martedì 10 maggio 2022

Coincidenze

Una vista da Bordighera a Cap Ferrat

Nello Pozzati disse in un’occasione agli amici di Ventimiglia che aveva letto "Meridiano di sangue" di Cormac McCarthy, come forse gli era stato da loro suggerito: difficile ripetere con la sua lucida precisione la trama con cui descrisse la filosofia, da lui intesa, sottesa a quel romanzo, tanto affascinante per quella che ad alcuni è sembrata una plastica commistione di paesaggi selvaggi e di crude vicende storiche poco note del sud-ovest nord-americano di circa due secoli fa.
E non si poteva dubitare che, quando conobbe Nico Orengo, autore anche de “La curva del Latte”, Nello gli rammentasse che, certo, anni dopo quell’ambientazione romanzesca, nella campagna condotta dal protagonista egli ci aveva lavorato da bracciante, prima di emigrare a Milano, diplomarsi, laurearsi e vincere importanti concorsi in comuni dell'hinterland.
Pozzati, che in gioventù tirava tardi a discutere con Francesco Biamonti davanti al Bar Irene di Ventimiglia, esercizio ormai chiuso, mentre doveva alzarsi di lì a poche ore per tornare al suo lavoro, all’epoca, ancora agricolo, non ricordava, invece, molto del professor Raffaello Monti, già amico e corrispondente di Aldo Capitini. Eppure sui vent’anni era stato lui a riferire al suo uditorio di coetanei citazioni di quella più vecchia Bordighera dell’Unione Culturale Democratica (tuttora operante grazie alla grande tenacia di Giorgio Loreti), che vide impegnati, tra gli altri, Francesco Biamonti, Guido Seborga, Angelo Oliva, Luciano De Giovanni, i pittori Enzo Maiolino, Sergio Biancheri, Joffre Truzzi, Sergio Gagliolo e tanti altri personaggi di rilievo.
 
È doveroso citare di Nello Pozzati, infine, almeno il romanzo Le trappole di Eros. Inquietudini di una donna moderna (Greco e Greco, 2005) e l'articolo Lotte agrarie e ideologia bracciantilistica in Polesine dal secondo dopoguerra alla fine degli anni ’50 in Studi polesani 24/26. Gli anni cinquanta (Minelliana Associazione Culturale - Rovigo, 1987), quest'ultimo da mettere in connessione con la sua pregressa tesi di laurea.

Dalla lettura del recente, significativo libro di Sergio Favretto, Partigiani del mare. Antifascismo e Resistenza sul confine ligure-francese, Edizioni SEB27, Torino, aprile 2022, si apprende che Raffaello Monti era riuscito a frequentare, seppur brevemente, Giuseppe Porcheddu anche nell'immediato secondo dopoguerra.

Ventimiglia (IM): Villa Olga

Favretto si sofferma pure sull'operato da partigiano di Pietro Giacometti, che compare anche nell'opera "Lina, partigiana e letterata, amica del giovane Calvino", scritto da Daniela Cassini e Sarah Clarke, una fatica che sarà illustrata anche a Bordighera sabato prossimo, alle ore 17, presso la Chiesa Valdese di Via Veneto. Giacometti era il nonno del marito della signora Clarke. Senonché, a Sanremo, la settimana scorsa a margine dell'incontro pubblico per la presentazione del libro appena citato, in una conversazione di carattere privato si è venuto a sapere che la famiglia Giacometti un po' prima e durante l'ultima guerra abitava in Villa Olga a Nervia di Ventimiglia, un edificio di rilievo nella memoria di molti abitanti della città di confine.

Alcuni fatti storici o, al limite, solo alcune conferme, sono stati appurati in ordine ai due libri appena accennati dalla pubblicazione di quello che si può definire il "Memoriale Porcheddu" (e presso l'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia ne esiste solo una fotocopia), prima inedito, in Francesco Mocci (con il contributo di Dario Canavese di Ventimiglia), Il capitano Gino Punzi, alpino e partigiano, Alzani Editore, Pinerolo (TO), 2019. Risulta emozionante apprendere che una radioricetrasmittente affidata da Punzi ad un altro degno antifascista, perché probabilmente destinata a Beppe Porcheddu, era transitata dal garage Chiappa, padre e figli, una volta esistente in pratica in pieno centro urbano. O, ancora, avere appurato in modo incontrovertibile in quale casa di Marina San Giuseppe di Ventimiglia avvenne l'agguato vile e feroce che costò la vita al capitano Gino, un uomo, già ufficiale di carriera, venuto a morire da queste parti dopo aver tentato di intessere una rete antifascista in provincia, aver combattuto con i partigiani francesi ed essere tornato a cercare contatti con i nostri partigiani anche nella veste di agente dell'Oss statunitense. 

