Visualizzazione post con etichetta Roia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roia. Mostra tutti i post

venerdì 12 giugno 2026

Indicava monte Bego all'amico



Il ragazzo, sollevando appena i calzoni per quel tanto da mostrare i calzini, improvvisava una sorta di ballo can can sulla pedana della cattedra in quella classe a pianterreno del Liceo Classico di Ventimiglia. Correva il 1967. Lo affiancava in quell'improvvisata il compagno che, arrivata l'estate, sarebbe andato a Londra, per essere pronto a fare specifici corsi, che in seguito gli avrebbero consentito di andare a lavorare in Africa come croupier. Era l'ora di lezione del professore supplente, molto preparato nelle sue materie, storia e filosofia, ma molto bonario nella disciplina: subito assente, rientrando forse vide la scena, ma lasciò, come altre volte, correre. Eppure era il parroco di Mortola, abituato al rapporto con i giovani della zona, ai quali aveva anche insegnato a fare teatro: Roberto Rovelli racconta che in pratica aveva ravvisato la futura vocazione al giornalismo di Nico Orengo, quando aveva sollecitato i due a fare un esperimento ben riuscito di carta stampata nei locali delle chiesa.
Tornando al nostro ragazzo - e a quell'anno - questi non partecipò, al contrario della sorella, a quel sali e scendi da Marina San Giuseppe di Ventimiglia (la città nel racconto è sempre questa) a Via Due Camini, compiuto in una serata sul finire della bella stagione da ragazze e ragazzi clienti del comune stabilimento balneare, una piccola gita che il suo amico di Nervia avrebbe sempre ricordato come una giovanile occasione di leggera spensieratezza, imperniata su improvvisate calde amicizie, destinate ben presto inevitabilmente a tramontare.
Il ragazzo per almeno due anni trovava come sodali in quell'impianto sul mare, soprattutto in alcuni momenti di attività ricreative, due altri compagni di scuola, gli stessi di cui si sono qui già rammentate le amicizie con un futuro poeta e le precedenti escursioni sino a Castel d'Appio. Del resto, i tre in quel periodo si dedicavano insieme anche al gioco del tennis: il nostro ragazzo, che aveva il senso dell'umorismo, avrebbe spesso riferito con disinvoltura alcuni episodi brillanti, ma in particolare di quella volta in cui, avendo trovato casualmente sul mezzo pubblico mentre si recavano ai campi di Bordighera il loro compagno di Nervia, quest'ultimo creava scompiglio sulla corriera affollata, essendosi deciso in extremis, attardato come era stato a confabulare con gli altri, a scendere alla fermata precedente alla loro.
Il ragazzo era stato ben attivo in altre storie di quella combriccola studentesca della leva del 1949, come, ad esempio, per il "tutti al mare" a Punta Mortola del 1965, di cui recentemente si è potuto purtroppo appurare che il già evocato filmino è stato più un esperimento espressionista che, qualora riversato in digitale, un video da riguardare per il piacere di riconoscere tanti volti di sedicenni.
Il ragazzo fece l'ultimo anno di Liceo ad Alassio, soggiornando in collegio. Non mancò di rivedere gli amici, come per quel Capodanno, che per lui significò anche la conquista di un nuovo cuore femminile.
Ad Alassio per conoscere gli esiti concernenti il suo diploma di maturità si recò guidando la sua automobile in compagnia di due ex compagni: non c'era ancora l'autostrada, ma il viaggio sulla Via Aurelia non destò in loro particolare impressione - neppure con Capo Mele -, tutti presi com'erano a raccontarsi i fatti loro.
Non più ragazzo, anni dopo indicava dalla zona del foce del fiume Roia i nomi - quelli che non tutti gli escursionisti, una volta scesi a valle, ancora oggi sanno riconoscere - dei monti di là visibili al suo amico già abitante di Nervia, che almeno di Monte Bego si sarebbe sempre ricordato: il suo amico che  si sarebbe inoltre sempre ricordato dei libri sui nativi d'America avuti da lui in prestito da adulti o di quando, ancora studenti, insieme agli due compari che qui sono più volte apparsi, lo andava a prendere di sabato sera in quella periferia di levante della città per portarlo al cinema, e di tanti altri simpatici intermezzi.

