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mercoledì 29 luglio 2026

Storie un po' così

Ventimiglia (IM): Via Dante

Mario rammenta che conobbe Carlo quando abitava in Via Dante a Ventimiglia e che in qualche modo si teneva in contatto con lui anche dopo il suo trasferimento del 1967 a Parma: aiutava anche il fatto dei frequenti ritorni di Carlo in visite nella città di confine. Si delinea così una comunanza di giochi, comuni frequentazioni ed amicizie, di passione per il calcio, sport in cui Mario, che attesta del resto le buone prestazioni a livello giovanile da difensore di Carlo, è stato un buon elemento, noto e stimato in ambito locale.
L'argomento "Via Dante", che qualcuno chiama ancora Via Regina, ritorna spesso per svariati motivi su queste pagine, come per la vecchia scuola media. Per gli anni più vicini al secondo dopoguerra, quelli nei quali abitava là anche lui, ne scrive spesso Gianfranco Raimondo. Dalla sua ampia aneddotica si può isolare un esempio che appartiene alla serie degli "stranomi", citando "Tapapussi", un personaggio del passato che nel resoconto di Gianfranco appare a dire poco un tipo bizzarro, ma di cui sarebbe curioso sapere come sia finito nel novero dei nomignoli elencati da Arturo Viale, molto più attento alle zone di levante di Ventimiglia, in una parte del suo "Punti Cardinali. Da capo Mortola a capo Sant'Ampelio" (Edizioni Zem, 2022): prima o poi l'arcano sarà svelato. 

Ventimiglia (IM): Vico Arene, una delle traverse di Via Dante

Da un po' di tempo non si raccolgono più voci circa gli intendimenti di alcuni ex abitanti di Via Regina e dintorni di procedere alla redazione di un libro imperniato su quello che si può definire un vero e proprio rione: erano state recuperate in proposito diverse fotografie d'epoca, che erano anche circolate in ambiente non poi tanto ristretto, così da suscitare la doverosa attenzione che meritano immagini rievocative soprattutto di angoli alquanto cambiati. 

Ventimiglia (IM): Via Turati

La stessa situazione concerne all'incirca l'ex Bar Irene di Via Turati, sempre a Ventimiglia.
Anche in questo caso conversazioni, trafiletti, messaggi di mailing list, riconducono spesso a quell'esperienza, anche questa sovente qui menzionata.
A voler approfondire il tema, si dovrebbe ricorrere una volta di più alla grande memoria di Gianfranco Raimondo, che ha osservato tutta la vita di quell'esercizio pubblico: se ne potrà sempre fare ricorso, ma intanto, a mo' di celia, occorre aggiungere che Gianfranco non si ricorda della procace cameriera rimasta, invece, nelle reminiscenze di Carlo di Parma.
Sono tanti i fatti singolari legati a quel bar, anche dopo il suo trasferimento dalla prima angusta sede, posta davanti ad un cinema ed alla Camera del Lavoro, ad una nuova, di fronte ma un po' in diagonale, sotto i portici.
Vedere film e frequentare la Cgil rappresentò di sicuro un forte volano di attrazione di clientela, ma altri imponderabili fattori entrarono in campo per garantirne il successo.
Nelle sporadiche rievocazioni si alternano - ad usare un eufemismo - varia umanità, compresi - come qualcuno ha di recente ripetuto - tanti "fricchettoni", e persone impegnate non solo sul terreno politico e sociale, ma anche culturale.
A titolo indicativo sarà d'uopo ricorrere alla figura di Francesco Biamonti. Si è qui già rimarcato che nel suo romanzo d'esordio "L'angelo di Avrigue" - come ha colto con acume Gianfranco Raimondo - viene ampiamente rievocato il Bar Irene con il suo microcosmo sociale: singolare coincidenza tra uno scrittore che, prima di trasfigurarla anche poeticamente, si calava bene nella realtà, ed un locale teatro pure di tanti episodi di colore.
E sarà qui da aggiungere che almeno un lettore, notato quel riferimento letterario al Bar Irene, si è affrettato a rileggere "L'angelo di Avrigue" per rivisitare una temperie che ben aveva vissuto.
Anche per il Bar Irene si è sentito dire di quando in quando che si sarebbe potuto scrivere una storia, sinora, tuttavia, restata al palo.
Ci sono, dunque, ancora diversi capitoli aperti su Via Regina e sul vecchio Bar Irene.
Adriano Maini 

