascurando di citare alcune significative presenze, si deve concludere che fu una giornata soddisfacente per tutti, in primo luogo per il padrone di casa, all'epoca ancora più aperto a socializzare che in seguito. 
Ci fu una replica di questo particolare convivio del Primo Maggio solo l'anno dopo, perché poi si perse, per motivi dimenticati, quella che sulla carta poteva aspirare a diventare una consolidata tradizione.
Rimane il dubbio che il nostro personaggio avesse avuto qualche sentore delle garbate prese in giro che alle spalle in quel di Latte gli riservavano Luciano ed Alberto, in particolare il primo, in proposito dei giudizi ingenui che una volta ad una cena espresse circa l'ex marito della sua nuova compagna.

Adriano Maini

giovedì 16 aprile 2026

Petardi da nebbia ed altre storie


Capitava ancora a metà anni Sessanta che i figli di ferrovieri del personale viaggiante con base nella stazione di Ventimiglia potessero guardare con un certo stupore curiosi oggetti, mostrati loro dai padri, simili a grosse scatole di lucido da scarpe, senza etichette, ma con l'aggiunta ai lati di voluminose - in proporzione - linguette: si trattava dei cosiddetti petardi da nebbia, necessari, quando applicati, per fare intendere con i loro scoppi ai macchinisti di quelli in arrivo, in genere dietro, che non molto visibile, data la foschia, c'era un treno fermo sui binari.
Va subito svelato l'arcano per cui ne fossero dotati per ragioni di servizio quei capitreno e quei conduttori: la risposta è che sino a quel periodo quei lavoratori erano spesso impegnati anche sino a Milano, - passati gli Appennini la bruma era un fattore normale -, in genere sui rapidi - gli antesignani degli odierni Intercity - ma ancor più sui convogli merci, rispetto ai quali si è tramandato - per fermate impreviste in una qualche tratta scoperta in mezzo alla caligine - l'uso specifico di quegli ordigni in scala ridotta.
Succede ora che diversi blog trattino l'argomento anche con dovizia di fotografie, sottolineando, da un lato, che quegli utensili erano nell'equipaggiamento dei casellanti e di altri addetti stanziali per essere collocati in opera quando non visibili per le richiamate circostanze atmosferiche gli appositi segnali, quindi non cogliendo in pieno che i treni per varie cause potevano fermarsi, come tuttora possono, anche lontano da punti attrezzati, e, dall'altro, che in ferrovia con nuovo regolamento e con nuova strumentazione di avvisi si smise di ricorrere ai petardi da nebbia, già "mezzo di segnalamento a mano", intorno al 1995.
Il vecchio sistema riguardava anche la neve e "altra perturbazione atmosferica che riduca la visibilità dei segnali" e sarebbe noioso entrare nei dettagli della sua operatività, cioé dei collocamenti in opera, ma rimane il fatto che, se prorogato, forse qualche successivo incidente, di cui si è letto sui giornali, si sarebbe potuto evitare. 

Uno scorcio di Roverino, Frazione del comune di Ventimiglia (IM)

Luca Giovannetti è ritornato nei giorni scorsi sugli esordi del web in provincia di Imperia, non solo rievocando la ditta di cui era socio con sede prima a Ventimiglia e poi a Sanremo, ma soprattutto sottolineando le sfide economiche affrontate e vinte, tra le quali le spese telefoniche per le quali risultarono avvantaggiate altre grosse imprese. Gli faceva eco Angelo Pallanca rammentando altri pionieri di quelle esperienze. In ogni caso, tornava in ballo la solita fotografia dello stand di quegli avventurosi ad un'esposizione commerciale a Roverino di Ventimiglia. 


"54" del collettivo Wu Ming riporta tante notizie e tante curiosità d'epoca, anche relative alla Costa Azzurra, come per la rievocazione di retroscena della realizzazione del noto film "Caccia al ladro" (di Alfred Hitchcock, con attori protagonisti Cary Grant e Grace Kelly), ma è soprattutto un plastico afflato storico. Quasi come in "Asce di guerra", in cui i Wu Ming l'anima ce l'hanno messa sul serio: l'avevano già fatto in "Q", quando questo bravo gruppo si chiamava Luther Blisset. Poi, chissà, in altri libri per manifestare la loro ansia di protesta sociale si sono un po' troppo limitati al "nozionismo" o così sembra. 

Una formazione del "Grande Torino"

Sul calcio d'antan: Nordhal che buttava fuori la palla, che era già praticamente in rete, perché si accorgeva che il difensore che lo voleva falciare si era fatto male, per cui lo volle soccorrere; mitici calciatori degli anni '20 e '30 (non c'erano le sostituzioni) che continuavano a giocare con la testa fasciata; l'epopea del Grande Torino; la Grande Ungheria; la disponibilità - già accennata in questo blog - ai più larghi contatti sociali di Kopa, FontainePuskás

Bordighera (IM): un vicolo in Località Arziglia

Bordighera (IM): una vista di Località Arziglia

Il partigiano Martino Blancardi (Martinetto) chiedeva in prestito, ma di fatto, spalleggiato dalla madre della ragazza, sequestrava la bicicletta ad una amica ventenne di Arziglia di Bordighera perché serviva a Salvatore Marchesi, fratello del grande latinista Concetto Marchesi, che era dedito a tenere i contatti tra il CLN di Sanremo e i patrioti di Bordighera e di Vallecrosia: il mezzo non rientrò più alla proprietaria, ma vi è da pensare che fosse stato ben presto sequestrato dai tedeschi.

Adriano Maini

venerdì 16 gennaio 2026

E Nico Orengo fece un'estate il pescatore

Bordighera (IM): uno scorcio del porto

Sembra di capire da amabili conversazioni che nella zona Bordighera-Ventimiglia la pratica (non gli esiti!) della pesca con barche in mare, sia essa professionale sia essa amatoriale, sia meno diffusa di un tempo, nonostante l'ormai lunga presenza di uno specifico spazio - e di battelli - in un piccolo porto, quello di Bordighera, appunto. Ma forse ci si sbaglia.
Nelle affabulazioni in materia emergono, altresì, ricordi ed incertezze circa le spiagge più usate negli anni alla richiamata bisogna. Risulta incontrovertibile in proposito la valenza storica di Arziglia in Bordighera, documentata oltrettutto da splendide fotografie del grande Alfred Noack. Per la città delle palme non andrà dimenticata "Bagnabraghe", appellativo inequivocabile che rimanda a quanto inevitabilmente capita a chi trascina dall'acqua all'asciutto i nostrani gozzi. Per Ventimiglia il relativo nome che balza alla memoria - ed al cuore! - di molte persone è Marina San Giuseppe.
Si potrebbe continuare con altri esempi riguardanti questi menzionati centri, senza dimenticare che qualcosina hanno anche rappresentato pure Camporosso e Vallecrosia: porterebbero soprattutto a storie - qui già parzialmente rimarcate - di contrabbandieri - in ogni epoca! -, di ebrei stranieri in fuga verso la Francia, di missioni alleate e di partigiani del Gruppo Sbarchi Vallecrosia durante la seconda guerra mondiale.
Conviene procedere con più singolari aneddoti.
Mario Armando aveva scritto in "Strana notte di lampara" per Paize Autu, Periodico dell’Associazione “U Risveiu Burdigotu” (Anno 5, novembre 2012) di una grande raccolta di aguglie - non proprio pesciolini! - compiuta da gente di Bordighera, tra cui lui sedicenne, ad ottobre 1945 nel golfo di Latte di Ventimiglia.
Nico Orengo raccontava in "Terre blu" che proprio andando da quella insenatura più a ponente aveva lavorato come pescatore un'estate come punizione per una bocciatura a scuola: da par suo non poteva mancare l'occasione di fare emergere la sua vena poetica già con la semplice evocazione dei punti di riferimento a terra.
Il quotidiano "l'Unità" il 22 giugno 1951 con un trafiletto informava che un feroce pescecane era stato preso "a dieci chilometri dalla spiaggia di Ventimiglia", aggiungendo i nomi dei coraggiosi che erano intervenuti, tra cui quello del capobarca, vera leggenda - qui si aggiunge - della città di confine. 
Sempre "l'Unità", ma il 4 luglio 1964, riportava che a Ventimiglia un immigrato calabrese aveva deciso di riprendere sul posto il suo antico mestiere di cacciatore di pesce spada, quando aveva capito che ne era assicurata la presenza anche nel Mar Ligure e dopo essersi dotato di un tipico barcone "passerella" costruito appositamente per lui a Bagnara Calabra: come in seguito questa attività sia diventata anche per pochi eletti del luogo un passatempo è cosa nota. 
Viene da chiedersi se la cattura di una tartaruga di mare "Caretta caretta" portata a riva tra Nervia e Via Dante di Ventimiglia alla fine degli anni Sessanta sia stato un fatto isolato o meno, sapendo che queste creature da queste parti non erano allora così diffuse come allo stato attuale a causa - come viene detto da più voci - dell'odierno riscaldamento globale.

