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lunedì 10 agosto 2026

Savona Parco Doria

Savona: la stazione ferroviaria. Foto: Eleonora Maini

Capita sul gruppo Facebook "Savona scomparsa" di vedere fotografie della vecchia stazione ferroviaria "Savona Letimbro", che sorgeva in pieno centro urbano: vicino a quel sito c'è oggi il Palazzo della Provincia, dove rimane qualche traccia che ricorda in qualche modo il vecchio fascio di binari.
A tutti gli anni Sessanta - e forse anche un po' oltre - i ferrovieri di Ventimiglia avevano poche occasioni di servizio a Savona, fatte salve le circostanze di cui si dirà più avanti.
Un po' prima del periodo citato arrivavano nel ponente ligure di confine con la Francia anche da Savona novità, in genere portate proprio dai ferrovieri, novità da grandi città, quali almeno un grande magazzino, privo ancora di reparto alimentare, sui cui scaffali apparivano prodotti singolari e curiosi: due esempi tra i tanti erano le penne biro ed i quaderni scolastici dalle copertine multicolori. Ma anche negozi di abbigliamento maschile dai prezzi molto convenienti.
Sul piano del costume si può ancora registrare che sul finire degli anni Cinquanta giocarono nell'altra squadra di calcio di Savona, la Veloce, due giovanotti di Bordighera: va da sé che per loro l'arrivo ed il ritorno da casa - e tante trasferte con la loro compagine - passavano per la Stazione di Savona Letimbro.
Tornando ai ferrovieri di Ventimiglia, va specificato che a loro toccava sovente di lavorare sui treni merci composti nel Parco Doria di Savona, proprio là dove da tempo è stata trasferita la nuova stazione passeggeri. Per arrivare a quei convogli, i ferrovieri si incamminavano a piedi sulla massicciata dalla Letimbro per un discreto tragitto. D'inverno, pur essendo rotti per mestiere alle intemperie, sentivano freddo, più freddo che in altri punti della linea Ventimiglia-Genova a loro abituale. Era una prestazione che si cercava di evitare. Fioccavano a tutto andare bestemmie ricamate sulle iniziali del nome del loro luogo di destinazione.
Su "Savona scomparsa" questi aspetti non sono ancora emersi. In compensazione - strana - si è accennato di recente ad una casa per macchinisti, ribattezzata all'epoca in modo pesante con l'allusione alle lunghe assenze da casa di quegli operatori. Sembra quasi una nemesi storica per quanto qui si aggiunge, ma ad andare giù sul greve circa i passeggeri - come qui già riportato - dei treni "Avevina" erano stati, invero, gli uomini del personale viaggiante di Ventimiglia: in effetti, per come si tramandano le cose, un umorismo sovente da caserma era molto diffuso tra i ferrovieri di tutta la Liguria.
Andrebbe sottolineato, ma con altra penna, che Savona e provincia hanno alle spalle una storia ricca ed articolata, che hanno dato un contributo essenziale all'epopea della Resistenza e che hanno affrontato con esemplari fermezza e dignità le terribili prove dei sanguinosi attentati terroristici neofascisti del 1974.