martedì 23 giugno 2026

Quella vecchia scuola media di Ventimiglia


Sembra opportuno fare qualche parola anche sulla vecchia scuola media di Ventimiglia, quella precedente alla riforma del 1962, quella che comportava tante ore di latino e coesistente con l'avviamento, quella che aveva ancora sede nella palazzina della Croce Rossa di Via Dante.
Ci si limita a qualche titolo indicativo dell'ultimo periodo: ad andare più indietro ci si dovrebbe confrontare con certi arguti racconti di Gianfranco Raimondo, il quale sul tema ha scritto di gite scolastiche ai suoi tempi ancora più modeste rispetto a quelle dei primi anni Sessanta.
A differenza delle primarie e delle superiori, su Facebook - salvo errore - si contano sulle dita di una mano fotografie pertinenti allo scopo. Fa la parte del leone - come spesso, si potrebbe aggiungere - Arturo Viale, che nei suoi scritti rievoca anche la presenza in quell'edificio di una cappella, di cui ben pochi allievi si sono mai accorti. In un caso, si possono notare alcuni compagni e compagne di classe in una quasi immancabile posa nei Giardini Pubblici. In un altro, a prescindere dalla presenza di una futura suora e di altri visi noti in città, sorride un chitarrista ed un poeta dialettale in fieri, che un po' dopo sarebbe stato abbastanza assiduo in quel di Nervia. In quello di Arturo Viale, si può osservare la sua classe in due distinte "edizioni".
È d'uopo sottolineare che in quella scuola media venivano bocciati anche i figli dei notabili, tra i quali alcuni adolescenti che in seguito avrebbero intrapreso carriere professionali di tutto rispetto.
Gli studenti, recandosi a lezione, passavano davanti ad alcune belle ville, ormai scomparse, in Via Roma, così come capitava a chi arrivava da Nervia.
C'erano ancora tante campagne a levante, ma anche subito a ponente della scuola: queste ultime viste e riviste quando, scortati da un bidello, a turno le scolaresche si recavano nella palestra della ex GIL per le lezioni di educazione fisica; qualche persona tramanda oggi di frutta proibita, raccolta lungo il percorso, ma forse si tratta di piccole leggende scaturite dalla nostalgia. Un ortaggio - o un frutto - è tornato alla memoria da poco ad un compagno di scuola delle superiori della vittima di allora, che si ritrovò imbrattata di poltiglia rossastra la bella, nuova giacca azzurra: presente all'evento, ma non attivo, il "memorialista per caso" ripensava ad un pomodoro maturo (qualcuno se l'era per caso portato da casa?), mentre il destinatario di quel lancio si ricordava (ma poteva essere una fantasia) di un caco colto nelle vicinanze, in ogni caso una piccola monelleria che, quasi per paradosso, lo indusse a provare simpatia per l'autore in occasione di successivi incontri da adulti, forieri sempre di ormai spensierate rievocazioni del lontano episodio.
In quella vecchia scuola media e in quegli anni era preside una donna, molto colta ed amante dei gatti (che accudiva presso la sua abitazione di Nervia), alla quale Gianfranco Raimondo attribuisce - per quello da lui riscontrato nel suo percorso di più di un decennio prima - "un cipiglio da condottiera", ma anche "molta umanità". 
Là insegnarono una professoressa, che al Liceo Classico di Sanremo era stata in classe con Italo Calvino; tre professori che furono in seguito dei presidi; un parroco molto popolare, abbastanza tollerante nell'ora di religione con le polemiche politiche di un ragazzino di Nervia.
Si potrebbe continuare con la galleria di figure umane, ma ci si può limitare a rievocare ancora una bella signorina, impiegata di segreteria, soggetta all'ammirazione di tutti i frequentatori maschi - grandi e minori - del plesso; un docente grande e grosso come un armadio; un signore, che agli studenti appariva anziano e che con il suo carrettino al momento della ricreazione si presentava al cancello non per dire gelati, ma pizzette e focaccine. La ricreazione (con eccezioni con il brutto tempo) si faceva in cortile e fu occasione di tante amicizie e conoscenze tra i maschietti delle varie classi. Le femmine dovevano rimanere in aula. Le classi erano miste, ma per ogni anno scolastico c'erano almeno una sezione femminile ed una sezione maschile: quest'ultima, ad esempio, vide in cicli diversi chini sui banchi Arturo Viale ed il ragazzo al quale dal mare piaceva  indicare agli amici le Alpi Marittime.

Adriano Maini 

giovedì 18 giugno 2026

Alcuni radioamatori, un vecchio collegio e...


Conversare e scambiare messaggi con Gianni comporta un ritmo accentuato di cambiamento di temi, per cui farne solo qualche esempio comporterà un'accentuazione di esposizione a casaccio.
C'è da dire, intanto, che Gianni, affascinato dai racconti di carattere locale di Gianfranco Raimondo, lo vuole a tutti i costi conoscere di persona, il che forse lo si sta riuscendo ad organizzare.
Emergendo in un recente comune incontro con Giampiero la pregressa passione da radioamatore di quest'ultimo, si era arrivati a parlare del passato da radiotelegrafista del padre di Gianni, incombenza militare del tempo di guerra che fece mettere radici al genitore in quel di Ventimiglia.
Da un lato sono tornate in mente le esperienze da radioamatore di un ferroviere di Nervia di Ventimiglia, osservate già negli anni Cinquanta, e le altre, non così vecchie, di Arturo Viale, che ne ha scritto in almeno un suo libriccino. 
Da un altro versante, invece, riferendo questi specifici ad altra persona, ne é derivata l'inopinata comparsa di una fotografia di soldati di una Compagnia Marconisti, presente a Palermo a febbraio 1943, fotografia in cui appare un militare di leva di Bordighera.
 




