Visualizzazione post con etichetta bombardamenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bombardamenti. Mostra tutti i post

domenica 13 ottobre 2024

C'era una cappella...

Ventimiglia (IM): il fianco meridionale della Chiesa Parrocchiale di Cristo Re a Nervia

Oggi nell’ala orientale del Chiostro di Sant'Agostino a Ventimiglia, più precisamente al primo piano, ci sono la Biblioteca Comunale ed una bella sala riunioni. La struttura è stata intitolata ad Angelico Aprosio, l'erudito agostiniano che nel Seicento un po' più in là, nell'ala di nord-est del casamento, aveva eretto la Libraria, la prima biblioteca pubblica della Liguria, la cui ancora ragguardevole (migliaia di volumi antichi) dotazione è, tuttavia, chiusa in un edificio di Via Garibaldi nella città vecchia.
Tra gli anni Sessanta e Settanta in alcune stanze del Chiostro ci furono significativi incontri di studenti della zona e di altre persone con religiosi e laici, ma ferventi cattolici, venuti da fuori, tutti dediti ad attività sociali, in quanto ricchi di umanità e di curiosità intellettuale; in altre erano state installate aule decentrate di un Liceo Classico allora, prima del successivo crollo verticale di iscrizioni, in piena espansione di frequenze e di un istituto professionale; sussistevano, inoltre, vari uffici a valenza pubblica, sull'esempio di quel carcere che, collocato a pian terreno, ha fornito per decenni storie curiose da raccontare.
Qualcosa del genere sussiste tuttora, ma non sono ancora emersi singolari aneddoti.

A Nervia di Ventimiglia, sul fianco meridionale - quello lambito dal Cavalcavia - della Chiesa Parrocchiale di Cristo Re, una piccola sala aperta al pubblico e sulla cui porta stavano ad entrambi i lati a monito perenne di pace gli involucri di due bombe d'aereo rappresentava una sorta di cappella memoriale dei caduti - quasi tutti onorati con singola fotografia - della zona nella seconda guerra mondiale, persone perite nei terribili bombardamenti che colpirono la località, soldati che non fecero più ritorno, ma da tempo questo piccolo ricordo è stato smantellato.

Nei pressi dell'attuale Chiesa Parrocchiale della Madonna dei Fiori di Bordighera, sita in una traversa di Via Pasteur dal nome pittoresco, Via Arca di Noé, c'era ancora a metà Cinquanta una piccola caratteristica chiesa, forse una cappella, che più in piccolo poteva rimembrare il tempietto - privato - di Madonna della Ruota sempre in Bordighera. La sua demolizione viene tuttora attribuita dalla voce popolare ai pericoli insiti nella sua collocazione in piena curva sulla strada provinciale ad alta intensità di traffico: a prescindere dal valore di una semplice conservazione senza accesso al pubblico, rimane il fatto che la chiesa di Madonna della Ruota pur avendo le stesse caratteristiche, se non peggiori, affacciata com'è sulla Via Aurelia, qualche volta all'anno vede celebrare ancora qualche rito, logicamente ben invigilato dalla polizia municipale.
Succedeva allora che, in attesa della costruzione della chiesa della Madonna dei Fiori, per alcuni anni le messe di quella zona venissero celebrate in un garage di Villa Hortensia, così che molte persone ebbero modo di conoscere, perché in quelle occasioni assiduo, quasi un sagrestano, il professore Raffaello Monti, padrone di casa sì, ma insigne musicista, antifascista, pacifista, amico di Giuseppe Porcheddu e di Aldo Capitini, animatore della cultura locale, presidente della locale Unione Culturale Democratica.