Adriano Maini

sabato 10 gennaio 2026

Spie e non spie, da documenti Cas ed altri, invece


Da documenti finiti in qualche modo nelle mani della CIA, da verbali di vario genere attinenti le procedure delle Corti d'Assise Straordinarie (per l'epurazione antifascista; in sigla Cas), da missive dei partigiani, da relazioni poliziesche della Repubblica Sociale fascista - tutte carte più volte menzionate su questo blog - emerge anche, a ben guardare, per la provincia di Imperia il quadro contraddittorio di errori di valutazione compiuti da varie spie nazifasciste - oltrettutto, specialiste nel millantare pericoli inesistenti -, di pesanti sottovalutazioni commesse dai servizi di informazione alleati e di altre "sviste" sul fronte antifascista.

Qualche esempio in proposito.

Ernest Schifferegger, già SS ed interprete, un losco individuo già più volte rammentato su queste colonne, tentava di attribuire pregressi contatti con diversi partigiani di montagna ad Antonio Capacchioni (Nino), il quale, invece, era stato sfortunatamente e casualmente arrestato subito dopo aver rimesso piede in altura, dove era sempre rimasto poco per via delle missioni che doveva seguire, la Kanhemann e quella che portò (a seguito dello sbarco avvenuto nella notte tra l'8 ed il 9 gennaio 1945 a Vallecrosia con il fondamentale contributo del locale Gruppo Sbarchi) tra i partigiani della I^ Zona Liguria l'ufficiale alleato di collegamento, il capitano Robert C. Bentley dell'organizzazione britannica SOE: chissà che l'imputato non pensasse in tal modo di sottrasi a domande per lui più scottanti. In ogni caso, Schifferegger rese onore al coraggio di Nino, rimarcando più volte che, nonostante le ripetute violenze subite ad opera del SD nazista, Capacchioni non fece mai rivelazioni di sorta.

Il responsabile dell'antenna OSS (antesignana della CIA) di Nizza non si accorgeva che erano falsi - e ne derivarono diverse nefaste conseguenze - i messaggi che venivano trasmessi dal suo radiotelegrafista in terrritorio imperiese, che non poteva fare altro, una volta catturato dai servizi tedeschi, perché non debitamente munito del canonico codice d'allarme da mettere in onda: tutto questo a seguito dell'inopinata uccisione del capitano Gino Punzi, in missione per conto dell'OSS, e della trappola in cui caddero a Ventimiglia i collaboratori - ritardatari - che lui aspettava, tra cui, per l'appunto, l'esperto delle messe in onda.

Il capo della Sezione della Polizia Ferroviaria della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) di Ventimiglia l'11 maggio 1944, in riferimento alle indagini - scaturite da vergognose delazioni - che avrebbero portato entro poco più di dodici giorni all'arresto dei patrioti ferrovieri e della Giovane Italia, quasi tutti destinati ad una tragica fine, scriveva ai superiori che nella città di confine erano in contatto con alcuni sospettati cinque o sei persone in precedenza sbarcate a Genova da un sommergibile e che a Sanremo - quindi, aggiungendo notizie fuori dalla sua stretta competenza - doveva avvenire da parte di apparecchi nemici un lancio di armi e di denaro per alcuni sovversivi, non effettuato perché i destinatari erano stati momentaneamente arrestati: due sottolineature di cui non si ravvisa alcuna traccia in qualsiasi altra fonte storica.
 
Adriano Maini 

giovedì 20 novembre 2025

Vecchie occhiate della CIA sul ponente ligure

Particolare di un documento - cit. infra - desegretato della CIA su Libero Alborno

In una forma o nell'altra ogni tanto si scrive di spie nel ponente ligure prima, durante, e subito dopo la seconda guerra mondiale.
Di una delle regine delle centrali di spionaggio, la CIA, si trovano documenti sul Web, che si riferiscono in qualche modo a questa zona ed ai quali in alcune occasioni qui si è già fatto riferimento.
In una carta degli spioni statunitensi datata 6 dicembre 1951 ci si diffondeva sulla figura di Libero Alborno, affermato floricoltore in Frazione Latte di Ventimiglia, già membro del CLN della città di confine, ma soprattutto esponente di spicco del Partito Comunista locale. Di Alborno si presumeva fosse responsabile di una organizzazione paramilitare: è appena il caso di sottolineare che all'epoca non solo la CIA, ma anche altre centrali, compresi la polizia segreta di Scelba e gli antesignani di Gladio in Italia, vedevano - inducendo ad assumere svariate inziative illegali di contrasto - pericoli rossi armati quantomeno nella nostra penisola, una tesi largamente smantellata da ripetuti recenti studi accademici.
Un'altra amenità attribuita ad Alborno era che fosse impegnato nel contrabbando: come se le campagne, che conduceva con grande profitto, e l'attività politica non gli occupassero a sufficienza tempo ed energie.
La CIA coglieva, invece, nel segno, attribuendo a Libero Alborno un forte ruolo nei transiti clandestini di persone attraverso la frontiera: non specificava, tuttavia, come è stato tramandato nella trasmissione orale da tanti uomini progressisti, che si trattava di aiutare oppositori politici del regime fascista di Franco in Spagna, fuorusciti in continua pericolosa fuga.
Nel rapporto americano venivano altresì riportati i nomi delle persone che di più appoggiavano Alborno - ma altre rimasero sconosciute agli spioni -  e nella ricostruzione - non si sa quanto verosimile - della trama ligure e di quella  nazionale intessute ai ventilati scopi dal Pci si accennava ai contatti con i comunisti francesi.
Sono, poi, confluiti nell'archivio della CIA atti recuperati tra gli interrogatori condotti davanti alla Corte d'Assise Straordinaria (per l'epurazione antifascista) di Sanremo, recuperati nel periodo, dopo lo scioglimento dell'Oss "di operatività del Central Intelligence Group (CIG), un organismo creato da Truman avvalendosi con disinvoltura di poteri presidenziali previsti per il tempo di guerra, quindi al di fuori dei casi consentiti. Esperti dell'amministrazione USA ritennero "illegale" tale situazione, poi sanata con l'istituzione dell'attuale CIA" nel 1947. 
 