Gianni e Giampiero - chi per tutto il ciclo, chi per minore tempo - negli anni Cinquanta avevano frequentato le elementari di Nervia, nell'edificio davanti al quale tuttora campeggiano due alberi di Acacia visco. Gianni ad un certo punto ritrovò in classe anche il fratello minore, un "reduce" della primina di Ventimiglia Alta.
Un aspetto curioso è che tutti e tre questi bambini per adempiere l'obbligo scolastico fossero ospiti del collegio - già una volta qui menzionato - situato al primo piano della palazzina delle scuole primarie.
Ancora più singolari sono alcuni ricordi di Gianni e di Giampiero, come quello relativo al fatto che più o meno due volte all’anno le suore del collegio organizzavano ad uso interno spettacoli teatrali recitati dai pensionanti più grandicelli. Anzi, anche da bambine, perché c’era un’ala appositamente riservato a loro.  
Impressiona, in effetti, che all'epoca fosse un uso abbastanza diffuso, anche nella zona, nonostante le condizioni materiali per lo più non eccelse, mandare figli in collegio. Accadeva in genere quando entrambi i genitori operavano nel lavoro autonomo, una situazione che non consentiva molto tempo da dedicare ai figli. In quel collegio, poi, erano ospiti anche bambini di varie località del Piemonte (a titolo indicativo qui si vuole rammentare Casale Monferrato) per i quali per motivi di salute erano necessari cambiamenti d’aria: sopperivano alle spese del caso le forme organizzate di mutualità sociale (più o meno le stesse che intervenivano per le tante colonie di vacanze estive) esistenti in quel periodo.
 


Gianni ha, poi, forti reminiscenze della zona Ville e della Frazione San Lorenzo di Ventimiglia - e su questo ha altre affinità con Arturo Viale - perché là, dove la famiglia aveva campagne, ha abitato a lungo prima di trasferirsi a Mentone.

Adriano Maini

martedì 7 aprile 2026

Passata anche Pasquetta...



Alla fine non si resiste alla tentazione di scrivere qualcosa su Domenica delle Palme e su picnic di Pasquetta. Nonostante il fatto che siano argomenti alquanto abusati. E nonostante il fatto che in merito ci siano un po' in tutte le famiglie discreti numeri di fotografie d'epoca.
 

Fonte: Arturo Viale

La pubblicazione da parte di Arturo Viale di un'immagine del 1910 che ritrae i nonni paterni insieme ad altre tre signore o signorine mentre esibiscono i tradizionali "parmureli" o similari simboli della ben nota ricorrenza ha bloccato per giorni la detta velleità. Ma pensare ad una giovane di Via Lagazzi di Bordighera - la nonna di Arturo, Caterina Gaggero, futura autrice dell'importante "Diario di guerra 1943-1945" che andava - o era già andata - sposa a Ventimiglia del nonno Arturo Viale - sì, omonimo del nipote - per poi abitare per decenni in zona Ville, ha destato più di una ricerca.
 


Ed almeno un esito di discreto rilievo lo ha prodotto: la fotografia di una bambina di tre-quattro anni, il cui padre era internato militare della Germania nazista in un lager in Polonia, in Via Febo a Bordighera con in mano il suo bravo "parmurelo" sul finire della seconda guerra mondiale, testimonianza dell'ostinato desiderio di andare avanti dei suoi familiari.
Viene da scherzare sulle ricorrenti polemiche tra Sanremo e Bordighera sull'invio dei "parmureli" in Vaticano, un'usanza che discende dal privilegio - quello di inviare oltre Tevere i vegetali occorrenti per celebrare la Domenica delle Palme - accordato a capitan Bresca, sanremasco, come ringraziamento per il famoso consiglio dato per issare l'obelisco di Piazza San Pietro (vicenda che ogni tanto qualcuno, interpretando forse a modo suo antichi documenti, mette anche in dubbio): l'uomo di mare ed i suoi discendenti, tuttavia,  si sarebbero a lungo riforniti solo di palme di Bordighera e non di Sanremo. C'è un articolo su "Famiglia Cristiana", che compie un ampio excursus storico sulla faccenda  e tecnico - per secoli la fornitura consistette in foglie di palme essicate, che venivano intrecciate nella città eterna -, ma vola alto sulla disputa, che invece pare alimentata da altre fonti giornalistiche, tese a mettere in maggiore evidenza la primogenitura di Bordighera, aspetto che è il vero oggetto della contesa. Si potrebbe, poi, ironizzare sul fatto che nel ponente ligure per la Domenica delle Palme non si notano più davanti alle chiese fotografi professionisti attrezzati anche con agnelli vivi e gigantesche finte uova di Pasqua da usare quali elementi aggiunti dei loro lavori.
 

Madonna delle Virtù. 1954. Foto Mariani?