Adriano Maini

domenica 27 aprile 2025

Se si sale a Ventimiglia Alta...


Ventimiglia Alta, città vecchia, centro storico per eccellenza di Ventimiglia, al di là del fiume.


Ventimiglia Alta con Cattedrale e Battistero.



Ventimiglia Alta con vista sul mare, ma anche sul nuovo porto turistico.



Ventimiglia Alta con vista sulla valle del Roia.


Ventimiglia Alta con vista - va da sè! - sul centro urbano di Ventimiglia. La migliore dal Cavu

Ma qui e là anche altre aperture su altri scorci.

  


Ventimiglia Alta con i suoi vicoli.



Ventimiglia Alta con molti altri monumenti e reperti di storia.



Ventimiglia Alta dalle vicende già ampiamente consegnate a pubblicazioni anche specialistiche.


Di Ventimiglia Alta ha scritto poco - almeno pare - Gianfranco Raimondo, che, già rodato in esperienze di teatro condotte a Nervia, fece il suo esordio come presentatore di uno spettacolo nell'Oratorio dei Bianchi, se si vuole pure di San Giovanni Battista e di Santa Chiara, all'epoca già sconsacrato, tanto è vero che era stato convertito in cinema-teatro con i locali sottostanti adibiti a tipografia.

Correva probabilmente l'anno 1957, e già in stagione scolastica a cavallo con il successivo, proprio quando Arturo Viale, che a Ventimiglia Alta qualche pagina in qualche modo ha pur dedicato, frequentava la primina retta dalle Suore dell'Orto, un'istituzione allora veramente classica.



Viale rammenta la Colla per le fotografie della sua comunione e della sua cresima: su quel sito giocavano - documentati da scatti che sono vere rarità - tanti bambini piccoli, come continuano oggi a fare i loro coetanei.


Poco prima - 16 maggio 1956 - e poco più in là, sulla vecchia Via Aurelia, era passata una tappa del Giro d'Italia di ciclismo, quella - con partenza da Cannes - vinta a Sanremo da Nino Defilippis in fuga solitaria.


Poco dopo studenti delle professionali, recandosi a scuola lassù, avrebbero immagazzinato nella memoria con pena e con partecipazione umana le immagini di tante famiglie di immigrati meridionali, ammassate a vivere di stenti in cantine o stalle riadattate, affacciate sui carruggi: sentimenti quasi svaniti nell'aria e discendenti di quei poveracci del tutto dimentichi delle pregresse traversie dei loro cari.





Se si sale a Ventimiglia Alta...

Adriano Maini

mercoledì 9 aprile 2025

Ancora alla foce del Nervia, ma non solo

A pochi metri dalla foce del Nervia, tra Ventimiglia e Camporosso

Si narra che intorno al 1950 si potevano ammirare al campo d’aviazione in zona Braie di Camporosso, prima che venissero trasferiti a Savona, da dove vennero riportati via nave in America, diversi aeroplani da caccia statunitensi, ancora stazionanti dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Gianfranco Raimondo (nato nel 1936) deve pur avere visto quello scenario dalla collina di Seborrino, sovrastante a ponente il torrente Nervia, località dove in allora abitava, ma nei suoi tanti intriganti racconti, di quello non risulta avere mai scritto.
Gianfranco invece, tramanda di pesca alle anguille praticata già appena finita la guerra più in giù verso la foce del Nervia ricorrendo agli esplosivi. Aggiunge di avere fatto anche lui - e di tutta evidenza era un bambino! - lo svuotatore delle mine anticarro - già disseminate dai tedeschi lungo il torrente - per ricavare gelatina e dinamite, le quali venivano usate anche per mero divertimento. Non mancarono incidenti, finanche mortali, non solo perdite di arti o della vista.