Adriano Maini

martedì 24 marzo 2026

Un distinto passeggero scese dal treno di Parigi



In una bella mattina di primavera inoltrata a Cannes durante lo svolgimento del noto Festival del Cinema, più o meno poco prima della metà degli anni Sessanta, un valente fotografo free lance di Ventimiglia pensò bene di ricorrere all'utilizzo di un motoscafo per andare a recuperare da uno yacht ancorato discretamente al largo una giovane attrice straniera, la cui sorella era già famosa per avere interpretato film italiani, in quanto era stato incaricato di un preciso servizio. 
È questo uno dei tanti racconti di Gianfranco Raimondo, la cui memoria è una miniera inesauribile di fatti e di aneddoti a largo raggio, dunque non solo riferiti alla riviera francese e a quella del ponente ligure.
Quella che precede è, tuttavia, una sintesi di quanto accaduto quella volta, perché ora preme di più tentare di delineare per sommi capi quanti spunti riguardanti la nazione transalpina Gianfranco potrebbe approfondire.
Si aggiunge, pertanto, in ordine sparso, che l'imbarcazione richiamata era di un viveur d'antan; che la ragazza, così sottratta alle insidie di alcova, consentì al fotografo un buon lavoro; che questo tecnico dell'immagine aveva avuto i suoi momenti di celebrità, come quando operò in Congo al momento dell'indipendenza di questo paese; che Gianfranco, il quale, da buon amico, lo aveva accompagnato per tutta la vicenda, aveva dovuto per cavarsi d'impaccio improvvisare ben più di qualcosa una volta che era stato scambiato per un emissario della casa di produzione che attendeva a Roma per le riprese di una nuova pellicola la fanciulla in questione.
Si possono fare altri esempi attinenti le esperienze, suscettibili di ulteriori sviluppi narrativi, di Gianfranco con Francia e Costa Azzurra.
Un futuro direttore di Radio Montecarlo che affiancava in lingua francese Gianfranco per l'illustrazione al pubblico dell'edizione 1961 della Battaglia di Fiori di Ventimiglia.
Lo scherzo giocato un primo aprile nella stazione ferroviaria di Ventimiglia da Gianfranco e due amici - uno dei quali qui già citato - consistente nel far credere che fosse in arrivo da Parigi un importante personaggio: la messinscena di penne e taccuini, di macchina fotografica e di parole sussurrate ad arte andò man mano radunando una discreta folla, compresi altri fotografi, ma gli artefici della sceneggiata non pagarono fio perché furono fortunati nell'incrociare e nell'importunare con una finta intervista un distinto passeggero, che senza capire nulla salì al volo su di un taxi, impedendo così ai tanti curiosi lo smascheramento del tiro architettato dai quei birboni.
Radio Montecarlo che trasmise in diretta almeno un'edizione di uno dei concorsi musicali di Gianfranco.
La grande amicizia di Gianfranco con André Vanco, impiegato di Radio Montecarlo e sindaco comunista di Beausoleil dal 1977 al 1986, amicizia - come già accennato su questo blog -, anche foriera di comuni collaborazioni ad eventi culturali.
Persistendo a salire di qualità nelle rievocazioni, si potrebbe dettagliare la frequentazione di Gianfranco con Francesco Biamonti, le cui affabulazioni raramente prescindevano da artisti, poeti, letterati e pensatori francesi, ma qui occorre, concludendo, virare decisamente fuori tema, ricordando che forse Gianfranco è l'unica persona che abbia identificato il vecchio Bar Irene di Ventimiglia come uno dei luoghi topici del romanzo "L'angelo di Avrigue" di Biamonti.

Adriano Maini

mercoledì 4 giugno 2025

"Avevina" e "corsetta", treni d'antan

Sanremo (IM): l'ex stazione ferroviaria


Le Ferrovie dello Stato, in collaborazione o per conto dell’agenzia di viaggi A.V.E.V., organizzò, impiegando alla bisogna i propri dipendenti, per alcuni anni viaggi di andata e ritorno Milano-Sanremo a disposizione non solo dei giocatori del Casinò della città dei fiori, bensì, specie nella bella stagione, dei padri di famiglia che volevano raggiungere per poco più di una giornata i loro cari in vacanza al mare. 
La partenza da Milano era al sabato alle ore 14.42 con arrivo a Sanremo alle ore 19.10. Da Sanremo si tornava a Milano alle 9.17 del lunedì. Non risulta fossero previste fermate intermedie.
Si tramanda che questo “direttissimo” abbia svolto le sue funzioni dal 1948 al 1958. Il mezzo utilizzato era una più o meno classica “Littorina”, come si diceva ancora alla soglia degli anni Sessanta, ribattezzata - non ci si si ricorda quanto ufficialmente - “Avevina”, mentre una pubblicità la definiva “freccia Aurelia”. 
Si potrebbe risparmiare per l’occasione l’astruso nome tecnico del mezzo, ALtn.444.3001, ma non almeno un accenno al fatto che si era proceduto all'adattamento di un mezzo d'anteguerra, rispetto al quale i progettisti, inserendo una torretta belvedere - altro appellativo talora usato - si erano forse ispirati ai vista-dome americani: in ogni caso l'esperimento fece da modello per altri treni all'epoca considerati più o meno di lusso.
La vicenda aveva interessato qualche anno fa il grande fotografo di Sanremo Alfredo Moreschi, che aveva reperito notizie sparse sull'argomento da inserire nel sito dell'Archivio di immagini di famiglia.
Il servizio del rientro a Milano era assicurato dai ferrovieri di Ventimiglia, che, per recarsi a questo lavoro, abitualmente salivano su precedente convoglio, così come per il ritorno da Milano prestavano la loro attività su di un altro treno.
Quei ferrovieri di Ventimiglia, dal gergo colorito, concorrenziale con quello di altri addetti ai trasporti, quali carrettieri e marinai, avevano, invero, ribattezzato quella "littorina", alludendo con un epiteto molto salace a certe possibili conseguenze delle lunghe assenze dei mariti.