Su Pasquetta, invero, si potrebbero dire ancora meno parole. In tanti rammentano ancora gli anni gloriosi degli appuntamenti al tradizionale - ancora oggi, ma solo per i riti religiosi celebrati nell'omonimo Santuario - sito della Madonna delle Virtù di Ventimiglia. Qualcuno per Bordighera può rimarcare le diffuse scampagnate nel declivio più o meno sotto la Torre dei Mostaccini. Più sporadiche erano le presenze nella pineta a ponente di Via Coggiola. Ma da Bordighera diverse persone si recavano pure, non fosse altro per ritrovarsi colà con parenti ed amici, alla Madonna delle Virtù, dove forse agivano anche fotografi ufficiali. 
Si trattava sempre di discrete camminate a piedi. In un tempo in cui non si era ancora sviluppata la motorizzazione di massa c'erano al massimo tappe di avvicinamento fatte sui mezzi pubblici.
Ancora. Vecchie giornate di Pasquetta in riva al mare (ma queste sono sempre di attualità); altre, più estemporanee, qui già menzionate; l'allegra brigata che frequentava il casone di Località Castiglione di Camporosso - va da sé - anche in tale festività.
In ogni caso c'è sempre qualcosa che si dimentica...

Adriano Maini

martedì 30 settembre 2025

Battaglia di Fiori che passione

Il carro "Barone di Münchhausen" della compagnia "A Mar Parà" nel 1967

Ventimiglia (IM): lo slargo dove veniva costruito il carro della compagnia "A Mar Parà"

Gianfranco Raimondo ha visto gran parte, se non tutte, le Battaglie di Fiori di Ventimiglia del dopoguerra. Valido presentatore amatoriale di diversi tipi di spettacoli, specie musicali, nel 1961, poiché il Comitato Organizzatore aveva esaurito i fondi, da un dirigente venne convinto per spirito di appartenenza a fare gratuitamente lo speaker della manifestazione, tutto sommato cavandosela anche bene.
Sul tema di recente in uno dei suoi tanti articoli si è soffermato piuttosto su di una vecchia compagnia di carristi, quella denominata "A Mar Parà" (Alla mal parata), che conseguì diversi successi nelle edizioni degli anni Sessanta, trovando sempre una degna rivale ne "I Galli del Villaggio" di Bordighera, per i quali fu a lungo progettista - come già qui messo in evidenza in una precedente occasione - un noto e simpatico geometra della città di confine.
Il gruppo in questione allestiva il capannone in un cortile situato in posizione abbastanza intermedia tra la zona Nervia ed il centro urbano, comunque più prossimo a Via Dante, alias Via Regina, un'arteria lungo la quale venivano preparati invero altri carri ancora.
Una nota di costume che dagli appunti di Gianfranco si può far derivare é che come nel caso di "A Mar Parà" operavano persone di Nervia, dove era invece presente la "Cheli de Nervia", anche per altre compagnie era molto differenziata la provenienza di costruttori, saldatori, infioratori e carristi, perché la festa era... la festa.

Arturo Viale, in vista della stesura di un suo prossimo libro, ha chiesto informazioni sui carri vincitori della Battaglia di Fiori del 1950, quasi per paradosso su questo blog già menzionata per un pittoresco articolo d'epoca di un giornalista de "l'Unità". Un altro aspetto singolare che salta di conseguenza agli occhi é che quell'anno ai fini delle premiazioni vennero previste cinque categorie di carri (forse il numero massimo mai stabilito: già l'anno dopo solo tre; ma in seguito ci furono altre variazioni): qui si riportano solo, come esempi, "Ode al fiore" di "Cumpagnia d'i Ventemigliusi", vincitore tra i carri grandi, e "La stella di Bagdad" di "E Spine", primo tra i carri medi.

Facendo ricerche, per quel periodo e quello subito successivo si possono notare altre circostanze curiose. A titolo semplicemente indicativo in proposito si può rimarcare che per lungo tempo i carri usufruirono di trazione animale; che nel 1949 operava già una compagnia riconducibile ad iniziative del Partito comunista, come più avanti sarebbe stato per i gruppi "Rinascita" e "Nuova Generazione"; che nello stesso anno apparvero anche le Ferrovie francesi, forse per un carro preparato da ventimigliesi con un minimo di compartecipazione di qualche cheminot; che erano ancora tanti i gruppi riconosciuti con i cognomi di singole persone e diversi quelli di Sanremo.

Per molte delle notizie qui riportate è stata indispensabile la consultazione del libro "Battaglia dei Fiori" di Danilo Gnech, Franco Miseria e Renzo Villa (Dopolavoro Ferroviario di Ventimiglia, Cumpagnia d'i Ventemigliusi, Civica Biblioteca Aprosiana - 1987).