Adriano Maini

giovedì 21 marzo 2024

Camicie con la seta dei paracadute

Bordighera (IM): la spiaggia ai Piani di Borghetto

Un ex ragazzo dell'epoca, Giulio B., ricordava di come avesse contribuito in tempo di guerra a "fare il sale" con il sistema dell'ebollizione dell'acqua di mare. Si vantava del fatto che talvolta con un suo amico, compagno di avventura, riuscisse a produrre anche cinquanta chili al giorno del prezioso alimento, destinato, pertanto, anche ad essere rivenduto con evidente beneficio economico per le loro famiglie, dunque, non solo per stretto consumo casalingo. Questo capitava ai Piani di Borghetto di Bordighera, quasi al confine con Vallecrosia, e gli attori per andare in scena e procurarsi la materia prima attraversavano con pericolo evidente spiagge minate dai tedeschi. Di più: smontavano alcuni dei citati micidiali ordigni esplosivi - ed un altro pericolo incobente era quello di incappare nella sorveglianza - per estrarre la polvere pirica con cui avviavano al meglio le fiamme per i loro calderoni, in effetti rozzi vasconi fatti con metalli recuperati di fortuna.
Si trattava peraltro di una pratica molto diffusa, non solo nel ponente ligure. Altri racconti hanno fotografato come sede di produzione del sale il settore di sbocco a mare della Galleria degli Scoglietti di Ventimiglia.

Giulio parlava anche del riutilizzo - soprattutto per fare camicie - della seta di paracadute, raccolti frettolosamente, in questo caso non solo da lui, paracadute caduti in gran numero perché trasportavano bengala, quei bengala che in altri racconti ritornano come il terrore di tante persone, timorose di imminenti bombardamenti aerei che, in effetti, in quell'inizio di estate del 1944 - la notte dei bengala -, diversamente, purtroppo, dal prima e dal dopo, poi, stranamente, non ci furono.

Altri ex ragazzi hanno raccontato, rispetto al tormentato periodo bellico, di loro incontri con brigatisti neri della Repubblica Sociale di Salò.
Chi, maltrattato in casa a Vallecrosia, insieme ai genitori, da miliziani che cercavano il fratello maggiore impegnato nelle azioni della locale squadra di azione patriottica (Sap).
Chi, trovatosi con il padre ed il loro accompagnatore del luogo in altura - zona San Martino - tra Vallebona e Soldano alla raccolta di olive - copiose in quell'ultima stagione di guerra - venne fermato con i due adulti da una squadra di brigatisti neri alla ricerca di partigiani. I grandi furono sospettati di connivenza con i ribelli, sennonché un saloino, riconosciuto quel genitore, garantì per tutti, ponendo termine alla brutta disavventura.

Terminato il conflitto, Giulio lavorò anche allo sminamento, ormai logicamente praticato su larga scala e remunerato, impegno che gli venne prontamente inibito dalla madre appena ne venne a conoscenza, e l'ex milite fascista, che aveva tolto dai guai i raccoglitori di olive, trovò occupazione presso una nota distilleria di profumi della zona.

Adriano Maini

martedì 20 febbraio 2024

Ventimiglia e la seconda guerra mondiale...

Ventimiglia (IM): la lapide che nella piazzetta della Chiesa di Nervia ricorda le 67 vittime del bombardamento aereo del 10 dicembre 1943, tra le quali quattro ostaggi esposti dai nazifascisti