Da un documento - cit. infra - desegretato della CIA su Ernest Schifferegger

Spiccano in tale contesto le affermazioni - protocollate il 12 giugno 1947 - di Ernest Schifferegger, già italiano altoatesino, che in occasione del referendum del 1939 aveva optato, come tutti i membri della sua numerosa famiglia, per la nazionalità tedesca. Entrato nelle SS, operò - a suo dire - solo nella logistica, su diversi punti del fronte occidentale. Era, tuttavia, a Roma come interprete, quando partecipò al prelievo di un gruppo 25 prigionieri politici italiani condotti a morte nella strage delle Fosse Ardeatine. Fece in seguito l’interprete per i nazisti anche a Sanremo. Il suo grado era quello di maresciallo. Nel documento che lo riguardava Schifferegger, pur con tutte le omissioni che un tipo del genere in tali occasioni non poteva non compiere, parlò di tante persone e di tanti avvenimenti, soprattutto di repressione antipartigiana. A titolo indicativo, spiccano i nomi dei nazisti dei vari servizi segreti di stanza a Sanremo e dei loro referenti repubblichini; l'eccidio dei partigiani rastrellati a San Romolo di Sanremo il 15 novembre 1944; l'eccidio compiuto il 24 novembre 1944 a Poggio di Sanremo dalla Wehrmacht, il cui comando locale era stato aiutato dai militi fascisti nella selezione delle vittime tra i prigionieri politici di Villa Auberg e del Castello Devachan; il sequestro degli appunti che un altro detenuto prima della loro esecuzione aveva preso sulle ultime parole - dedicate alle loro famiglie, ma contenenti anche informazioni militari - dei francesi Salusse e Santoni della rete Gallia sorpresi e catturati vicino a Breil-sur-Roya il 5 febbraio 1945 e fucilati a Pieve di Teco il 4 aprile; il comportamento coraggioso durante la prigionia del tenente Antonio Capacchioni (Tonino) - già del gruppo Kahnemann - che aveva preceduto quale battistrada l'arrivo clandestino della missione del capitano britannico Robert Bentley quale ufficiale alleato di collegamento con i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria; i particolari degli arresti dei partigiani di Pigna fucilati a Latte il 20 marzo 1945.
 

Da un documento - cit. infra - desegretato della CIA su Karl Weilbacher

Nel fascicolo della CIA su Karl Weilbacher che Giorgio Caudano nel suo recente Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945 (con Paolo Veziano; Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024) ritiene a tutti gli effetti un vero agente dell'Abwehr tedesco si possono espungere fatti quali un suo primo contatto con quel servizio segreto a Bordighera nel 1934 o nel 1935; durante la guerra non solo sue ripetute permanenze nel Principato di Monaco, ma anche diversi viaggi a Marsiglia e a Parigi; la sua conoscenza di altri piccoli gerarchi nazisti, non solo stabili a Sanremo, ma o di transito nella città dei fiori o incontrati nei suoi continui spostamenti, comprensivi di Sesto Calende, Como e Milano.
Con i citati interessamenti la CIA, anzi, per meglio dire il CIG, cercava reclute per i suoi scopi anticomunisti. Non risulta che nel quadro qui tracciato avesse conseguito risultati positivi, fatto salvo forse un caso che sarebbe da esaminare a parte.

Adriano Maini 

giovedì 25 settembre 2025

Giocando a nascondino con alcune vecchie fotografie

Sanremo (IM): la ex casa delle Monache Turchine

Come è ben noto, Italo Calvino frequentò a Sanremo il Liceo Classico "G.D. Cassini", allora ubicato nella vecchia casa delle Monache Turchine, mentre da decenni quella sede ospita alcuni Istituti tecnici, tra cui quello frequentato da Marco Innocenti, che là ebbe come insegnante, che andò a stigmatizzare in seguito in un suo libello, una ex compagna di classe dello scrittore delle "Lezioni americane".
Una fotografia del 1941 riprese Calvino, tutti o quasi (ci sono sempre delle assenze in tali occasioni) i suoi compagni ed alcuni insegnanti. Venne scattata da Gianni Moreschi, padre a sua volta di un altro grande fotografo, Alfredo. Ne venne divulgata decenni dopo una copia - con tanto di didascalia - su di una pregressa pubblicazione locale. Se ne ha in dotazione una versione digitalizzata, che qui per discrezione non viene mostrata, al pari di altre successivamente evocate. 
In effetti, una targa visibile alle spalle delle persone ritratte, la quale sembra indicare la fascistissima Milizia Volontaria della Sicurezza Nazionale, porta a pensare che gli astanti fossero quel giorno in trasferta, ma tant'è.
Nella predetta immagine non poteva mancare Eugenio Scalfari, una presenza ormai conosciuta anche dai sassi. 
Di vari e ribaditi amici di Calvino, preme rimarcare, invece, Francesco Kahnemann, futuro partigiano e fratello di Eugenio, responsabile della missione della Resistenza Imperiese presso gli alleati a Nizza denominata con il loro cognome. E di altri ragazzi dell'epoca il futuro ingegnere Elio Riello, che, da patriota antifascista operante a Ventimiglia, venne arrestato il 21 maggio 1944 per essere deportato, dopo l'immancabile detenzione nel campo di transito di Fossoli, a Peggau, una delle sottosezioni del lager di Mauthausen, da cui riuscì fortunatamente a tornare vivo.
Ed ancora, o assenti in quell'occasione o già usciti dai ranghi per altri motivi, sembra doveroso citare tra i compagni di scuola di Calvino almeno la futura staffetta partigiana Angela Maria Calvi - fidanzata e poi consorte del tenente Alfonso Testaverde, arrestato perché partecipe dei primi tentativi di costituire il CLN a Sanremo, quindi rilasciato, e, prima di riprendere servizio nell'esercito, ancora militante nella Brigata Giustizia e Libertà della città dei fiori - e Pierfranco Gavagnin, il quale sarà capo del personale del comune di Sanremo e poi storico direttore di Porto Sole, ma soprattutto mentore delle ricerche di Paolo Veziano sugli ebrei, soprattutto stranieri, presenti nel ponente ligure, ricerche dalle quali sono derivati alcuni importanti libri.

C'è un esercizio pubblico in Bordighera, i cui locali alla fine degli anni Quaranta avevano come destinazione d'uso una chiesa, che vide ad esempio celebrare - come da documentazione iconografica qui, come già anticipato, volontariamente preclusa - diversi matrimoni. Vale la pena aggiungere che prima di trovare da qualche decennio stabile collocazione il tempio in questione - attualmente Santuario di Sant'Antonio da Padova - ebbe modo di compiere un ulteriore trasloco.

C'era una classe - una sezione della leva del 1950 - delle scuole elementari di Ventimiglia Centro, i cui componenti da adulti almeno una volta - più di trent'anni dopo aver concluso quel ciclo di base - presero la simpatica iniziativa di riunirsi con il loro ex maestro, ormai novantenne, in un amabile incontro conviviale: ne diede notizia anche la stampa locale, che non mancò di riferire la provenienza da lontano - addirittura Cosenza e Nuoro - di alcuni partecipanti. 

Adriano Maini

mercoledì 10 settembre 2025

Marinai francesi favorirono imbarchi clandestini verso la costa ligure

Una vista da Roquebrune Cap Martin sino a Bordighera

Dal luglio all'8 settembre 1943, vennero preparate evasioni e assicurata protezione a soldati italiani da parte di gruppi partigiani francesi di Joseph le Fou (Joseph Manzone) e dalle popolazioni di Nizza, Cannes e Monaco. 
Marinai francesi favorirono imbarchi clandestini verso la costa ligure. 
Dopo l'8 settembre alcune guide alpine francesi presero in consegna gruppi di militari sbandati della disciolta IV Armata italiana, dando loro cibo e vestiario e conducendoli poi nel rifugio Nizza al colle di Tenda. Lì venivano presi in consegna dai resistenti italiani che lavoravano in piena sintonia con i francesi, cercando di convincerli ad aggregarsi a formazioni partigiane alpine o costiere, in previsione di uno sbarco delle truppe alleate. 
Un episodio che favorì le relazioni italo-francesi accadde l'8 settembre 1943 nella stazione di Nizza, importante nodo ferroviario per il transito dei convogli che riportavano in Italia i reparti della IV armata, configurando, altresì, in ordine cronologico - la sera stessa dell'annuncio dell'armistizio - il primo atto ufficiale di lotta armata della Resistenza Italiana, compiuto dal sottotenente siciliano Salvatore Bono, che rimase gravemente ferito, ma che in seguito potè di persona essere insignito della medaglia d’oro al valor militare.