Adriano Maini

giovedì 28 aprile 2022

Giallisti francesi che accompagnano il lettore per mano

120, rue de la Gare è un romanzo uscito miracolosamente (rispetto alla censura militare, e quale censura!) nella Francia occupata dai nazisti, benché trattasse e dei campi di prigionia dei soldati francesi e delle costrizioni di guerra a carico dei civili.
Léo Malet (che anche nella vita reale ebbe traversie non indifferenti) fu per l’epoca in cui presentò per la prima volta il suo investigatore privato uno che seppe rompere decisamente gli schemi. Già chiamare il protagonista delle sue fatiche letterarie Nestor Burma (il cognome pescato a caso da un atlante in lingua inglese: si tratta della Birmania, oggi Myanmar!) comporta, pur nel realismo di fondo in cui sono collocate le sue avventure, una garbata ironia nei confronti dei già allora imperanti private-eyes statunitensi, ironia che viene prolungata nei comportamenti del personaggio, il quale con tipica verve dà dei punti pur all’ottimo Philip Marlowe di Raymond Chandler. Si aggiunga il nome della sua Agenzia, “Fiat Lux”, collocata in pieno centro di Parigi ed il quadro di riferimento inizia a farsi più preciso.
Una affollata galleria di comprimari, presi dalla vita vera, ci accompagna mentre seguiamo i casi affrontati da Burma, casi le cui radici affondano spesso prima della seconda guerra mondiale: tanti personaggi simpatici, uomini della strada e uomini importanti, civili e militari, perdenti come erano (con almeno un po’ di dignità!) quelli di una volta, giornalisti (tra cui indimenticabile l’alcoolizzato e bisbetico Marc Covet, sempre informatissimo), ma soprattutto figure di delinquenti presi pari pari dalle cronache dei giornali e non inventati di sana pianta, trafficanti e falsari d’arte, ricconi d’antan, poliziotti ottusi, ma trattati quasi con affetto dall’anarchico Malet, e le ragazze, le donne, ah, le donne! Ritratti di rara efficacia, ma soprattutto affettuosi del nostro immaginario femminino, quelli dipinti da Malet: ragazze quasi perdute che si riscattano; fanciulle innocenti di tutto ma sempre sul ciglio del burrone; una procace segretaria anch’ella dotata di grande senso dell’umorismo ed acuta osservatrice, ma destinata al nubilato casto, benché platonicamente innamorata del Nostro; anche belle ragazze per qualche flirt di Nestor, che vive, comunque, almeno una drammatica storia d’amore; cocottes, d’alto e basso bordo, e vere e proprie dark ladies, perché certo non potevano mancare; vecchie streghe e vecchine adorabili; e così via.
Con Malet si respira la cosiddetta storia materiale, la storia minuta, descritta con molta grazia, perché, scrivendo in tempo reale, da osservatore attento ha lasciato anche una documentazione, per così dire, imponente per gli anni ’40 e ’50. Malet con la serie di Burma ha scritto almeno un romanzo ambientato in ognuno degli arrondissements di Parigi. Così la zona della Bastiglia e lì vicino un grande luna-park; vicoli stretti e solite brasseries vicino alle Halles, oggi Centro Pompidour; nei pressi di quel grende mercato coperto di un tempo che fu l’ambientazione di un fatto singolare: come si essiccavano nei primi anni ’50 prima di essere messe in vendita le banane, arrivate acerbe da paesi allora esotici; locali poveri e un po’ malfamati un po’ ovunque, specie a Saint Germain e Montparnasse; ma anche quelli “come si deve”, soprattutto in centro; il Marais, la porta Saint-Denis ed altri siti storici; com’era Lione durante la guerra; e la Germania nazista dei lager; un gigantesco serbatoio dell’acqua potabile a Montsouris; la Port d’Italie, ben prima degli sventramenti che l’hanno trasformata in snodo viario imponente e sede di centri direzionali; belle ville di una volta con grandi giardini nella periferia nord e appena fuori Parigi, con una campagna che sembrava entrare in città; scali merci e linee ferroviarie dappertutto, quasi dentro la Ville Lumiere; abitazioni povere di operai e tuguri di sottoproletari, questi ultimi non solo in sottotetti di case malandate con scale esterne ancora più traballanti, ma talora sotto forma di un solo piano con quattro assi messe in croce in qualche cortiletto polveroso. Sono solo alcuni esempi.
Su questo sfondo Burma, tutto elegante in uno stile più anni ’40 che ’50, se ne va in giro sempre in automobile, o una bella automobile diciamo “intonata” o in taxi.
In Francia del personaggio Burma vennero fatti anche dei film; di sicuro dei fumetti molto belli, di cui alcune immagini scelte sono le copertine di certe ristampe italiane.
Ma di Malet la critica aulica si occupa soltanto della sua trilogia noir, in effetti vraiment noir

