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sabato 11 aprile 2026

C'era una volta la scuola comunista di Frattocchie

Istituto di studi comunisti, Frattocchie (1960): i nuovi edifici. Cartolina. Fonte: Andrea Pozzetta, Op. cit. infra

Scriveva - nel quadro di più ampie e spesse considerazioni politiche e sociali - nei giorni scorsi su Facebook un pensionato di Sarzana, il quale ha visssuto importanti esperienze professionali, che la sua pregressa esperienza - di tutta evidenza di fine anni Sessanta - di militanza nella Federazione giovanile comunista fu "coronata da un ciclo di formazione politica alla scuola di partito di Frattocchie a Roma con docenti del calibro di Antonio Pesenti, Luciano Gruppi ed Emilio Sereni".
Sottolineava il sanremese Rodolfo Amadeo nel suo "Dalla Pigna di Sanremo al mondo dei lavoratori", edito qualche anno fa, che "nel 1971 vado alle Frattocchie a Roma [ad un ciclo di lezioni successivo a quello menzionato qui più avanti]. La scuola di partito è stata dura nonostante l'impegno. C'è stato un momento in cui nemmeno dormivo per stare dietro a tutto quello che spiegavano nei corsi e a quello che cercavo di studiare e leggere in più. A me la scuola è servita molto politicamente". A quella data il quasi quarantenne Amadeo da operaio emigrato in Svizzera aveva maturato anche notevole pratica di lotte sindacali per forza di cose più difficili che in Italia ed era consigliere comunale nella città dei fiori. Rispetto al suo denso curriculum si deve ancora rimarcare a titolo indicativo che fu funzionario del Partito Comunista Italiano in Germania, in provincia di Imperia (alla fine degli anni Settanta), in Canadà, in Francia ed in Belgio; e che da pensionato tra le diverse azioni intraprese collaborò con l'Associazione Ballon Rouge di Aubagne.
 
Da "l'Unità" di domenica 21 agosto 1955

Dalla robusta tesi di dottorato - oltrettutto ricca di un nutrito apparato fotografico - di Andrea Pozzetta, "«Tutto il partito è una scuola». Le scuole di partito del Pci e la formazione dei quadri (1945-1981)" (Università degli Studi di Pavia, Anno accademico 2015-2016), si evince che in quel periodo Frattocchie, dopo la chiusura di quello di Bologna, era l'unico Istituto di Studi Comunisti; che il direttore era Giuseppe Dama di Verona, ex partigiano, affiancato dall'insegnante Aida Tiso, anch’essa veneta, anch'essa ex partigiana, autrice di diversi libri sulla questione femminile; che altri docenti furono, ad esempio, Lucio Villari, Paolo Alatri, Paolo Spriano, Franco Ferri, Filippo Frassati, Edoardo Perna, Sergio Flamini, Aniello Coppola, Franco Calamandrei; e che dall'estate del 1972 divennero operative altre tre scuole, per prima Faggeto Lario, sul lago di Como, nella quale fecero esperienze alcuni imperiesi.
Capitava - così come ad altri allievi prima e dopo - ai partecipanti al primo corso lungo di Frattocchie del 1971, su cui talora si sono già fatti stringati accenni di prospettiva di costume su questo blog, di partecipare a quelle che per comodità si possono definire attività integrative didattiche compiute in esterno. Tra queste si può annoverare una serie di conferenze di dirigenti comunisti, tenute in una sala pubblica del centro di Roma. In un'occasione si vide, poco prima dell'inizio dei lavori, proprio all'ingresso, Pietro Ingrao conversare amabilmente con un funzionario di partito di Modena, un po' più anziano dei suoi compagni di studi, con il quale aveva condotto qualche anno prima una campagna elettorale in Sicilia. Una situazione pressoché analoga occorse a Giorgio Amendola che, prima di recarsi al palco, salutava tutti gli astanti con il suo tipico tono di voce molto simile ad un borbottio. Essendo, poi, l'età media quella di ragazze e di ragazzi, tutti gli spettatori dei due casi sentirono di avere, se non imparato qualcosa, quantomeno visto passare un po' di storia.
Si possono mutuare dal documento di Andrea Pozzetta ancora queste frasi: "Ben presto la scuola centrale viene trasferita [alla fine degli anni Quaranta] in una sede più consona a un istituto di tipo residenziale. Il partito, infatti, ha appositamente acquistato un elegante villino, villa Grismayer, immerso in un’ampia tenuta sui Colli Albani, a venti chilometri dalla capitale. È qui, a Frattocchie, in località Due Santi, una frazione del comune di Marino disposta lungo la via Appia Nuova, che il Pci decide di stabilire il suo centro superiore di istruzione: una scelta che appare fin da subito curiosa, se si considera che la villa si ritrova pressoché attorniata da conventi, seminari, istituti cattolici; proprio alla sommità del colle su cui sorge la scuola hanno sede alcune delle ville papali di Castel Gandolfo". Quando la "tenuta" (il cui assetto iniziale di parco e villa storica era stato implementato non fosse altro della palazzina delle aule, dei dormitori, della cucina, della lavanderia e degli spazi di ricreazione), tuttavia, venne messa in vendita dal partito erede del PCI, articoli di giornale misero in evidenza che quella proprietà era stata, invece, donata da un ricco svizzero. E questo per la cronaca.