Alipio Amalberti, nato a Soldano l’11 febbraio 1901, zio materno di Pietro Gerolamo Marcenaro e di Sergio Marcenaro, giovanissima staffetta partigiana, già nelle giornate che seguirono l’8 settembre metteva in piedi un’organizzazione per finanziare ed armare i gruppi che si stavano formando in montagna a Baiardo (IM) insieme a Renato Brunati di Bordighera, fucilato dalle SS il 19 maggio 1944 sul Turchino e Lina Meiffret, proprietaria di una villa poco fuori Baiardo, punto di riferimento e talora rifugio di quella piccola banda, che, catturata insieme al fidanzato Brunati, venne deportata in un campo di concentramento in Germania, da cui tornò fortemente provata, ma salva. 
Arrestato il 24 maggio 1944 a Vallecrosia e tenuto come ostaggio, in quanto segnalato più volte come sovversivo, Alipio Amalberti venne fucilato a Badalucco il 5 giugno 1944 come ritorsione ad un’azione del distaccamento di “Artù”, Arturo Secondo, compiuta il 31 maggio. 

Pietro Gerolamo Marcenaro, in seguito colonna della SAP e del Gruppo Sbarchi (i Partigiani del Mare) di Vallecrosia risultava latitante già nel verbale della Questura (fascista) di Imperia del 15 giugno 1944, riferito alle indagini ed agli arresti effettuati verso la fine di maggio 1944 nella zona di Ventimiglia e di Bordighera a danno del costituendo CLN di Ventimiglia, del già esistente CLN di Bordighera, del gruppo antifascista “Giovane Italia” e di altri patrioti collegati.

Un ex milite della Brigata Nera di Bordighera, imputato davanti alla Corte d'Assise Straordinaria, in un tentativo di autodifesa, asseriva di avere preavvisato a suo tempo il maggiore Raimondo, ricercato dalle SS tedesche, di porsi in salvo. Il Raimondo in questione era Luigi Raimondo, maggiore degli alpini a riposo, che si incontra attivo nella Resistenza sia in occasione della Missione Flap, quando aveva aiutato - insieme al figlio Mario - Pietro Loi, guida di quella squadra della Missione Flap, che aveva scelto di rientrare tra le fila alleate in Costa Azzurra via mare da Ventimiglia, sia per la prima Missione Corsaro. 
Raimondo lasciò scritto un appunto in cui asseriva di essere stato incaricato dal capitano Gino Punzi di portare una radio ricetrasmittente a Vallecrosia, ma si può presumere che si trattasse di Bordighera, dove sia Giuseppe Porcheddu in Arziglia sia i Chiappa, padre e figli, sempre in Bordighera, nel loro garage situato quasi in centro città, risultano da diverse fonti essere stati coinvolti nella vicenda testè richiamata. 
Nel memoriale di Paolo Loi, fratello del citato Pietro Loi, nella parte relativa al suo ritorno dalla Francia ad aprile 1945, con uno sbarco a Vallecrosia e prosecuzione dell'incarico - affidato al suo gruppo dagli alleati - di portare materiale ai garibaldini in montagna - si viene a sapere del suo incontro dalle parti della Valle Argentina con il maggiore Raimondo ormai costretto alla fuga perchè ricercato dai nazifascisti. 
Per la registrazione dell’atto di morte (una pratica ingarbugliata) del capitano Punzi presso il comune di Ventimiglia comparvero come testimoni Luigi Raimondo ed il figlio Mario. Mario Raimondo "Mariun" si era a suo tempo speso, oltre che con il padre, nella raccolta di informazioni militari anche con Albino Machnich e con Efisio "Mare" Loi, a sua volta genitore dei mentovati Paolo Loi e Pietro Loi, quest'ultimo coinvolto - oltre che nella Missione Flap  - in altre operazioni con gli alleati.

Adriano Maini 

domenica 13 luglio 2025

Anche un eroe delle Quattro Giornate di Napoli operò in provincia di Imperia

Santo Stefano al Mare (IM): una vista sino a Capo Verde di Sanremo

Cronache della provincia di Imperia si occupano spesso di storie di spionaggio della seconda guerra mondiale ambientate nella Riviera di ponente, come per una recente notizia riguardante un romanzo la cui trama si snoda in parte a Sanremo.
C'è, forse, qualche inedito su questi argomenti.
Nel maggio del 1943 il SIM, servizio di informazioni del Regio Esercito, ebbe la prova definitiva che nel Sud della Francia, soprattutto intorno alla Delegazione navale di armistizio di Hyères, operava una rete clandestina di spionaggio della Resistenza transalpina, nella quale erano confluiti professionisti del disciolto Deuxième Bureau e che poteva giovarsi di confidenze di parte italiana. Il SIM, che aveva potuto giovarsi della vigilanza del sottocentro di controspionaggio di San Remo, dipendente dal centro impiantato dal SIM a Nizza, procedette anche ad un arresto, ma gli eventi connessi all'8 settembre misero "fine ad ogni indagine e determinarono l’immediata scarcerazione del 'corriere' e informatore italiano". Si può ben supporre che nella vicenda abbia giocato un ruolo la monumentale antenna installata a San Martino di Sanremo.
Sul fallimento - il 12 febbraio 1944 - della missione Zucca (dell'OSS statunitense, antenata della CIA, ma con personale italiano) presso la stazione ferroviaria di Riva Santo Stefano, episodio abbastanza noto, forse non sono mai state pubblicate le relazioni di parte repubblichina, ma di sicuro può essere utile sapere che il responsabile dell'operazione, Stimolo, già eroe delle Quattro Giornate di Napoli, tornò poco dopo nella zona delle Alpi per recuperare - e per trasferire a Genova - un’altra apparecchiatura radio che là era stata paracadutata.
Giansandro Menghi della missione Youngstown (dell'OSS), sbarcato, con partenza dalla Corsica, sulla costa ligure a marzo 1944, disegnò in una mappa le posizioni tedesche da Rapallo fino a Ventimiglia e nascose la carta ed altri appunti in una casa sicura a Nizza, dove tornò in seguito per il recupero di tali documenti.
Ai primi di aprile del 1945 il responsabile del SIM (anche i partigiani usarono questa sigla per i loro servizi di raccolta di vitali informazioni) invitava il SIM della V^ Brigata ad incrociare la sorveglianza su una donna che insieme ai due nipoti faceva la spola tra Badalucco e Sanremo, dove conferivano per gli esiti delle loro ricerche con il reparto di SS tedesche di stanza a Palazzo Bellevue, attuale sede del Municipio.
Molti sono i memoriali o gli atti di interrogatori, condotti in sede di epurazione antifascista, nei quali appartenenti a strutture, in genere di polizia, della Repubblica di Salò, dichiararono di avere passato notizie utili alle forze patriottiche o di avere in qualche modo aiutato persone arrestate dai nazifascisti, sottolineando, in molti casi, di essere rimasti ai loro posti o di essere entrati nei detti uffici d'intesa con esponenti delle organizzazioni della Resistenza.
Il CLN di Sanremo, a firma di Antonio Gerbolini e di  Mario Mascia, appena terminato il conflitto, riconosceva, tra gli altri meriti acquisiti con la sua collaborazione segreta con i patrioti della città, il ruolo avuto da Ise Gutensplan nel convincere a dicembre 1944 il comando tedesco di Sanremo a non procedere alla fucilazione di venti ostaggi rastrellati a seguito di un'azione delle SAP, così come, qualche mese dopo, nell'evitare l'esecuzione di Antonio Capacchioni, partigiano, ex ufficiale dell'ex Regia Aeronautica, il quale aveva avuto una forte funzione nell'avvio della missione alleata del capitano Robert Bentley presso la I^ Zona Liguria.