In tutti i romanzi di Pierre Magnan incombe la natura, quasi sempre  con il vento impetuoso che scende dalle montagne; cime (la Lure in primo luogo) per arrivare alle quali si passa dalle coltivazioni intensive specializzate alle boscaglie e a qualche foresta, per rinvenire pianori erbosi non di rado sprofondanti in doline (e rupi e sassi e burroni); cappelle e chiesette di campagna; reperti archeologici romani; piante rare, piante endemiche, piante officinali, profusione di fiori a primavera; maestosi castelli diroccati; lo scrosciare, talora pauroso, specie nella brutta stagione, delle acque della Durance e della Bleone e di tanti torrenti, spesso con accompagnamento di diluvi di pioggia e di spaventosi fulmini; ed anche il sole e la neve, certamente. E tanti giardini, tanti orti, tanti alberi che, più che coltivati, sembrano ormai crescere da soli e sfidare le intemperie, perché messi a dimora da qualche antenato più avveduto, il tutto a completare la parte di paesaggio che dovrebbe essere precipua cura dell’uomo. Come nel caso di Digne, vero centro di Provenza. Ci sono, ancora, i paesi, i villaggi, altre città, di cui il lettore, grazie alle descrizioni, può quasi direttamente vedere stazioni, ville, terme, palazzi, monumenti come la fortezza di Sisteron. E a Sisteron una grande pianta di glicine, abbarbicata per tutta l’altezza di una bella casa borghese, in un episodio memorabile narrato da un uomo che aveva fatto nelle Basse Alpi la Resistenza, non a caso nell'appena citata occasione - non l'unica! - rivisitata con marcati chiaroscuri. Anche il personaggio preferito di Magnan, il commissario Laviolette, ha fatto, invero, la Resistenza.

Adriano Maini

mercoledì 16 marzo 2022

Maria Pia Pazielli trasferiva da Bordighera a Sanremo la sua "Piccola Libreria"

Bordighera (IM): l'edificio di Via Romana che al piano terreno ospitò la seconda sede della Piccola Libreria

Irene Brin - nel ricordo della nipote della sua amica, allora bambina - scendeva bella, elegante ed altera. Si accompagnava alla zia della testimone, altrettanto dotata di fascino, nel vialetto della casa dei nonni, dalle parti della curva del Giro d'Argento di Bordighera: il secondo conflitto mondiale era appena terminato, la vita - soprattutto quella brillante - riprendeva, gli ufficiali alleati a quel ricevimento intendevano divertirsi. 

In quel periodo, e poco lontano dall'appena mentovato luogo, invece, si trascinava stanca per spirito di servizio, forse perché glielo l'aveva chiesto l'amico Beppe Porcheddu, Lina Meiffret, a fare da segretaria a Garigue, governatore britannico della zona. L'eroica patriota, già seviziata dai nazifascisti e scampata quasi per miracolo alla prigionia in Germania, di sicuro ancora sconvolta per la morte del fidanzato Renato Brunati, suo sodale di lotta, fucilato come ostaggio al Turchino, non immaginava che pochi mesi dopo un altro partigiano avrebbe in un suo memoriale - di recente individuato nell'archivio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia da Giorgio Caudano - cercato in modo maldestro di incrinarne l'immagine. Ma di questi aspetti si stanno occupando per un prossimo libro in questo periodo Daniela Cassini (già Assessore alla Cultura del Comune di Sanremo e attualmente anche Presidente della nuova Sezione di Italia Nostra a Bordighera) e Sarah Clarke (quest'ultima signora già autrice su Per leggere - Anno 2019 - Annata: XIX - N. 36, a cura di Francesca Latini, dell'articolo Lina Meiffret: storia di una partigiana sanremese deportata nei lager nazisti e dei suoi documenti, mentre nella stessa occasione la studiosa Latini scrisse Le carte calviniane di Lina Meiffret, a dimostrazione del fatto che Italo Calvino non si era limitato a riportare a maggio 1945 su "La Voce della democrazia" le traversie subite da Lina Meiffret).

