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sabato 2 maggio 2026

Miscellanea (1)

Domenica 5 giugno 1960 alcuni carri della Battaglia di Fiori passano, per partecipare alla manifestazione, da Nervia di Ventimiglia

Su questo blog ci sono di tanto in tanto delle ripetizioni, forse inevitabili.
 

Carro: "Don Chisciotte e Sancio Panza. Compagnia: "I Galli del Villaggio". Giugno 1963

Può capitare per le vecchie Battaglie di Fiori di Ventimiglia, quelle anteriori al 1969, un tema molto caro agli abitanti della zona, ma che non offre una riserva propriamente inesauribile di fotografie.
Accade anche, però, di incorrere in omissioni, più o meno volute, se non di particolari, di immagini, o di necessitare per alcuni articoli di successive integrazioni.
 


Sul porto antico di Genova, ad esempio. Un sito che, quando era accessibile solo per gli addetti o i passeggeri, veniva comunque in qualche modo visto ed ammirato dai passanti, specie vicino alla Stazione Marittima, un contesto che creava occasioni di casuali e simpatici incontri, destinati a rimanere nei ricordi, incontri di amici e conoscenti del ponente ligure, i ferrovieri appena assunti, il giovane appena laureato e così via.
 


Per la rivisitazione dell'epoca dei primi scooter. Con uno scatto, ora aggiunto, che riporta al piccolo rione Gallinai di Bordighera, di cui non si era ancora specificato che corrispondeva in tutto a Via dei Giacinti, che mantiene tuttora fuori da quel diruto complesso di case un solo numero civico. 


La demolizione e conseguente ricostruzione della zona sembra di nuovo bloccata, per cui ci sarà ancora da attendere per capire dove sarebbero piazzate le vecchie cifre, che ancora parlano ad ex residenti e ad ex frequentatori. 


Per finire, un po' di recente cronaca. Continua su noto social la polemica tesa ad accreditare i "parmureli" di Bordighera, ricavati da foglie di palma, piante di cui la città da sempre abbonda, ed il cui invio era stato bloccato dal precedente commissario prefettizio, come i più aderenti alla tradizione per la celebrazione della Domenica delle Palme nella Basilica di San Pietro a Roma: per fare questo, si citano adesso documenti che dovrebbero invalidare la nota vicenda di capitan Bresca. Al profano, invero, sfugge qualcosa.
 

E per quanto riguarda la stazione ferroviaria di Vallecrosia si aggiungono per ogni senso di marcia due treni in più al giorno.

Adriano Maini

domenica 2 novembre 2025

E la Genova-Nizza a Bordighera...


Proprio per l'arrivo del Giro d'Italia di ciclismo professionistico a Bordighera il 24 maggio 1953 "l'Unità" dedicava una vignetta al vincitore di tappa, Oreste Conte: da un rapido controllo a campione si deduce che l'umorista di quel quotidiano non si applicava tutti i giorni a quella manifestazione, per cui il disegno fatto per l'evento nella città delle palme potrebbe essere stato l'unico per quell'edizione della corsa diretta da Vincenzo Torriani.
 


Il 2 marzo dell'anno prima un certo rilievo era già stato assegnato dal quotidiano "La Stampa" al Circuito degli Assi di Bordighera.
Il 16 maggio 1955 Nino Defilippis  - già in fuga da prima di Ventimiglia - sfrecciava solitario in Bordighera per andare a vincere la tappa Cannes-Sanremo del Giro d'Italia.
 


L'11 marzo 1959 la Parigi-Roma ripartiva da Ventimiglia, dove il giorno avanti si erano piazzati ai primi tre posti tre francesi, Saint, Bobet - già vincitore di tre Tour de France - e Rivière - il campione dalla carriera stroncata dalla caduta al Tour del 1960 - e quei baldi pedalatori (nella foto il gruppo sul cavalcavia di Nervia a Ventimiglia) non potevano non essere ammirati anche in Bordighera. 
 


"La Stampa Sera" annunciava il 13 marzo 1961 la "Due giorni" di ciclismo di Bordighera.
 


Ebbe la sua ultima edizione nel 1975 la Genova-Nizza di ciclismo, nata nel 1910. Negli anni 1958, 1960, 1962, 1964, 1967 e 1973 era stata, invece, una Nizza-Genova. In ogni caso al passaggio per Bordighera della Genova-Nizza del 16 marzo 1961 si distingueva per il suo entusiasmo tra gli spettatori appassionati il cameriere di un bar, in divisa, come diffusamente di rigore all'epoca.
E si videro a Bordighera in seguito altre gare di ciclismo professionistico: a titolo indicativo, sempre circa il Giro d'Italia, la tappa Torino-Sanremo del 21 maggio 1961 e quella Alba-Imperia del 18 maggio 1998.