Adriano Maini

sabato 5 luglio 2025

Schegge taggiasche

Taggia (IM): lo Sferisterio

Quell'anno - il 1976 - inopinatamente una Festa de l'Unità venne organizzata nello Sferisterio di Taggia. Una sera, quando la manifestazione volgeva al termine, arrivò Tunin, dopo aver chiuso il suo bar-trattoria. Aveva portato con sé la chitarra acustica e pizzicava le corde dello strumento per i compagni attivisti che iniziavano a rifiatare. Richiesto da qualcuno di suonare "Foglie morte" (versi di Jacques Prévert e musica di Joseph Kosma), canzone resa celebre da tanti interpreti, accolse la proposta, in più intonando il brano in francese con voce calda ed ammaliante.
In quella tarda primavera - se la citata datazione corrisponde - una piccola carovana di tre automobili al massimo aveva portato sin dal mattino alcuni militanti e dirigenti delle sezioni comuniste del comune di Taggia a fare campagna elettorale per le politiche nelle frazioni di Triora site alle spalle del capoluogo. Non furono incontrate, invero, molte persone, fra le quali alcune erano salite per il fine settimana dalla costa, ma fu un'esperienza per molti aspetti interessante, soprattutto per capire meglio certi risvolti di propaganda. In un momento di riposo i sodali di quella minuta comitiva appresero, ad esempio, dalla viva voce di uno di loro che costui, ormai affermato commerciante, era stato - errore di gioventù! - con la Legione Straniera a combattere nel 1954 a Điện Biên Phủ, lunga battaglia rovinosa che aveva determinato il ritiro della Francia dall'Indocina.
In quel periodo soffiava, ad opera di democristiani dissidenti, vento di crisi sul comune di Taggia, tale da portare alle elezioni amministrative anticipate del 1978, che, comunque, confermarono una maggioranza di centro-sinistra saldata intorno alla Democrazia cristiana.
Si erano, pertanto, infittite le riunioni tra i partiti, compresi socialisti e socialdemocratici. Forse erano altri tempi, ma si crearono o si rinsaldarono diverse relazioni cordiali anche tra avversari politici, alcune persistenti tuttora. E coinvolgenti i due o tre funzionari comunisti che in quel torno si alternarono in città. Ad uno di questi, poi, poteva capitare di passare una dozzina di anni dopo un pomeriggio gradevole in compagnia di un ex segretario di sezione democristiano, mentre assistevano ad una partita di minibasket dove giocavano in squadre diverse rispettivamente il figlio ed un nipote. E più tardi ancora di fornire ad un ex assessore di grido, sempre già democristiano, il ritaglio stampa del 1959, osservato per caso per altro motivo, nel quale veniva riportata la notizia di una vittoria in gara ciclistica giovanile del futuro noto amministratore.
Ma prima di tutto questo, avvenivano fatti singolari, se non quando decisamente interessanti.
Giampiero, tornato a Taggia dopo un grave incidente ed ancora in attesa di concorrere con esito positivo ad un posto pubblico come invalido, stupiva tutti con la sua ormai spiccata cantilena torinese, ma di tanto in tanto faceva cucinare dal padre squisiti piatti piemontesi e locali per amici e compagni.
Salvatore, che abitava vicino al Castello, accantonati momentaneamente o forse abbandonati del tutto gli studi - nel 1978 sarebbe diventato consigliere comunale comunista di Taggia - impressionava gli interlocutori con il racconto degli scontri provocati dai cosiddetti autonomi nel 1977 all'Università di Roma, culminati con l'interruzione del comizio davanti all'ateneo di Luciano Lama, segretario generale della Cgil, e dal nostro giovane visti parzialmente in modo diretto.
Questi due ragazzi, insieme ad un menzionato funzionario ed a un valente artigiano, nativo della rossa Sarzana, tutti accomunati dalla militanza comunista, in un pomeriggio di settembre risalirono in macchina la Valle Argentina sino alla deviazione per Montalto Carpasio, che oltrepassarono, andando per un tratto ancora verso Montegrande, non del tutto consci del pellegrinaggio che stavano compiendo in importanti luoghi della Resistenza.
Diversi erano gli ex partigiani che si fermavano, se vi passavano davanti, nella sede di rappresentanza comunista di Levà di Taggia. Uno molto assiduo, quando si recava nei giorni liberi da Sanremo, dove lavorava e abitava, al suo paese, Carpasio, era Cicin Pastorelli, al secolo Giovanni Battista, uomo amabile e cordiale, che discorreva di tutto, ma non dei suoi trascorsi nella lotta di Liberazione, comportamento, questo, in verità comune a quasi tutti i vecchi patrioti antifascisti. Di cose da dire ne avrebbe avute Pastorelli e qualcosa da pensionato avrebbe infine tramandato, lui che con il nome di battaglia di "Sferra" era stato commissario politico del I° Battaglione “Carlo Montagna” della IV^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Elsio Guarrini” della II^ Divisione "Felice Cascione".
Merita almeno un fugace cenno tra quei visitatori Nino De Andreis di Badalucco, che, essendo stato colto dai tragici avvenimenti del 1943 in Calabria, con la liberazione alleata di quella regione, si era prontamente dato da fare - come tramandato in alcune pubblicazioni locali - per la ricostituzione alla luce del sole del Partito comunista. E che ebbe il merito di ricordare in una lettera, scritta forse con qualche imprecisione, ma di sicuro con tanta passione, inviata nel 1985 a "l'Unità", la figura del professore di musica Raffaello Monti, antifascista, pacifista, amico di Aldo Capitini e di Giuseppe Porcheddu, un personaggio che fece tanto per la vita culturale dell'epoca a Bordighera.

Adriano Maini

mercoledì 7 maggio 2025

La giovane Adelina Pilastri collaborò con il martire antifascista Ettore Renacci


Un recente libro, Protagoniste. Storie di donne e Resistenza nel Ponente ligure (Isrecim - Regione Liguria - Fusta Editore, 2025), scritto da Daniela Cassini, Gabriella Badano e Sarah Clarke Loiacono, costituisce una mole straordinaria di emozionante documentazione.
È più che doveroso sottolineare il ruolo determinante - troppo a lungo misconosciuto - ricoperto dalle donne nella lotta di Liberazione.
È impossibile - ma non è neppure giusto - riassumere in poche righe il contenuto del menzionato lavoro.
Ed anche citare, a titolo meramente indicativo, alcuni minuti aspetti, radicati nella zona di Ventimiglia, qui di seguito riportati, non aiuta a comprendere la complessità dei temi trattati.
Brigida Rondelli, nata a Camporosso nel 1905, era sorella di altri tre partigiani, di Andreina, dunque, e dei più giovani Fulvio (Lilli) ed Eliano Vicàri. Fulvio cadde in Valle Argentina a marzo 1945: alla sua memoria venne concessa (Decreto presidenziale 11 luglio 1972 in Gazzetta Ufficiale n. 319 del 9 dicembre 1972) la medaglia d'argento. Diverse persone ricordano ancora Brigida, detta "Bigìn", iscritta al Partito comunista e abitante, qualche decennio fa, in Via Dante di Ventimiglia lato mare. 