Nel 1946, nell'ambito di un grande collettivo sforzo di generosità fatto per sopperire in qualche modo alle miserie lasciate dalla seconda guerra mondiale, una bambina di soli 6 anni dal Cassinate raggiungeva Imperia, per essere ospitata da una famiglia comunista, presso la quale rimase poi sempre.

La figlia del professore Raffaello Monti fu, invece, l'ultima persona a vedere in Bordighera Giuseppe Porcheddu poco prima che scomparisse nel nulla.

Fu presente anche Elsa De Giorgi al Premio "Cinque Bettole" di Bordighera nel 1957, ma la sua intensa relazione amorosa con Italo Calvino stava ormai volgendo al tramonto.

Nel 1958 Maria Pia Pazielli (1) trasferiva da Bordighera a Sanremo la sua "Piccola Libreria": di sicuro non mancarono di frequentarla nella nuova sede Francesco Biamonti, Luciano De Giovanni, Carlo Betocchi.

Adriano Maini

(1) Al termine della seconda guerra mondiale Maria Pia [Pazielli], laureatasi nel 1932 in Lettere a Milano e da sempre amante di letteratura, corona il suo sogno ed apre una libreria che chiama “Piccola Libreria”, la quale ha la sua prima sede a Bordighera al n° 28 della Via Romana. Quella “Piccola Libreria” diverrà ben presto sede di importanti incontri, proprio in quel periodo “magico” tra gli anni '50 e '60. Essa sarà frequentata da personaggi della levatura di Giacomo Natta, di Sbarbaro, di Carlo Bo, di Carlo Betocchi, di Italo Calvino, di Guido Seborga e molti altri. Negli anni seguenti la libreria si trasferirà in Corso Vittorio Emanuele a Bordighera e poi a Sanremo in Via Escoffier.
Per una fortunata coincidenza, due giorni fa, una cara amica bordigotta, del Paese Alto, mi ha parlato di Maria Pia Pazielli e della sua bella iniziativa, negli anni '80, insieme ad una signora americana, in un luogo sottostante la vecchia Casa di Riposo, dove ai giovani bordigotti venivano prestati libri di vario genere, al fine di spronarli alla lettura ed alla cultura in generale.
Carlo Bagnasco (Presidente della Fondazione Pompeo Mariani), Da una visita, l'idea di ricordare una bella persona, Paize Autu, Periodico dell’Associazione “U Risveiu Burdigotu”, Anno 3 - n. 4 Aprile 2010 

giovedì 10 febbraio 2022

Intervista a Marco Innocenti sul suo “Scritti Danteschi”


L'amico Marco Innocenti mi ha fatto l'onore di lasciarsi intervistare sul suo ultimo lavoro “Scritti Danteschi” (Lo Studiolo Edizioni, Sanremo).

1) Hai avuto un’ispirazione particolare per la stesura degli “Scritti Danteschi”?
 
Il volume in realtà è una miscellanea di piccoli saggi e articoli polemici, nati in diverse occasioni, e qui riuniti grazie ad una proposta dell’editore Freddy Colt, desideroso di pubblicare qualcosa, sotto l’insegna de Lo Studiolo, per celebrare l’anno dantesco. Ho così deciso di affiancare alcuni miei studi sulla Commedia a vecchie pagine tratte dai miei Flugblätter e a un paio di pezzi extravaganti: una polemichetta verso chi banalizza Dante, pensando forse di divulgarlo, e una pagina, diciamo così, teorica, sul come leggere la Commedia in pubblico.
Infatti leggere la poesia ad alta voce, gridarla, cantarla, è cosa buona e giusta, e probabilmente la poesia è nata proprio così, detta davanti ad altri e non come testo scritto. Nei nostri anni assistiamo a tanti usi di Dante in questo senso: le lezioni di Sermonti, gli spettacoli di Benigni, le declamazioni di Bene. A me, più che le letture degli attori, spesso troppo forbite e compiaciute (con le dovute eccezioni, naturalmente) piacciono le letture in chiave, per così dire, naïf. Vorrei invitarvi ad andare a vedere, tanto per fare un esempio, su YouTube, in una serie di Loescher editore, il XX del Purgatorio presentato da un gruppo di ragazze egiziane, in un italiano perfetto (anche se dall’accento esotico): lì anche le sottolineature, le frasi accalorate, le esclamazioni ci stanno bene, e tout se tient.