Due cugini, nati in provincia di Parma, emigrati a Ventimiglia, perirono, uno alpino, l'altro del genio ferrovieri, nel rogo dell'infame campagna di Russia voluta da Mussolini nella seconda guerra mondiale.
La famiglia dell'alpino, finito il conflitto, andò ad abitare in prossimità delle rovine - affacciate sul fiume Roia - provocate dai terribili bombardamenti che squassarono la città di confine, in modo particolare quello del 10 dicembre 1943.
All'altra famiglia toccò in sorte di ricevere - a morte già avvenuta del congiunto - una cartolina postale  (uguale a decine di altre, con la sola variante dei destinatari e del nome proprio del subordinato), firmata dal maggiore del Battaglione, un biglietto che augurava il Buon Natale e che assicurava che il loro caro stava bene.
Nella zona di residenza di questa famiglia, Nervia di Ventimiglia, un anno dopo, proprio in quel 10 dicembre 1943 già citato, una ragazzina assistette da vicino all'inferno scatenato dagli aerei statunitensi con tale evidente timore sì da voler spesso ricordare da insegnante adulta in classe ai suoi allievi il tragico episodio.
Sempre in quel giorno si prodigò all'estremo per soccorrere feriti e per dare conforto spirituale il parroco, che anni dopo dalla sua nuova destinazione di Riva Ligure si trovò spesso in stazione con l'opportunità di rivedere e salutare affettuosamente almeno un ferroviere, in questo caso fratello del geniere defunto, del novero dei giovincelli da lui già conosciuti a Nervia.
Si affrettarono anche dal centro città madre e figlio di dieci anni in cerca del padre che dalle parti di Nervia aveva un lavoro: per loro fortuna il capofamiglia si era trovato oltre il punto critico, ma il bambino da grande avrebbe rammentato i morti da lui visti con sofferta umanità ancor più per il fatto che era destinato a frequentare tanti sopravvissuti.
Sempre da Nervia era partito per la guerra un altro ragazzo, che conosceva quasi tutte le persone - di alcune era anche amico! - qui menzionate e che affondò al largo dell'isola Asinara con la corazzata Roma il 9 settembre 1943.
Finirono in trappola Ettore e Marco Bassi, padre e figlio, commercianti ebrei di Ventimiglia, benefattori non solo degli ebrei stranieri in fuga, ma anche benemeriti della città e del comprensorio, per essere poi falcidiati nell'inferno degli stermini nazisti.
Ferrovieri antifascisti di Ventimiglia vennero uccisi nelle rappresaglie del Turchino e di Fossoli, ma i più trovarono la morte nei lager tedeschi: tra loro anche il compagno di lotta capitano Silvio Tomasi, già reduce dalla campagna di Russia.
Da Ventimiglia qualche familiare è riuscito negli anni a recarsi in Germania per visitare la tomba di un loro caro, deceduto quale Internato Militare.
Una lapide nel cimitero centrale di Ventimiglia a Roverino commemora i partigiani caduti: impressionante pensare a come furono massacrati a Sospel dalla furia nazifascista undici garibaldini (tra i quali un ventimigliese, Osvaldo Lorenzi; un altro ventimigliese, Sauro Bob Dardano, era già morto con l'assalto nemico) e quattro appartenti al maquis.
Nella strage nazista di Grimaldi perirono anche tre bambini molto piccoli; in quella di Torri due persone molte anziane e due cinquantenni.
Sono solo alcuni esempi, uno spaccato non esaustivo: certamente è impressionante verificare che solo la piccola città di Ventimiglia abbia avuto centinaia e centinaia di vittime di guerra.
Adriano Maini