Adriano Maini

sabato 16 agosto 2025

All’improvviso mi sono accorto che alcune antenne di mont Agel e del col de la Madonne non ci sono più

Ventimiglia (IM): un tratto di Via Aurelia visto dalla Località Ville

«La memoria bisogna coltivarla, tenerla viva riparlando delle storie e spesso ci sono i confronti tra chi ricorda particolari aggiuntivi e chi rinfaccia al narratore di turno di averla già raccontata in modo diverso in altre occasioni.»
«"Oh Gigolette", dalla "Danza delle libellule" di Franz Lehar, la cantava Milly e la mormorava mia zia nelle fasce al calar del sole - esattamente al lampescuro - quando lavorare in campagna, anche nella stanchezza, diventa più dolce per lo sfumare del caldo e del solleone e per l’avvicinarsi del rientro a casa, quando i cani abbaiano in lontananza aspettando i padroni.»
«Ho piantato fiori e verdura, ho raccolto secondo le stagioni, ho scelto per me i frutti più aspri secondo il mio gusto, susine bianche e rosse sulla medesima pianta, perseghi sciapenti e mordenti, pomodori tondoliscio, marmanda, costoluto, fiaschette.»
Quelle qui appena trascritte in corsivo sono tre estrapolazioni dall'ultimo libro di Arturo Viale, La chiave dei ricordi, di prossima pubblicazione in edizione limitata, dunque, alquanto riservata, ma la cui bozza è ancora in corso di revisione.
Come negli altri suoi similari lavori, affiora spesso la notevole vena lirica di Arturo Viale, che non fa neppure mancare piccole perle di saggezza, di storia, di cultura.
Si tratta, altresì, di un'impressionante galleria di luoghi - di tutto il mondo, perché Arturo Viale ha avuto la fortuna di poter viaggiare molto -, di fatti, di persone, il tutto impreziosito con particolari che solo una certosina ricerca di documentazione poteva assicurare.
Rimane centrale, come negli altri suoi scritti, un vero e proprio punto di partenza, l'insieme delle esperienze compiute, dalla nascita al compimento più o meno della maggiore età, presso la vecchia casa di famiglia, la "Bataglia", di zona Ville di Ventimiglia.

Si preferisce qui, nel procedere con degli esempi, collegarsi alla menzionata dimensione nostrana.

Arturo Viale, sotto questo aspetto, mette la luce su persone note e meno note, in genere a lui care, tutte indicate, se non già di rilievo pubblico, con il solo nome, ma facilmente riconoscibili, in maniera di certo variabile, dai lettori più attenti.

Rievoca la nevicata del 1956, che non fu tale solo nel ponente ligure, tanto da sottolineare egli stesso la nota canzone che reca quel titolo, ma non quelle, forse specifiche di queste zone, del 1963 e del 1984, avvenute sempre di gennaio.

Con tanto di data e di orario, 19 luglio 1963 alle 6.45, rammenta un terremoto che non mise paura solo a lui, ma a quasi tutti gli abitanti di Ventimiglia: quasi, perché il padre di Arturo, trovandosi nella stalla, non avvertì nulla, neppure colse segnali dall'agitazione della loro mula; un po' come capitò ad altri, ad esempio alla famiglia di un ferroviere di Nervia, i cui membri solo ore dopo vennero svegliati, nel loro appartamento sito al pianterreno e con le finestre - correndo la piena estate - aperte, da un parlottio insistente di persone ferme sul marciapiede antistante.

Dichiara che un suo amico - di queste parti, beninteso - assistette al concerto dei Beatles a Nizza.

Coglie gli atteggiamenti inusuali di alcuni clienti del Bar Irene di ormai nuova gestione.

Riferisce della scritta EMOSCAMBIO apparsa su di un muraglione della Autostrada dei Fiori, chiarendo le intenzioni provocatorie degli anonimi imbrattamuri, che replicarono i loro atti in altre parti del Paese: una notizia, invero, inedita. 

Mette una discreta attenzione su Nizza, città dove ha anche lavorato come bancario, e dintorni, in questo in una sintonia con la maggior parte degli abitanti di questi luoghi che, vista la prossimità di frontiera, non necessita di spiegazioni.

Fornisce un taglio particolare alle sue frequentazioni di Feste de l'Unità.

«All’improvviso mi sono accorto che alcune antenne di mont Agel e del col de la Madonne non ci sono più, chissà da quanto tempo.»
 
E con questa  significativa osservazione di Arturo Viale si conclude questo post.

Adriano Maini

giovedì 17 luglio 2025

C'è un bar...


C'è un bar a Bordighera, un po' a levante, ubicato in una piazza soggetta ad intenso traffico, dove si procede da tempo al libero scambio di libri e dove si riunisce con costanza una piccola compagnia di attenti lettori.
Non si tratterà di un caso isolato, ma la segnalazione - con il passaparola - potrebbe avere qualche effetto - si spera - di emulazione in zona.


C'è un bar a Ventimiglia, anche questo a levante, non discosto dal mare, dove da tempo in un giorno fisso della settimana Arturo Viale incontra certi suoi amici, ai quali chiede anche opinioni sui libri che sta scrivendo: di sicuro sull'ultimo che è quasi pronto, anche per la grafica della copertina.


A Vallecrosia Arturo Viale per vedere e conversare, anche con un altro scrittore, non sempre ha a disposizione lo stesso bar.


C'è un bar a Ventimiglia, in zona pedonale del centro, dove Gianfranco Raimondo praticamente in ogni tarda mattinata si fa trovare da sodali e conoscenti: non ha certo bisogno di spunti per le trame dei suoi ricordi, ma di tanto in tanto procede a qualche riassunto dei suoi racconti, soprattutto ad uso e consumo di chi si fa vivo da quelle parti solo occasionalmente.