2) Quale aspetto dell’opera di Dante ti appassiona di più?

Dante è un universo. Nei suoi scritti troviamo una sorta di enciclopedia dello scibile: ci sono riferimenti a tutto: alla scrittura biblica, alle filosofie antiche e medioevali, alle arti figurative, alla musica, alla matematica, alla geografia… La parte iniziale del mio volume, quella più propriamente di analisi critica, verte soprattutto sul côté politico del poema, ad esempio sui lunghi elenchi di uomini politici che talvolta affollano le pagine dantesche: elenchi affascinanti, perché rappresentano una disanima (faziosa, dura, urticante) della politica dell’epoca, un occhio straordinario che giudica la storia a lui contemporanea con uno spirito di militanza energica ed entusiasta.

Comunque, per me Dante è sempre stato zeppo di motivi d’interesse, da quando lo frequentavo, proprio da ragazzino, sulle pagine dell’Enciclopedia dei ragazzi Mondadori (e, ovviamente, con la mediazione delle immagini di Gustave Doré) a oggi. A scuola Dante lo puoi conoscere bene o male, a seconda dei casi: ti può capitare l’insegnante incapace e ignorante che cerca di fartelo odiare nel maldestro tentativo di chiarirlo (cosa vorrà dire, poi?) in modo pedante o ti può capitare chi, presentandoti i suoi versi con poche parole di commento, ti fa nascere una grande curiosità. A me capitarono entrambi i tipi di docenti: l’importante è non cadere nella trappola di chi fa di tutto per fartelo detestare e godersi chi te lo sa presentare con passione, che nel mio caso si incarnò nella figura di Cesare Trucco, un professore montessoriano e crociano che invitava gli adolescenti a leggere le prose di Giosuè Carducci o le traduzioni di Annibal Caro…

3) Indubitabile la forza dirompente dei versi di Dante. Ma tu, in particolare per quanto attiene la “Commedia”, ne metteresti in evidenza altri valori?
    
Dante è uno studioso di linguistica, un teorico della politica, un narratore straordinario… Ma la forza, quella che tu definisci dirompente, dei suoi versi è forse quello che di primo acchito ci colpisce maggiormente. Riesce a dire tanto con pochissime parole, a volte ci fa vedere cose senza neanche nominarle. Un esempio che faccio sempre: pensiamo, nel XII canto dell’Inferno, quando appaiono i centauri. Chirone si accorge che Dante è un uomo vivo perché muove i sassi su cui cammina, particolare che fra l’altro è già stato precisato poche pagine prima. I centauri sono allineati come sentinelle, Chirone parla sottovoce ai suoi compagni e indica soltanto con lo sguardo, senza fare un gesto. Il fatto è che sono tutte cose che Dante non scrive: semplicemente, ce le raffigura, ce le fa intuire, la forza evocativa della sua scrittura. E quando Dante e Virgilio s’avvicinano ai centauri constatano quanto sono alti perché il loro sguardo arriva “al petto, / dove le due nature son consorti” è un bell’effetto di realtà: i centauri Dante li ha visti (e ce li fa vedere) davvero.