domenica 9 ottobre 2022

Di aerei e di colline nella zona Ventimiglia-Bordighera durante l'ultima guerra

Bordighera (IM): uno scorcio della collina Mostaccini

Un gruppo di bambini, mentre giocava vicino alle sponde del torrente Borghetto in prossimità della Via Romana di Bordighera, vide cadere un aereo in collina. Si affrettarono a salire, spinti dalla pericolosa curiosità, naturale in quella fase della vita umana, ma furono respinti dai soldati tedeschi accorsi ben prima sul sito dell'impatto. Riuscirono, tuttavia, a capire che il pilota era rimasto immolato con l'apparecchio; forse, addirittura, riuscirono a scorgerlo da lontano. Un recente articolo, apparso sulle pagine locali di un noto quotidiano nazionale, rispolvera la vicenda, fornendo diverse informazioni tecniche e storiche, reperite dal giornalista, ma non indica il punto preciso della conclusione di quel disastro. D'altronde, le scarse notizie reperibili sul Web sino a pochi giorni fa erano - e rimangono - contraddittorie. Fuori discussione  la data del tragico evento, 12 settembre 1944, il nome della vittima, Lewis K. Foster, il tipo di aereo, Republic P-47D-23-RA Thunderbolt, la nazionalità di entrambi, statunitense, la località di partenza, Poretta, Corsica, la squadriglia, il gruppo e così via. Una fonte sostiene che il caccia in questione - di questo tipo di apparecchi si trattava - "si schiantò mentre mitragliava il bersaglio ad un miglio a nord est di Bordighera"; un'altra, quella più ricca di dettagli, mentre conferma la precedente asserzione, aggiunge che l'aereo "era stato visto l'ultima volta ad un miglio, un miglio e mezzo a nord ovest di Bordighera". In effetti, nell'articolo citato ci sono ampi riferimenti al rapporto di un altro pilota, di cui si fa pure una breve storia di quella e di altre avventure di guerra, un pilota, il tenente John M. Lepry, che, mentre la squadriglia era in picchiata, aveva sentito dietro di sé l'esplosione del mezzo guidato da Foster, senza poterne capire le cause. Il giornalista fa ruotare il suo pezzo intorno al fatto che si sia persa la memoria di questo tragico evento. 
 
Vallebona (IM)

Eppure, qualcuno nella vicina Vallebona ancora ricorda che un compaesano parlò diverse volte di essere accorso, mentre lavorava in un appezzamento di terreno dalle parti della collina Mostaccini di Bordighera, sul luogo di un disastro aereo, riuscendo anche a vedere il cadavere straziato del pilota, di cui raccontava anche particolari raccapriccianti. Il Notiziario, invece, della fascistissima Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.) aveva comunicato il 1° ottobre ai capoccia di Salò che il mezzo incursore 'precipitava in località "Camporosso". Un pilota caduto e l'altro, ferito gravemente, è stato catturato'. C'è da dubitare che sul singolo aereo i piloti fossero stati due. Millantato credito?

Anche Mario Armando, all'epoca del fatto quindicenne, visse più o meno l'episodio come i bambini di cui sopra. Nel suo racconto, pubblicato qualche anno fa in Paize Autu, Periodico dell’Associazione “U Risveiu Burdigotu”, appare anche un preciso riferimento ai colpi di mitraglia - forse quelli decisivi - sparati dalla torre di avvistamento (il Semaforo) approntata dai tedeschi in Piazza del Popolo nel centro storico (Paese Alto) di Bordighera. Armando quel giorno stava proprio lì a giocare con degli amici a pallone, un pallone messo a disposizione da una recluta austriaca di 17 anni, per combinazione addetto a quella postazione e che in quel frangente non poteva certo unirsi come d'abitudine ai compagni di calcio. Questi ultimi - dunque, partendo da levante - cercarono di arrivare sul luogo dell'impatto del caccia, ma vennero anche loro respinti dai soldati tedeschi.

La collina di Collasgarba

In quel torno di tempo, più o meno, a distanza in direzione ovest di circa due chilometri lungo la linea di costa, sulla piccola collina di Collasgarba, divisa tra Ventimiglia e Camporosso, anche questa affacciata su di un torrente, in questo caso il Nervia, un gruppo di bersaglieri della repubblica fascista di Salò, capeggiati dal sergente Bertelli, stava maturando la convinzione di disertare, ma alcuni patrioti li convinsero a rimanere al loro posto per aderire in modo clandestino alla Resistenza: con la discesa al mare ad un presidio in Vallecrosia questa loro scelta si rivelò molto utile per il buon esito di diverse missioni di contatto dei partigiani con gli alleati insediati nella vicina Francia.