Ospedaletti (IM): l'ex stazione ferroviaria

Santo Stefano al Mare (IM): la zona dell'ex stazione ferroviaria 

Una "corsetta" nel 1958

Uno scorcio di Imperia

Sempre quei birboni dei ferrovieri di Ventimiglia preferirono chiamare tra di loro "corsetta" un "accelerato" che grosso modo nella seconda metà degli anni Cinquanta, partendo da Ventimiglia più o meno poco dopo l'ora di pranzo, si arrestava alla stazione di Imperia Oneglia. Vi è da notare che, essendo ancora avveniristico lo spostamento a monte della linea, le fermate intermedie erano veramente tante: Vallecrosia, Ospedaletti, Bordighera, Sanremo, Arma di Taggia, Riva - Santo Stefano (stazione unica sul confine tra le due cittadine), San Lorenzo al Mare - Cipressa, Imperia Porto Maurizio. Il treno ripartiva, facendo la stessa trafila dell'andata, per rientrare a Ventimiglia per l'ora di cena. E si è persa la memoria di quali fossero in prevalenza gli utenti, molti dei quali, se salivano nella città di confine, probabilmente erano statali con incarichi solo mattutini, mentre la casistica per chi gravitava sul capoluogo provinciale e nelle località intermedie dovrebbe essere stata di tipo più corrente.
Si possono aggiungere delle note curiose. Essendo la sosta ad Oneglia di macchinisti, capitreno e conduttori abbastanza prolungata, poteva capitare che qualcuno di loro spendesse il tempo libero entrando in un cinema, il che attesta che anche in provincia a quei tempi erano aperti di pomeriggio feriale dei locali di seconda, se non terza visione, un aspetto comunque di rilievo sul piano sociale e su quello del costume. Anche in questi casi, come spesso per Milano, accadeva che qualche ferroviere portasse con sé un figlio o due, magari soprattutto pensando alla piacevole sorpresa che poteva essere garantita dalla visione di un bel film: solo che qualche volta nel buio di una sala poteva succedere che un piccolo rimanesse intimorito, per cui il genitore lo accompagnava fuori abbandonando, senza rimborso di biglietti, le poltrone, magari lasciando indietro un fanciullo più grande, da andare a ripescare finita la proiezione.
Ad Oneglia c'era anche altre distrazioni ed attrazioni, soprattutto il porto, nella sezione di levante tuttora dedicata allo sbarco del pescato - in quel torno di vita più semplice, una vera attrattiva per tutti, grandi e piccini! - un porto ai tempi sul serio uno scalo commerciale, sulla cui calata e sul cui molo corto spiccavano cumuli di merci varie: una zona collegata alla stazione ferroviaria da binari collocati su arterie cittadine, binari sino a non molti anni fa ancora utilizzati - con evidenti intoppi per l'aumentato traffico stradale - per una nota fabbrica purtroppo ormai chiusa.

Da tanto, poi, per lo meno da quando la S.N.C.F., la società transalpina, ha pensato di rinunciare in modo definitivo alle vaporiere, permane ancora la necessità di congegni ed accorgimenti tecnici per garantire il passaggio dall'elettrificazione francese (1500 V in corrente continua) a quella italiana, con locomotori - come scrivono gli esperti - "alimentati a mezza tensione fino a una sezione di separazione 1500/3000 V", questa situata in un punto prossimo all'ex Seminario di Bordighera.

Adriano Maini

giovedì 16 gennaio 2025

A Milano!

