mercoledì 22 maggio 2019

James Ellroy da "Prega detective" a "Perfidia" passando per "White Jazz"

James Ellroy - Fonte: Wikipedia
Un giudizio altamente lusinghiero é stato a suo tempo espresso su James Ellroy da Giancarlo De Cataldo, autore del noto "Romanzo criminale" e di altre opere noir, che contribuì a metà anni '90 a far conoscere questo autore americano nel nostro Paese.
Ellroy é uno scrittore noir, che, a mio personale avviso, ha portato il genere ad un elevato grado di intensità drammaturgica.

Procedo, tuttavia, con delle annotazioni estemporanee.

Nel suo penultimo ciclo di romanzi - American Tabloid, Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio - Ellroy intesse una trama, che ha delle radici lontane nel tempo, sino agli anni '20, fitta di episodi e di personaggi, facendo ruotare in primo piano da un'opera all'altra figure di fantasia sempre al centro degli avvenimenti. La conclusione si situa intorno all'epoca di Nixon Presidente. Tutto, intorno a queste figure principali, che sono già o diventano presto assassini spietati, é crimine, o quasi; tutto, o quasi, é complotto. Ed é un americano che riscrive gran parte della recente storia americana! FBI, CIA, polizie varie: soprusi ed illegalità a non finire!
Più facile riflettere su J. Edgar Hoover, direttore (nessun Presidente ebbe il coraggio di rimuoverlo!) per più di quarant'anni del Federal Bureau.
Solo che nei romanzi in questione i personaggi simpatizzanti della sinistra e di un sindacalismo diverso da quello ufficiale sono in genere così insignificanti, che solo un sadismo istituzionale dedito alla ricerca di informatori ricattabili (come per le polizie di tutti tempi e di tutto il mondo!) poteva loro dedicare energie e risorse sotto forma di pedinamenti, violazioni del segreto postale, intercettazioni ambientali (ancora rudimentali, per la verità!) e telefoniche, infiltrazioni ed altro di sbirresco ancora.
Geograficamente in questo ciclo si viaggia molto, anche fuori dagli USA. I principali teatri americani sono Washington, Chicago, Los Angeles, Miami, Dallas, Las Vegas, come città. E gli Stati relativi, con un particolare rilievo per la Florida. Ma ci sono, anche, all'estero, Cuba, il Vietnam, il Centro America.
Il crocevia di tutte le storie é, in effetti, la velleità della mafia americana di riprendersi i casinò sequestrati dal (all'epoca!) neo-regime di Fidel Castro: un'ipotesi molto accreditata da varie fonti, ripresa anche di recente da alcuni giornali.
Non potevano mancare, allora, i campi di addestramento per i mercenari della tentata invasione di Cuba del 1962, le esercitazioni ed i riti funesti del Ku-Klux-Klan, una visione in presa diretta del fallito sbarco nella Baia dei Porci, la coltivazione dell'oppio ed il traffico dell'eroina in e dall'Indocina per finanziare attività eversive e la mafia, i summit mafiosi (anche per l'affare dei casinò di Las Vegas), le connesse infiltrazioni di CIA e mafia in Centro America a sostegno o per insediare sanguinosi regimi dittatoriali. Le azioni in Centro America sono descritte in pagine di alta drammaticità e di grande implicita condanna (di cui il conservatore Ellroy, tutto preso dall'ispirazione artistica, forse non si é reso pienamente conto) dei misfatti statunitensi, mai pienamente svelati come in questa occasione.
Il ritmo del racconto viene spesso scandito da titoli e sottotitoli di giornali (presumo quasi tutti reali) e da apocrifi documenti segreti FBI, i quali ultimi sono estremamenti illuminanti, perché ricalcati su quanto gli archivi hanno poi rivelato, soprattutto circa la paranoia che Hoover nutrì verso Luther King, spiato (ed é un eufemismo) anche dopo il conseguimento del Premio Nobel per la Pace.
Con Perfidia (del 2014) lo scrittore torna, forse per The Second L.A. Quartet, alla sua ambientazione preferita, specie se d'epoca, Los Angeles, da cui era partito. in cui ha collocato altri suoi lavori, tra cui cito Prega detective (1981) e Clandestino (1982), che me lo fecero conoscere. Ha scritto altro ancora, che in ogni caso tralascio.