Adriano Maini

martedì 29 luglio 2025

I lettori dicono

Una cartolina del 1927 relativa al Marocco

Un lettore, in riferimento a pregresse trasferte lavorative all'estero di operai specializzati del settore costruzioni residenti nella zona Ventimiglia-Bordighera, ricorda che Silvano aveva in tal senso operato anche in Arabia Saudita.
Si può aggiungere che Silvano era stato presente nella citata veste pure in Marocco, per la realizzazione della grande moschea di Casablanca. Qui, del Marocco, si è preferito rivelare un aspetto che è sembrato trasgressivo. Se ci si inoltrasse nella parentesi "Marocco" con i racconti di persone di questa Riviera, si finirebbe non tanto nella trama del noto film con protagonisti Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, ma, dati diversi resoconti di spericolate gite in motocicletta in quelle lande desertiche, piuttosto, al netto delle avventure più estreme, in "Il tè nel deserto" diretto da Bernardo Bertolucci.

Sottoripa di Genova induce una gentile signora a riflettere sulla presunta modernizzazione che inaridisce sapori e luoghi.

Altre signore ripensano con toni romantici a quando venivano lavate nel fiume Roia le lane dei materassi, chi all'altezza del ponte della ferrovia, chi in frazione Varase di Ventimiglia.

Gianfranco Raimondo comunica di non aver mai visto aerei da caccia statunitensi nel vecchio campo di aviazione di Camporosso zona Braie, ma può anche essere che a quella data egli da Seborrino si fosse già trasferito con la famiglia in Via Dante (per i più - lo si ripete! - ancora oggi Via Regina) a Ventimiglia.

Un altro lettore afferma, per via delle reminiscenze della madre, che la "mitica" classe del Liceo Classico "G. D. Cassini" di Sanremo dove furono studenti i famosi Italo Calvino ed Eugenio Scalfari, era frequentata anche da Pier Franco Gavagnin, che gli sembra di riconoscere nella storica fotografia - del 1941 - scattata da Gianni Moreschi, ed aggiunge:"Pier Franco Gavagnin, classe 1923, capo del personale del comune di Sanremo e poi storico direttore di Porto Sole". Sulla figura di Gavagnin sarebbe, invero, da scrivere un libro. Qui si aggiungono solo due aspetti. Fu insignito della Legione d’Onore dal Governo Francese. E raccolse con Paolo Veziano, che in seguito stese diverse opere sull'argomento, quelle che Gavagnin non fece in tempo a leggere, una mole imponente di documentazione sugli ebrei stranieri in fuga verso la Francia. Queste le parole in merito di Pier Franco Gavagnin in un'intervista ad un settimale locale, apparsa il 2 settembre 1998: "Oggetto della nostra ricerca [n.d.r.: quella compiuta con Paolo Veziano] è ciò che avvenne nella zona che da Sanremo si estende alla frontiera a partire dagli ultimi mesi del '38 fino al maggio del '40. In quel periodo si verificò infatti un afflusso molto forte di ebrei che erano stati espulsi o fuggivano da Austria, Germania, Cecoslovacchia e Polonia e cercavano disperatamente di varcare via terra o via mare la frontiera francese... Intere famiglie di ebrei approdarono così in quel periodo a Sanremo, Bordighera e Ventimiglia e poterono contare sull'aiuto delle persone del luogo. Si tratta di un fenomeno storicamente poco conosciuto ma di notevole interesse. L'idea del libro mi è venuta ripensando agli avvenimenti della mia gioventù. A quell'epoca ero un ragazzino e abitavo a Bordighera. Io stesso ho potuto assistere a diversi episodi ma solo oggi ho deciso lasciarne una testimonianza scritta".
 
Sulle spie in provincia di Imperia durante la seconda guerra mondiale vengono notificati appunti quasi incredibili di un estroverso scrittore, che riferisce anche dell'azione di agenti sovietici nel ponente ligure.

Sono svariati i riferimenti di memoria relativi alla Costa Azzurra: si va dalla puntualizzazione di luoghi e situazioni più emozionanti a livello individuale alla segnalazione delle attività resistenziali nel maquis di un prozio, passando per la segnalazione di noti personaggi incontrati o solo visti da lontano.