Marco Innocenti, 9 febbraio 2022 


Tra gli scritti di Marco Innocenti: articoli in IL REGESTO, Bollettino bibliografico dell’Accademia della Pigna - Piccola Biblioteca di Piazza del Capitolo, Sanremo (IM); articoli in Mellophonium; Verdi prati erbosi, lepómene editore, 2021; Libro degli Haikai inadeguati, lepómene editore, 2020; Elogio del Sgt. Tibbs, Edizioni del Rondolino, 2020; Flugblätter (#3. 54 pezzi dispersi e dispersivi), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2019; articoli in Sanremo e l'Europa. L'immagine della città tra Otto e Novecento. Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Flugblätter (#2. 39 pezzi più o meno d'occasione), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2018; Sandro Bajini, Andare alla ventura (con prefazione di Marco Innocenti e con una nota di Maurizio Meschia), Lo Studiolo, Sanremo, 2017; La lotta di classe nei comic books, i quaderni del pesce luna, 2017; Sanguineti didatta e conversatore, Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2016; Sandro Bajini, Libera Uscita epigrammi e altro (postfazione di Fabio Barricalla, con supervisione editoriale di Marco Innocenti e progetto grafico di Freddy Colt), Lo Studiolo, Sanremo, marzo 2015; Enzo Maiolino, Non sono un pittore che urla. Conversazioni con Marco Innocenti, Ventimiglia, Philobiblon, 2014; Sandro Bajini, Del modo di trascorrere le ore. Intervista a cura di Marco Innocenti, Ventimiglia, Philobiblon, 2012; Sull'arte retorica di Silvio Berlusconi (con uno scritto di Sandro Bajini), Editore Casabianca, Sanremo (IM), 2010; articolo in I raccomandati/Los recomendados/Les récommendés/Highly recommended N. 10 - 11/2013; Prosopografie, lepómene editore, 2009; Flugblätter (#1. 49 pezzi facili), lepómene editore, 2008; C’è un libro su Marcel Duchamp, lepómene editore, Sanremo 2008; con Loretta Marchi e Stefano Verdino, Marinaresca la mia favola. Renzo Laurano e Sanremo dagli anni Venti al Club Tenco. Saggi, documenti, immagini, De Ferrari, 2006.

martedì 4 gennaio 2022

Sbadatamente


Ripensandoci, quando andavo più spesso in giro cercando gli effetti "cartolina", che, forse, non sono neppure riuscito a rendere, tralasciavo di occuparmi di cose "interessanti", talvolta anche bizzarre.

Qualcosa, sbadatamente, tuttavia, riportavo.





Quella volta da Buggio, Frazione di Pigna (IM), Alta Val Nervia.


Anche la piazza attrezzata per la Sagra. 



All'altro capo - quasi! - della provincia di Imperia, a Pontedassio, in questo caso Valle Impero, nel fotografare dei bei fiori non mi accorgevo della... pubblicità annessa . Tant'é! Oltretutto, la titolare della ditta è una gran brava e bella persona.


A Cervo - ancora più a levante - l'anno prima mi aveva incuriosito la lunga serie di "tappeti" stesi su tanti carruggi: ma si può? Per cui uno scatto come quello qui sopra riprodotto lo avevo fatto volutamente...


E sul finire dell'anno appena finito mi accorgo, dopo centinaia e centinaia di volte in cui sono passato a piedi da quelle parti, che in Bordighera, quasi prossimi a Vallecrosia, c'è un ulivo molto tenace: per la serie, appunto, la distrazione è una colpa!

sabato 13 novembre 2021

Se a Roma piove



E l'alberghetto scalcagnato davanti al quale i miei due accompagnatori mi lasciarono, ormai nel cuore della notte, fu un po' come un tocco finale. A me sembra ancora adesso, per farla breve, tratto di peso da un qualche romanzo dove compare Maigret, con la differenza che io mi trovavo a Marsiglia e non a Parigi. Solita tappezzeria un po'... trasandata, solito rubinetto che sgocciolava, solita persiana che cigolava al vento, solite voci di donne e uomini: queste cose, nonostante il... mal di testa me le ricordo, così come mi ricordo di avere dormito ben poco. Il mio... autista, dalla guida invero spericolata, sì che per tutto il viaggio di andata e ritorno per e da Aubagne - altra vicenda! - mi ritrovai ad essere teso come poche volte nelle mie esperienze, ed il suo... secondo di bordo mi avevano - oltre a giocarmi lo scherzetto della "mamma dei legionari" - sommerso di gustosi aneddoti riferiti a Gaston Deferre, che stava per diventare in quel momento - primavera 1982 - ministro, ma già storico sindaco della città dei Focesi d'Occidente e di Pitea il Navigatore. E la statua di Pitea in quella che era stata la polis dell'uomo che per primo aveva visto l'ultima Thule - narra la leggenda! - l'avrei rivista con maggior comodo una decina di anni dopo.