Pigna (IM)

Non si sentiva molto sicuro - racconta il figlio Massimo - Stefano Leo Carabalona, mentre si trovava a bordo di un apparecchio a compiere una ricognizione su Pigna e dintorni, forse foriera dei bombardamenti di fine dicembre 1944 su questo centro della Val Nervia, che dovevano colpire obiettivi militari strategici - secondo lo storico Giorgio Caudano eliminare - uno scopo fallito - il generale Lieb, comandante della 34^ Divisione dell'esercito tedesco, quella di stanza nel ponente ligure -, ma che uccisero, invece, cinque donne ed una bimba di 21 mesi e causarono vari danni, pesanti per un piccolo paese. Non si sentiva sicuro Carabalona, non perché temesse la contraerea tedesca, probabilmente installata in seguito, ma per la fragilità del mezzo. Eppure Carabalona era stato coraggioso - e decorato con due medaglie di bronzo al valor militare - in guerra come ufficiale del Regio Esercito, un eroe partigiano nella difesa di Rocchetta Nervina, un protagonista delle battaglie di Pigna - e verso l'epilogo di queste riusciva a dare precise indicazioni alla Missione FLAP - battaglie che portarono alla costituzione della Libera Repubblica democratica dalla vita, purtroppo, breve, ed era appena sbarcato in Francia come responsabile del collegamento della V^ Brigata partigiana "Luigi Nuvoloni" con i comandi alleati di Nizza. Neppure immaginava che, appena rientrato in Italia, sarebbe stato gravemente ferito a febbraio 1945 in un agguato a Vallecrosia e che sarebbe occorso quasi un mese perché i sappisti del Gruppo Sbarchi Vallecrosia riuscissero via mare a portarlo definitivamente in salvo per avere infine le cure del caso a Nizza.

Da un rapporto di settore della Marina da guerra statunitense, operante nel teatro del nord-ovest del Mediterraneo (U. S. Atlantic Fleet, Task Force 86 Operations and Action of the Support Force Eighth’ Fleet During Invasion Of Southern France)

Del resto, la lunga strada per la Liberazione passò anche in provincia di Imperia, da un capo all'altro, per bombardamenti aerei e navali - anche con artiglierie di terra in prossimità del confine - , non sempre mirati su obiettivi militari, sempre con effetti devastanti sulla popolazione civile.

Adriano Maini

venerdì 12 marzo 2021

Collasgarba... fuori sacco

Fonte: Diego Pannoni

Circa sessant'anni fa il panorama dalla collina di Collasgarba appariva come in alcune fotografie qui accluse.

Fonte: Diego Pannoni

Collasgarba, cui ho fatto cenno più volte nei miei blog, è una collina che, a dirla senza ulteriori dettagli, sovrasta la zona - orientale - Nervia di Ventimiglia (IM).

Fonte: Diego Pannoni

E le immagini che corredano questo post rappresentano per me un grato inedito: un "fuori sacco", per l'appunto, come da mia personale definizione che ho cercato di spiegare la volta precedente.

Fonte: Diego Pannoni

Fonte: Diego Pannoni

Vedere come era un tempo la strada di Collasgarba mi crea emozione. Ne ha procurata anche a qualche amico al quale ho anticipato in privato la visione.

Fonte: Diego Pannoni

Fonte: Diego Pannoni

Fonte: Diego Pannoni

Fonte: Diego Pannoni

Ci sono tante vicende storiche che riguardano quell'altura. Prevale in me, tuttavia, la memoria delle scorrerie del ragazzino che sono pur stato, compiute con tanti compagni di giochi di allora, poco prima che il sito venisse, dopo le distruzioni arrecate dai bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale, profondamente ristrutturato.

Fonte: Diego Pannoni

Fonte: Diego Pannoni

Fonte: Diego Pannoni

Per mera combinazione alla vigilia dei nuovi interventi edilizi ebbero luogo in Villa Serena, che pochi anni prima avevo pur frequentato, alcune simpatiche feste estive, di cui mi erano pervenuti vaghi sentori.