Tristi avvenimenti, che in quegli anni non riguardarono certamente solo la zona di confine di mare con la Francia, ma che sono rimasti impressi nella locale memoria popolare.

Del resto, anche da queste parti, soprattutto nella valle del fiume Roia, diverse persone, in genere giovani disoccupati, si diedero per sbarcare il lunario all'attività scarsamente remunerata, ma per loro essenziale, del recupero e messa in sicurezza di tanti ordigni bellici lasciati disseminati ovunque.

Tornando alle anguille del torrente Nervia, per non risalire troppo indietro nel tempo con "Islabonita" di Nico Orengo, non si può fare a meno di notare sul piano della letteratura che esse compaiono anche nel romanzo di esordio del dolceacquino Elio Lanteri "La Ballata della piccola piazza", ambientato, guarda caso, durante le ostilità.

Porterebbe ad esiti bizzarri dilungarsi in altre modalità di cattura delle anguille in varie parti di questo territorio, tra le quali non si può sottacere l'utilizzo, pericoloso come altri metodi già accennati, dell'uso con estro artigianale (fili di rame, batterie, ecc) della corrente elettrica.

Nei vari corsi d'acqua operavano ancora in quel periodo lavandaie per le loro famiglie o per conto terzi. Nei ricordi oggi emergono, tuttavia, talora con espressioni veramente poetiche anche per via degli aromi di fiori e piante circostanti, soprattutto i lavaggi della lana dei materassi. E chi cercava per sostentamento un lavoro purchessia si dedicava pure all'estrazione della sabbia, passandola per una ripulita da scorie incongrue attraverso reti di fortuna, per lo più quelle di vecchi e derelitti letti: talora sembrava di vedere in azione schiere di vere formiche operaie.

Adriano Maini

lunedì 5 agosto 2024

Treni... ancora!



Per tanti anni (quelli Cinquanta, a farla breve!) nella parte di sinistra del lungo ed ampio trasversale marciapiede di testa per l'accesso ai binari della Stazione Centrale di Milano fece bella mostra di sé un modello molto grande della nave Andrea Doria. Una grande gioia soprattutto per i bambini! E questo ancora per qualche tempo ancora dopo la tragedia dell'affondamento del superbo transatlantico.
 

Al piano di calpestio di ogni pianerottolo della palazzina (deposito personale viaggiante), dove capitreno e conduttori di Ventimiglia si recano ancora oggi a prendere gli ordini di servizio e a consegnare le note dei loro viaggi, si poteva anche inciampare in strani oggetti, sorta di larghi piatti di metallo dipinti di bianco sporco e pieni di sabbiolina di pari colore, definiti sputacchiere, a tutti gli effetti ben capaci posacenere.
 
All'epoca a Ventimiglia i treni francesi arrivavano ancora trainati da vere e proprie vaporiere. Qualche convoglio più corto aveva, invece, un locomotore a diesel. L'elettrificazione dalla parte di confine era ancora di là a venire: un'elettrificazione che anche oggi crea talora problemi tecnici per la diversità di tensione adottata dalle due competenti società.


A Milano il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci presenta spezzoni di navi, se non navi intere, un sottomarino, aerei da combattimento, e tanto altro ancora, ma un vero incanto è dato dai treni, specie quelli allocati su binari.

Con mezzi speciali spesso vagoni merci venivano portati dalla stazione di Ventimiglia alle sedi dei committenti: in anni lontani questi avvenimenti, organizzati dalla ditta specializzata di uno spedizioniere doganale, erano uno spettacolo! È un vero peccato che non sussistano o non si trovino fotografie di questi avvenimenti, mentre ce ne sono per pregresse esperienze fatte altrove, come per Milano, e, soprattutto per la pubblicità via web, per gli attuali strumenti di questa particolare movimentazione su strada.