C'è un bar, ancora a Bordighera, ma più a ponente del centro, dove si è formata un'eterogenea combriccola di avventori, che possono, sì, dissetarsi anche con episodi e personaggi del passato, ma che in particolare possono fruire dei resoconti dei più giovani, attinenti fatti recenti del Nizzardo e del Principato di Monaco, compresi gustosi veri e propri pettegolezzi.

Sarebbe da aggiungere che non vi è nulla di nuovo sotto la volta del cielo, ma forse giova sottolineare che conforta constatare che tanti bar - e quelli qui prodotti sono solo degli esempi - sono ancora dei centri di aggregazione sociale, ancor più dopo la scomparsa - come qui si è già riferito - di quelli che una volta erano - giudizio di certo soggettivo! - più tipici.
E sull'argomento, invero, ci sono ancora tante varianti da apportare.

Adriano Maini

mercoledì 25 giugno 2025

Stranomi, ma non solo


C'era a Bordighera una bella villa, di cui oggi rimane traccia solo - usando la fantasia - per via di un terreno incolto una volta occupato da qualche pertinenza della citata abitazione, la quale, invero, sorgeva, circondata da un vasto parco in cui spiccavano gli eucalipti, abbastanza arretrata rispetto alla Via Aurelia.
Chi l'aveva visitata ne parla ancora come di una casa delle meraviglie, che ospitava altresì in quello che veniva definito museo diversi ricordi di caccia esotica del proprietario.
La demolizione e l'occupazione di suolo di tutta evidenza vennero effettuati per un trasferimento di volumetria a vantaggio di nuove palazzine.
Si ebbe necessità in una specifica occasione di ricorrere a uomini di fatica per lo spostamento o l'arrivo di un pesante elemento di arredamento. Il padrone si raccomandò che quei facchini a giornata procedessero a piedi scalzi per non rovinare i preziosi marmi dei pavimenti, ma male gliene incolse perché uno dei due lavoranti, un vero Maciste, aveva delle estremità, appena coperte da scarpe per il caso in questione, così luride da fare, date le nefaste conseguenze, rimpiangere a lungo il committente per l'ingaggio effettuato.
L'episodio venne raccontato da Sergio Marcenaro, già sindaco di quel paese, nel corso di una conversazione con Arturo Viale, appena sentito il soprannome in dialetto di un abitante di Soldano.
Ci sono nomignoli che talora si ripetono nelle storie di Arturo Viale e di Gianfranco Raimondo.
Anche quest'ultimo nei suoi articoli non fa mancare la rievocazione di tipi bizzarri: qui sarà sufficiente menzionare chi - sempre molto addietro - in Via Dante (ancora oggi da molti appellata come Via Regina) si era per così dire specializzato a spaccare tirando frecce le zucche dei numerosi pergolati.
Ancora a Bordighera si vedeva ai tempi un caratteristico personaggio, che sospingeva una carriola in legno, nella quale il più delle volte appoggiava solo la copia di un quotidiano, tornare dal centro città a Villa Hortensia, dove svolgeva diverse mansioni per conto del professore Raffaello Monti - o della famiglia - e nel cui garage secondo alcune versioni alloggiava: a lui spettò, in ogni caso, l'onore di essere ritratto a torso nudo - come in effetti si aggirava, se non quando indossava una sorta di canottiera o gilé - dal pittore Roman Bilinski.
Sempre da Bordighera emerge la soluzione di sciorinare, a casaccio ed a titolo indicativo, qualche soprannome senza tema di affibbiare al singolo un circostanza controversa, perché selezionato da un vecchio articolo di Mario Armando (altro importante cultore di cose nostrane e non solo del dialetto: a lui si devono ad esempio significative rievocazioni del passaggio davanti a questa costa di confine del Rex) comparso nel numero di settembre 2010 di "Paise Autu", periodico dell’Associazione “U Risveiu Burdigotu”, nel quale si usava come principale il termine "stranome" con l'avvertenza che la "nomea" - al plurale - "i nosci veci chiamavano 'Spronomi' non pregiudicanti amicizie": Gianèira, Gianòira, Gianè, Manineta, Scimùn, Tunina, Dumuà, Gigè, Neghin, Martinbè, Mè, Chicheta, Perugin, Baiòca, Sciasciùn, i Linghèia, u Sàrdu, Sciangài, Gianchetu, Sparissoera, Scùrpina, Pistùn, Bagiotu, Castagnà, Tirèijina, Perussetu, Castagneta, Patatina, Scijèrbura, Ciarùn, Caretè, Ferandìn, Sciurbetè, Strascè, Vacà, Pastù, Pulaioe, Pecina, Mamà, Biunda, Tetasse, Lerfan, Gamba, Becu, Bellocchio, Sètelèrfi, Ranghetu, Boetascui, Scciapabricheti, Dentan, Gamèla, Paciarò, Sètelèrfi, Zibà, Manèlu, Vagliò, Favèla, Nenenè, Patacà, Bazazò, Bedò, Mungìn, Cantalamessa, Cundutu, Ciò, Guapa, Lagnò, Taleti, Chipò, Meninò, Fanfafè, Sciànte, Sigareta, Putoschi, Bulò.
Ed allora con lo stesso criterio si possono aggiungere nomignoli che affiorano negli scritti dei richiamati autori di Ventimiglia, quali Bacì di Sciapi, Cartun, Ciurina, Giuà de Canun, Sciacamoti, Sciapassùche, Tapapussi. Altri ancora sono rimandati ad un prossimo articoletto.