Milano, Stadio di San Siro: partita di calcio Milan-Genoa del 10 gennaio 1965

Ci sono sempre molti stimoli per scrivere qualcosa di Milano.
In particolare, più o meno direttamente, ne procura l'interessante blog curato da Chiara Salvini.
Ma se, come si è già detto su queste colonne, anche una piccola località dal modesto raggio può suscitare diversi spunti di racconto, una città dalla storia millenaria come Milano presenta una mole incredibile di scelte.
Conviene ricordare che in merito esiste una vasta documentazione, soprattutto di carattere monografico.
Eppure, di recente Gianrico Garofiglio, ormai noto scrittore, ha affrontato con fare disinvolto su "la Repubblica" questo tema, concentrandosi, invero, sulla Milano misteriosa e sulla Milano criminale (l'autore, quando era magistrato, affrontò trasferte di lavoro nel capoluogo lombardo), realizzando, in ogni caso, un articolo davvero intrigante. Sul primo punto, per approfondimenti, qui si pensa che i più dettagliati resoconti, compilati nel tempo, siano ormai rinvenibili solo in casa di vecchi meneghini o in talune biblioteche pubbliche; per il secondo, il pensiero corre subito, da un lato a Giorgio Scerbanenco ed ai suoi gialli di ambientazione milanese, dall'altro a talune meditate inchieste giornalistiche.

Su questo blog, invece, si ricercano per lo più aspetti curiosi, se non speciosi, oltrettutto esposti in ordine sparso, come talora imputa un lettore, buon romanziere delle nostre parti.

Alla luce di questo assunto, si possono fare degli esempi su Milano.

Nei primi anni Cinquanta - e un po' prima - quando sulla pista del velodromo Vigorelli erano impegnati famosi ciclisti tanto era l'entusiasmo che i boati della folla si sentivano per tutta la zona Fiera-Sempione ed oltre.

Una citazione da una produzione letteraria di modesta levatura attesta che dalle parti di Corso Venezia in quel periodo c'era anche un servizio a pagamento di automobiline a pedali, per la gioia dei bambini i cui genitori potevano permettersi la relativa spesa. Si intende qui trascurare il soggetto Zoo, non fosse altro che risulta molto scontato.

Una recente notizia di cronaca informava che a Milano un'automobile di lusso, una Ferrari, se si è capito bene, era rimasta incagliata in un certo tratto dei binari destinati ai tram: un pericolo certamente corso da tanti altri autisti non pratici, se foresti, delle arterie viarie della metropoli.

Si può anche fare riferimento a quando, di sicuro nella seconda metà degli anni Cinquanta, ma anche un po' oltre, i ferrovieri del personale viaggiante di Ventimiglia svolgevano servizio sui vecchi "rapidi" sino a Milano. Non era così per i macchinisti che, dati i loro particolari più gravosi impegni, ricevevano i cambi a Genova Principe. E si lascia fuori traccia la partecipazione ad altre trasferte, quali per treni merci e per treni pellegrini, anche più lunghe.
Riprendendo il filo del discorso, viene da aggiungere che a quei capitreno e a quei conduttori rimanevano, prima del ritorno, sempre serale, diverse ore libere. Tra le scelte possibili, c'era quella di passare i pomeriggi in quei cinema popolari dove si poteva usufruire della proiezione di due film di seguito, uno dei quali magari ad un certo dunque abbandonato: in genere non viene tramandato, tuttavia, se anche a Milano, come di sicuro a Genova, ci fossero degli esercizi che offrissero, invece, al pubblico una pellicola ed uno spettacolino di varietà, sempre uno dopo l'altro, a modico prezzo di biglietto.
Lo spazio, come alternativa, per andare allo stadio di calcio c'era di sicuro, ma è più probabile che alcuni colleghi si organizzassero - come in effetti accadde tante volte - per ritrovarsi insieme per assistere ad una partita di Inter o di Milan in una domenica di  riposo.
Per tutti quei lavoratori pranzo e cena erano assicurati dalla mensa del Dopolavoro Ferroviario, una memoria ormai quasi mitica, del resto qui già sottolineata in precedente articoletto.
I ferrovieri in parola talvolta si spostavano con i loro figli ancora piccoli, anche si trattava di una pratica non consentita dal regolamento: ne ha scritto talora con la consueta bravura Maristella Lippolis, che non riporta, però, come trascorresse quelle soste, per le quali altre persone oggi rimandano ai consueti film, a musei, a monumenti, anche a visite a parenti.