Bordighera (IM): il Municipio

Adelina Pilastri, giovane impiegata del comune di Bordighera, poco dopo l'8 settembre 1943 portava notizie ai militari sbandati, riuniti nei pressi di Rocchetta Nervina; ebbe la possibilità di avvisare del pericolo di arresto diversi renitenti alla leva fascista, consentendo loro di cavarsela; collaborò con Ettore Renacci, uno dei 67 prigionieri politici del campo di transito di Fossoli, trucidati (tra di loro anche il ferroviere ventimigliese Giuseppe Palmero) il 12 luglio 1944 al poligono di tiro di Cibeno per una rappresaglia dalle motivazioni mai chiarite: proprio nei giorni scorsi è stata posta in Bordighera nei pressi di quella che fu la sua abitazione una pietra d'inciampo alla memoria di Renacci. Nel suo memoriale Adelina Pilastri tenne a sottolineare che Renacci, nonostante le torture subite, non fece mai il suo nome. La ragazza dovette salire poi in montagna con i partigiani, assumendo il nome di battaglia di "Sascia", con il quale aveva già dato un epico resoconto in L'epopea dell'esercito scalzo (Mario Mascia, 1946, due più recenti ristampe di Isrecim) delle traversie passate sulle nevi del Mongioie nel tentativo riuscito di salvare mezzi di sussistenza.

La zona Nervia di Ventimiglia fotografata dalla collina di Collasgarba qualche giorno dopo il bombardamento del 10 dicembre 1943 - Fonte: Silvana Maccario

Ventimiglia (IM): Villa Olga qualche anno fa

Emilia Giacometti aveva dodici anni da compiere alla fine della guerra, ma affrontò in quel periodo con i genitori traversie incredibili vissute tra Sanremo ed il confine. Figlia di Pietro (che alcuni giornalisti chiamano, invece, inopinatamente Dino), il suo diario, anche se redatto ad anni di distanza dagli eventi, ha il merito di fare piena luce sul grande contributo del padre alla lotta antifascista, al di là di quanto avesse riferito nel suo memoriale - non molto noto, invero - l'amico Giuseppe Porcheddu. Occorre subito aggiungere che Emilia, ormai stabilita in Roma, mantenne sino all'ultimo i contatti con Lina Meiffret, dalla quale, anzi, ricevette gran parte dell'archivio personale. Dalla narrazione degli anni trascorsi a Ventimiglia da Emilia Giacometti non si può fare a meno di espungere la testimonianza sui tragici bombardamenti aerei di Nervia del 10 dicembre 1943 e la conferma che l'abitazione di proprietà della famiglia fosse all'epoca Villa Olga.
Il libro Protagoniste offre anche il destro per qualche riflessione attinente la discordanza delle fonti.
Irene Anselmi di Vallecrosia, ad esempio, fornisce una versione diversa da quella ampiamente assodata del tragitto clandestino, compiuto, tra lo sbarco ed il balzo finale verso la I^ Zona Operativa Liguria, dal capitano Robert Bentley, del britannico SOE, per svolgere le mansioni di ufficiale di collegamento tra gli alleati e i partigiani dell'estremo ponente ligure. Non è secondario rimarcare che Irene Anselmi era nipote di Giuseppe Anselmi, suo zio, membro del C.L.N. di Sanremo, fucilato per rappresaglia ad Imperia il 6 novembre 1944 insieme ad Armando Denza e Luigi Novella, ma che nella sua relazione non fa nessun cenno sul suo ruolo - ancorché forse inconsapevole - avuto nell'agguato nazifascista da cui conseguì il grave ferimento del comandante partigiano Stefano Carabalona (Leo).

Perinaldo (IM)

Emma Borgogno di Perinaldo collocava un altro grave ferimento, quello del partigiano Adler, come avvenuto vicino al paese (questa, almeno, è l'impressione ricavata), mentre, ad esempio, Angelo Mariani in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia (Isrecim, 2007), lo riferiva in connessione con l'attacco al campo di concentramento di Vallecrosia dei primi di settembre del 1944. Entrambi sottolinearono come Adler venisse curato e salvato: nelle parole di Mariani "Quando fu ferito la madre contattò l’ufficiale tedesco che lo aveva catturato, diede false generalità e spiegò che lei ed il figlio erano solo degli sfollati e che non avevano niente a che fare con i partigiani. L’ufficiale si convinse ed autorizzò il ricovero di Adler all’ospedale di Sanremo, dove fu trasportato su un carretto da alcuni contadini di Perinaldo. Su disposizione del CLN portai personalmente alla mamma di Adler, all’ospedale di Sanremo, 5.000 lire di allora...". Va da sè che quella di Emma è un'altra preziosa testimonianza, perché presenta pagine inedite sulla Resistenza a Perinaldo.

Adriano Maini

martedì 4 marzo 2025

Un ufficiale britannico tra i partigiani del ponente ligure

Vallecrosia (IM): il punto di imbarco del penultimo tentativo, fallito, di Bell e di Ross

Michael Ross, nel suo From Liguria with love. Capture, imprisonment and escape in wartime Italy, Minerva Press, London, 1997 (aggiornato di recente dal figlio, David Ross, in The British Partisan, Pen & Sword, London, 2019), raccontò in modo dettagliato la permanenza sua e di Bell tra i partigiani imperiesi.
Dei patrioti non fece mai nomi veri o di battaglia, ad eccezione di Giuseppe Porcheddu e della sua famiglia, presso cui i due ufficiali britannici, che dopo l'8 settembre 1943 erano riusciti a fuggire dal loro campo di prigionia di Fontanellato in provincia di Parma, trovarono ospitalità clandestina per circa un anno, eccezione fatta per alcuni brevi periodi di più prudente collocazione in altri luoghi; di Renato Brunati, martire della Resistenza, e Lina Meiffret (tornata salva dalla deportazione in Germania, ma minata nel corpo e nello spirito per le tante sevizie cui venne sottoposta in carcere ad Imperia e a Genova, per tanti altri patimenti subiti, per i due falliti tentativi di lasciare la Germania e soprattutto per la perdita dell'amato Brunati), i quali per primi sul finire del 1943 diedero rifugio ai due ufficiali in Baiardo; di Vito (Vitò, Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo, comandante della II^ Divisione d’Assalto Garibaldi "Felice Cascione"); di Achille, cioé Achille "Andrea" Lamberti del Gruppo Sbarchi Vallecrosia, quest'ultimo tra gli organizzatori della loro esfiltrazione definitiva verso gli alleati con arrivo in barca a remi (a marzo 1945) a Montecarlo.
Del libro di Michael Ross può essere interessante citare alcuni fatti immediatamente antecedenti la fuga finale di Bell e di Ross, fatti successivi al definitivo e necessario abbandono della casa di Porcheddu. Una volta arrivati di nuovo sulle alture della guerriglia, i due rischiarono di essere passati per le armi a causa della profonda, bellicosa diffidenza di un capetto partigiano, ricordato con il nome di Bruno: per loro fortuna tale iniziativa non poteva essere fatta senza l'assenso di Vito (Vitò), il quale, ricorso ad un breve interrogatorio condotto da piloti statunitensi, ebbe modo di appurare definitivamente che si trattava di ex prigionieri dell'Italia fascista e di apprestare loro le misure necessarie al loro viaggio verso la Costa Azzurra.
Per tre volte, a seguito delle comunicazioni via radio fatte dal telegrafista dell’ufficiale di collegamento alleato, il capitano del SOE britannico Robert Bentley, un sommergibile inglese si avvicinò alla costa vicino a Taggia, forse alla Curva del Don di Riva Ligure, già altre volte pensata per simili missioni.
Per due volte la scorta dei partigiani ed il gruppetto degli alleati - tra cui Erickson e Klemme, sui quali esiste una discreta letteratura, piloti alleati caduti con i loro apparecchi in Piemonte ed arrivati in Riviera dopo diverse peripezie - che dovevano imbarcarsi dovettero fuggire perché trovarono i tedeschi che li mitragliarono con l’ausilio di bengala.
All’ultimo appuntamento i nazisti attesero invano, perché nel frattempo i garibaldini avevano individuato la spia che aveva messo in allarme il nemico, una giovane donna, di probabile origine iugoslava, prontamente giustiziata, per giunta con la pistola di un pilota alleato.
Risultarono dispersi, poco prima della loro partenza, due partigiani e due americani, indicati come Ricky e Reg.
Alla fine si compose la squadra che, formata da Ross, Bell e due piloti alleati, sfuggiti alla cattura da parte nazifascista, marciò attraverso l’entroterra di Sanremo, Negi di Perinaldo, Vallebona verso Vallecrosia, punto clandestino di imbarco per la Francia.
 