Fonte: Diego Pannoni

Fonte: Diego Pannoni

Come ho scritto più volte, la mia famiglia porta i segni di un vissuto in Collasgarba. Il nonno paterno dalla fine del 1932 al 1941 circa lavorò, dimorando lassù con gli altri nostri cari, ad accudire le mucche che facevano parte del patrimonio dei Vivai Corte di Collasgarba.

Fonte: Diego Pannoni

Fonte: Diego Pannoni


Una gran bella azienda agricola, che pubblicava anche una pregiata rivista tecnica di settore. Non essendo stato in grado io di fornire in quest'ultimo merito ulteriori informazioni il ricercatore, che si era dapprima rivolto a me, è stato adesso aiutato da un noto mensile locale a rivolgere un appello ai lettori nel tentativo di rintracciare documenti e notizie su quel grande esperimento, stroncato dalla guerra. Ed il tutto non può che farmi piacere!

Resta, invero, da sottolineare una volta di più che questa carrellata di inquadrature discende dalla cortese disponibilità di Diego Pannoni imparentato per linea materna alla famiglia Corte.

Adriano Maini

sabato 7 dicembre 2019

C'era la guerra


Settantasette anni fa i marinai, tra cui mio padre, proveniente da Ventimiglia (IM) - a maggio 1942 ormai in semplice esercitazione - della corazzata "Giulio Cesare", già ammiraglia della flotta italiana, la prima battaglia della Sirte l'avevano già combattuta. 

Settantanove anni fa in questa zona di estremo ponente ligure in frontiera con la Francia i civili sfollati erano già rientrati nelle lore case.

Credo sia giusto rammentare in chiave umanitaria i drammatici accadimenti della storia, ancorché visti in ambito locale, purtroppo inesauribile fonte di fatti. 


Dal Fronte dei Balcani - cui afferisce questo scatto che rappresenta un carabiniere richiamato da Bordighera (IM), mio nonno materno - in tanti, troppi tornarono minati profondamente dalla malaria. E non solo nella mente, per tutti gli orrori commessi in quei luoghi dalle orde nazifasciste.



Nel frattempo accadeva la tragedia della spedizione in Russia in cui non perirono solo ragazzi di queste nostre località fanti dell'89° reggimento, come giustamente viene ricordato anche di recente con pubblicazioni e convegni. Altri giovani ancora, come l'alpino della sovrastante fotografia, partito pure lui da Ventimiglia.


Come il milite del Genio Ferrovieri di questa immagine, mio zio paterno.


Gli auguri di Natale del maggiore del Battaglione dello zio sono arrivati ai miei quando lo zio era già disperso, come da motivazione ufficiale della sua scomparsa, datata per il Ministero della Difesa al 18 dicembre 1942: su quella cartolina si può notare, invero, un timbro postale, presumo d'arrivo, risalente al 19 dicembre 1942.  
Solo da poco ho pensato di fare ricerche sul Web. 
Ho trovato la motivazione della Croce di Guerra al Valor Militare concessa alla Bandiera del Reggimento del Genio Ferrovieri, proprio per il X° Battaglione Genio Ferrovieri, quello dello zio: "Nella campagna al fronte orientale (Russia) ha assicurato, col suo fattivo lavoro, i rifornimenti alle truppe combattenti, riattivando e costruendo numerosi tronchi ferroviari. Posto a difesa, durante la battaglia del Don, di un’importante postazione, ricacciava varie volte il nemico malgrado la sua forte superiorità di uomini e mezzi. In epica gara coi fanti ha combattuto per oltre tre giorni, offrendo una strenua resistenza finchè, decimato negli uomini, per evitare il completo accerchiamento ripiegava su linee arretrate". Zona di Krassnogorowka, dicembre 1942. Decorazione concessa il 21 Maggio 1948.

Nell'affondamento della corazzata Roma del 9 settembre 1943 morì il marinaio di Ventimiglia cui è dedicata la sezione locale dell'Associazione, amico di famiglia dei miei, caro soprattutto a mio padre.