"White Jazz" (1992), ad esempio, é uno dei romanzi della cosiddetta quadrilogia (o L.A. Quartet), dedicata già più di trent'anni fa da Ellroy a Los Angeles, una serie comprensiva di "Dalia nera" (1987), "Il grande nulla" (1988), "L.A. Confidential" (o "Los Angeles strettamente riservato") del 1990, un libro a me per imponderabile alchimia particolarmente caro, forse perché snodo significativo di quella fitta trama narrativa.  

La quadrilogia, nella quale emergono, sempre a mio parere, nuovi archetipi letterari rispetto al genere, si svolge in uno scenario storico preciso sin nei dettagli, in un'arco di tempo (con antefatti risalenti anche a prima della seconda guerra mondiale) che va da fine anni '40 a fine anni '50, in una Los Angeles, che personalmente ho provato a ricostruirmi pensando a film come "La fiamma del peccato", "Viale del tramonto" e "Gardenia blu", perché l'autore su arredi urbani e paesaggi, forse per non appesantire trame di per sé già ponderose, non indugia più dello stretto necessario, pur non trascurando (quando, per ovvii motivi non é dovuto ricorrere a termini di fantasia) denominazioni precise ed accurate, quali strade, canjon, lunch, ristoranti, drive-in, locali notturni, stazioni di polizia, Centrale LAPD, Municipio, uffici di contea, prigioni, alberghi, tra cui il famoso Chateau Marmont, e così via.

I protagonisti sono anzitutto i poliziotti della LAPD, poliziotti violenti, disposti a violare la legge, chi in nome di ideali o presunti tali (pietà ossessiva per le tante, troppe donne vittime del crimine umano; pervicace convinzione di difendere l'astratta giustizia), chi per malinteso spirito di corpo, chi per corruzione congenita od acquisita, chi per la combinazione di diversi di questi fattori: tutte figure da grande tragedia, molte delle quali destinate ad una fine violenta, a volte una sorta di riscatto. Esiste, poi, il grumo di uno spezzone ancora più deviato della polizia losangelina, una sorta di vera e propria Gestapo, che interferisce in tutte le vicende narrate e che, in funzione di un antesignano maccartismo, poi connesso a quello nazionale, e di un razzismo da apartheid, non esita ad infiltrare e a colludere gli ambienti criminali, ivi compresa la mafia.

E, poi, ci sono i criminali per definizione; ma un po' tutti i personaggi sono dei criminali, anche gli ingenui (a volte omosessuali latenti) che perseguono scopi troppo azzardati. Anche i reduci di guerra, già persecutori dei nazisti. E poi ci sono i debosciati ed i pervertiti.

Ma le donne, anche le prostitute e le escort (le definizioni contano in questo caso!), non sono tutte delle criminali, anche perché sono sempre raffigurate come vittime, in molte occasioni soprattutto di omicidi. E spesso sono delle vere e proprie eroine.
Vicende affascinanti, perché narrate con equilibrato pathos, e nel contempo precise sul versante psicologico, nonché storico. Non mi rimane che accennare a situazioni e personaggi non molto noti, come la condizione dei neri e dei messicani immigrati (questi ultimi, ad esempio, protagonisti, insieme a sparuti gruppi di idealisti americani, durante la seconda guerra mondiale di una manifestazione sindacale repressa nel sangue), certe restrizioni di guerra, l'insegna sulla collina che viene ridimensionata per indicare solo Hollywood, i nomi di tante automobili (pacchiane per i rivestimenti e per i colori delle carrozzerie quelle dei "negri"), Downtown (il ghetto), il jazz, la musica popolare da ballo, la Dalia Nera (e di quella vera anche di recente hanno scritto i giornali italiani), Chavez Ravine e gli sfratti di forza contro i messicani per edificare lì un grande stadio, la costruzione delle prime autostrade, gli studios e gli scioperi del personale repressi dalla mafia con la connivenza della polizia in nome dell'anticomunismo, certi attori con il loro vero nome, certi attori ed altri personaggi famosi ed i loro vizi, altri personaggi, specie ricconi, dall'identità più o meno celata al lettore, un comunismo ed un sindacalismo da operetta, quattro gatti comunisti dipinti come intellettuali ed artisti falliti, politici corrotti, poliziotti d'alto grado e procuratori carrieristi e megalomani, qualche amministratore e qualche sindacalista puri d'animo, le riviste scandalistiche, i ricatti, il razzismo, tanto razzismo.