Concludendo solo per il momento l'argomento Milano, viene da chiedersi con fare cameratesco e scherzoso come mai Arturo Viale non lo abbia mai diffusamente affrontato nei suoi lavori.

Adriano Maini

lunedì 13 gennaio 2025

La Battaglia di Fiori attraeva molto i bambini

Ventimiglia (IM): il Caffè Ligure


Giusto a metà degli anni Cinquanta nella vetrina di un negozio di Via Repubblica a Ventimiglia, poco dopo o poco prima, a seconda della direzione presa, del mitico e scomparso Caffé Ligure, ma di fronte al tuttora importante Caffè Paris, i bambini, in particolare, ammiravano alcuni criceti correre nell'immancabile ruota a loro destinata.


I bambini si deliziavano, poi, se accontentati nelle loro richieste, con i gelati preparati sul posto in una vera e propria "baracchetta" (questo pure il nome, un vero programma!) allocata poco più a meridione, in uno scomparso slargo esistente di fronte al Municipio.


C'era un'altra gelateria che metteva in imbarazzo i piccoli (non che gli adulti disdegnassero l'articolo!) per golose scelte, se a loro concesse al momento: a piccola distanza in linea d'aria, in obliquo dalla citata modesta sede di esercizio pubblico ed in verticale dalla esibizione dei graziosi animaletti.  


Un situazione fatta quasi a disegnare un virtuale triangolo con al centro il Mercato, all'epoca rigorosamente dei Fiori, oggi Annonario. 
 
 
 

Subito sotto questa virtuale base c'era una terza gelateria, dai prodotti invero deliziosi.
 

Ed il citato Mercato era una struttura che ospitava i balli annuali che coronavano le serate finali - che erano anche quelle delle contestate premiazioni - delle Battaglie di Fiori, danze che ammaliarono, come effigiato nel suo Fofò in Dogana (Edizioni Europa, 1957), Luigi Nicodemi, ispettore di dogana, per l'appunto, il quale, appena trasferito in città con la famiglia, ne erano rimasto subito affascinato per molteplici aspetti.
 


La Battaglia di Fiori attraeva molto i bambini. Che potessero o meno assistere allo svolgimento della manifestazione, era immancabile per molti di loro, appena finita la rassegna o nei primi giorni successivi, vedere i carri - e salirvi sopra - nella piazza della casa comunale e, per i più fortunati, essere fotografati in scatti destinati a divenire anche nostalgici ricordi.
I carri venivano in seguito riportati ai loro capannoni, anche fuori Ventimiglia, e rimanevano ancora, sino all'inizio del deperimento dei garofani, oggetto di attenzioni.


Gli itinerari per i ritorni alle basi erano i più diversi. Se ne potrebbe seguire, a titolo indicativo, almeno uno. Alcuni carri, passato il ponte sul fiume Roia e costeggiato il Borgo, dominante sulla sinistra il centro storico di Ventimiglia Alta, tirando dritto dalla curva della strada che allora portava solo a Gallardi, Maristi, Bevera e dintorni, rientravano vicino al macello pubblico, poco prima della linea ferrata per la Francia (e per Cuneo, ma ai tempi quest'ultima tratta era ancora inagibile). Un percorso, da chiunque intrapreso, che poteva via via fare imbattere in persone affannate con grossi lingotti di ghiaccio di una ben nota ditta; nell'uscita dalla vicina segheria di tombarelli tirati da cavalli; in corriere di linea e non di partenza o di ritorno al deposito; nella visione in relativa lontananza dei treni francesi dalle sbuffanti locomotive a vapore, più raramente in convogli con locomotori alimentati a diesel.
I capannoni per la costruzione dei carri destinati erano dislocati sul territorio. I nomi delle compagnie di carristi erano in genere fascinosi, talora evocativi dei luoghi: A Mar Parà, I Galli del Villaggio (di Bordighera), A Cricca de Asse, A Valecrosina, U Scciancurelu, I Scassigoti, A Ventemigliusa, Los Amigos, Rascassa Club (di Grimaldi), E Parme, Alegra Cumpagnia (di Vallecrosia), I Malcontenti e così via. E poteva anche a quel dunque capitare che tanti bambini giocassero su carri dai colori ormai sbiaditi, anche scavando gallerie nel muschio delle figure, sfidando impavidi le punture degli spilloni che fissavano i garofani alle reti metalliche delle sagome.