Adriano Maini 

martedì 10 giugno 2025

Frittelle di baccalà e farinata a Sottoripa

Genova: uno scorcio di Sottoripa

Ancora oggi poche persone, recandosi a Genova, resistono alla tentazione di assaporare subito la focaccia, quella tagliata a strisce di forma ben rettangolare, magari rinunciando a quella che ritengono la migliore, ma servita in locale più lontano dalla prima meta, in genere con la riserva mentale di rimediare in seguito. E ci sarà anche qualcuno che esprimerà altre preferenze, fosse pure per analoghe delizie di Via Paleocapa a Savona.
Alla svolta degli Ottanta un assessore comunale di Ventimiglia, quando andava in missione presso la Regione, si faceva poi condurre, insieme all'eventuale accompagnatore, dall'autista, quindi con una discreta deviazione, ad una taverna sita all'ombra della Lanterna: a tavola sorrideva sornione lo chauffeur, mentre ascoltava le lodi profuse dall'uomo politico circa la tipica trippa, che aveva praticamente imposto a tutti i suoi commensali, e non si esimeva di gettare di tanto in tanto un'occhiata all'acquaio da cucina che faceva da separazione della grande sala comune.
Un funzionario di associazione di categoria, ormai esperto di ristoranti tra i più diversi di Genova, stupiva talora i suoi ospiti con deliziosi primi piatti agli scampi, peculiari di una locanda allocata in un vicolo, piccola traversa di Via Garibaldi verso la Maddalena, dunque a pochi passi da Piazza delle Fontane Marose, ma una stanza molto modesta con almeno un tavolo molto prossimo a tre alti gradini sui quali si apriva la porta della - come si diceva un tempo -  ritirata.
Un altro funzionario, imperiese, della detta organizzazione aveva scoperto sulla collina di Carignano, non lontano dal distretto militare, un esercizio la cui specialità erano sughi e ragù con ampio utilizzo di foglioline di piante aromatiche quali rosmarino, origano e similari: facile che molti clienti vi ci recassero affrontando da ponente l'erta Salita San Leonardo, senza magari neppure accorgersi dell'esistenza della palazzina della Federazione del Partito comunista.
Una ventina di anni addietro tre distinte signore, impiegate di segreteria di un istituto scolastico dell'estremo ponente ligure, ammesse per simpatia al seguito di una gita di istruzione a Genova, al momento del pranzo, vuoi per scelta vuoi per opportunità, si fiondarono subito in una taverna di Sottoripa, degustando chi frittelle di baccalà, chi farinata, ma trovando tutto squisito, come avrebbero a lungo raccontato in famiglia.
A metà dei Sessanta alcuni adolescenti di una squadra di atletica leggera di Sanremo in trasferta nel capoluogo, nel corso della libera uscita successiva alla cena s'imbatterono in Largo XII Ottobre in uno di quei bar appena aperti da una delle due industrie sino ad allora famose per i panettoni e scoprirono quale curiosità gelati - di pochi gusti, invero - che venivano versati nei coni azionando i rubinetti di apposite macchinette.
Era ancora un periodo in cui ferrovieri e non affollavano la mensa del Dopolavoro di categoria, trovando tutto buono, anche se non sempre caratteristico.
Cioccolata, caffé, tè, cioccolato, pasticcini, biscotti vari, dolciumi in genere approcciano, invece, ad una certa gastronomia genovese ed a locali di lusso in quel della Superba, con, ad esempio, punti di eccellenza a Nervi, non fosse altro che per le splendide viste sul mare.

Adriano Maini

martedì 13 maggio 2025

Quelle rose del deserto



Stefano era stato uno dei ragazzi dalle "magliette a strisce" che, infiammati dal comizio di Sandro Pertini del 30 giugno 1960 in Piazza De Ferrari, avevano costituito la spina dorsale delle imponenti manifestazioni dei primi di luglio di quell'anno, le quali, pur funestate dalle brutali cariche della polizia, avevano infine impedito lo svolgimento del congresso dei neofascisti del Msi a Genova, città medaglia d'oro della Resistenza.
Pochi anni dopo questi eventi, capostazione a Ventimiglia, prese ad abitare tra Vallecrosia, dove confermò la sua iscrizione al Partito comunista, e la zona di confine con la Francia.
Fu dirigente locale del sindacato di settore della Cgil, allora in sigla denominato S.F.I., la cui sede, con il nuovo appellativo, comprensivo di tutti i trasporti, è rimasta tale e quale presso lo scalo. Ostinato nelle sue idee, venne presto in contrasto con altri colleghi. Aveva fatto, comunque, in tempo ad animare il Dopolavoro Ferroviario anche con un cineforum, così teatro di forti dibattiti, che altri, non lui, fecero in modo di chiudere, e a collaborare con altro dinamico e simpatico ferroviere per la realizzazione di gite in Costa Azzurra, tra cui rimase memorabile quella sino ai musei di Saint-Paul-de-Vence: in ogni caso faceva in modo che fossero presenti anche persone non dello stretto ambiente.
Dei viaggi che privatamente fece all'estero il figlio di un altro ferroviere conserva ancora la fotografia che li ritrae davanti al più famoso ponte di Londra, il "Tower Bridge", insieme ad una occhialuta graziosa ragazza, di cui non si sa più niente.