Gli effetti del bombardamento aereo del 10 dicembre 1943 su Nervia di Ventimiglia (IM). Fonte: archivio personale di Silvana Maccario di Camporosso (IM)
 
Un capitolo a parte sarebbe da dedicare ai bombardamenti, aerei, navali e terrestri, che colpirono la popolazione civile, soprattutto le stragi del 10 dicembre 1943 causate in località Nervia e Gianchette di Ventimiglia (IM). Sovente ripenso a quante persone ho conosciuto che avevano perso dei loro cari in quei drammatici frangenti.

In tanti sottolineano tuttora la Notte dei Bengala del 21 giugno 1944, quando si sperò inutilmente nell'imminente arrivo o sbarco in zona degli Alleati.

Lo speravano soprattutto i partigiani, anche i partigiani del mare, uomini che si apprestavano a tenere contatti rischiosi tra gli alleati e i patrioti combattenti in montagna: in ideale collegamento di valori con quei pescatori ed altri generosi che proprio in questa zona avevano aiutato tra il 1938 e il 1939 ebrei stranieri in fuga verso la Francia perché cacciati con le famigerate leggi razziali del 1938 dal regime fascista.

Si tratta solo di piccoli, anche casuali, di sicuro molto parziali esempi, inerenti la realtà locale in cui ho sempre vissuto, senza alcuna pretesa di scrivere o riscrivere la storia, per non dimenticare!
 
Adriano Maini


martedì 2 aprile 2019

Collasgarba






Collasgarba, piccola collina a Nervia di Ventimiglia (IM). Con qualche frangia nel territorio Comunale di Camporosso. Ben visibile e riconoscibile in varie parti della zona. Ma non sono questi aspetti che mi preme sottolineare. Nè accennare alla sua lunga, intrigante storia. Preferisco affidarmi all'onda di sparsi ricordi. Indotti ancora l'altro giorno da una conversazione con amici. Quando ho scoperto una volta di più che anche chi ci ha abitato a lungo non ne conosce le interessanti vicende di anteguerra. 

Fonte: Ezio Corte di Perinaldo (IM)
Quando colà prosperava una bella azienda floricola. Demolita dai bombardamenti aerei, come gran parte delle aree intorno.

Fonte: Silvia Ardoino di Ventimiglia (IM)


Certo per me le memorie sono più intense, perché presso quella ditta lavorò mio nonno. E mio padre, che abitava lassù con la famiglia, sottolineava spesso con orgoglio che nell'ufficio di quel vivaio aveva imparato a scrivere a macchina. A dire il vero ripeteva sovente anche altri aneddoti, legati a quella esperienza. Aneddoti su cui mi riservo di tornare. Per molti anni, da bambino sino a diventare maggiorenne, ho abitato anch'io ai piedi di quella modesta altura. 




Da adolescente mi era sufficiente attraversare una sovrastante campagna di amici per ritrovarmi subito nella vera Collasgarba. Mi pento tuttavia di non averla percorsa abbastanza. Così non ho potuto mai vedere quella scomparsa apertura che ne diede il nome dialettale: Collasgarba = collina forata. Mi rimangono impressi nella mente tante piccole gite in piccole compagnie dedite a giochi di esplorazione. Ma nella "casa bianca" distrutta dalle bombe non siamo mai entrati. Solo nella recente occasione già citata ho scoperto che qualche nostro coetaneo la definiva "dimora degli spiriti". Per me era e rimane il sito scomparso dove faceva la sua bella figura un carrubo, che offriva i baccelli più buoni che abbia mai assaggiato. Ed anche su questo aspetto in molti sono d'accordo con me. Poi, certo, intorno al 1960 qualche amico ha anche abitato a Collasgarba. La prima ripresa di edilizia fu con un villaggio turistico. Oggi quella collina sopporta sin troppe costruzioni...
 
Adriano Maini