Questi sono dettagli di colore locale, difficili, come tanti altri ancora, da trattare, se non alquanto alla rinfusa, ma appartenenti, come per l'ormai mitica fabbrica del ghiaccio, ad una certa memoria collettiva.

Adriano Maini

lunedì 5 agosto 2024

Treni... ancora!



Per tanti anni (quelli Cinquanta, a farla breve!) nella parte di sinistra del lungo ed ampio trasversale marciapiede di testa per l'accesso ai binari della Stazione Centrale di Milano fece bella mostra di sé un modello molto grande della nave Andrea Doria. Una grande gioia soprattutto per i bambini! E questo ancora per qualche tempo ancora dopo la tragedia dell'affondamento del superbo transatlantico.
 

Al piano di calpestio di ogni pianerottolo della palazzina (deposito personale viaggiante), dove capitreno e conduttori di Ventimiglia si recano ancora oggi a prendere gli ordini di servizio e a consegnare le note dei loro viaggi, si poteva anche inciampare in strani oggetti, sorta di larghi piatti di metallo dipinti di bianco sporco e pieni di sabbiolina di pari colore, definiti sputacchiere, a tutti gli effetti ben capaci posacenere.
 
All'epoca a Ventimiglia i treni francesi arrivavano ancora trainati da vere e proprie vaporiere. Qualche convoglio più corto aveva, invece, un locomotore a diesel. L'elettrificazione dalla parte di confine era ancora di là a venire: un'elettrificazione che anche oggi crea talora problemi tecnici per la diversità di tensione adottata dalle due competenti società.


A Milano il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci presenta spezzoni di navi, se non navi intere, un sottomarino, aerei da combattimento, e tanto altro ancora, ma un vero incanto è dato dai treni, specie quelli allocati su binari.

Con mezzi speciali spesso vagoni merci venivano portati dalla stazione di Ventimiglia alle sedi dei committenti: in anni lontani questi avvenimenti, organizzati dalla ditta specializzata di uno spedizioniere doganale, erano uno spettacolo! È un vero peccato che non sussistano o non si trovino fotografie di questi avvenimenti, mentre ce ne sono per pregresse esperienze fatte altrove, come per Milano, e, soprattutto per la pubblicità via web, per gli attuali strumenti di questa particolare movimentazione su strada.

Airole (IM), Val Roia: la stazione ferroviaria

Le grandi spese pubbliche affrontate alla fine degli anni Settanta per il ripristino della strada ferrata Ventimiglia-Cuneo - che corre in gran parte nella Val Roia francese - consentono ai viaggiatori l'ammirazione di scorci panoramici superbi, senonché di tanto in tanto vengono annullate fermate nella tratta italiana.


Ci sono fotografie di treni di passaggio che non possono essere scattate se non in posti esclusivi, neppure in oggi accessibili al meglio a droni, per cui vederne pubblicata una su di un noto quotidiano - senza citazione della fonte - non può fare pensare ad altro che ad una indelicata scopiazzatura.

Adriano Maini

sabato 16 dicembre 2023

La focaccia di Finale

Genova: la stazione ferroviaria Piazza Principe

"La campana fa din din don e il galletto fa chicchirichì", così più o meno a metà degli anni Cinquanta sull'aria di una canzone in voga cantava a squarciagola l'addetto ad un carrello di vivande e di altri generi di conforto, muovendosi lungo il marciapiedi di una imprecisata stazione ferroviaria in provincia di Savona. Forse si trattava di quella di Finale Ligure ed allora fra le cose buone che vendeva quel giovanotto spiccava una deliziosa focaccia di cui molte persone tramandano ancora adesso il goloso ricordo: tra questi in almeno un suo racconto Arturo Viale.