Di Silvano in particolare, nativo della Bassa Mantovana, quasi sempre poi residente in Bordighera, si potrebbe scrivere un libro.
Un cenno a lui l'ha fatto invero Giuseppe "Mac" Fiorucci nel suo Ibrahim, i datteri, il pesto. Tragicomiche di un vallecrosino nel deserto della Libia di Gheddafi (Associazione Culturale "Il Ponte" - Vallecrosia, 2011).
Anche Silvano come capo squadra e in seguito capo cantiere aveva lavorato in Libia, ma non solo: ne riportava spesso splendide rose del deserto che donava agli amici, che, disattenti loro o i loro familiari, si ritrovavano spesso sbriciolati in casa quei magnifici cristalli, così che non è dato recuperare pertinenti scatti in chiave nostrana.
Andando a ritroso, si può puntualizzare che Silvano, a lungo militante comunista, si ritrovò, sospinto dal vero incaricato, a fare tanta campagna elettorale a favore della legge sul divorzio, sottoposta al referendum del 1974, tra gli emigrati italiani nel Nizzardo. Conobbe connazionali ceramisti di Vallauris, dai quali l'anno dopo prese a rifornirsi per un commercio che lo portò sia ad esporre alla Fiera di Milano che ad aprire un negozio davanti all'oggi diruto Mercato dei Fiori di Vallecrosia, area nella quale si tengono di tanto in tanto mercatini e piccole fiere.
Ancora prima aveva fatto l'esperienza di guardia notturna, mestiere che aveva convinto a fare abbracciare anche a Zambo dei Gallinai, che, però, a Verona, con quella divisa volle rimanere solo pochi mesi, oltretutto presto imitato dal suo mentore.
Alla svolta degli anni Novanta ricopriva un grosso ruolo operativo in un'importante azienda edile con tante opere commissionate in Milano: nel capoluogo lombardo ritrovò conoscenti immigrati dalla Riviera dei Fiori che là svolgevano compiti professionali di rilievo: due di loro scesero per partecipare al suo secondo matrimonio a Bordighera dove, invero, Silvano, rientrava ogni fine settimana e dove in gioventù aveva fatto a sufficienza il "vitellone".
Dopo di che per un bel pezzo non si mosse più dalla città delle palme, perché ormai titolare di una sua impresa di costruzioni.


Apolitico, per non dire qualunquista, era, invece, Carlo, simpatico e cordiale, Carlo che aveva ben conosciuto i "vitelloni" di Ventimiglia, ma che le sue avventure femminili se le era cercate tutte da solo.
Dopo una dozzina d'anni trascorsi nella città di confine, era tornato a Parma, dove, lavorando nella sanità, non solo conobbe almeno un altro importante - per la qualifica professionale acquisita - immigrato da questa costa, ma anche cugini di un suo vecchio sodale.
Negli ultimi tempi, ormai pensionato, amava fare lunghe conversazioni telefoniche con gli amici della zona di Ventimiglia, che talora metteva in contatto tra di loro, come per il caso della ricerca di vecchi fumetti.
Poteva chiedere notizie di un ex ragazzo di Nervia, che aveva frequentato con lui l'avviamento professionale a Ventimiglia Alta, ma poteva essere lui ad informare del prossimo arrivo per le ultime edizioni della Battaglia di Fiori di chi avrebbe aiutato con i suoi consigli alla costruzione di carri - i cui capannoni erano piazzati nell'area dell'ex deposito locomotori di Nervia - dei giovani non ancora del tutto rodati, lui che, però, dei carri di un tempo ricordava poco o nulla.
Poteva stupirsi di ritrovarsi in una vecchia immagine di quando giocava - senza mai incontrare, però Ferenc Puskás, che tra quei ragazzi talora si allenava - negli juniores della Giovane Bordighera, il cui campo casalingo, sullo storico Capo, allo stato attuale è soprattutto un parcheggio.
Rievocava escursioni gastronomiche in Val Roia e in Val Bevera con uno zio acquisito, valente e noto panettiere.
Soprattutto si sentiva ancora un ragazzo di Via Regina, come viene chiamata ancora da qualcuno Via Dante a Ventimiglia, dove aveva intessuto la maggior parte delle sue relazioni in cifra locale: non potevano allora mancare menzioni di un vecchio campetto di calcio dei dintorni o di una certa pianta di deliziose carrube.
Significativo, poi, il senso di come si tenesse in contatto con tanti ex compagni delle scuole elementari: certo tornava spesso in questo territorio, ma non mancava quasi mai di partecipare agli incontri conviviali spesso organizzati da quegli ex alunni con il loro maestro.

Stefano e Silvano forse si conobbero, ma non fu così per Silvano e Carlo: un vero peccato perché sarebbe stato interessante sentirli darsi sulla voce con le rispettive parlate vernacolari dalle tante assonanze.

Adriano Maini

venerdì 14 febbraio 2025

A Marineland


Poteva capitare a visitatori occasionali di Milano, magari proprio (come nel film tra breve citato) dalle parti del Duomo, quando non era ancora stata introdotta la Zona a traffico limitato (ZTL), di essere interpellati in mezzo alla nebbia per indicazioni stradali da automobilisti di passaggio, per il colmo anche romani, quasi a rievocare il finale di una pellicola anni Cinquanta (Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo diretto nel 1956 da Mauro Bolognini) con protagonista, soprattutto nel finale, Alberto Sordi. Questi nella parte - come solo può capitare nella fantasia del cinema - di un vigile urbano saccente trasferito nella metropoli lombarda, dove dovrebbe aver raggiunto il culmine della soddisfazione professionale, dopo aver risposto nella scena, già in qualche maniera evocata, alle richieste di giovanotti dell'Urbe in transito da quelle parti, prima sfoggia sussiego pronunciando tra sé e sé parole in dialetto meneghino tipo "El Domm", "el panetùn", "el ghisa" (poliziotto municipale), per poi arrendersi alla lacrimevole esclamazione "el magùn", che, tuttavia, gli ambrosiani veraci dovrebbero pronunciare come "me vegn el magon".