Istituto di studi comunisti, Frattocchie (1969): la vecchia villa. Cartolina. Fonte: Andrea Pozzetta, Op. cit. 

Del resto la materia concernente l'Istituto di formazione centrale del Partito Comunista (chiuso nel 1993) è molto vasta, sul piano della serietà, ma anche su quello delle cose curiose. Sembra ad esempio di ricordare per trasmissione orale che - sensazione da lui non ripresa nel suo libro - anche Amadeo avesse avvertito in quel nobile edificio un'atmosfera non tanto da collegio militare, quanto da convitto religioso. 
La tentazione è di continuare sporadicamente su questo argomento seguendo quest'ultimo taglio.

Adriano Maini

giovedì 10 febbraio 2022

Intervista a Marco Innocenti sul suo “Scritti Danteschi”


L'amico Marco Innocenti mi ha fatto l'onore di lasciarsi intervistare sul suo ultimo lavoro “Scritti Danteschi” (Lo Studiolo Edizioni, Sanremo).

1) Hai avuto un’ispirazione particolare per la stesura degli “Scritti Danteschi”?
 
Il volume in realtà è una miscellanea di piccoli saggi e articoli polemici, nati in diverse occasioni, e qui riuniti grazie ad una proposta dell’editore Freddy Colt, desideroso di pubblicare qualcosa, sotto l’insegna de Lo Studiolo, per celebrare l’anno dantesco. Ho così deciso di affiancare alcuni miei studi sulla Commedia a vecchie pagine tratte dai miei Flugblätter e a un paio di pezzi extravaganti: una polemichetta verso chi banalizza Dante, pensando forse di divulgarlo, e una pagina, diciamo così, teorica, sul come leggere la Commedia in pubblico.
Infatti leggere la poesia ad alta voce, gridarla, cantarla, è cosa buona e giusta, e probabilmente la poesia è nata proprio così, detta davanti ad altri e non come testo scritto. Nei nostri anni assistiamo a tanti usi di Dante in questo senso: le lezioni di Sermonti, gli spettacoli di Benigni, le declamazioni di Bene. A me, più che le letture degli attori, spesso troppo forbite e compiaciute (con le dovute eccezioni, naturalmente) piacciono le letture in chiave, per così dire, naïf. Vorrei invitarvi ad andare a vedere, tanto per fare un esempio, su YouTube, in una serie di Loescher editore, il XX del Purgatorio presentato da un gruppo di ragazze egiziane, in un italiano perfetto (anche se dall’accento esotico): lì anche le sottolineature, le frasi accalorate, le esclamazioni ci stanno bene, e tout se tient.

2) Quale aspetto dell’opera di Dante ti appassiona di più?

Dante è un universo. Nei suoi scritti troviamo una sorta di enciclopedia dello scibile: ci sono riferimenti a tutto: alla scrittura biblica, alle filosofie antiche e medioevali, alle arti figurative, alla musica, alla matematica, alla geografia… La parte iniziale del mio volume, quella più propriamente di analisi critica, verte soprattutto sul côté politico del poema, ad esempio sui lunghi elenchi di uomini politici che talvolta affollano le pagine dantesche: elenchi affascinanti, perché rappresentano una disanima (faziosa, dura, urticante) della politica dell’epoca, un occhio straordinario che giudica la storia a lui contemporanea con uno spirito di militanza energica ed entusiasta.