Airole (IM), Val Roia: la stazione ferroviaria

Le grandi spese pubbliche affrontate alla fine degli anni Settanta per il ripristino della strada ferrata Ventimiglia-Cuneo - che corre in gran parte nella Val Roia francese - consentono ai viaggiatori l'ammirazione di scorci panoramici superbi, senonché di tanto in tanto vengono annullate fermate nella tratta italiana.


Ci sono fotografie di treni di passaggio che non possono essere scattate se non in posti esclusivi, neppure in oggi accessibili al meglio a droni, per cui vederne pubblicata una su di un noto quotidiano - senza citazione della fonte - non può fare pensare ad altro che ad una indelicata scopiazzatura.

Adriano Maini

giovedì 25 luglio 2024

Costa Azzurra e ... dintorni: memorie minime e nient'affatto serie



L'irresistibile impulso a ripetersi. Sulla Costa Azzurra. Riprendere cose già scritte e trascurarne altre, inedite. Fermarsi molto indietro nel tempo. Con qualche domanda retorica iniziale. Partire dai soliti platani? Dai profumi di Grasse? Che qualcuno deve avere odorato in loco quando aveva cinque anni? A dire il vero, non facili da ricordare: susssitono di più nella memoria, anzi, quasi nel naso, le fragranze delle vecchie distillerie di Bordighera e del Prino di Imperia. Il cioccolato, allora. Quello nero, fondente, ottimo, dalla marca che non si va a declinare, anche se non c’é più. Si trovava solo nei negozi di là dalla frontiera. Fantastico per fare le castagnole, il dolce tipico di Ventimiglia. Almeno, lo usava una signora di Nervia e castagnole così buone nessuno ne ha più mangiate. Neanche adesso che la leccornia ha il marchio di origine comunale. Vatti a fidare dell’ufficialità! Certo che, a quei tempi, che tre tavolette o giù di lì facessero già contrabbando! Come le banane. Pure quelle piccole, del Senegal: mai più viste! Gite scolastiche e non. La Valle Roja nella parte francese. Fuori mano? Va bene, ma ditelo ai francesi, che te la segnalano già da Cannes. La vecchia ferrovia Ventimiglia-Cuneo ancora in disarmo: ponti crollati, binari interrotti, malconcia segnaletica d’anteguerra. La Valle delle Meraviglie per salire a Monte Bego. Il primo laghetto. Pic-nic. Filmino, se c’é ancora. Non pervenuto se riversato in dvd. E, dall’altra parte, verso il mare, l’Acquario di Monaco, quello che sembra di toccare con mano in una giornata con buona luce naturale dai piani alti dei condomini del centro urbano di Ventimiglia. E Monaco é Costa Azzurra? Sì, pare si dica di sì. Il Trofeo d’Augusto a La Turbie. Eze Village, il nido d’aquila de la Côte: giusto, ma che era tutto ricostruito lo capivano già allora, a metà anni Sessanta, i ragazzini, sempre in escursione didattica integrativa in torpedone. A Nizza, ancora, il monumento a Garibaldi. In quella piazza soprattutto la farinata. Socca, come la chiamano sul posto. Sospel. Bella cittadina! Se si accantona per un momento la memoria della feroce strage nazista. Sospel bella come la sottostante parte alta della Val Bevera. Il Festival del Cinema a Cannes, l’anno della contestazione generale. Città vuota, cartelloni sì. A qualcuno può sovvenire quello di “Grazie, zia”? Lisa Gastoni callipigia nature? Subito dopo, due vendemmie a Les Arcs-sur-Argens, dipartimento del Var (nella foto quella del 1969). Ma altri adolescenti e giovanotti dell'estremo ponente ligure a tagliare o a portare in apposite ceste da spalla grappoli anche più vicino alla frontiera, tipo Frejus. Tutto questo al netto di considerazioni storiche sulle tante trasferte stagionali di tanti abitanti imperiesi per tanti lavori agricoli, non solo quelli della raccolta dell'uva. Dal treno, l’incanto delle rocce rosse sul mare. Sul primo sito anche chi si poteva divertire a guidare, debitamente autorizzato, anzi, invogliato, il trattore solo usando la frizione: danni lievissimi alle vigne! Una domenica (nella banda c’erano una o due auto di ventimigliesi arrivati dopo e ripartiti prima) tutti o quasi a Saint-Tropez. La strada in collina non finiva mai. Saltare qualche intermezzo. Ancora due gite in pullman. Vence o Saint Paul de Vence? Sono vicine. Museo d’arte moderna. Tabula rasa per quanto attiene il ricordo di quanto si possa aver visto. Però, Grasse, sì. Ma per cosa? Nipotini che, accompagnati dai genitori, vanno a salutare a settembre 1955 lo zio materno che giocava quell'anno nella squadra dilettanti del luogo, ma che forse sbarcava il lunario come cameriere giù a Cannes, occupazione temporanea procurata di tutta evidenza dai dirigenti di quella compagine. Per un altra corriera di gitanti che arrivava lassù, passando sotto gli allora immancabili platini a settembre 1970. Con fermata prima o dopo a Nizza. Perché quel mercato dei fiori di “Caccia al ladro” (magistrale pellicola di Alfred Hitchcock) c’era ancora. Dove Cary Grant finisce tra le ceste. Ed assaporare “54” dei Wu Ming che ricostruiscono quel parziale backstage. E tanto altro ancora...