Genova: uno scorcio di Piazza De Ferrari

A metà del primo decennio di questo secolo poteva capitare - come in effetti successe - a Genova, città di persone austere e ancor più frettolose dei milanesi, di vedere un noto industriale obbligare la scorta a fare dietrofront nella strada che dall'ala orientale del Teatro Carlo Felice porta a Piazza De Ferrari, giusto per fare il galante con una giovane signora che insieme ai colleghi di una comitiva di piccoli imprenditori imperiesi si stava recando al parcheggio sul marciapedi transennato a causa dell'evento da cui era sbucato il nostro personaggio. Quest'ultimo, a varco infine libero, un centinaio di metri dopo, prima di tornare nella sua opposta direzione reclamava - accettato - di poter dare un bacetto, prontamente richiesto anche da una graziosa cinquantenne del gruppo ponentino: il tutto sotto gli sguardi sornioni dei colleghi delle due donne e forse pure oggetto degli scatti, mai pubblicati, della fotocamera di un telefonino.

Poteva capitare nel 1997 a Roma ad altri di quella compagine di incrociare il menzionato tycoon aggirarsi con fare annoiato nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, nella cui piazza era arrivato in sella a rombante motocicletta, accompagnato dalla fidanzata dell'epoca, nota attrice di origine straniera, che fece in tempo in chiesa a scambiare uno sguardo assassino con un quasi cinquantenne imperiese, presente per combinazione a questo ed al precedente episodio: mancavano, invero, a commentare il tutto alcuni salaci compari del rione, discreti emuli di Petrolini, che con le loro battute micidiali avevano deliziato in un bar all'aperto di quella zona altri ponentini di quel sodalizio nell'afoso luglio di qualche anno prima.

L'interno di un ristorante di Marineland, in occasione di un incontro professionale, nei primi anni Novanta - Foto Moreschi

Poteva capitare, più o meno in quel torno di tempo, che, per lo stupore soprattutto degli ospiti imperiesi, le grida delle orche di Marineland, il più grande parco marino d'Europa situato ad Antibes, da poco, però, chiuso, di tanto in tanto sovrastassero il brusio delle conversazioni di una riunione più o meno professionale, in qualche modo indotta - al pari di altre, successive - dalle conoscenze di un quotato commercialista sanremese, che uno studio associato non lo ebbe solo a Nizza, ma anche in Corsica.


Può oggi capitare di sentire inediti su racconti già fatti, rievocare vecchie altrui storie giovanili piccanti, recuperare immagini e scritti quasi d'epoca.

Adriano Maini

lunedì 21 ottobre 2024

Genova (3)

Genova: Teatro Carlo Felice

Dalla Chiesa di Santo Stefano a Genova si può agevolmente scorgere il Ponte Monumentale di Via XX Settembre, sotto il quale il 26 aprile 1945 sfilarono le truppe tedesche che si erano arrese ai partigiani.

A qualche centinaia di metri a ponente c'è Piazza De Ferrari, teatro nel dopoguerra di innumerevoli momenti di mobilitazione popolare, politica e sindacale, tra i quali spiccano le lotte antifasciste e contro il governo Tambroni del luglio 1960 e i funerali imponenti di Guido Rossa.

Nella Piazza da qualche anno c'é anche il Palazzo della Regione, già noto come Palazzo della Navigazione Generale Italiana, mentre in precedenza tale sede risultava ubicata, dove tuttora permangono diversi connessi uffici, leggermente a sud-est a monte di una valletta al centro e da ambo i lati (quartiere Madre di Dio) un tempo fiorente centro storico medievale per il quale, semidistrutto dai bombardamenti dell'ultimo conflitto mondiale, si preferì procedere ad una completa cementificazione. La stessa operazione che la mano pubblica volle perpetrare per Piccapietra, come ricorda una dolente canzone in dialetto.

Sul lato nord di Piazza De Ferrari, invece, il restauro del Teatro Carlo Felice appare filologicamente più corretto.

Del resto, stretta com'è tra mare e monti, la Superba per adeguarsi alla modernità di scotti ne aveva già dovuti pagare molti, a cominciare dal pessimo impatto visivo della sopraelevata, di cui oggi talora si preconizza, in previsione di altre ipotizzate soluzioni, la demolizione.

Adriano Maini

lunedì 5 agosto 2024

Quella casa in pietra che non c'è più!







Sino a pochi anni si presentava in Bordighera, in Via Genova - una traversa di Via Pasteur - una casa in pietra che aveva una sua dignità. Voci di popolo dicono che il proprietario avrebbe voluta mantenerla nello stato vigente. Senonché l'amministrazione comunale - con gli adempimenti del caso (si suppone!) - procedette alla demolizione del vetusto edificio per realizzare un marciapiedi. Opera molto utile, quest'ultima. Si dà il caso, però, che esisteva già dietro lo spiazzo risultante dall'abbattimento un comodo passaggio pedonale. Forse si è pensato che quest'ultimo da un lato fosse meglio lasciarlo in uso agli abitanti del piccolo rione e che dall'altro risultasse impopolare costringere i passanti a compiere, ancorché indicata da acconcia segnaletica, un piccolo aggiramento dell'ostacolo che constasse di qualche decina di metri...