E la droga e la pornografia, importate da un Messico che non poteva non essere che antenato di quello attuale, insanguinato dalle lotte tra i vari cartelli della droga e destinato ad avviare tanti clandestini (e tante ragazze e tante bambine prima stuprate dai delinquenti di sempre, di qua e di là di quella frontiera) sui sentieri della morte nei deserti. Un Messico, quello di allora, destinatario dei turpi vizi di tanti nordamericani e delle scorribande dei loro poliziotti, sempre in combutta con i federales.

Ellroy, come ben si saprà, prima di mettersi a scrivere, ha avuto una vita, che definire travagliata é dire poco, una vita da cui si é riscattato diventando, anche se da autodidatta, uno scrittore di razza. Anche se rimane, come ha ammesso egli stesso in alcune interviste, un gran conservatore, se non un reazionario.
 
Adriano Maini



martedì 14 maggio 2019

Miliu


Fonte: www.soudan.it
 
A Soldano, in Val Verbone, immediato retroterra dell'estremo ponente ligure, era soprannominato Miliu. Si tratta di Emilio Croesi, contrassegnato con il numero "2" nella soprastante fotografia, che lo ritrae a Soldano, Soudan in dialetto, per l'appunto. Era nato nel 1912 a Perinaldo, dove morì nel 1986.

Ci sarebbe tanto da scrivere su questo personaggio.
In questa occasione ci si limita ad un breve ritratto.
 
Cercando sul Web immagini e documentazione relative alla vita pubblica di Croesi, si trova soprattutto altro, ma Emilio Croesi è stato sindaco comunista di Perinaldo per oltre quarant'anni, in pratica dalla Liberazione sino al suo decesso.




Ad entrare in casa sua si scorgeva subito una fotografia, che lo ritraeva giovane ciclista. Di solito la sua risposta a chi chiedeva in merito delucidazioni era che aveva fatto qualche gara in Costa Azzurra. Invece, si era trattato di qualcosa di più: un vero vanto, per una zona piccola come quella tra Ventimiglia e Bordighera, per giunta di frontiera.
 
Si possono aggiungere altri aneddoti. Ancora adesso si conferma in paese che Miliu aveva introdotto abbastanza presto l'utilizzo, di una sirena del Municipio per annunciare il mezzogiorno a chi lavorava nei campi: una risposta... laica alle campane della Chiesa.

Forse era una visita a sorpresa, ma una volta Miliu fece attendere senza tanti riguardi Mario Soldati e Luigi "Gino" Veronelli, che avevano sentito parlare del suo vino: il Rossese, da tempo Rossese di Dolceacqua, dal 1972 a Denominazione di Origine Controllata. Un vino di qualità, insomma. Quello di Croesi, ancora di più, come si cercherà di dimostrare tra breve. Quella volta Emilio era impegnato a travasare il suo pregevole prodotto, facendolo passare attraverso una semplice, ma efficace attrezzatura, nella quale il filtraggio era assicurato dalla saggina. I due personaggi davanti a quell'operazione rimasero incantati. Iniziò una loro feconda collaborazione e frequentazione con Croesi.
 
Fonte: vivino.com

Non rimane che aggiungere qualche citazione, di recente rinvenuta, sulla qualità del Rossese di Emilio Croesi:

Siamo dalla parte di Soldano, dalla parte di Perinaldo, non da quella di Dolceacqua, siamo dalla parte dove Gino Veronelli individuò la Romanèe Conti Italiana, quella piccola vigna di Rossese che negli anni 70-80 raggiunse fama internazionale per le riuscitissime vinificazioni confidenziali  del vulcanico sindaco di Perinaldo, Emilio Croesi. Durante un intervista in video di qualche anno fa, Gino Veronelli tirò in piedi una bottiglia di vino rosso e la definì: “uno dei più grandi vini della mia vita” e ancora “vino nato da una parcella di vigna che è la Romanèe Italiana... Leggo altrove una definizione: “Il colore è rubino carico con netti sentori di selvatico, spezie e frutti di macchia mediterranea. Il corpo è pieno con sensazioni aromatiche prolungate. E vino di impensabile longevità... Si tratta del Rossese Vigneto Curli 1978 di Emilio Croesi, leggendario sindaco di Perinaldo. Non so il 1978, ancora esistente in cantine private degli eredi Croesi, ma il 1982 l’ho provato un paio di volte, la seconda da lacrime.
Guardiano del Faro, ottobre 2008, su Luciano Pignataro