Giovanna Porcheddu ed il marito Michael Ross. Fonte: The Telegraph
 

Diversi anni dopo Michael Ross, quando si trovava a Bordighera (dove alla fine si era ritirato con la moglie Giovanna, figlia di Giuseppe Porcheddu) passava spesso a salutare Achille Lamberti o si spostava nell'entroterra insieme all'amico Vincenzo Manuel Gismondi, il patriota antifascista che si era recato a Genova per acquistare - con fondi messi a disposizione da Dino Giacometti di Ventimiglia, dove abitava a Villa Olga, grande amico di Porcheddu - un motore fuoribordo da applicare alla barca che, trafugata da Villa Donegani di Bordighera, avrebbe dovuto trasportare (sembra di capire alla fine del 1943) lo stesso Manuel Gismondi, gli amici suoi e di Porcheddu Moraglia ed Assandria, Bell e Ross in Corsica nel primo dei tanti tentativi falliti di rientro nelle linee alleate compiuti dai due ufficiali britannici: in questo caso per una falla della barca che a duecento metri dalla riva affondava. Questo episodio è attestato ("...  a stento i fuggiaschi raggiunsero la costa rifugiandosi poi da me, fradici ed avendo salvato solo il motore") da un memoriale di Giuseppe Porcheddu, che purtroppo all'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia si trova solo in fotocopia, mentre secondo David Ross quel viaggio non venne neppure tentato perché all'ultimo il pescatore che avrebbe dovuto condurre quel natante si sottrasse all'impegno preso.
Anche il penultimo tentativo - del Gruppo Sbarchi - di trasferire Bell e Ross e gli altri alleati (sempre a marzo 1945 e dopo che era già saltato - testimonianza di Renato Dorgia - l'appuntamento o con un motoscafo o con un altro sommergibile provenienti dalla Francia) via mare da Vallecrosia in Costa Azzurra fu bersagliato dalla sfortuna: per la seconda volta un'imbarcazione colò a picco e fu grosso lo sforzo di riportare a riva Bell, che non voleva sbarazzarsi dell'ingombrante cappotto, appesantito dall'acqua, sforzo fatto da Achille Lamberti, che nell'occasione se ne uscì con la frase che negli anni avrebbe ancora tante volte pronunciato: "Tùti in tu belin a mi!" (Renato Dorgia in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, IsrecIm, 2007).
 

Adriano Maini

mercoledì 29 gennaio 2025

Il partigiano simulò con una mano in tasca la presenza di una pistola

Soldano (IM): una vista su Perinaldo

"Verso le ore 18 del 20 andante, in regione collinosa nei pressi di Camporosso, un agricoltore del luogo, notava la discesa di un piccolo pallone di gomma colore marrone, attaccato ad un paracadute di tela bianca. Individuato il posto della caduta, rinveniva, impigliato su di una pianta di olivo, il pallone predetto, constatando che a questo era attaccato un piccolo apparecchio costituente parte di radio trasmittente, contenuto in una scatola di celluloide trasparente di circa 17 centimetri di lunghezza, dieci di larghezza e cinque di spessore. La scatola porta impresso su una targhetta di alluminio il numero 37955 e la sigla R.S.7.H. I militi del Distaccamento di Ventimiglia provvedevano per le indagini del caso..." così recita una specifica comunicazione fatta nell'ambito della sua relazione settimanale dal questore di Imperia il 22 maggio 1944 al capo della polizia della Repubblica di Salò. Qualche storico locale insinua oggi che si sia trattato di millantato credito da parte del gerarchetto fascista locale per acquisire meriti agli occhi dei superiori a fronte dei pericoli corsi. Di sicuro all'epoca nel ponente ligure erano ben al di là da venire gli aviolanci destinati ai patrioti, mentre in linea teorica risulta compatibile ogni ipotesi di errore tecnico relativa a qualche missione destinata, invece, al Piemonte.

Racconta Sergio Marcenaro, all’epoca giovane (classe 1931) staffetta partigiana della SAP di Vallecrosia e fratello di Pietro Girò Gerolamo, importante protagonista del distaccamento Gruppo Sbarchi Vallecrosia, che nella zona tra Soldano, Perinaldo e Baiardo imperversava nella prima metà del 1944 anche un bandito, forse subito non riconosciuto come tale dai comandi garibaldini; e che in una certa occasione suo fratello si liberò delle pessime intenzioni di quel figuro, nel quale si era imbattuto quando era solo e disarmato, con l’abile stratagemma di simulare con una mano la presenza di una pistola in una tasca dei pantaloni.

Un recente libro di Giorgio Caudano (con Paolo Veziano, Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024) affronta aspetti inediti, richiamati con chiarezza dal titolo di questo lavoro: si tratta anche di un'ulteriore occasione per ricordare, dopo decenni di oblio, la coraggiosa figura del capitano Gino Punzi, al quale il colpo di grazia venne dato su ordine di un graduato dei servizi segreti della Marina tedesca.

Adriano Maini

venerdì 24 gennaio 2025

Un comizio stranamente ben riuscito ad Airole

Airole (IM): uno scorcio della Piazza antistante la Parrocchia

In quella vigilia di Natale il vescovo di Ventimiglia si affacciava sulla soglia della Cattedrale per intrattenersi brevemente in amabile conversare con il capogruppo comunista in consiglio comunale, che si era accompagnato sin là con i militanti del suo partito, che distribuivano a chi usciva dalla Messa volantini che chiedevano la cessazione dei bombardamenti aerei statunitensi sul Vietnam del Nord.

Il torrente Bevera a Torri

Nel corso della campagna elettorale del 1972 il sindaco democristiano di Ventimiglia si avvicinava, tra lo stupore evidente di molti compaesani, per dare un saluto cordiale, un vero e proprio benvenuto - e proprio a metà del ponticello sul torrente -, al segretario della Federazione Provinciale comunista, che era in procinto di essere eletto deputato e che stava per tenere un comizio in quella piccola frazione di Val Bevera.

Vallecrosia (IM): la Via Aurelia

Sicuramente immaginava cosa sarebbe successo, ma un uomo della sinistra democristiana di Ventimiglia, impegnato nella redazione della pubblicazione di cattolici del dissenso "La Goccia", su questo blog menzionata in precedenza, avutane notizia, non si peritò di accompagnarsi, avendoli invitati, a due giovani comunisti per assistere nel salone di un Istituto religioso di Vallecrosia alla prolusione elettorale di una deputatessa piuttosto conservatrice di Genova, la cui caratteristica aveva suscitato una certa considerazione nel personaggio, tanto è vero che dei due suoi amici il segretario della Sezione comunista di Ventimiglia Centro nel successivo dibattito, che forse senza il suo intervento non ci sarebbe neanche stato, prese a subissare di domande e considerazioni politicamente aggressive la povera signorina. Quest'ultima anni dopo - ironia della storia! - sarebbe approdata ai banchi progressisti del Consiglio Regionale della Liguria.

San Biagio della Cima (IM): uno scorcio

L'onorevole Gino Napolitano, già famoso comandante partigiano, proprio in quel periodo ogni tanto rammentava ai suoi interlocutori gli anni in cui i comizi comunisti nell'entroterra della provincia di Imperia erano praticamente tenuti nel vuoto, tutt'al più con qualche rara persona che orecchiava da dietro le imposte, come gli era capitato in un'occasione a San Biagio della Cima quando doveva parlare insieme alla moglie di Alessandro Natta.