Molto noto era - forse, lo è ancora - specie per i passeggeri provenienti dalla provincia di Imperia il bar della Cooperativa Portabagagli della stazione ferroviaria Piazza Principe di Genova, situato a settentrione del corridoio porticato che funge da facciata ed ingresso al maestoso edificio. Buona anche lì la focaccia, ma l'attrattiva del locale era per chi non si fosse rifocillato in treno la possibilità di farlo appena disceso. Per non dire dei prezzi concorrenziali praticati un tempo anche ai non soci.

La stessa cosa avveniva nella confinante mensa del Dopolavoro Ferrovieri, molto elogiata per la buona cucina, che riservava in ogni caso ai ferrovieri le tariffe migliori, come facevano e come, per quanto si sa, fanno ancora le strutture gemelle in tutta Italia.

Per accedere ai similari locali - di antica eleganza - di Milano si passava un tempo davanti alle vetrine di una sorta di piccolo Museo delle Cere, che adesso si trova a Gazoldo degli Ippoliti in provincia di Mantova.

Le Mense dei Dopolavoro Ferrovieri erano a volte ubicate molto lontane dai binari: quella di Roma negli anni Sessanta era allocata in un palazzo antico, posto a sinistra della Stazione Termini, accessibile da una lunga scalinata al termine della quale, voltandosi, si potevano ammirare le Mura Serviane.

Da una rapida ricerca sul Web sembra che molte situazioni siano cambiate, ma pare anche che molte informazioni siano frammiste ad altre, attinenti le trasformazioni in veri e propri centri commerciali delle principali stazioni del Paese, per cui non risulta agevole discernere nei dettagli l'odierno stato dell'arte.

A Ventimiglia, come ben si sa, la palazzina del Dopolavoro Ferrovieri è ancora adibita alle sue storiche funzioni. Pensando al salone del primo piano, tuttora sede di svariate iniziative, vengono in mente tante storie passate...

Adriano Maini

lunedì 4 dicembre 2023

A Nervia c'era ancora il passaggio a livello?

Ventimiglia (IM): uno scorcio di Nervia

Storie più nervine che ventimigliesi degli anni Cinquanta del secolo scorso, una o due più recenti.

Ventimiglia (IM): una vista dal cavalcavia di Nervia su di un treno che ha appena incrociato il punto del vecchio passaggio a livello

Ventimiglia (IM): l'abitazione un tempo dei custodi del passaggio a livello di Nervia

 

A quanto pare verso il 1954 il cavalcavia di Nervia non era ancora stato ricostruito se è vero che le studentesse e gli studenti diretti a Ventimiglia centro si rallegravano dei congrui ritardi procurati alle loro corriere dagli abbassamenti delle sbarre del passaggio a livello.

Ventimiglia (IM): la zona del Campasso a Nervia, così come oggi ristrutturata


Ventimiglia (IM): una parte dell'area dell'ex Officina del Gas a Nervia

Capitava che in Chiesa - la Parrocchiale di Cristo Re - a Nervia - levante di Ventimiglia - entrasse talora a fare le sue devozioni un'anziana donna che viveva in una casa diroccata dai bombardamenti dell'ultima guerra, ubicata tra l'ormai dismesso deposito locomotori - detto Campasso - e l'Officina del Gas, anche questa reperto di archeologia industriale: inopinatamente il termine per designare la signora era quello di "barbona".

Per associazione di idee verrebbero in mente sussurri e grida su prelati - e ambienti democristiani, compreso un autorevole ministro - noti ormai solo a pochi eletti.

Ventimiglia (IM): ai binari

La matura signora si autoconvinse di avere risolto taluni suoi malanni fisici col bere un po' di acqua di Lourdes, che aveva mal pensato di chiedere ad un ferroviere, vicino di casa di sua figlia a Nervia, sperando che l'uomo potesse intercettare alla bisogna qualche ben disposto pellegrino di ritorno in convoglio speciale dal Santuario dei Pirenei, ma il birbante si era tolto l'impaccio attingendo a qualche rubinetto di servizio della stazione ferroviaria.



Troppo risaputa per rivisitarla appieno - anche perché non unica nel suo genere - la vicenda della locomotiva a vapore di manovra che, uscita dal citato Campasso e lasciata poco dopo la partenza momentaneamente incustodita dai suoi due addetti scesi a terra per chiacchierare con altri colleghi, arrivò lentamente sbuffando in stazione, all'ultimo dirottata su binario morto.