Adriano Maini 

venerdì 21 giugno 2024

Genova (2)

Genova: uno scorcio della Loggia di Piazza Banchi

Si legge di un progetto di forte valorizzazione culturale della Loggia di Piazza Banchi a Genova, consistente in una sorta di innovativo museo diffuso: passerelle sospese all'interno dell'edificio per consentire la visione dei reperti scavati di recente, proiezione - visibile all'esterno - di stampe d'epoca medievale e rinascimentale sulle vetrate, altri effetti notte.
In effetti, decenni addietro la zona, compreso l'adiacente - a monte - Palazzo Senarega, era molto fatiscente: si cominciò con una invero bella ristrutturazione di quest'ultimo ed ora in qualche modo si prosegue.
Si deve solo confidare che i visitatori non rimangano troppo distratti da quanto presentano, ad esempio,  in termini di gastronomia i circostanti vicoli, Sottoripa, Piazza Caricamento, Porto Antico.
Del resto, ci sono diversi modi di amare la storia: dopo tante dimenticanze oggi nella città della Superba si intende forse passare da un'esagerazione all'altra.

Non si legge più nulla, invece, dello Stadio Carlini, sede storica di svariate displine, situato a levante del centro storico, coinvolto una dozzina d'anni fa in un disegno di forte cambiamento. Negli anni Sessanta poteva capitare che i giovani atleti partecipanti alle gare regionali di atletica leggera della categoria allievi prima di avviarsi dagli spogliatoi ai loro cimenti si avventurassero talora, facendo ticchettare i chiodini delle scarpette di gara, per errore o per fretta, sull'anello di cemento, architettato per essere una pista per il ciclismo, un'attività, quest'ultima, la quale, purtroppo, non dice più nulla al largo pubblico..

Ci si avvicina al 30 giugno, ricorrenza del comizio di Pertini in Piazza De Ferrari a Genova che avviò la ribellione composta e civile, soprattutto di tanti giovani, contro il congresso del Msi previsto ai primi di luglio del 1960 nella città simbolo per antonomasia della Resistenza, un moto di protesta dilagato presto in tutta Italia, da cui derivò la caduta del governo Tambroni, che quell'assise aveva autorizzato e che sui voti dei neo-fascisti si reggeva, e da cui risultarono confermati in modo saldo i valori repubblicani dell'antifascismo: i cortei di Genova furono chiamati "dei ragazzi dalle magliette a strisce", indumento molto diffuso in quel frangente perché venduto a prezzo molto economico da un grande magazzino, e di quel novero fecero parte anche persone del ponente ligure o che in questo lembo di terra di lì a breve si trasferirono.

Adriano Maini

martedì 2 aprile 2024

Genova (1)


Negli anni Cinquanta - e ancora dopo! - si potrebbe dire che non c'era bambino (e forse non solo loro!) che non sbirciasse estasiato per pochi secondi dal finestrino del treno che stava entrando nella stazione di Principe le navi alla fonda nel porto (il Porto Antico!) visibili come per un'improvvisa apparizione attraverso un piccolo varco panoramico. La gioia era più grande se erano presenti dei transatlantici, tra i quali ben presto i più ambiti furono Raffaello e Michelangelo, gli stessi che gli scolari più fortunati, residenti a ponente della Superba, talvolta potevano con entusiasmo vedere passare non molto al largo delle loro spiagge.
Erano altri tempi certamente, di ben ridotto progresso tecnico e materiale rispetto al presente, ma tali da lasciare accontentare i più piccoli con poco: si provi a pensare a quale ridda di emozioni si sarebbero scatenate decenni fa se fossero già stati presenti quei colossi che sono le attuali navi da crociera!
Una distinta signora, già bambina slovena imbarcata nell'immediato secondo dopoguerra da Genova con la famiglia alla volta dell'Argentina, racconta tuttora della perdurante emozione di quella partenza poco a levante della Lanterna alle figlie, in particolare alla ragazza trasferitasi da tempo nel Bariloche, la quale, conoscendo l'italiano, ha trasmesso dialogando via email ai cugini liguri questa intensa memoria.
Non c'era ancora la sopraelevata, quando più di adesso famiglie in gita a Genova non mancavano di farsi ritrarre con il porto alle spalle quale prezioso ricordo.
L'importante infrastruttura, che tale è anche se rappresenta un vero ingombro visivo sullo scalo, fa dall'epoca della sua costruzione da sfondo - una cornice che racchiude - ad una serie impressionante di vicende grandi e piccole.
A stare sul banale e in ordine sparso: incontri casuali, soprattutto di amici e conoscenti delle due Riviere; trattorie tipiche, con tipici piatti genovesi, come il particolare minestrone; gite scolastiche, oggi soprattutto con meta l'Acquario; continui lavori in corso - memorabili quelli per le Colombiadi -; per gli automobilisti foresti frequenti errori per indovinare le uscite, specie per quelle prossime ai parcheggi.
All'ombra dell'arteria inizierà a breve l'opera di recupero - con ristrutturazioni "alla moderna" - di Hennebique, l'ex silos granario che, come recita un articolo di un portale, fu "costruito nel 1901 in stile Art Déco da Giovanni Antonio Porcheddu, utilizzando il sistema [di cemento armato] brevettato da François Hennebique". Non sempre nelle cronache di questa vicenda era emerso il nome di Porcheddu, che adesso sembra ottenere un giusto riconoscimento, che dovrebbe onorare anche gli abitanti di Bordighera e zona, dato che l'ingegnere Porcheddu, producendo solo due esempi circa la sua discendenza, fu padre dell'artista antifascista Giuseppe e nonno del pittore Gian Antonio.
Adriano Maini