L'idea partì da due ex partigiani del "Gruppo Sbarchi di Vallecrosia", Achille Lamberti (Andrea) e Pietro Marcenaro (Gireu), e venne lanciata in una riunione del direttivo comunista locale di Sezione, ma quando si svolse a gennaio 1973 la Marcia Ventimiglia-Bordighera per la Pace in Vietnam la preparazione e lo svolgimento risultarono ampiamente unitari.
Si è ormai persa la memoria di varie tappe decisionali ed organizzative, ma rimangono fuori dubbio che a guidare (e a metterci) l'automobile per gli annunci tramite altoparlante fu l'esponente già citato della sinistra democristiana e che a tenere l'unico discorso, conclusivo, della manifestazione si volle il Presidente Provinciale A.C.L.I.

In occasione del suo comizio a difesa della legge sul divorzio ad Airole, durante la campagna referendaria del 1974, fu grande lo stupore del giovane funzionario comunista a trovarsi da un momento all'altro la piazza completamente gremita, ma, finito l'intervento, l'arcano gli venne svelato sotto forma di interruzione dello svolgimento di un'importante celebrazione religiosa, che aveva in ogni caso convogliato i partecipanti su quel sito. Mentre parlava, qualche dubbio all'oratore era pur già venuto, perché si sentiva continuamente osservato con sorriso ironico da una sua ex insegnante delle Superiori, donna notoriamente molto devota e non certo di sinistra. Non sapeva due cose all'epoca il nostro: che l'episodio in qualche modo sarebbe stato sottolineato da Lorenzo Rossi nel suo Airole 500 anni. La storia di un paese nella cronaca di cinque secoli (Comune di Airole,  1998) - e questo non poteva certo indovinarlo! - e che la sua professoressa era cugina della laica e molto aperta Lorenza Trucchi, grande figura di critica d'arte e di giornalista.

Pompeiana (IM)

Al reduce di quell'episodio accaduto in Val Roia sarebbe ancora capitato di incontrare un largo pubblico per un'arringa della campagna elettorale del 1976, ma questa volta un po' più lontano dalla zona intemelia, precisamente a Pompeiana: non ebbe, tuttavia, notizie di processioni e fatti similari come veicoli promozionali, né potè fornirsi una spiegazione basata solo sul vento in poppa di quell'anno per il Partito Comunista, perché in tanti altri paeselli le affluenze rimasero modeste.

Adriano Maini

domenica 15 dicembre 2024

Il partigiano Andrea scriveva a Milano

La prima pagina della missiva - cit. infra - di Andrea. Fonte: Fondazione Gramsci

Non risulta menzionata nei libri di storia riguardanti la Resistenza Imperiese una lunga lettera (relazione) indirizzata da un misterioso Andrea ad un responsabile - si presume nazionale - di Giustizia e Libertà a Milano, di data non anteriore al febbraio 1945.
Il dispaccio, conservato negli archivi della Fondazione Istituto Gramsci, si dilunga con enfasi particolare sui vari momenti ed aspetti della lotta di Liberazione sin lì condotta nel ponente ligure.
Ne risultano giudizi inediti, anche sulle difficoltà incontratete e sui pericoli corsi, ma soprattutto di preoccupazione per il ruolo assunto dai comunisti in seno alle formazioni garibaldine, al punto da considerare a posteriori avventate alcune delle azioni condotte da antifascisti di primo piano quali Candido Queirolo e Silvio Bonfante, caduti il primo in combattimento, il secondo suicida per non cadere in mano ai tedeschi dopo la tragedia di Upega. E senza dimenticare di lanciare qualche strale all'indirizzo di Nino Curto Siccardi, già comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", ma ormai emigrato" a dirigere la I^ Zona Operativa Liguria: guarda caso, un altro comunista!
Il mittente, che tra le righe asseriva di essere di Genova, dove era tornato clandestinamente in missione alcune volte, si considerava ormai tranquillo sul fronte dei suoi problemi politici, perché vicino al "tranquillo" Vitò e a Fragola Doria, altro esponente di Giustizia e Libertà: non entrava nei particolari, ma, se l'asserzione è veritiera, si trattava del comando della Divisione Cascione.
Rimane l'ironia del fatto che Vitò, al secolo Giuseppe Vittorio Guglielmo, il comandante più famoso della Resistenza Imperiese, che le sue direttive le firmava Ivano e che si distinse in tante occasioni per grande umanità, era un comunista.

Il rientro tra le linee alleate di una parte della Missione britannica Flap avvenne, come è noto, facendo una tappa decisiva a Pigna (IM), tra i partigiani della V^ Brigata “Nuvoloni” impegnati nella difesa dell’appena costituita Libera Repubblica. I componenti di questa iniziativa, tutti della Special Force n. 1, erano stati paracadutati nei pressi di Torino ed erano arrivati alla fine di settembre 1944 nella I^ Zona Operativa Liguria dopo avere incontrato in Piemonte anche i partigiani badogliani del Comandante Mauri. Alla Missione si era aggregati partigiani della provincia di Cuneo, che speravano di riuscire a raggiungere – come in effetti avvenne – Roma per conferire con esponenti del governo Bonomi, piloti ed avieri alleati che erano riusciti a sottrarsi alle ricerche dei nazifascisti, guide ed accompagnatori.
Il rilievo della figura dal capitano Michael Lees, dimenticato, ad usare un eufemismo, dalle autorità inglesi perché dopo il suo passaggio da Pigna aveva compiuto con efficacia ed eroismo, ricavandone gravi ferite, la Missione “Tombola” (così in inglese!), sull’Appennino a sud di Reggio Emilla, che era all’ultimo stata… annullata. Insomma, aveva disobbedito agli ordini. Lees aveva condotto un attacco ad una postazione tedesca insieme ai partigiani garibaldini di quei luoghi, a uomini della Sas, e al maggiore Roy Farran, il quale per varie circostanze se la cavò con più onore di Lees, rimanendo in forza all’esercito, anzi… ma il racconto si fa lungo, come ribadisco più avanti. E non era neppure mancato, per quell’assalto notturno del 27 marzo 1945 al comando tedesco di Villa Rossi e Villa Calvi in Albinea (RE), l’accompagnamento di una cornamusa scozzese suonata da David Kirkpatrik, perché i nazisti intendessero bene che erano stati colpiti da militari, così da non compiere una delle loro tante efferate rappresaglie su civili innocenti.
Nel 2020 venne trasmesso su RaiStoria un documentario dedicato alla Operazione "Tombola", basato in buona misura, sull’episodio "SAS Italian Job" della serie televisiva "Secret War" della BBC (2011), in cui, inoltre, sono stati affrontati risvolti successivi degli accadimenti occorsi a Lees e a Farran (di cui si parla anche nel più recente Malcolm Tudor, SAS in Italy 1943-1945: Raiders in Enemy Territory, Fonthill Media, 2018).
Lees fu responsabile di svariate altre imprese, prima e dopo la “Flap”; fu ferito ben cinque volte; in un caso sopravvisse miracolosamente; ma non conseguì mai neppure una medaglia di riconoscimento: qualcuno in proposito promosse addirittura sul web una petizione a favore della sua memoria
Lees era già stato nominato cittadino onorario di Reggio Emilia nel 1949. In Italia almeno un riconoscimento gli venne dato. 

Poco note sono anche le traversie di italiani che sul finire della guerra si ritrovarono immatricolati nel 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs francese che operava a ponente della Val Roia. Questi connazionali non furono mai abilitati al combattimento perché nelle gerarchie militari transalpine era troppo pungente il ricordo della "pugnalata alla schiena" voluta da Mussolini il 10 giugno 1940. Furono già fortunati, perché tra chi per vari motivi era rimasto oltre frontiera e tra i partigiani che oltrepassarono il confine per unirsi agli alleati liberatori, molti vennero internati perché considerati potenziali spie.
Molti punti di questo intreccio furono analizzati da Giorgio Lavagna (Tigre) nel suo intrigante Dall’Arroscia alla Provenza - Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza (IsrecIm, 1982), un libro sul quale sarà opportuno ritornare.

Adriano Maini