Adriano Maini

mercoledì 22 maggio 2024

Francesco Lanteri e Giobatta Lanza, di Triora, fucilati in una imprecisata rappresaglia nazifascista


Forse rimarrà ancora a lungo tale il mistero del luogo più preciso dove vennero massacrati dai nazifascisti, ma grazie alla tenace insistenza di un appassionato ricercatore della Val Roia francese, Christian Marchisio, vengono nuovamente oltre frontiera in qualche modo commemorati a distanza di quasi ottant'anni dalla loro tragica sorte due abitanti di Triora, uno dei quali, per i criteri dell'epoca, decisamente anziano, entrambi trucidati per rappresaglia.
Nella banca dati dell'Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell′Età Contemporanea "R. Ricci" Francesco Lanteri (nome di battaglia Stella) e Giobatta Lanza (nome di battaglia Marco) vengono ricordati come fucilati il 30 giugno 1944 a Cima Marta.

Foto: Christian Marchisio

Christian Marchisio ha opportunamente sottolineato che a Lanteri e a Lanza è dedicato un piccolo memoriale in un ovile (o ex ovile) della Baisse d’Anan nel comune di Saorge, luogo che, ad esempio, il CAI di Savona oggi include nel cosiddetto anello del Balcone di Marta, quindi, non poi molto lontano da Cima Marta, in ogni caso in alta montagna.


Quanto riportato nei libri sulla Resistenza Imperiese e nella lapide (valorizzata dal meritevole sito Pietre della memoria e che indica Lanteri e Lanza, invece, quali caduti civili) in Piazza Bronda a Triora non fa luce sui motivi scatenanti la rappresaglia che costò loro la vita.



L'impegno di Christian Marchisio consente oggi la pubblicazione di alcuni documenti - a lui pervenuti dall'Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia - concernenti Francesco Lanteri e Giobatta Lanza, documenti dai quali balza evidente agli occhi un'altra anomalia, perché queste carte riportano come data della loro morte quella del 30 settembre 1944, di tutta evidenza quella vera.
 

Di Lanteri Marchisio si è così procurato anche una fotografia.



Christian Marchisio si chiedeva qualche settimana fa se gli sarebbe stato possibile contribuire alle celebrazioni nella sua zona dell'80° della Liberazione (così fu per il sud-est della Francia) procurando dettagli sulle figure di Lanteri e di Lanza.


Si può affermare che in buona misura ci sia riuscito.

Resta il fatto che, al netto di ulteriori informazioni su di loro probabilmente non più reperibili, Francesco Lanteri e Giobatta Lanza sono due tra i tanti martiri della Resistenza al nazifascismo della zona marittima di frontiera tra Italia e Francia, segnatamente della Val Roia.

Adriano Maini