Circa Marsiglia non posso, poi, trascurare almeno un accenno a Jean-Claude Izzo, un uomo impegnato sul fronte sociale ed antirazzista, che da scrittore trasfigurava i suoi valori in cupe storie noir: nei suoi libri quella città e i suoi dintorni, non molto lontani da questa riviera, assumono contorni quasi magici: si sentono l'odore del mare, i profumi dei fiori e delle erbe mediterranei, i sapori di cibi cosmopoliti. E si palpita per personaggi che sembrano usciti da una canzone di Francesco De Gregori, nel contempo in cui certi "cattivi" sembrano (almeno a me) un po' esagerati, anche se fanno rinviare con il pensiero a tante trame criminali realmente esistenti...

La prima volta che venni portato a Milano avevo poco più di due anni, come testimoniato da una fotografia di famiglia, scattata in Piazza Duomo con l'immancabile cornice di piccioni, uno in mano a mio padre, ma non posso certo ricordarne nulla.
Ricordo bene, invece, che, prima dell'età scolastica, dalla finestra di un piano ben alto posizionato in Via Santa Radegonda mi sembrava di toccare con una mano quel Duomo che mi affascinava tanto.
Quella casa non c'é più, sostituita da un orrendo silo-parcheggio, quasi adiacente alla Galleria. Ed il Duomo non mi appare oggi poi così vicino.

Nello, d'immigrazione dal Polesine (e al secondo matrimonio di Silvano mi raccontò di sue ricerche storiche locali), faceva il bracciante nella campagna condotta da Bruno, figlio di Libero Alborno (quest'ultimo trasfigurato - ma non troppo - dall'autore nel personaggio di Libero nel romanzo), campagna che è al centro de "La curva del Latte" di Nico Orengo. Ma alle due di notte teneva testa a Francesco Biamonti in lunghe discussioni davanti alle saracinesche di un Bar Irene di Ventimiglia dalla storia singolare, discussioni nelle quali il romanziere di San Biagio della Cima, che non aveva ancora esordito come tale, dimostrava una sua grande dote, mai appieno oggi rammentata: la sua grande signorilità. Nello, dalla grande dialettica e dalla grande erudizione da autodidatta, ebbe l'opportunità di trasferirsi definitivamente a Milano per motivi di miglioramento professionale, culminati in seguito con una laurea ed il superamento di un concorso da dirigente comunale in una città di quell'area metropolitana. In occasione di uno dei suoi primi viaggi lo accompagnammo in treno, un accelerato notturno che faceva tutte le fermate, io e Silvano: gustoso l'episodio delle strelitzie, dimenticate a mollo, che stavano per trasbordare dalla vasca da bagno nell'appartamento della fidanzata.

A Roma. Quasi una gag. Il collega, che senza chiedermi nulla mentre ne ero un po' consapevole, interpella in quella notte di inizio primavera un passante circa Fontana di Trevi, salvo accorgersi (su questo, invece, io ero out!) un attimo dopo che era un noto attore. Indicazioni vaghe come risposta. Che era dietro l'angolo, praticamente!
Camminate, tante camminate. Non solo alle manifestazioni. D'altronde, per fare i turisti per caso non si può agire diversamente. Altri colleghi, in queste peregrinazioni molto post-lucane, a dirmi che conoscevo bene storia e monumenti. Di lì, forse, personali intensi ripasso e studio di tante cronache passate e di tante guide recenti. Ma, più si sa, più ci si accorge di sapere poco!
A Trastevere case che negli interni ricordano quelle quasi turrite dei borghi liguri. E locali pubblici dove gli avventori discutendo bonariamente, ma in modo colorito, forse (anzi, penso che vada tolto questo condizionale, se rifletto su cronache relative a parole, motti, suggestioni carpiti per strada da soggettisti e sceneggiatori di capolavori della "commedia all'italiana) forniscono tanti spunti ad artisti che vanno per la maggiore.
Se a Roma piove, le cose vengono fatte per bene. Memorie di fortunate fughe in taxi sotto l'infuriare degli elementi.