Doc primaria per la Liguria, dal 1972, ebbe notorietà e rilievo grazie alla lungimiranza di Gino Veronelli, che si innamorò di questo vino negli anni 70, e nel dettaglio , della micro produzione di Emilio Croesi da Perinaldo, mitico sindaco per quarantenni del comune che diede i natali all’astronomo Cassini, che riuscì a produrre un vino talmente convincente da forzare il sentimento di Veronelli, fino a paragoni lusinghieri con le produzioni più nobili di Borgogna... Paragone che ho avuto modo di verificare quest’anno, ritrovando quei vini di Croesi, e bevendoli con enorme piacere. La longevità del Rossese, per alcuni un vinello da bere giovane, è un ulteriore aspetto su cui ragionare, in rapporto alle recenti degustazioni di vini prodotti negli anni 70-80. Ma difficili da replicare proprio per l’esiguità delle bottiglie prodotte, e spesso consumate giornalmente in loco, in famiglia o per la ristorazione. I lotti di vini di qualità, ricavati dalle migliori annate, sono pressoché confidenziali. Quantità irrisorie , che possono far la felicità di qualche attento conoscitore, che con pazienza e umiltà, si recasse in zona alla ricerca di un vino affascinante , che non è neppure costoso.
ancora Guardiano del Faro, 10 dicembre 2008, su Sorgente del Vino
 
Il ricordo che alimento con più devozione è stato un invito a pranzo a Bergamo, a casa sua, nel 1997. In quell’occasione Veronelli stappò generosamente una bottiglia di Rossese di Dolceacqua vigneto Curli 1978 di Emilio Croesi. Un rosso unico, di particolare finezza aromatica e dal tocco al palato soffuso, impalpabile, delicatissimo: un soffio. Un rosso che Veronelli definiva “la Romanée Conti d’Italia” [ Romanée Conti, in Borgogna, è il vino più raro e pregiato del pianeta Terra]. E in effetti la qualità del vino di quella vigna, Curli, è sorprendente... Alterne e avverse vicende hanno portato a un progressivo abbandono del prezioso pezzo di terra, ridotto per molto tempo a una superficie incolta, invasa dalle erbacce. Da qualche anno Giovanna Maccario, ispirata produttrice del posto, ha ripreso pazientemente in mano le sorti dello storico appezzamento. E oggi è per fortuna in grado di riproporne agli appassionati nuove versioni. Nuove e scintillanti, direi: il 2013, da poco in commercio, è buonissimo, mentre il 2014, assaggiato poche settimane fa, è - senza mezzi termini - prodigioso per maturità del frutto, purezza dei profumi, sottigliezza puntiforme dei tannini. Poche bottiglie, purtroppo, che valgono la pena della ricerca.  
di Fabio Rizzari, 17 novembre 2015

Adriano Maini

lunedì 6 maggio 2019

Circa una ricerca scolastica del 1927 sui funerali della Regina Margherita



Capitava qualche anno fa di fare in altro blog qualche considerazione sui funerali della Regina Margherita, morta a Bordighera nel gennaio del 1926.


In verità si cercava di dare conto di una ricerca scolastica effettuata dal padre di Giulio Rigotti nel novembre del 1927.


Sinceramente, la figura della vedova  di Umberto I (qui sopra una datata cartolina della statua a lei dedicata nella città delle palme), che soggiornò a lungo a Bordighera, soprattutto nella villa che mantiene tuttora il suo nome, non merita riconoscimenti storici di sorta, non fosse altro per il fatto che avesse ricevuto proprio nella sua magione ligure alla vigilia di quel moto eversivo i quadrumviri fascisti della Marcia su Roma, ai quali diede tutta la sua approvazione.
 
Ma una lontana ricerca storica di un ragazzino è tutt'altra cosa, che merita un minimo di rievocazione. 



 

La fragilità di quel quaderno aveva consigliato, nonostante il parere contrario di Giulio, di procedere a fotopiarlo in modo parziale. Nell'operazione si staccavano dalla cucitura centrale, purtroppo, le singole pagine.


Inoltre, intrigava il fatto raro della conservazione in una famiglia di un documento scolastico così d'epoca.


Capita, però, in questi giorni che Silvio Martini proceda ad inviare vecchie fotografie, quasi tutte relative alle già dette solenni esequie, iniziate a Bordighera per terminare a Roma.


Quasi tutte realizzate, si pensa, dal bravo artigiano Amedeo Ferroli, una sorta di mito dal queste parti! 


Forse non sono pubblicate nell'ordine giusto.



Appaiono aspetti quasi tutti diversi della parte delle cerimonie, svolta in ambito rivierasco.