Adriano Maini

domenica 20 agosto 2023

Rosso, bianco e...

Sanremo (IM): la vecchia stazione ferroviaria

A metà anni Cinquanta per i conduttori della linea ferroviaria Ventimiglia-Genova era situazione normale scambiare qualche parola quando verificavano i documenti permanenti di viaggio di deputati e di senatori, tutte persone affabili, tutte vestite modestamente: era particolarmente cordiale un parlamentare democristiano di Savona che talvolta indossava un abito che presentava il rammendo di qualche strappo.

Sempre in quel torno di tempo - ma ancora dopo -, era illegare distribuire volantini politici sui treni. Ma non solo in tali casi. Ancor più si affrontavano i rischi di sanzioni se tali operazioni le facevano italiani in territorio francese. Capitava a militanti comunisti della zona di Ventimiglia (come di altre zone di frontiera, specie quelle con la Svizzera) correre di tali alee in occasione del rientro in patria (quella vera! quella del cuore e degli affetti umani!) su strada ferrata di migliaia e migliaia di connazionali emigrati per le elezioni politiche, che, invero, usufruivano degli sconti - riduzione a metà - sui prezzi dei biglietti, ma indubbiamente affrontavano spese non indifferenti - ancorché motivate anche dalle visite ai loro cari rimasti nel Paese e/o ai loro luoghi - per i magri bilanci familiari dell'epoca. Ad attendere i citati attivisti "rossi" alla stazione di Sanremo in tante occasioni era Libero Alborno, il Libero de "La curva del Latte" di Nico Orengo, che, quale personaggio reale, probabilmente sapeva di essere schedato dalla CIA perché organizzatore di attraversamenti clandestini oltre confine di repubblicani spagnoli e di altri profughi politici, come già prima, insieme a Luigi Lorenzi, detto "Luigiò", di quelli di ebrei, stranieri e non, in fuga per le leggi razziali di Mussolini. Ma di Libero manca tuttora una storia per così dire ufficiale, dalla sua attività - già avviata dal padre - di ibridazione di rose alla sua presenza nel primo e nel terzo - l'ultimo - CLN di Ventimiglia e tanto altro ancora, mentre nella tradizione popolare il ricordo che si tramanda di lui è quello di generoso benefattore.

I giovani della Federazione Giovanile Comunista di Roma attorniavano attenti - in quella primavera del 1971, all'indomani di quella imprevista, straordinaria e storica nevicata, in quel giardino della scuola di Partito delle Frattocchie - un sorridente Angelo Oliva con l'eterna sigaretta Gitanes Maïs in bocca.

Il funzionario comunista imperiese - alla svolta degli anni Ottanta - sosteneva con il suo collega, il quale l'aveva accompagnato a quel pertinente incontro nel capoluogo delle Alpi Marittime, che il deputato comunista di Nizza, già segretario di quella Federazione, gli ricordava molto un bandito corso.

Ai tempi dello scandalo sessuale di Gary Hart - del quale ancor oggi si scrive che senza le citate attenzioni mediatiche sulla sua vita privata avrebbe tranquillamente vinto nel 1988 le elezioni a Presidente degli Stati Uniti - il futuro deputato, poi senatore, democristiano, professore universitario, affermava bonariamente in amabile conversare per una via di Ventimiglia che in Italia Hart non solo avrebbe potuto candidarsi, ma avrebbe anche riscosso un grande successo.

Il funzionario della Chambre de Métiers et de l'Artisanat delle Alpi Marittime teneva nel suo ufficio di Saint Laurent du Var un vecchio calendario de "Le Patriote", periodico dei comunisti locali, tuttora edito online. Il visitatore italiano lo riconobbe come tale, ma il collega francese fece mostra di non avere inteso. Mesi dopo quel documento non appariva già più. Di sicuro l'ambiente dei dirigenti dell'Artigianato del Nizzardo non era - e non è - dei più progressisti.

Si potevano - se di ritorno dalla capitale - incontrare al bar dell'aeroporto di Fiumicino il deputato di Imperia ed il senatore della zona, leghisti, eletti nella tornata del 1994: esempi di uomini politici scomparsi da tempo dalla scena.

Adriano Maini