Comunque, per me Dante è sempre stato zeppo di motivi d’interesse, da quando lo frequentavo, proprio da ragazzino, sulle pagine dell’Enciclopedia dei ragazzi Mondadori (e, ovviamente, con la mediazione delle immagini di Gustave Doré) a oggi. A scuola Dante lo puoi conoscere bene o male, a seconda dei casi: ti può capitare l’insegnante incapace e ignorante che cerca di fartelo odiare nel maldestro tentativo di chiarirlo (cosa vorrà dire, poi?) in modo pedante o ti può capitare chi, presentandoti i suoi versi con poche parole di commento, ti fa nascere una grande curiosità. A me capitarono entrambi i tipi di docenti: l’importante è non cadere nella trappola di chi fa di tutto per fartelo detestare e godersi chi te lo sa presentare con passione, che nel mio caso si incarnò nella figura di Cesare Trucco, un professore montessoriano e crociano che invitava gli adolescenti a leggere le prose di Giosuè Carducci o le traduzioni di Annibal Caro…

3) Indubitabile la forza dirompente dei versi di Dante. Ma tu, in particolare per quanto attiene la “Commedia”, ne metteresti in evidenza altri valori?
    
Dante è uno studioso di linguistica, un teorico della politica, un narratore straordinario… Ma la forza, quella che tu definisci dirompente, dei suoi versi è forse quello che di primo acchito ci colpisce maggiormente. Riesce a dire tanto con pochissime parole, a volte ci fa vedere cose senza neanche nominarle. Un esempio che faccio sempre: pensiamo, nel XII canto dell’Inferno, quando appaiono i centauri. Chirone si accorge che Dante è un uomo vivo perché muove i sassi su cui cammina, particolare che fra l’altro è già stato precisato poche pagine prima. I centauri sono allineati come sentinelle, Chirone parla sottovoce ai suoi compagni e indica soltanto con lo sguardo, senza fare un gesto. Il fatto è che sono tutte cose che Dante non scrive: semplicemente, ce le raffigura, ce le fa intuire, la forza evocativa della sua scrittura. E quando Dante e Virgilio s’avvicinano ai centauri constatano quanto sono alti perché il loro sguardo arriva “al petto, / dove le due nature son consorti” è un bell’effetto di realtà: i centauri Dante li ha visti (e ce li fa vedere) davvero.

Marco Innocenti, 9 febbraio 2022 


Tra gli scritti di Marco Innocenti: articoli in IL REGESTO, Bollettino bibliografico dell’Accademia della Pigna - Piccola Biblioteca di Piazza del Capitolo, Sanremo (IM); articoli in Mellophonium; Verdi prati erbosi, lepómene editore, 2021; Libro degli Haikai inadeguati, lepómene editore, 2020; Elogio del Sgt. Tibbs, Edizioni del Rondolino, 2020; Flugblätter (#3. 54 pezzi dispersi e dispersivi), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2019; articoli in Sanremo e l'Europa. L'immagine della città tra Otto e Novecento. Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Flugblätter (#2. 39 pezzi più o meno d'occasione), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2018; Sandro Bajini, Andare alla ventura (con prefazione di Marco Innocenti e con una nota di Maurizio Meschia), Lo Studiolo, Sanremo, 2017; La lotta di classe nei comic books, i quaderni del pesce luna, 2017; Sanguineti didatta e conversatore, Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2016; Sandro Bajini, Libera Uscita epigrammi e altro (postfazione di Fabio Barricalla, con supervisione editoriale di Marco Innocenti e progetto grafico di Freddy Colt), Lo Studiolo, Sanremo, marzo 2015; Enzo Maiolino, Non sono un pittore che urla. Conversazioni con Marco Innocenti, Ventimiglia, Philobiblon, 2014; Sandro Bajini, Del modo di trascorrere le ore. Intervista a cura di Marco Innocenti, Ventimiglia, Philobiblon, 2012; Sull'arte retorica di Silvio Berlusconi (con uno scritto di Sandro Bajini), Editore Casabianca, Sanremo (IM), 2010; articolo in I raccomandati/Los recomendados/Les récommendés/Highly recommended N. 10 - 11/2013; Prosopografie, lepómene editore, 2009; Flugblätter (#1. 49 pezzi facili), lepómene editore, 2008; C’è un libro su Marcel Duchamp, lepómene editore, Sanremo 2008; con Loretta Marchi e Stefano Verdino, Marinaresca la mia favola. Renzo Laurano e Sanremo dagli anni Venti al Club Tenco. Saggi, documenti, immagini, De Ferrari, 2006.