Adriano Maini

domenica 27 aprile 2025

Se si sale a Ventimiglia Alta...


Ventimiglia Alta, città vecchia, centro storico per eccellenza di Ventimiglia, al di là del fiume.


Ventimiglia Alta con Cattedrale e Battistero.



Ventimiglia Alta con vista sul mare, ma anche sul nuovo porto turistico.



Ventimiglia Alta con vista sulla valle del Roia.


Ventimiglia Alta con vista - va da sè! - sul centro urbano di Ventimiglia. La migliore dal Cavu

Ma qui e là anche altre aperture su altri scorci.

  


Ventimiglia Alta con i suoi vicoli.



Ventimiglia Alta con molti altri monumenti e reperti di storia.



Ventimiglia Alta dalle vicende già ampiamente consegnate a pubblicazioni anche specialistiche.


Di Ventimiglia Alta ha scritto poco - almeno pare - Gianfranco Raimondo, che, già rodato in esperienze di teatro condotte a Nervia, fece il suo esordio come presentatore di uno spettacolo nell'Oratorio dei Bianchi, se si vuole pure di San Giovanni Battista e di Santa Chiara, all'epoca già sconsacrato, tanto è vero che era stato convertito in cinema-teatro con i locali sottostanti adibiti a tipografia.

Correva probabilmente l'anno 1957, e già in stagione scolastica a cavallo con il successivo, proprio quando Arturo Viale, che a Ventimiglia Alta qualche pagina in qualche modo ha pur dedicato, frequentava la primina retta dalle Suore dell'Orto, un'istituzione allora veramente classica.



Viale rammenta la Colla per le fotografie della sua comunione e della sua cresima: su quel sito giocavano - documentati da scatti che sono vere rarità - tanti bambini piccoli, come continuano oggi a fare i loro coetanei.


Poco prima - 16 maggio 1956 - e poco più in là, sulla vecchia Via Aurelia, era passata una tappa del Giro d'Italia di ciclismo, quella - con partenza da Cannes - vinta a Sanremo da Nino Defilippis in fuga solitaria.


Poco dopo studenti delle professionali, recandosi a scuola lassù, avrebbero immagazzinato nella memoria con pena e con partecipazione umana le immagini di tante famiglie di immigrati meridionali, ammassate a vivere di stenti in cantine o stalle riadattate, affacciate sui carruggi: sentimenti quasi svaniti nell'aria e discendenti di quei poveracci del tutto dimentichi delle pregresse traversie dei loro cari.





Se si sale a Ventimiglia Alta...

Adriano Maini

sabato 1 febbraio 2025

C'era una volta la "primina"

Una seconda elementare pubblica ad ottobre 1956 in Ventimiglia Alta

Ventimiglia (IM): in una cartolina d'epoca una visione in campo largo dell'edificio della "primina" (situata a piano terra) qui citata. Collezione: Alessandra Maini

Arturo Viale, infaticabile narratore di persone interessanti e di avvenimenti di rilievo, nel suo contributo alla testimonianza della nonna paterna, pubblicata in un libro, Caterina Gaggero Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45 (Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988), ma anche in altri suoi scritti, di sicuro in Oltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza, (Edizioni Zem, 2019), fece un fugace riferimento - Quando sapevo già leggere (a cinque anni avevo fatto la «primina» da suor Cristina), nelle giornate di pioggia e freddo, li leggevo con mia nonna Caterina, A Lila… - alla sua esperienza di "primina" ed all'insegnante di quella scuola, suor Cristina.
Si da il caso che con questa espressione si è intesa sempre la prima elementare, che si poteva affrontare già a cinque anni, con un'istruzione impartita a lungo dalle suore dell'Orto nel centro storico di Ventimiglia Alta, in un'aula a pianterreno di un loro complesso a due passi dalle rovine del castello medievale e adiacente al plesso pubblico. Per certi versi anche un'esperienza innovativa, con femminucce e maschietti chini sui banchi, come non sempre accadeva nelle sedi della "concorrenza". Terminata quella fase, l'unica che quelle religiose gestivano, gli alunni per passare alle statali erano sottoposti ad un esame - a sei anni di età! - molto severo davanti ad una commissione di maestri dipendenti dal competente Ministero.
Una fattispecie forse resa possibile anche presso almeno un altro istituto privato della città di confine, ma qui logicamente intriga quella indicata da Viale.
Il che porta a metà degli anni Cinquanta e poco oltre.
Si ha notizia di qualche raduno, decenni dopo, di qualche sparuto gruppo di quegli ex allievi, ma sono soprattutto altri casi della vita che hanno talora stabilito alcuni fatti curiosi.
Chi, trasferitosi con la famiglia in zona Nervia, ritrovava ad un certo momento in classe un suo ex compagno della "primina", perché là in collegio, guarda caso un collegio gestito da suore.
Chi, pur incrociandosi di frequente più avanti, aveva bisogno di altro tempo ancora per riconoscere vicendevolmente quella lontana comune esperienza.
Chi, addirittura, risentiva solo per telefono, addirittura più di sessant'anni dopo, un antico sodale.
Chi nelle conversazioni occasionali di adesso va a scambiare cenni su vecchi vicini di casa o su compagni di giochi e di successivi livelli di studi in un caleidoscopio di immagini, di storie, di emozioni.
Il tutto induce ad affrontare prima o poi in modo più articolato il discorso "Ventimiglia Alta" (e dintorni), da cui qui si è partiti, con gli spunti di bambini, scuole, abitudini, aneddoti di un'epoca ormai datata.