Davanti alla stazione ferroviaria di Bordighera in quel lontano inverno.


In ogni caso, la storia è storia!
 
Adriano Maini  

martedì 30 aprile 2019

Ventimiglia: passerella e...




Della vecchia passerella sulla foce del fiume Roia a Ventimiglia, costruita ben prima del 1900, ma fatta saltare in aria con esplosivi nel 1944 dai tedeschi, nel 2012 un amico di famiglia, testimone di quell'episodio, chiedeva se era possibile rintracciare qualche immagine, come in effetti accadeva. La fotografia messa qui sopra risale al 1898. Delle altre, sempre relative al detto ponticello in ferro, si sono perse le date. 

Fonte: Alessandra Maini



Poco dopo, dai commenti sullo stesso soggetto, su Facebook, affioravano altri episodi.

Fonte: Andrea Niloni

Fonte: Andrea Niloni

Pubblicate da Andrea Niloni - che ha un archivio molto interessante - comparvero le inedite, per tante persone, fotografie di una nuova passerella, anche questa distrutta perché travolta dalla piena del novembre del 1952.
Anche in questo caso si erano appalesati nella discussione molti ricordi, derivanti dall'immancabile tradizione orale: spiccava tra questi il succinto resoconto del salvataggio di una donna dalla furia di quelle acque.



E nell'ultima versione questa passerella ha proprio un suo perché!
 
Adriano Maini

sabato 23 marzo 2019

Qualcosa su Nizza


Mi piace talora ricordare Nizza nel seguente modo.
Che per andare a Grasse nel settembre del 1955 abbiamo per forza di cose fatto tappa nel capoluogo del dipartimento delle Alpi-Marittime.
Che non posso non associare la mia prima visita a Nizza Vecchia all'assaggio nella vicina Piazza Garibaldi della caratteristica farinata locale, la socca.
Che nelle tante scorribande, di cui dovrei dire a parte, di sabato pomeriggio del 1966 e del 1967 in Costa Azzurra con G., orgoglioso della sua nuova automobile e della sua passione per le canzoni di Jimi Hendrix, i cui dischi nei viaggi mi faceva ascoltare a manetta non so più con quale mezzo, non ci siamo mai fermati a Nizza.
Che nella campagna elettorale per la difesa della legge sul divorzio, condotta tra gli italiani della Costa Azzurra, avevo imparato a conoscere tanti nomi di zone di Nizza, talora molto caratteristici, come Magnan, Terron, La Madonnette.
Che anni dopo ancora, recandomi spesso a Nizza per motivi professionali diversi da quelli della mia gioventù, dalle finestre di un ufficio, che per breve tempo potei considerare anche mio, contemplavo attento gli edifici più caratteristici di Nizza Vecchia.
Che anche in queste appena citate occasioni avevo fatto tante nuove conoscenze, di italiani e non, tutte giocoforza perse.
Che... 

Adriano Maini

Quando giocava Kopa



Nell'autunno del 1960 un padre, ferroviere di Ventimiglia, con i due figli maschi di, nell'ordine, 10 e 7 anni, ed il cognato andarono a vedere una partita di calcio del campionato di serie A francese, Monaco-Reims, nel vicino Principato, nel vecchio stadio a dimensione quasi familiare. 

Finita la partita, il quartetto deve avere indugiato un po’ da qualche parte, perché altrimenti non si spiega la scena seguente. 

Su due sedie malandate, davanti ad un baretto qualsiasi (come oggi a Montecarlo non ce ne sono più; e la scomparsa casa, posta sotto la Rocca del castello, bisognosa di restauri, che lo ospitava qualcuno la ricorda ancora), lo zio riconobbe per primo un calciatore, il più grande dei nipoti un attimo dopo il secondo. Si trattava rispettivamente di Kopa, migliore giocatore europeo del 1958, e di Fontaine, tuttora recordman con 13 reti (1958, in Svezia) di un singolo mondiale, quella volta con una gamba ingessata (e, quindi, non era sceso in campo, ma aveva accompagnato la squadra) come il bambino aveva già letto in uno dei suoi prediletti giornalini dell’epoca: entrambi del Reims e nazionali (i galletti) di Francia, il primo oriundo polacco, il secondo a suo tempo esordiente in Marocco. Si avviò un’amabile conversazione tra adulti, nella quale spiccavano tuttavia i continui complimenti fatti anche in spagnolo (aveva appena finito di militare nel Real Madrid), rivolti da Kopa al fratellino più piccolo.