sabato 16 dicembre 2023

La focaccia di Finale

Genova: la stazione ferroviaria Piazza Principe

"La campana fa din din don e il galletto fa chicchirichì", così più o meno a metà degli anni Cinquanta sull'aria di una canzone in voga cantava a squarciagola l'addetto ad un carrello di vivande e di altri generi di conforto, muovendosi lungo il marciapiedi di una imprecisata stazione ferroviaria in provincia di Savona. Forse si trattava di quella di Finale Ligure ed allora fra le cose buone che vendeva quel giovanotto spiccava una deliziosa focaccia di cui molte persone tramandano ancora adesso il goloso ricordo: tra questi in almeno un suo racconto Arturo Viale.

Molto noto era - forse, lo è ancora - specie per i passeggeri provenienti dalla provincia di Imperia il bar della Cooperativa Portabagagli della stazione ferroviaria Piazza Principe di Genova, situato a settentrione del corridoio porticato che funge da facciata ed ingresso al maestoso edificio. Buona anche lì la focaccia, ma l'attrattiva del locale era per chi non si fosse rifocillato in treno la possibilità di farlo appena disceso. Per non dire dei prezzi concorrenziali praticati un tempo anche ai non soci.

La stessa cosa avveniva nella confinante mensa del Dopolavoro Ferrovieri, molto elogiata per la buona cucina, che riservava in ogni caso ai ferrovieri le tariffe migliori, come facevano e come, per quanto si sa, fanno ancora le strutture gemelle in tutta Italia.

Per accedere ai similari locali - di antica eleganza - di Milano si passava un tempo davanti alle vetrine di una sorta di piccolo Museo delle Cere, che adesso si trova a Gazoldo degli Ippoliti in provincia di Mantova.

Le Mense dei Dopolavoro Ferrovieri erano a volte ubicate molto lontane dai binari: quella di Roma negli anni Sessanta era allocata in un palazzo antico, posto a sinistra della Stazione Termini, accessibile da una lunga scalinata al termine della quale, voltandosi, si potevano ammirare le Mura Serviane.

Da una rapida ricerca sul Web sembra che molte situazioni siano cambiate, ma pare anche che molte informazioni siano frammiste ad altre, attinenti le trasformazioni in veri e propri centri commerciali delle principali stazioni del Paese, per cui non risulta agevole discernere nei dettagli l'odierno stato dell'arte.

A Ventimiglia, come ben si sa, la palazzina del Dopolavoro Ferrovieri è ancora adibita alle sue storiche funzioni. Pensando al salone del primo piano, tuttora sede di svariate iniziative, vengono in mente tante storie passate...

Adriano Maini

sabato 13 novembre 2021

Se a Roma piove



E l'alberghetto scalcagnato davanti al quale i miei due accompagnatori mi lasciarono, ormai nel cuore della notte, fu un po' come un tocco finale. A me sembra ancora adesso, per farla breve, tratto di peso da un qualche romanzo dove compare Maigret, con la differenza che io mi trovavo a Marsiglia e non a Parigi. Solita tappezzeria un po'... trasandata, solito rubinetto che sgocciolava, solita persiana che cigolava al vento, solite voci di donne e uomini: queste cose, nonostante il... mal di testa me le ricordo, così come mi ricordo di avere dormito ben poco. Il mio... autista, dalla guida invero spericolata, sì che per tutto il viaggio di andata e ritorno per e da Aubagne - altra vicenda! - mi ritrovai ad essere teso come poche volte nelle mie esperienze, ed il suo... secondo di bordo mi avevano - oltre a giocarmi lo scherzetto della "mamma dei legionari" - sommerso di gustosi aneddoti riferiti a Gaston Deferre, che stava per diventare in quel momento - primavera 1982 - ministro, ma già storico sindaco della città dei Focesi d'Occidente e di Pitea il Navigatore. E la statua di Pitea in quella che era stata la polis dell'uomo che per primo aveva visto l'ultima Thule - narra la leggenda! - l'avrei rivista con maggior comodo una decina di anni dopo.