Adriano Maini

domenica 19 gennaio 2025

Arturo Viale vide l'esordio di Suarez nell'Inter


Milano, stadio di San Siro: un'imprecisata partita dell'Inter, a ridosso degli anni Sessanta

Il post di due numeri fa di questo blog ha suscitato l'interesse di Arturo Viale, che ha segnalato un singolare avvenimento a lui capitato, episodio non ancora riportato nella sua pur notevole mole di pubblicazioni.
Nel 1961 Viale fu spettatore allo stadio di San Siro di Milano dell'unica partita di calcio professionistico che gli sia mai capitato di vedere: una circostanza singolare per questo scrittore del ponente ligure, persona che, come ha sottolineato nei suoi libri, ha compiuto molte esperienze, anche girando mezzo mondo.
Conviene, a questo punto, trascrivere qualche parola dei suoi appunti, accantonati a futura memoria per un nuovo lavoro: "Ad agosto del 1961 eravamo andati una mezza settimana al paese di mamma nella Lomellina. Avevo nove anni. A fine agosto iniziava il campionato di calcio e i cugini avevano deciso di andare a San Siro e vedere la partita della prima giornata Inter-Atalanta [...] Io ricordo che era il debutto di Luis Suarez appena arrivato dal Barcellona dove era stato premiato con il pallone d'oro: tutti indicavano quel biondino che giocava con il numero 10. Erano arrivati insieme Helenio Herrera e Luis Miramontes Suarez perché l'allenatore aveva posto per il suo ingaggio la condizione di avere con sé il giocatore. I due nell'Inter conquistarono tra i molti titoli [...] Racconta Eduardo Galeano che Suarez sapeva che ogni volta che rovesciava il bicchiere del vino sulla tavola si realizzava la magia di segnare uno dei suoi gol".
Messo agli atti che quella gara terminò con la vittoria dell'Inter per 6-0, occorre aggiungere che Arturo, di rimando, è stato informato che qui si potrebbe pubblicare - come in effetti si sta facendo - la fotografia di una vecchia partita dell'Inter e che in almeno in un'occasione negli anni Sessanta Suarez fu visto fare rifornimento per la sua autovettura - si presume di ritorno dalle vacanze estive trascorse in Spagna - in località Nervia di Ventimiglia.
 
Una volta di più non si resiste alla tentazione di effettuare, più che delle integrazioni, delle divagazioni.
 
Milano: l'esterno dello stadio di San Siro domenica 28 febbraio 1960

Per l'incontro Inter-Sampdoria (risultato: 0-0), disputato il 28 febbraio 1960, c'é, invero, uno scatto dell'esterno di San Siro proprio di quel giorno, mentre di altri, che pure inquadrano l'Inter non vi è - per carenza di inventario - la matematica certezza che siano di pari data. In quel match, comunque, solo a fare qualche esempio, - sempre che nella ricerca non si vi siano state delle falle - nella squadra di Genova c'era Skoglund, che aveva già militato nell'Inter, e Mora, luminosa ala destra, la cui carriera incontrò di lì a poco tempo un prematuro brusco arresto, e in quella nerazzurra Corso, il solo che poi Viale ebbe occasione di ammirare rispetto alla formazione di due campionati prima, perché con l'arrivo del nuovo allenatore Helenio Herrera i ranghi dei «bauscia» - come vengono o venivano chiamati dai rivali cittadini milanisti - erano stati più che largamente rinnovati.


Nel dialogo intercorso Viale è "inciampato" poi in un equivoco sull'identità del gestore (o varie identità dei gestori) delle pompe di benzina di Nervia, il che autorizza all'esibizione di almeno una fotografia in merito.

Puskas, Herrera ed un terzo signore. Foto Moreschi

Poteva poi mancare la copia di un'istantanea con cui il bravo Alfredo Moreschi aveva colto proprio nel 1961 a San Romolo di Sanremo Helenio Herrera (al centro) con Ferenc Puskás (a sinistra), Puskás per diverse classifiche di settore uno tra i dieci migliori calciatori di ogni epoca e che in quel torno di tempo poteva anche essere visto talora allenarsi sul campo del Capo della città delle palme con gli allievi e gli juniores della Giovane Bordighera, ed un terzo signore, di cui non è sicura l'identità?

Adriano Maini