Il mio cognome viene da case sparse su collinette non lontane da Fornovo Taro, in provincia di Parma. Anche la famiglia della nonna del lato paterno aveva radici nel comune di Medesano, ché di questo si  tratta. Insomma, da quelle parti i miei antenati ci stavano da secoli: qualche storia forse interessante me la ricordo ancora. C'é anche una singolare assonanza tra il nostro cognome e il nome di quella frazioncina, che curiosamente coincide con quello di un sobborgo di Napoli: Miano. Indubbiamente film come "Novecento" di Bertolucci, ma ancor più "Questa specie di amore" di Bevilacqua, alla loro uscita mi fecero d'improvviso ripensare con intensità a queste mie origini che ormai, preso dal mio pieno ingresso nell'età adulta, stavo discretamente trascurando. Questi film, non altri, non altre opere letterarie, per diverse motivazioni, alcune proprio d'impatto con una mia personale rivisitazione della nostra saga familiare: da cui adesso estrapolo tuttavia solo il forte messaggio sociale, democratico ed antifascista contenuto in quelle pellicole, perché mi sembra di forte, stringente, amara attualità.

Quella volta a Bologna in Piazza Maggiore guardare i crocchi improvvisati di persone che discutevano civilmente, soprattutto di politica: li ho visti forse prima che qualcuno li consegnasse alla pagina scritta, memoria di nobile costumanza ampiamente decaduta.

Adriano Maini

martedì 12 ottobre 2021

Nissa la Bella

 

Quella volta Enzo Biamonti, da me interpellato circa un qualcosa relativo al capoluogo delle Alpi Marittime, mi rispose parlandomi delle riunioni di anarchici cui colà aveva partecipato ed intonandomi la dolce nenia di "Nissa la Bella", che io all'epoca non conoscevo affatto.

Certo i miei interlocutori locali del partito comunista francese, da me sufficientemente frequentati nel corso degli anni '70 del secolo scorso, ma ancora nei primi '80, pur non avari nel dare notizie anche di folclore, molte faccende se le erano dimenticate o non le sapevano o non le ritenevano abbastanza interessanti: non solo la canzonetta da me citata, ma anche, pescando a caso, l'esistenza di un Fra Marco da Nizza (difensore dei nativi americani - come a suo tempo già attestato da Bartolomé de Las Casas nel suo libro "Brevissima relazione della distruzione delle Indie" per l'impressionante documentazione prodotta in una lunga relazione riguardante le atrocità commesse dai conquistatori spagnoli in Sud America, dove il religioso partito dall'attuale Costa Azzurra aveva svolto in precedenza le sue missioni -, esploratore suo malgrado del Texas e di altri limitrofi stati nordamericani e, come tale, ampiamente ricordato con solennità da quelle parti e nello stesso Messico), la leggenda di Caterina Segurana, le denunce di Graham Greene circa la Baia degli Angeli, la contemporanea grande rapina di Nizza, trascritta da Ken Follett in tempo reale e ripresa da poco da Arturo Viale nel suo Oltrepassare.

In proposito di anarchici, non è molto che Silvia mi ha raccontato della grande amicizia - altro aspetto a me in precedenza ignoto - che legava a mio padre un suo zio, un anarchico, per l'appunto, da tanti anni trasferito nella città della Promenade des Anglais, una persona che ai suoi ritorni frequenti a Ventimiglia non mancava mai di passare a salutare il Maini senior: mi dispiace non averlo conosciuto, ma sono in attesa di vedere tramite la nipote una parte del suo grande archivio di libri, giornali, documenti, carte.

Tra i pochi rimpianti che ho riguardo Nizza uno è di sicuro non essere più salito a La Madonette a trovare gli amici di origine italiana.

Il compianto Giuseppe Mac Fiorucci, invece,  con le sue trascrizioni di testimonianze di partigiani del mare - Gruppo Sbarchi Vallecrosia -, azioni temerarie di collegamento tra i patrioti di questo estremo ponente ligure ed i loro referenti alleati, insediati in Costa Azzurra, azioni che spesso facevano perno su Nizza,  mi trascina tuttora nella dimensione più che mai attuale dei valori dell'antifascismo.

Venendo a momenti più recenti, Nizza per me é stata soprattutto il Palais des Expositions. Avevo pubblicato per motivi del tutto professionali una fotografia relativa ad un certo evento, cui partecipavo per lavoro: qualcuno mi fece notare, celiando sulla supposta importanza che intendevo darmi, che compariva pure, ricoprendo ancora altra carica, il tuttora sindaco di Nizza, che in quel frangente era anche ministro della Repubblica Francese, ma io di tutto ciò non mi ero affatto accorto. Ed in effetti mi emozionò di più in un precedente caso sotto le volte della richiamata grande costruzione fare conoscenza e conversare con due espositori che abitavano nella frazione di Gorizia, dove avevano casa e campagne alcuni cugini di mia madre.

Adriano Maini