Circa Marsiglia non posso, poi, trascurare almeno un accenno a Jean-Claude Izzo, un uomo impegnato sul fronte sociale ed antirazzista, che da scrittore trasfigurava i suoi valori in cupe storie noir: nei suoi libri quella città e i suoi dintorni, non molto lontani da questa riviera, assumono contorni quasi magici: si sentono l'odore del mare, i profumi dei fiori e delle erbe mediterranei, i sapori di cibi cosmopoliti. E si palpita per personaggi che sembrano usciti da una canzone di Francesco De Gregori, nel contempo in cui certi "cattivi" sembrano (almeno a me) un po' esagerati, anche se fanno rinviare con il pensiero a tante trame criminali realmente esistenti...

La prima volta che venni portato a Milano avevo poco più di due anni, come testimoniato da una fotografia di famiglia, scattata in Piazza Duomo con l'immancabile cornice di piccioni, uno in mano a mio padre, ma non posso certo ricordarne nulla.
Ricordo bene, invece, che, prima dell'età scolastica, dalla finestra di un piano ben alto posizionato in Via Santa Radegonda mi sembrava di toccare con una mano quel Duomo che mi affascinava tanto.
Quella casa non c'é più, sostituita da un orrendo silo-parcheggio, quasi adiacente alla Galleria. Ed il Duomo non mi appare oggi poi così vicino.

Nello, d'immigrazione dal Polesine (e al secondo matrimonio di Silvano mi raccontò di sue ricerche storiche locali), faceva il bracciante nella campagna condotta da Bruno, figlio di Libero Alborno (quest'ultimo trasfigurato - ma non troppo - dall'autore nel personaggio di Libero nel romanzo), campagna che è al centro de "La curva del Latte" di Nico Orengo. Ma alle due di notte teneva testa a Francesco Biamonti in lunghe discussioni davanti alle saracinesche di un Bar Irene di Ventimiglia dalla storia singolare, discussioni nelle quali il romanziere di San Biagio della Cima, che non aveva ancora esordito come tale, dimostrava una sua grande dote, mai appieno oggi rammentata: la sua grande signorilità. Nello, dalla grande dialettica e dalla grande erudizione da autodidatta, ebbe l'opportunità di trasferirsi definitivamente a Milano per motivi di miglioramento professionale, culminati in seguito con una laurea ed il superamento di un concorso da dirigente comunale in una città di quell'area metropolitana. In occasione di uno dei suoi primi viaggi lo accompagnammo in treno, un accelerato notturno che faceva tutte le fermate, io e Silvano: gustoso l'episodio delle strelitzie, dimenticate a mollo, che stavano per trasbordare dalla vasca da bagno nell'appartamento della fidanzata.

A Roma. Quasi una gag. Il collega, che senza chiedermi nulla mentre ne ero un po' consapevole, interpella in quella notte di inizio primavera un passante circa Fontana di Trevi, salvo accorgersi (su questo, invece, io ero out!) un attimo dopo che era un noto attore. Indicazioni vaghe come risposta. Che era dietro l'angolo, praticamente!
Camminate, tante camminate. Non solo alle manifestazioni. D'altronde, per fare i turisti per caso non si può agire diversamente. Altri colleghi, in queste peregrinazioni molto post-lucane, a dirmi che conoscevo bene storia e monumenti. Di lì, forse, personali intensi ripasso e studio di tante cronache passate e di tante guide recenti. Ma, più si sa, più ci si accorge di sapere poco!
A Trastevere case che negli interni ricordano quelle quasi turrite dei borghi liguri. E locali pubblici dove gli avventori discutendo bonariamente, ma in modo colorito, forse (anzi, penso che vada tolto questo condizionale, se rifletto su cronache relative a parole, motti, suggestioni carpiti per strada da soggettisti e sceneggiatori di capolavori della "commedia all'italiana) forniscono tanti spunti ad artisti che vanno per la maggiore.
Se a Roma piove, le cose vengono fatte per bene. Memorie di fortunate fughe in taxi sotto l'infuriare degli elementi.

Il mio cognome viene da case sparse su collinette non lontane da Fornovo Taro, in provincia di Parma. Anche la famiglia della nonna del lato paterno aveva radici nel comune di Medesano, ché di questo si  tratta. Insomma, da quelle parti i miei antenati ci stavano da secoli: qualche storia forse interessante me la ricordo ancora. C'é anche una singolare assonanza tra il nostro cognome e il nome di quella frazioncina, che curiosamente coincide con quello di un sobborgo di Napoli: Miano. Indubbiamente film come "Novecento" di Bertolucci, ma ancor più "Questa specie di amore" di Bevilacqua, alla loro uscita mi fecero d'improvviso ripensare con intensità a queste mie origini che ormai, preso dal mio pieno ingresso nell'età adulta, stavo discretamente trascurando. Questi film, non altri, non altre opere letterarie, per diverse motivazioni, alcune proprio d'impatto con una mia personale rivisitazione della nostra saga familiare: da cui adesso estrapolo tuttavia solo il forte messaggio sociale, democratico ed antifascista contenuto in quelle pellicole, perché mi sembra di forte, stringente, amara attualità.

Quella volta a Bologna in Piazza Maggiore guardare i crocchi improvvisati di persone che discutevano civilmente, soprattutto di politica: li ho visti forse prima che qualcuno li consegnasse alla pagina scritta, memoria di nobile costumanza ampiamente decaduta.

Adriano Maini