Ed alla morte di Kopa, poco tempo fa, si è riscontrato dalla lettura dei giornali la grande umanità di questo oriundo polacco, partito dal lavoro in miniera per diventare il grande calciatore che in tanti ancora ricordano.
 
Adriano Maini   

giovedì 7 marzo 2019

Un medico del ponente ligure in Cina dal 1913 a metà anni '20

Fonte: Alberto Moreno

Faccio esordire con molta personale soggettività questa affascinante storia, che avevo scoperto nel gennaio del 2012, dall'edificio ritratto in questa fotografia d'epoca.
Aggiungo subito che Alberto Moreno, nipote della persona, la cui attività cercherò nelle seguenti righe di sintetizzare, ha raccontato con passione, competenza e acume di inquadramento e completamento storici tutta l'inusuale vicenda sul suo blog, in oggi da rivisitare. E lì ho, inoltre, attinto tutte le immagini che corredano questo articolo.

I miei accenni saranno, dunque, dedicati, al dottor Giacomo Rastello, che ha illustrato negli ultimi anni di vita la città di Bordighera, nipote dal lato materno del professore Ludovico Isnardi di Pigna (IM), "primario dell’Ospedale Maggiore di Torino, docente universitario e vero luminare della chirurgia", titolare della clinica in zona Nervia di Ventimiglia (IM), raffigurata nel primo scatto, che, prima di tornare ad essere ospedale e, attualmente, presidio sanitario, ospitò al piano terreno le scuole elementari frequentate dal sottoscritto.

Fonte: Alberto Moreno

Questa dovrebbe essere la prima cartolina che il giovane medico mandò alla famiglia dalla Cina, dove andò nel 1913 per un incarico procurato dallo zio chirurgo.
"Ti avverto che il Comm. Schiaparelli, Presidente dell'Associazione Nazionale per soccorrere i Missionari cattolici italiani, ha bisogno di due medici e specialmente chirurghi per la Cina, in due luoghi diversi: si va con le Missioni composte da Sacerdoti e Suore e si dirige un piccolo ospedale per indigeni."

Fonte: Alberto Moreno

Fonte: Alberto Moreno

La Cina era sconvolta, come noto, in quel periodo soprattutto dai torbidi scatenati dai signori della guerra: i viaggi di Rastello furono avventurosi e i pazienti da accudire in massima parte poveri popolani cinesi. "L'estate del 1913 è per Giacomo molto impegnativa... Scortato da un centinaio di soldati mandati dal governatore dell'Honan in segno di stima, Giacomo lascia Chumatien e, alternando percorsi a piedi e l'uso della portantina che gli sembra imbarazzante, raggiunge in una settimana Nanyang; dopo altri 5 giorni di cammino entra nella  provincia dell'Hupè."


Fonte: Alberto Moreno

Questa fotografia documenta il salvataggio di una neonata, che era stata, come costume largamente diffuso in quel grande paese, abbandonata. Fa, anche, parte di un archivio a mio avviso semplicemente straordinario.
Nel 1916 il medico scrive: "Nella scienza medica del resto come in tutti i rami dell'attività del pensiero umano la Cina ha fatto una lunga sosta; si è attardata sui ruderi della sua vecchia civiltà; ora però pare che voglia riprendere il suo cammino."

Fonte: Alberto Moreno

Questa immagine ritrae una parte dei festeggiamenti fatti al ritorno del dottor Rastello a Laohokow nel 1921.

Fonte: Alberto Moreno

Ecco Shanghai in quel torno di tempo.

Fonte: Alberto Moreno

Tornato in Italia a metà anni '20, il medico non sa ancora che non tornerà più in Cina, di cui conserverà un grande ricordo, notevole documentazione e ancora tanti contatti.
Aprirà una clinica a Bordighera. La seconda guerra mondiale la renderà "una struttura d'emergenza medica per la popolazione civile molto simile all'Ospedale di Laohokow."

Nella vicenda familiare del medico rientrerebbe anche un riferimento ai Giardini Moreno di Bordighera, ma questa é proprio una storia da lasciare completare ed arricchire dal nipote.

Nipote che forse riprenderà ad interagire con la documentazione cui io ho fatto qui un rapido riferimento, ma che, intanto, sta lavorando ad un prezioso sito dedicato a Giuseppe Balbo, un artista che illustrò anche il nome di Bordighera.
 
Adriano Maini